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La famiglia Pullè a Riccione

La famiglia Pullè a Riccione

Felice Carlo Pullè nacque a Modena il 1° agosto 1866 da nobile ed antica famiglia di origine fiamminga. I genitori, conte Carlo e nobildonna Virginia Ricci, furono tra le personalità più in vista dell’aristocrazia modenese. Fu medico chirurgo, professore nell’Università di Bologna, ufficiale medico. Nel maggio 1891 si sposò con Fanny Ricci e dal matrimonio nacquero cinque figli: Virginia, scomparsa in tenera età, Leopoldo, Galeazzo, Federico e Frangiotto.

Studiò medicina a Modena e a Padova. A Modena si laureò il 2 luglio1890, con lode e pubblicazione della tesi; fu per tre anni pro-assistente effettivo alla Clinica Medica, retta allora dal prof. Galvagni, il quale gli avrebbe riconfermato l’incarico se Pullè non avesse scelto di recarsi a vivere a Riccione, in un clima marino, più adatto alla salute della consorte. Nel 1891 fu nominato medico condotto dal Comune di Rimini per le frazioni di Riccione e San Lorenzo in Strada: La condotta – che tenne dal 1891 al 1911 – era vastissima: dal Comune di Misano al confine della Repubblica di San Marino. Di questo periodo restano le testimonianze custodite e tramandate nella memoria familiare dei suoi tanti pazienti. Fra le numerose incombenze del medico condotto vi era allora anche quella dell’assistenza alle partorienti: per questo, e per la vastità del territorio su cui svolgeva l’attività medica, le giornate di Pullè erano affollate, dalla mattina alla sera; sempre pronto ad accorrere ove potesse essere utile il suo intervento, raramente riusciva a trovare momenti di riposo in famiglia. Ma a Felice Pullè la fatica materiale non pesava. Fu sempre naturalmente portato – a fianco dell’attività intellettuale – al movimento, allo sport, all’impegno fisico. Appassionato di equitazione, vinse a qu arantadue anni un concorso ippico a Piazza di Siena. Forte camminatore (tanto che dalla casa di campagna di San Venanzio di Maranello talora si recava all’università, a Modena, percorrendo a piedi 25 kilometri), praticò il podismo anche a livello agonistico; e gli amici amavano ricordare che fu in grado di ballare per una notte intera dopo una marcia di cinquanta kilometri. La stessa energia Pullè adoperò nell’impegno medico: cominciò da allora la sua fama di persona amica, disponibile, soprattutto verso i meno abbienti: “il medico dei poveri”, come ancora è ricordato con affetto e ammirazione a Riccione. Non solo Pullè non voleva essere pagato, ma a chi ne aveva bisogno regalava medicinali, denaro, tagli di carne e pane di farina di grano, allora riservati ai benestanti. Nella società povera di Riccione, alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, Pullè era ritenuto, oltre che il medico, il sostegno morale e materiale di ogni malato. Egli svolse per oltre cinquant’anni un apostolato professionale così intenso sotto il profilo umano da aver lasciato un segno in più di una generazione. Considerò sempre la sua scienza non già patrimonio personale, ma piuttosto bene comune, da mettere a profitto di chiunque ne avesse bisogno.

Sicuramente fra i suoi pazienti colei che fu in grado di manifestare la più tangibile gratitudine – gratitudine che Pullè volle rivolgere in vantaggio della comunità – fu Maria Boorman Ceccarini: la quale, su suggerimento di Pullè, cui era legata da sincera amicizia personale, per ricordare il marito Giovanni Ceccarini finanziò nel 1892 la costruzione dell’Ospedale riccionese. L’architetto fu Podesti di Roma, e direttore del lavori lo stesso Pullè, allora di appena ventisei anni, che poi dell’Ospedale fu primario e direttore sanitario fino al 1935. A tutt’oggi si può leggere, sull’arcata dell’ingresso principale, l’incisione da lui voluta: «Guarire qualche volta, alleviare spesso, consolare sempre». Contemporaneamente Felice Carlo Pullè dirigeva gli Ospizi Marini, carica che tenne per 22 anni. Pullè percepiva in modo particolare l’importanza della collegialità nell’esercizio della professione: fu membro del Consiglio Sanitario Provinciale, Presidente della Sezione dei medici condotti di Rimini, e Presidente del Consiglio dell’Ordine dei Medici di Forlì. Nonostante l’intensità dell’impegno operativo professionale, non volle mai, tuttavia, interrompere i rapporti di studio con l’Università: mantenne contatti stretti e costanti con Bologna, Modena e Padova, per seguire corsi clinici di aggiornamento e di perfezionamento. Nel 1892 fu tra i primi ad iscriversi a Roma al corso di Igiene per Periti Medici Igienisti e Medici Provinciali, conseguendo il titolo di Perito Igienista. In quel periodo, e precisamente dal 1888 al 1914, fu direttore dell’Istituto di Igiene “Angelo Celli”. Da questo approccio originò la sua vocazione di tropicalista, di cui vedremo in seguito. Nel 1895 partecipò al corso che Augusto Murri tenne a Bologna per i medici condotti, e continuò negli anni successivi a frequentare i laboratori di Clinica Medica dell’Università di Bologna, dove Murri sempre gli manifestò particolare benevolenza. Nel 1914 conseguì nell’Università di Padova il diploma di Medico Scolastico, e riuscito tra i primi, fu scelto dal Ministero della Pubblica istruzione per tenere ad Isernia un ciclo di conferenze di Igiene ai maestri di quel circondario. Le autorità governative e scolastiche di Isernia telegrafarono al ministero il loro compiacimento per l’opera da lui svolta, e il Direttore di Sanità lo chiamò a Roma per encomiarlo personalmente e impegnarlo per quel compito anche per gli anni successivi.

Si devono a Pullè – eseguite su suo incarico nel 1890 – le prime analisi delle “Acque del Beato Alessio”, fonti sorgive curative riccionesi, oggi sviluppatesi in un grande complesso termale. Pullè credette sempre fermamente nei benefici delle terapie termali, e nelle specifiche proprietà di quelle fonti riccionesi (ancora nel 1952 lo troviamo consulente sanitario delle “Fonti Salutari del Beato Alessio”; e il 15 maggio 1956 tenne, quale Presidente onorario del Lions Club di Riccione, una ampia conferenza sulle proprietà curative delle acque termali del Beato Alessio, alla presenza delle autorità cittadine e dei numerosi soci intervenuti).

FamigliaPullericcionemassoneria

Felice Carlo Pullè fu attivo anche nella dimensione politica della vita collettiva. Nel 1895 costituì con Sebastiano Amati e Ausonio Franzoni la Società “Pro Riccione” che si batterà sino al 1922 per ottenere l’indipendenza di Riccione da Rimini; ottenuto finalmente il riconoscimento dello status di Comune, nel 1923 Pullè verrà chiamato a far parte del neonato Consiglio Comunale riccionese. Fu anche, insieme al Conte Martinelli, tra i promotori dello sviluppo turistico di Miramare. Dei rapporti sviluppatisi con Benito Mussolini e il movimento fascista, si darà cenno in seguito.

Nel 1915 scoppiò la guerra italo-austriaca, e il 25 maggio dello stesso anno Pullè – che aveva allora quarantanove anni – si arruolò volontario negli Alpini; e rimase sotto le armi fino al maggio 1919. Arruolato come capitano medico, fu nel 1916 promosso maggiore per merito di guerra. Diresse ospedali da campo in fase di operazioni, e fu direttore dell’Ospedale di Udine. Sempre in prima linea tra i soldati (tanto che nei pressi del Montello venne ferito in modo grave da una raffica di mitraglia), ne studiò, condividendoli, la vita ed i bisogni in trincea; e pubblicò nel “Giornale di Medicina Militare” parecchi lavori su quanto aveva avuto modo di apprendere, e curare, nel corso di quelle esperienze. Di speciale importanza per le truppe operanti, ed anche per il mondo civile, fu la lotta che egli intraprese contro i congelamenti: applicando i mezzi ideati da lui insieme al colonnello medico Piero Casoli, suo indivisibile amico e compagno negli anni della guerra, i 197.000 casi di congelamento rilevati nell’inverno 1915-1916 si ridussero a 90.000 nel 1917, e quindi a meno di 10.000 nel 1918. Nell’agosto del 1918, per le competenze in questa materia, fu scelto dal Comando Supremo dell’Esercito per essere inviato quale Capo Ufficio di Sanità a Murmansk, nella penisola di Kola, estremo Nord della Russia, col reparto di truppe italiane facente parte della spedizione insieme a corpi inglesi , russi e francesi; il Corpo di Spedizione era comandato dal celebre esploratore polare colonnello Ernest Shackleton, il quale volle e usò per sé e i suoi, durante la Campagna in Russia, le scarpe ideate da Pullè contro i congelamenti. Pullè rimase in Russia tutto l’inverno e fino all’aprile 1919. Le truppe italiane non ebbero un solo caso di congelamento malgrado il freddo raggiungesse nella penisola di Kola, ove le nostre forze erano accampate, i 42 gradi centigradi sotto lo zero. Il Comando francese, inoltre, in seguito a numerosi casi di scorbuto manifestatisi fra le sue truppe a Murmansk, gli affidò la direzione del suo ospedale; e il Comando Supremo inglese, che dirigeva tutte le truppe alleate dislocate in Murmania, lo elesse medico della commissione inviata in Carelia e in altre regioni sperdute nell’interno della Russia per studiarvi i mezzi atti a contrastare la carestia già apparsa nel luogo. Per i buoni risultati della sua opera fattiva e pronta, fu insignito dal Governo russo di Arcangelo della Croce di San Stanislao delle Spade, onorificenza rara e tenuta in grande conto anche nella Russia dei tempi successivi. Altre onorificenze aveva ottenuto durante la guerra in Italia: per due volte ferito, fu decorato di medaglia d’argento e di medaglia di bronzo al valor militare, nonché della Croce al merito di guerra.

Il 19 settembre 1919, ritornato dalla Russia accorse a Fiume, dove il Comandante Gabriele d’Annunzio lo nominò direttore di Sanità del piccolo esercito fiumano; ma nel dicembre, per un grave incidente automobilistico accaduto al figlio Federico, dovette lasciare Fiume e recarsi a Roma ove, assieme al colonnello di marina Luigi Rizzo, ebbe un delicato incarico diplomatico riguardante Fiume stessa. A Fiume aveva incontrato e conosciuto Benito Mussolini: iniziatosi il movimento fascista, Pullè costituì a Riccione un nucleo di attività fascista, che da Riccione prese parte alla marcia su Roma; la squadra riccionese portava il nome di “Amarissima”; lo stesso giorno 28 ottobre 1922 Pullè, con l’”Amarissima”, nella quale militavano anche i suoi figli, ricevette da Mussolini, a Villa Borghese, un personale encomio. Di Benito Mussolini fu amico personale, e fu medico suo e della sua famiglia nei consueti soggiorni estivi (1930/1943) a Riccione; e sempre mantenne a Mussolini e ai suoi familiari leale e sincera amicizia, nel corso del tempo e delle vicende.

Ritornato a Riccione dopo la grande guerra, riprese la professione, ma l’interesse per l’Igiene, soprattutto per la Batteriologia e la Parassitologia, prevalse ed essendosi aperta a Bologna, prima ed unica in Italia per questa materia, la Scuola che divenne poi Istituto di Patologia Coloniale, vi si iscrisse e nel 1924 conseguì il titolo di specialista. L’anno successivo il Direttore, Prof. Franchini, lo volle suo assistente e negli anni accademici 1925/26 e 1926/27 gli conferì l’incarico per l’insegnamento della profilassi delle malattie tropicali. Il 3 maggio 1926 conseguì il diploma nel corso di Puericoltura istituito dall’Opera Nazionale di Assistenza e Protezione per la Maternità e l’Infanzia. Sempre negli anni di corso 1925/26 e 1926/27 prese il diploma presso il Magistero superiore di Educazione Fisica (corso aggregato alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna), con una tesi sull’argomento “Educazione fisica e religione”. Nel 1928 Pullè ottenne la libera docenza in Patologia Coloniale. Nel 1929 fu professore di questa disciplina nell’Università di Bologna e infine nel 1930 venne nominato, come successore di Franchini, Direttore dell’Istituto di Patologia Coloniale, carica che coprì per lungo tempo assieme a quella di membro del Direttorio delle Sezioni Universitarie Assistenti e Professori. Nel 1931 il Prof. Aldo Castellani, riconosciuto primo tropicalista nel mondo, lo volle come suo aiuto “ad vitam” nella Clinica Tropicale e Subtropicale di Roma, di fatto riconoscendogli con questa nomina il secondo posto mondiale. Quando nel 1946 il Prof. Sen. Castellani seguì Re Umberto a Cascais come suo medico personale, avrebbe voluto che anche Pullè lo seguisse, ma per ragioni familiari questo a Pullè non fu possibile. Il Re capì, lo ringraziò e nel salutarlo si rammaricò di non avere avuto il modo, nello svolgersi convulso degli eventi che avevano caratterizzato il suo breve regno, di nominarlo senatore. Nel 1952 il Prof. Castellani organizzò a Lisbona un congresso medico che si svolse dal 24 al 29 aprile e volle che vi partecipasse anche il suo amico Pullè, il quale accettò con entusiasmo l’invito e nel convegno espose il lavoro “I tre segni del Castellani nell’amebiasi “, relazione che successivamente comunicò nelle “Giornate Sanitarie “ di Torino, svoltesi dal 29 maggio al 6 giugno 1954.

Il campo della sua ricerca scientifica fu ampio e vario e decisamente rivolto ad obiettivi di utilità e miglioramento sociale. La vaccinazione, la scrofolosi e la sua cura, la talassoterapia, l’alimentazione, le epidemie di tifo e la loro profilassi, le parassitosi intestinali, il paludismo in Romagna, la terapia dell’amebiasi infantile, la terapia specifica della diarrea da protozoi nell’infanzia, la patogenicità della lamblia intestinale, la broncospirochetosi del Castellani, le pseudotubercolosi, le diarree nelle colonie italiane, la proposta di una nuova e più semplice classificazione delle tripanosomiasi umane, la tecnica sanitaria e l’igiene urbanistica nelle colonie. E si tratta soltanto di un elenco parziale dei temi su cui studiò e operò. Altra caratteristica dell’attività scientifica e professionale di Pullè sta nel fattivo interesse che dimostrò per la stampa medica. Fu tra i fondatori e i più attivi collaboratori dell’”Archivio Italiano di Scienze Mediche Tropicali e di Parassitologia” sin dal 1919, anno di esordio della rivista. Fu socio fondatore nel 1949 – all’età di ottantatre anni – della “Società medico-chirurgica della Romagna”, alle cui attività partecipò assiduamente, e sul cui Bollettino, “Romagna Medica”, frequentemente apparvero sue pubblicazioni (come i “Cenni storici sulla leishmaniosi in Romagna”, ampio e documentato excursus su questo tipo di affezioni allora diffuse nella zona: già oggetto di una sua comunicazione al convegno della Società, a Forlì, il 24 maggio 1953. Il 1° giugno 1952 all’assemblea della Società tenutasi a Cervia aveva tenuto una conferenza, che ebbe parecchio riscontro presso i colleghi, dal titolo “La Romagna ha vinto il paludismo”; sarà poi presente all’assemblea di Lugo nel 1954, a Cesena nel 1955, a Forlì nel 1956 ed ancora a Imola nel 1956. L’ultima sua attiva presenza in una riunione sociale avviene nel 1958, a Faenza, all’età di 92 anni).

Nel 1924-1925 scoppiò nella Repubblica di San Marino una grave epidemia di tifo. Felice Pullè accorse subito a prestare la sua opera (come già a Messina in occasione del terremoto del 1908, e ad Avezzano per il terremoto del 1913, e a Napoli nel corso dell’epidemia di colera di fine ottocento. L’epidemia, che avrebbe potuto avere conseguenze disastrose, fu rapidamente ed efficacemente combattuta, sotto la sua direzione, dal personale sanitario di San Marino. Per questa sua opera il Governo della Serenissima Repubblica lo decorò della Medaglia d’oro al Merito di Prima classe e delle insegne di Grande Ufficiale dell’Ordine di Sant’Agata; lo nominò inoltre Consulente Sanitario della Repubblica, carica che Pullè tenne fino alla morte, e lo fece cittadino onorario. Sempre nel 1925, il 26 maggio, il Governo sammarinese gli diede le credenziali come suo rappresentante per il conferimento di una medaglia d’oro a S.E. il Maresciallo Luigi Cadorna; e, il 4 ottobre, le credenziali come rappresentante della Repubblica al Congresso Internazionale sulla Malaria in Roma.

Nella seconda guerra mondiale, all’età di 73 anni, Felice Carlo Pullè partì nuovamente volontario col grado di tenente colonnello medico del Corpo degli Alpini. Data la sua specializzazione nel campo delle malattie tropicali, gli venne affidata la direzione dell’Ospedale Militare di Tripoli e quindi di tutti i Servizi Sanitari dell’Africa Settentrionale. Si prodigò per rimpatriare molti malati prima che essi cadessero prigionieri; e riuscì a fare evacuare una nave di feriti prima che questa affondasse. Per il suo comportamento fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. In quel periodo, la sua naturale curiosità intellettuale lo indusse all’esplorazione di una zona interna all’Oasi di Siva, presidio di Hom nel centro del Sahara Libico a Sud dell’Oasi di Murzuk, nella regione dei Laghi Salati; partì in compagnia di un brigadiere dei carabinieri. La piccola spedizione, composta da due persone e da due dromedari, lo portò, primo medico e forse primo europeo, a studiare le tribù interne allora semisconosciute (si trattava delle tribù note con il singolare nome di “mangiatori di vermi”, abitanti in due oasi a molte centinaia di chilometri all’interno del deserto libico, ove la temperatura media si aggirava sui 55 gradi centigradi. In quella zona del Sahara è rimasto il suo ricordo, “il grande stregone bianco Pullè”). Restò a Tripoli fino agli ultimi giorni della caduta della Libia. Si congedò per tornare a Riccione nel 1943. Fu in assoluto il più anziano combattente italiano.

Successivamente, nell’imperversare della guerra, si rifugiò con la famiglia nella tenuta di San Venanzio di Maranello, e là continuò la sua professione di medico, curando tutti e come sempre senza remunerazione alcuna. Maranello, situata nel notorio “triangolo rosso”, ebbe momenti drammatici di lotta fratricida fra partigiani e fascisti; le rappresaglie erano spietate. Dopo un conflitto a fuoco fra tedeschi e partigiani, con morti e feriti, nel pieno di una notte dell’inverno 1944 fu chiamato a prestare le sue cure. Si trovò in un casolare di campagna con tre feriti, due partigiani e un tedesco, e dopo aver concordato una tregua fra le parti riuscì a curare i feriti (e tutti li salvò): impose, con la sua autorevolezza vincendo le rimostranze dei partigiani armati, che la sua opera cominciasse dal più grave, in quel caso il tedesco. Finita la guerra, quel soldato non dimenticò: andò a ringraziarlo di persona a Riccione nell’estate del 1954. Anche i molti partigiani che curò a rischio della propria vita sempre gli furono riconoscenti. Dopo il passaggio del fronte, Pullè decise di tornare a Riccione per vedere quale fosse lo stato della situazione, e se potesse ricondurvi la famiglia. Era il 1945, aveva quasi ottant’anni, e nonostante l’età si mise in viaggio da solo con una bicicletta. Arrivato a Riccione, fu arrestato per ordine del locale Comitato di Liberazione. Venne rinchiuso in una piccola cella con altre persone a Sant’Arcangelo di Romagna; ma a causa delle dure condizioni della carcerazione (era costretto fra l’altro a dormire su di un tavolaccio) una vecchia ferita di guerra riprese a fargli male e si dovette così trasferirlo dopo due settimane all’Ospedale di Riccione. Là, nell’ospedale da lui voluto e costruito, rimase per due mesi, la sua camera piantonata da due uomini armati. Dopo i primi giorni la sorveglianza si fece meno rigida al punto che, nell’ospedale, Pullè veniva chiamato per l’assistenza sia dai medici sia dai malati. Il nipote Felicetto, saputo della carcerazione del nonno, volle andare a trovarlo: ma il Sindaco non volle sapere ragioni, e gli negò la visita (addirittura minacciandolo di arresto), nonostante l’intervento dell’amico riccionese Lorenzo Mancini. Ai molti amici che andavano per visitarlo, Pullè consigliava di non ritornare: non era raccomandabile farsi vedere amici del medico di Mussolini, in quei momenti. Tuttavia, quando i partigiani della zona di San Venanzio seppero del suo arresto organizzarono una spedizione armata per liberarlo. Solo l’intervento del figlio Frangiotto, che temeva più gravi conseguenze, mandò a monte il progettato blitz. Negli anni seguenti, quando i rancori si erano sopiti, incontrando i suoi carcerieri o le loro famiglie, tutte di Riccione, ebbe sempre per loro un saluto ed un sorriso, sinceramente ricambiato. E l’ultimo regalo di Natale prima della sua scomparsa, Pullè lo ebbe proprio da uno dei suoi oramai affezionati carcerieri. Perdonò sempre tutti, e sempre insegnò ai numerosi nipoti di non portare mai rancore.

Nell’ottobre del 1948 indisse a Bologna il VI Congresso Nazionale di Malattie dei Paesi Caldi e di Parassitologia, sul tema “La leishmaniosi in Italia” (tale malattia minacciava, in effetti, allora di diffondersi largamente nel nostro Paese); sua fu la relazione di apertura, “La leishmaniosi cutanea in Italia”. Risultato pratico di questo congresso fu di ottenere dal Governo l’istituzione di due Centri antileishmaniosi: uno a Cesena e l’altro a Riccione, i quali in breve ridussero di due terzi i casi in Romagna. Gli studi sull’argomento furono continuati dal suo allievo dottor Giuseppe Monti. Secondo le ricerche di Pullè era stata questa malattia a uccidere Napoleone: una sua pubblicazione sul tema arrivò nel 1954 alla terza edizione, ebbe risonanza mondiale e trovò collaboratori offertisi dall’Australia, America, Francia e Inghilterra.

Negli anni Cinquanta Felice Carlo Pullè risiedeva sempre di più nella sua villa di Riccione, situata davanti alla stazione ferroviaria. Nel ricordo del capostazione di allora, Lidio Lotti, si disegna la sua figura: «Pullè capitava spesso in Stazione, con passo lento, era già sui 90 anni, per mettere a punto il suo orologio con quello della ferrovia. Se mi vedeva, mi diceva sorridendo “Le rubo l’ora, signor capo” e se avevo tempo lo invitavo a sedere in ufficio per chiacchierare un po’. Durante una di queste chiacchierate mi congratulai con lui per essere stato uno dei principali artefici della brillante ascesa di Riccione in campo turistico. Lui, sorridendo, mi rispose semplicemente: “Io ho fatto poco o niente, Signor Lotti; sono stati i riccionesi, dal primo albergatore all’ultimo bagnino, gli artefici di tutto!”».

Nel luglio 1955 Pullè partecipò alla Settimana Geriatrica tenutasi a Verona, presentando una comunicazione dal titolo “Come sono giunto ai novant’anni” L’illustre novantenne narrò agli eminenti colleghi come, in tutta la sua vita, avesse fatto lavorare sia i muscoli sia il cervello. Dopo il Congresso Geriatrico di Verona apparve un articolo del Prof. Castellani su Pullè intitolato “ C’è da imparare dai vecchi”. Scrive Castellani: «Ascoltarlo è stata una gioia […] Nel trattato un concetto primario è: “come si fa a non abbreviare la vita?” Ebbene noi non l’avremmo mai saputo se non ce lo avesse insegnato il Prof. Pullè di Riccione, con una dimostrazione pratica che non ammette dubbi o contrastanti interpretazioni dottrinali. “Come ho raggiunto novant’anni” è stato il tema della sua piacevolissima conferenza che ha tenuto avvinto per un’ora un uditorio interessato e attento. Che vecchio mirabile! Vecchio? Tutto è giovinezza in lui, espressione del viso, vivacità dello sguardo e della parola, mobilità delle membra e agilità dello spirito: tutto è giovinezza tranne la data di nascita. Una viva corrente di simpatia lo accoglie non appena con passo agile e svelto il nostro giovane vegliardo sale sulla pedana: egli fissa un momento con occhi scanzonati l’uditorio e saltando via ogni cerimonioso preambolo affronta subito il tema: “Senza perder tempo a riesumare ritratti letterari o figure storiche, vi presento un tipo vivente di vecchio di mia conoscenza, un vecchio reale, garantito. Eccolo qui” e così dicendo si mette in posizione di attenti come un soldato reduce da una campagna vittoriosa. “Vi pare che sulle mie spalle pesino i novant’anni compiuti? Io il peso non lo sento affatto”; un mormorio di piccole affettuose esclamazioni ammirative accoglie quella dichiarazione: una frase di incredulità “No, non è possibile”, sussurrata con tono rispettoso da uno dei presenti, è presa al volo dall’oratore che forse l’attendeva e con l’aria di un signore di gran nobiltà risponde: ”E’ possibile ed è vero, e mi sento così poco vecchio che, salvo incidenti stradali, vi do appuntamento fra dieci anni per la seconda settimana geriatrica…” “Leggo negli occhi vostri una domanda che non è affatto audace e inopportuna, ma naturalmente istintiva: a quattro occhi vi darò tutti gli schiarimenti che vi premono: qui intanto posso dirvi che a novant’anni è imprudenza fare il dongiovanni – una risata dell’uditorio accoglie l’ammonimento… superfluo -; però sappiate che alle donne non spiace mai la galanteria d’un uomo, qualunque età egli abbia…”. Le signore accolgono quelle parole con un luminoso sorriso. Il maestro se ne compiace e sorride malizioso. Poi riprende la conversazione irrorata di aneddoti deliziosi, amenissimi, con una disinvoltura e uno spirito, con una facilità di parola ed eleganza di stile che incantano; la sua frase si snoda agile, il pensiero è nitidissimo. “Medicine non ne prendo perché non ne sento il bisogno. Seguo la buona profilassi igienica del corpo e soprattutto dello spirito; non adirarsi mai, per una deferenza alle coronarie, vivere in pace con tutti, per godere la pace del nostro animo; non dire mai male dei colleghi, per un rispetto a noi stessi; considerare l’esercizio della medicina una professione nobile e non un volgare mestiere; giudicare la vita con un granellino di sana filosofia, con indulgenza e perciò compatire, compatire, compatire. Queste sono le norme da seguire non per diventare vecchi, ma per vivere sereni. Quale età ritengo più bella? Quella nella quale si vive… vive a lungo chi vive bene”. Caro e buon vecchio collega, quanto mi sei apparso grande in quel momento, perché è proprio degli uomini veramente grandi confessare candidamente, come i fanciulli, i delicati sentimenti del loro cuore. Alla fine del corso, maestri e scolari si abbandonano alla gioia d’una gita sul lago di Garda dove sono sorpresi da una tempesta paurosa. Le onde investono con furia terribile il battello. Mai si era vista una simile burrasca sul lago. I gitanti stanno rannicchiati sotto coperta, pallidi dal terrore. Il Prof. Pullè è imperturbabile e tranquillo; conforta e rassicura i compagni di viaggio, va a scambiare qualche parola col pilota e poi si mette a osservare l’assalto delle onde con curiosità, con interesse, si direbbe quasi con certo godimento. La sera, lo incontro in un albergo del lago mentre balla un valzer con una graziosa signora. Finita la danza, lo avvicino e gli faccio i miei complimenti e gli domando della gita sul lago come è andata?- Benissimo: ho goduto uno spettacolo indimenticabile. “È lui che ci ha salvato – interruppe la graziosa signora – consigliando il capitano a cambiar rotta “. È così che il nostro valoroso collega ha salvato dal naufragio la settimana geriatrica, o per essere precisi i geriatri di Verona».

Nel corso della sua vita professionale Pullè ha dato alle stampe più di 34 pubblicazioni. Della sua attiva partecipazione alla vita associata dei colleghi medici, si è detto sopra. Dal 1951 al 1955 fu Presidente Onorario dell’Associazione Nazionale del Nastro Azzurro, e nel 1956 venne nominato membro dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena. Fu sino alla sua scomparsa Membro Accademico della “Rubiconia Accademia dei Filopatridi” di Savignano sul Rubicone, presso cui tenne varie conferenze, una delle quali sul “Morbo di Menière”. Fino all’età di novant’anni si dilettò nello scrivere poesie: molto sentimentali e romantiche. Nel febbraio 1960 fu organizzato in suo onore a Riccione un Trebbo alla presenza dell’Onorevole Macrelli e del Senatore Spallicci. Nell’occasione il Sindaco si rivolse a lui come «il più eletto figlio vivente di Riccione».

Negli ultimi anni, se qualcuno gli porgeva il braccio per aiutarlo ad attraversare la strada, rifiutava con sorridente gentilezza, dicendo che non poteva permettersi «maggiordomi di lusso… perché sono povero». I riccionesi lo indicavano ai villeggianti in un modo semplicissimo: «E’ il conte Pullè».

Nel 1999 gli viene intitolata la “Casa Protetta Felice Pullè” per anziani di Riccione, nel cui atrio, alla presenza delle autorità cittadine, si scopre un suo busto celebrativo in bronzo voluto dal Rotary Club di Riccione. Nell’occasione il medico Prof. Pietro Pasini tiene un discorso sulla sua figura: «Conserverò sempre nel cuore i colloqui nel suo studiolo, quando con reverenza gli esponevo la mia assoluta decisione di volere essere medico. Mai critico, mai cinico, mai negativo: severo e protettivo al tempo stesso, seppi poi che il suo giudizio era stato: “ E’ bravo; chiede consiglio”. Ma è stato in un momento successivo, al momento della mia laurea in Medicina, il prof. Felice novantaseienne, provatissimo dalla recente morte dell’adorato figlio Frangiotto, che ho avuto chiara la percezione dei motivi che avevano reso così significativa e rispettata la vita e l’opera di Felice Pullè: quando, nel giuramento di Ippocrate, ho letto l’impegno sacro richiesto al medico “pura manterrò la mia vita ed immacolata la mia arte” ho sentito che questo io avevo ammirato nell’uomo e nel medico Felice Pullè, questo era stato l’impegno assunto e mantenuto per tutta la Sua lunga vita da quell’uomo probo e medico sagace, distaccato studioso e generoso filantropo, ufficiale e gentiluomo. Grazie Professore!».

L’ottimismo e la freschezza dell’avventura di Pullè nell’ambito professionale e scientifico, nel servizio a favore della società, attraverso due guerre mondiali, sono all’insegna di un entusiasmo che oggi è diventato difficile trovare. La caccia con gli sci nell’inverno boreale di Murmansk a meno 45 gradi e l’esplorazione, a dorso di cammello, dei Laghi salati nell’estate torrida del Sahara libico, le libere docenze, le tante pubblicazioni conservano ancora oggi tutto il loro interesse umano.

Negli ultimi anni sono apparsi diversi articoli commemorativi e un libro sulla sua figura scritto da Giancarlo D’Orazio, dal titolo: “La storia di Riccione e di un uomo d’altri tempi, il Prof. Felice Carlo Pullè”.

In occasione del centenario della nascita di Miramare, località balneare tra Rimini e Riccione, (1905-2005) è stata istituito un trofeo per gare veliche intitolato a suo nome quale fondatore della cittadina. Inoltre, sempre nella medesima ricorrenza, per ricordare i primi sviluppi della località, il giornalista riminese Silvano Cardellini in un suo articolo scrive “…poi il conte Pullè ebbe a costruire la sua villa ispirandosi al castello di Miramare di Trieste, villa andata distrutta dal terremoto del ’16. E da questo riferimento triestino deriva il nome Miramare”.

Muore a Riccione l’8 febbraio del 1962.

 

ONORIFICENZE E DECORAZIONI

Commendatore della Corona d’Italia
Grande Ufficiale dell’Ordine di S. Agata
Cavaliere della Croce di S. Stanislao delle Spade
Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Offertosi volontariamente di compiere studi ed esperienze contro le congelazioni, vi si dedicava con intelligenza, zelo ed instancabile attività, recandosi a constatarne i risultati nelle trincee di prima linea, nonostante il fuoco della fucileria avversaria, dando prova di coraggio e disprezzo del pericolo. Nell’eseguire le sue osservazioni rimaneva ferito»; Medio Isonzo, novembre 1916

Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Trovandosi casualmente presso un reparto di Fanteria, contribuiva con fermezza ed energia all’opera del comandante del reparto stesso intesa a ricondurre l’ordine nei soldati impressionati ed allarmati per lo scoppio di bombe a mano avversarie. Il suo pronto intervento rendeva possibile, nonostante il persistente fuoco nemico, di rincorare la truppa e condurla in posizione defilata, evitando così possibili gravi perdite»; Falde del Sabotino, 8 agosto 1916

Ferito nelle trincee del S.Marco ad Est di Gorizia, 1917
Croce al Merito di Guerra – Zona di guerra 14 ottobre 1918
Medaglia commemorativa della Guerra con le fascette per gli anni 1915-‘16-‘17-‘18
Medaglia dell’Unità d’Italia
Medaglia istituita dal Comandante Gabriele d’Annunzio per i Legionari di Fiume
Medaglia commemorativa delle Squadre Fasciste
Medaglia commemorativa della Marcia su Roma
Medaglia d’Oro al Merito Civile di Prima Classe conferita dal Consiglio Grande e Generale della Serenissima Repubblica di S. Marino con la seguente motivazione:

«Durante l’epidemia tifoidea nella Repubblica graziosamente assunse la direzione di tutti i servizi sanitari e la diretta assistenza degli ammalati, ognora prodigatosi con sapienza, intelligenza ed amore, incurante d’ogni pericolo e d’ogni sacrificio»; 23 marzo 1925

Medaglia d’Argento al Valor Civile per atti di valore compiuti durante il salvamento delle vittime del terremoto di Messina, 1908
Medaglia d’Argento commemorativa del terremoto di Messina
Medaglia del terremoto di Avezzano dove pure si recò a portare la sua opera di salvataggio
Medaglia di bronzo dei Benemeriti della Salute Pubblica per l’opera prestata durante l’epidemia di colera di Napoli

 

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI
Sulla vaccinazione. – Contributo allo studio dei soffi anemici del laureando Felice Pullè. – Moncone doloroso e coreico. – Contributo allo studio del soffio anemico al cuore. – Alterazioni istologiche in un rene diabetico. – Osservazioni e ricerche sperimentali intorno all’azione della tubercolina sull’organismo, specialmente sulla tossicità delle urine. – Un caso di cancro del digiuno, con osservazioni diagnostiche. – L’iniezione alla Bierbella sciatica. – Quali scrofolosi debbono essere scelti dai Comitati di Beneficenza per la cura marina. – Norme di talassoterapia nei fanciulli scrofolosi. – La cura degli scrofolosi anemici colle iniezioni di acqua di mare. – Le lesioni da congelamento e un mezzo per prevenirle. – Proposta di un mezzo per riparare dalla pioggia il soldato in marcia e in trincea. – Il pane del soldato in trincea. – La stanchezza mentale delle vedette nelle linee del fuoco. – Congelamenti, patogenesi e cura. – Piedi congelati e fasce per le gambe. – Relazione all’Ecc.ma Reggenza della Repubblica di S. Marino sull’epidemia di tifo avutasi nella Repubblica nell’inverno 1924-25. – La cura dell’acqua marina per via orale. – Norme di profilassi del tifo. – Pel Centenario di Maurizio Bufalini. – Eventuale presenza di protozoi e metazoi nell’appendice dell’uomo. – La Romagna ha vinto il paludismo. – Tentativo di cura dell’amebiasi infantile col frutto del sorbus domestica. – Nuovi orizzonti nella diagnosi e terapia dell’appendicite. – La cura specifica delle diarree da protozoi nell’infanzia. – La guarigione dell’epilessia colla nosoterapia del plasmodio della malaria e della spirocheta Duttoni. – La patogenicità della lamblia intestinalis.Un nuovo acaro parassita della mosca domestica. – La broncospirochetosi del Castellani e le pseudotubercolosi. – L’epatite tropicale che uccise Napoleone a Sant’Elena. – Le diarree delle Colonie, loro eziologia e cura. – Proposta di una più semplice classazione nelle tripanosomiasi umane. – L’oxiuris vermicularis longicauda (specie nuova). – Tecnica sanitaria e igiene urbanistica nelle Colonie. – La leishmaniosi cutanea in Italia. – Come sono giunto ai novant’anni.

a cura di Lina Pullè ed Eleonora Santini

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Frangiotto Oddone Maria Pullè, di Felice e Fanny Ricci, nasce a Riccione il 4 febbraio del 1904 e muore a Riccione il 19 agosto del 1961. Esploratore portaordini nella Prima Guerra Mondiale all’età di 11 anni, il 27 Giugno del 1915 accompagnato dallo zio Senatore Francesco Lorenzo, si reca al fronte spingendosi fino alle trincee sotto il Podgora e durante questo giro presso la linea del fuoco che ha l’onore di essere presentato a Sua Maestà che ispezionava la zona. Per l’opera prestata in questo periodo e per la sua giovane età, la Croce Rossa Italiana gli decreta uno speciale encomio. Piccolo Esploratore, nel 1919 aderisce a Bologna all’Avanguardia Giovanile Studentesca, diretta emanazione dei primi Fasci di Combattimento. Diciassettenne, partecipa con la squadra “Amarissima” alla Marcia su Roma. E non appena nasce la Milizia, farà parte dei suoi ranghi. Assolve agli obblighi di leva come sottotenente di Artiglieria ed è assegnato al Corpo Automobilisti. La sua giovinezza è caratterizzata dalla passione per lo sport. Entusiasta delle manifestazioni motoristiche, partecipa, con onorevoli piazzamenti, a numerose competizioni, fra le quali gare automobilistiche sul Circuito di Monza e la Milano-Taranto in moto. Si laurea in Giurisprudenza a Urbino nel 1929. Il 6 febbraio 1932 sposa a San Marino Giannina Candiani. Dal matrimonio nascono sette figli. Fonda nel 1936 a Riccione il Moto Club “Berardi”, del quale sarà presidente fino al 1941. La sua esuberante passione per gli sport motoristici lo porta ad interessarsi anche di aviazione. Partecipa al corso di pilotaggio nella scuola di Ponte S. Pietro. Come Presidente del Comitato Comunale dell’Opera Nazionale Balilla si adopera con energia per appassionare i giovani alla pratica sportiva. E’ Capo Manipolo della M.V.S.N. e Cavaliere dell’Ordine di S. Agata della Repubblica di S. Marino. Volontario, partecipa alla guerra d’Africa (1935-1936) come pilota, rimanendo ferito nel cielo di Maccalè. Ancora giovanissimo, nel 1931, è nominato Podestà di Riccione, incarico che riveste, con la parentesi della guerra d’Africa, fino al 1943. Partecipa alla Seconda guerra mondiale con il grado di capitano pilota. Durante il periodo della sua amministrazione comunale, che regge con scrupolosa obiettività, contribuisce notevolmente allo sviluppo turistico di Riccione: sia con opere pubbliche di grande importanza, quali la costruzione del primo lungomare cittadino, il potenziamento dell’alberatura, l’edificazione della darsena, del Palazzo del Turismo ed altre iniziative, sia riuscendo a far confluire a Riccione alti personaggi, al vertice della vita pubblica italiana di allora. Contribuisce inoltre a valorizzare Riccione a mezzo della stampa nazionale ed internazionale. Anche nei momenti più difficili, la sua personalità si rivela ricca di intelligente operosità, di solidarietà e comprensione umana. Nell’ultima legislatura fascista viene nominato Consigliere Nazionale e Sottosegretario di Stato per il Turismo e lo Spettacolo. Nello stesso periodo è presidente dell’Azienda di Soggiorno di Riccione. Dirigente LAI (Linee Aeree Italiane – attuale Alitalia); dirigente TIMO (Telefoni Italia Medio Orientale); consigliere per vari anni della Cassa di Risparmio di Rimini. Presidente FIPS (Federazione Italiana Pesca Sportiva), da lui fondata il 27 Giugno 1942, intuisce l’importanza che sul mare e nelle acque interne avrebbe avuto questo sport, oggi assai popolare. Dopo aver dato i natali alla FIPS è anche l’artefice primo dello Statuto e del Regolamento federali, che, dopo essere stati discussi ed approvati, si rivelano strumenti quanto mai pratici ed idonei a regolare la democratica vita dell’organizzazione sia al centro sia alla periferia. Collabora alla nascita della Confederazione Internazionale della Pesca Sportiva e in essa rappresenta, dopo la guerra, sia l’Italia sia San Marino. Sempre nel campo marittimo presta la sua opera per il collegamento della FIPS con il Ministero della Marina Mercantile e con le Capitanerie di Porto, adoperandosi per il sorgere di sezioni e società lungo i litorali. A lui si deve la successiva floridezza della Federazione nel settore. Dopo la Guerra e la caduta del Fascismo riprende la sua attività di avvocato, soprattutto nel settore amministrativo. Dotato di non comuni doni di intelligenza e cultura, fin dalla prima gioventù ama scrivere. Pubblica varie opere e scrive articoli con apprezzata competenza. Parla un italiano perfetto, tiene conferenze molto seguite .Riesce con la sua eloquenza a trascinare l’uditorio dove vuole, lo porta a passare brevemente dal riso alla commozione; è un tribuno. Alla vivace intelligenza si accompagna la creatività e la ricchezza di idee, molte delle quali destinate a concretizzarsi. La sua forza di volontà si dimostra in particolare nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quando, a quarant’anni, con moglie e sette figli da mantenere, deve ricominciare tutto da capo: e nel giro di un anno riprende in pieno la sua attività. Ottimista di carattere, ha sempre il sorriso sulle labbra. Si conquista larga notorietà in campo nazionale per le sue molteplici e apprezzate attività. Oltre ai numerosi incarichi professionali che l’hanno reso noto negli ambienti economici, è presidente per l’Europa dei “Fratelli della Costa”, una organizzazione internazionale di appassionati del mare (e nell’ambito dell’associazione coltiva, con gli altri “fratelli”, il progetto di un’isola artificiale quale approdo turistico). E’ Console delle Leghe, promotore e presidente del Lions Club di Riccione – Rimini. Lo sviluppo turistico della “Perla Verde” gli deve molto. Fino alla fine Frangiotto continua ad interessarsi dei problemi cittadini. La sua scomparsa lascia un sincero rimpianto in tutta la cittadinanza. Al corteo funebre, preceduto da un picchetto di avieri della V Aerobrigata, (era capitano pilota), prende parte una grande folla e molte sono le personalità venute a Riccione da fuori, a portargli l’ultimo saluto. Inviano le bandiere di rappresentanza l’Azienda di Soggiorno, la Cassa di Risparmio di Rimini e l’Associazione Invalidi di Guerra. Numerose le corone, fra cui quelle del Lions Club, del Club Nautico, del Moto Club locale, dei Fratelli della Costa e del Circolo Cittadino. Lascia ai figli un testamento spirituale nel quale si sente il suo orgoglio di appartenere alla famiglia Pullè, e l’affetto infinito per i suoi sette figli: “Il mio paese e la mia famiglia sono sempre stati gli scopi principali della mia vita. Desidero che i miei figli perpetuino questo attaccamento tradizionale. Essi sono nati “conti Pullè” e come tali devono vivere e morire. Non ci sono più feudi né privilegi di casta, ma c’è sempre la virtù di un vecchio nome altamente onorato e la possibilità di opere, che vanno al di là della persona e restano nel tempo, che danno la coscienza, a se e agli altri, della propria condizione morale. Questo è quello che conta, lo ricordino i miei figli, essere sempre moralmente superiori, il resto è misera vicenda.(…) Ripeto che il mio principale desiderio è che la mia famiglia viva in Riccione e in San Venanzio, mantenendo sempre la sua sede nella casa paterna e avita, dove saranno sempre onorati e stimati, come noi lo fummo, dove le nostre opere a favore del paese e dell’umanità sofferente hanno inciso così profondamente, che difficilmente, malgrado le vicende della vita, saranno dimenticate”.
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Il contratto di assicurazione si deve considerare come nato in Italia, La malaria deve considerarsi infortunio agricolo, Il criterio della responsabilità aquiliana nel diritto aereo, La sovranità dello Stato sull’atmosfera, L’indirizzo della moderna tecnica automobilistica ed il probabile automobile dell’avvenire, Poesie e scritti vari su giornali letterari, Una commedia in tre atti: “Di donne e di Mare……” in collaborazione col fratello Federico.

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    1 Commento

  1. Egregi Signori,
    gradirei avere notizie sui quadri fotografati qui sopra: quale autore/autrice? quali anni? quali i nomi delle persone ritratte? Sarebbe possibile averne riproduzione ingrandita?
    Ringraziando, porgo cordiali saluti
    Alba Canali

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