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Protetto: Aemilia Ars

Protetto: Aemilia Ars

AEMILIA ARS (Aemilia Ars, Bologna 1898-1903) (Aemilia Ars Merletti e Ricami, Bologna, 1903-1935) La Società Aemilia Ars sorse nel 1898, col proposito di creare un rinnovamento nel campo delle arti applicate, con concetti simili a quelli di analoghe imprese straniere che ebbero però altri esiti e seguiti. Ideatore dell’impresa Alfonso Rubbiani, che vi portò l’osservazione attenta e lo studio dell’arte medievale come atteggiamento di base nel quale s’innestava l’attingere alle forme della natura, agli ornati vegetali anche con eleganti figurazioni zoomorfe, elementi questi di schietta derivazione liberty; sempre però visti più come un recupero di antiche forme espressive preesistenti, che non come nuove sperimentazioni nel campo dell’arte. Queste sue concezioni, con componenti di fondo preraffaellite ed influssi goticizzanti, soprattutto per quel che riguarda l’architettura e le arti applicate, avranno un’influenza non trascurabile sul clima culturale bolognese e in particolare su artisti come Achille Casanova, Alfredo Tartarini, Giuseppe Romagnoli, che lo coadiuvarono nella attività artistica dell’Aemilia Ars. Grande successo ottenne la sala allestita dall’Aemilia Ars per l’Esposizione Internazionale di Torino del 1902, alla quale erano presenti personalità artistiche tanto diverse come Marcello Dudovich, Alfredo Baruffi, Giuseppe Romagnoli, Augusto Sezanne e Giulio Casanova. Furono ammirati in modo particolare i cartelloni di Dudovich, le sculture di Romagnoli, le rilegature in cuoio sbalzato, e gli ex Libris di Baruffi e i pizzi; furono invece criticati i mobili, appesantiti dall’eccessiva decorazione floreale. L’intento di Rubbiani e dei suoi collaboratori era invece trovare nuove strade per l’arte decorativa, togliendo ogni sovraccarico e seguendo come principio ornamentale la naturalezza; scriverà egli stesso: “Non si deve sagomar mobili come edifici, perchè è gentile pensiero supporre che vegeti ancora la nobile pianta e ricordarne la vita. Fate che coll’intaglio, l’oro e il colore, il legno lanci rami, fiori e frutti”, e ancora : “Invece d’abusare delle noiose greche, stendete sugli sportelli d’un armadio una spalliera d’iris o una siepe di cardi feroci” e esorta a figurare sopra una tavola intarsiata “un prato di margherite”. Il rapporto della giuria di Torino, motivando il Diploma d’onore, diceva “…nella recente storia del movimento novatore dell’arte decorativa l’Aemilia Ars tiene rispetto all’Italia il posto medesimo che occupa l’Inghilterra in faccia al mondo”, dimostrando così di aver compreso insieme al valore, anche i...

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Italia ride. La pubblicazione Liberty

Italia ride. La pubblicazione Liberty

La pubblicazione esce con il n. 1 il 6 gennaio 1900, per volontà dell’editore Amilcare Zamorani per i tipi della Zamorani e Albertazzi, seguendo la fortuna del periodico “Bologna che dorme”. Gran parte degli autori dei testi e delle immagini del giornale precedente lavorano per ‘Italia Ride’, migliorando ancor più la qualità artistica e letteraria ed ampliando la diffusione oltre il territorio locale. Il tono culturale della rivista è elevato, soprattutto a confronto con gli altri giornali umoristici bolognesi e non, con spunti artistici e letterari spesso di raffinata ideazione. Grande rilievo è dato alla qualità tipografica: gran parte dei numeri è in bicromia non solo nei frontespizi, ma anche nelle pagine interne, caratteristiche che diventeranno comuni per il loro costo solo un decennio dopo. Sono chiamati a collaborare diversi artisti di fama nazionale, quali Balestrieri, Cambellotti, Chini, Kienerk, Soffici ed altri. Il contributo di questi autori non residenti a Bologna è limitato all’inserimento di grafiche che a volte hanno scarsa relazione con i testi, mentre gli artisti bolognesi – tra cui Baruffi, Bompard, Dudovich, Romagnoli – tengono più fede al rapporto tra immagine e scrittura. Come per ‘Bologna che dorme’, anche in questo caso è Augusto Majani che contribuì maggiormente al periodico. ‘Italia Ride’ si ispira a modelli stranieri quali ‘La revue blanche’ e ‘Le Rire’ francesi, la tedesca ‘Jugend’ e la viennese ‘Ver Sacrum’, tanto da creare una pubblicazione senza precedenti in Italia. La presa di posizione modernista, il suo tono raffinato, il prezzo non economico sono tutti fattori che portano ad un ampio riconoscimento di critica ma non di vendite. La rivista si rivela un grosso fallimento economico e l’editore dopo che sono usciti 26 numeri è costretto a cessare l’attività il 23 giugno 1900. E’ forse per questo motivo che mancano nella rivista i lavori di tanti artisti e scrittori indicati tra i collaboratori, tra cui Leonardo Bistolfi, Mariano Fortuny, Telemaco Signorini. Italia ride. Direttore – proprietario: Amilcare Zamorani. Direttore artistico: Augusto Majani fino al n.13; dal n. 14 redazione artistica comprendente Alfredo Baruffi, Luigi Bompard, Marcello Dudovich e lo stesso Majani. Autori delle illustrazioni: Lionello Balestrieri, Maria Barberi, Alfredo Baruffi (Barfredo), Antonio Bauzon, Flavio Bertelli, Giovanni Biadene, Gigi Bonfiglioli, Luigi Bompard, G. Bonora, P....

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Le antiche Terme di Porretta tra storia e leggenda

Le antiche Terme di Porretta tra storia e leggenda

La storia degli antichi stabilimenti termali di Porretta, incastonati nei boschi più verdi dell’Appennino Bolognese, si perde nella leggenda. Sembra infatti che un bue abbandonato dal suo padrone perché ammalato, sia tornato a casa nel pieno del suo vigore dopo essersi abbeverato alle fonti di acqua termale. Conosciute fin dai tempi dei Romani e forse già frequentate dagli Etruschi, le Terme di Porretta diventano ben presto una meta ambita per uomini di Stato, illustri letterati e personaggi facoltosi, che oltre a dissetarsi alle fonti miracolose, lasciano importanti testimonianze nei loro scritti. E così, dal devoto Medioevo passando per i fasti rinascimentali, la notorietà di Porretta e delle sue acque cresce sempre più, e arriva fino alle raffinate atmosfere della Belle époque, per conoscere infine il turismo di massa nel Dopoguerra. Straordinario esempio di Liberty italiano, le antiche terme porrettane custodiscono un vero e proprio gioiello artistico, la “Sala Bibita”, il cui soffitto simula una grotta naturale intarsiata di splendide maioliche policrome. Come testimoniano le foto dei primi del Novecento, la corte antistante il complesso termale non era solo un luogo dove perpetuare il rito millenario dell’accesso alle acque guaritrici, ma rappresentava anche un esclusivo punto d’incontro per gli ospiti più eleganti, che qui venivano per rilassarsi, stare insieme, perfino ballare sulle dolci note di una piccola orchestra. Sono queste le atmosfere da sogno che hanno ispirato molti registi famosi. Da Pupi Avati, che qui ha diretto “Una gita scolastica” (1983), a Cristina Comencini, che negli antichi stabilimenti termali ha trovato uno scenario ideale, oltre che obbligato, per girare il più recente “Va dove ti porta il cuore” (1996), tratto dall’omonimo romanzo di Susanna Tamaro, ambientato proprio nella cittadina termale. Cultura, arte, cinema. Da Porretta è passata la grande storia, rimasta sedotta dal bel vivere che si respira in questi luoghi, e dalle atmosfere ricche di fascino e raffinata eleganza. Ad ospitare tutto questo, il complesso delle antiche terme e l’ambiente naturale che avvolge gli edifici come la scenografia di un teatro. Per salvare questo patrimonio dal degrado, alcuni cittadini di Porretta hanno inserito le antiche Terme di Porretta nel censimento nazionale I Luoghi del Cuore, promosso dal FAI – Fondo Ambiente Italia, fondazione senza scopo di lucro nata nel...

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Cirillo Manicardi con la Cooperativa Pittori nell’Hotel Centrale Bagni

Cirillo Manicardi con la Cooperativa Pittori nell’Hotel Centrale Bagni

“Malgrado le diverse occupazioni dell’insegnamento e dei lavori privati, il Manicardi fu per sette anni – dal 1901 al 1908 – alla Direzione della locale Società Cooperativa Pittori [di Reggio E.]. Anche in questa carica la sua spiccata competenza fu continuamente di ausilio nei tanti lavori di particolare importanza condotti a compimento della Società e molti giovani e provetti operai trovarono in lui un’ottima guida e sempre vennero spronati dal solerte consiglio, illuminato da amorevole e paziente comprensione. Nel 1908, prima di lasciare tale carica per nuovi impegni, il Manicardi diede anche l’opera sua diretta per la decorazione del grande Salone da pranzo dell’Hotel Central Bagni di Salsomag-giore. Complessivamente furono 15 pannelli ad olio su tela, a forma di fregio (di cm. 80 x 300 ciascuno) che vennero eseguiti e collocati intorno alle pareti del Salone. Il motivo svolto è un completo succedersi di graziose scenette animate da putti in pose e atteggiamenti sempre di-versi e quanto mai graziosi. La figura 59, che ne offre un degno saggio, può certo mostrare a chiunque tutta la vita, il movimento, la leggerezza che colmano ogni pannello”. Così il biografo Angelo Davoli descrive i pannelli di Manicardi per le decorazioni  liberty dell’Hotel Central Bagni, realizzate dalla “Cooperativa fra lavoranti pittori decoratori inverniciatori e imbiancatori” di Reggio Emilia, filiale di Salsomaggiore (1). Le due foto seguenti mostrano la sala da pranzo dell’hotel prima e dopo l’applicazione alle pareti delle tele dipinte ad olio. Di questo “fregio” diede notizia il periodico settimanale “Salsomaggiore – Gazzettino balneare” pubblicato a Borgo S. Donnino (Fidenza), in un articolo pubblicato il 4 luglio 1908. Dalla stessa fonte, in un articolo del 1910, apprendiamo che furono decorate ad encausto anche le pareti d’ingresso dell’Hotel ad opera sempre della Cooperativa Pittori di Reggio Emilia su soggetto di Cirillo Manicardi: “Fra le cose migliori che abbiamo notato quest’anno, anzi cosa cospicua per sè, è certo la nuova decorazione dell’ingressi del Grande Hotel Centrale Bagni. Si tratta di lavoro eseguito con processo all’incausto, in istile classico modernizzato e composto di un fregio che gira tutto intorno alle pareti e, in parte, anche sul soffitto, cui si collega con un festone d’alloro”. Le decorazioni e gli arredi liberty furono eliminati in un periodo imprecisato, forse già negli anni...

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Protetto: Fotogallery di edifici a Salsomaggiore Terme

Protetto: Fotogallery di edifici a Salsomaggiore Terme

Progetto, ricerche, coordinamento: Prof. Gabriele Brunani Riprese fotografiche: Elisa Gorrara, Enzo Trauzzi Carlo Toscani, Nello Bocelli Pubblicazione digitale: Arch. Giovanni Rossi   Anche un inventario dei ferri battuti che decorano gli edifici e sono complementi dell’architettura più rappresentativa di Salsomaggiore può diventare l’occasione per ripercorrere le tappe storiche dello sviluppo della ville d’eaux a partire dalla fine del secolo XIX. La borgata infatti, dove fin dai tempi antichi si ricavava il prezioso sale dall’acqua del suo sottosuolo, fu investita da una radicale e veloce trasformazione in seguito all’utilizzo del liquido salsoiodico in campo medico. La nuova industria del termalismo che si stava affermando in Europa, sia in virtù dei progressi del Positivismo scientifico e dell’igienismo, sia sulla scia dell’incalzante moda della villeggiatura salutare, coinvolse Salsomaggiore e la data di avvio si fa risalire al 1839, l’anno delle prime applicazioni terapeutiche con “acqua madre” su iniziativa del medico locale Lorenzo Berzieri. Solo nel 1860, però, entrò in funzione un edificio degno di essere definito “stabilimento balneare”. Progettato dall’architetto parmense Pierluigi Montecchini, fu innalzato nei pressi della fabbrica del sale poiché inizialmente le due attività coesistevano, e oggi quel terreno è occupato dal complesso delle Terme Berzieri. L’edificazione del primo stabilimento dei bagni, architettonicamente in sintonia con le tipologie che avevano caratterizzato lo sviluppo di Parma ottocentesca, diede impulso all’apertura di alberghi e case d’alloggio per i bagnanti, anche trasformando strutture esistenti. E’ il caso dell’Albergo Detraz che utilizzò gli spazi del convento dei Serviti già abbandonato dall’ordine religioso a causa delle soppressioni napoleoniche. Fino al 1890 l’aspetto edilizio ed architettonico del centro termale corrispose alle tipologie del territorio, poiché ad investire nella nuova industria dei bagni erano intervenuti personalità della politica e dell’economia parmense, come ad esempio il marchese Guido Dalla Rosa. Poi giunse Giuseppe Magnaghi, rappresentante della più avveduta imprenditoria lombarda e nel volgere di pochi anni Salsomaggiore raggiunse una dimensione internazionale. Quando del 1895 furono aperte le “Grandiose Terme Magnaghi” all’insegna della modernità e della tecnologia avanzata, si annoveravano tre stabilimenti per le cure (dopo il “Vecchio” nel 1873 era stato costruito il “Nuovo” denominato anche “Dalla Rosa”) ma il Magnaghi offriva la più vasta gamma di prestazioni e applicazioni terapeutiche. Nella decorazione degli ambienti e dei saloni...

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La stagione del Liberty a Parma

La stagione del Liberty a Parma

di Anna Mavilla Cinquant’anni or sono la nostra città, pur avendo perduto da pochissimi lustri l’invidiato vanto d’essere la capitale d’uno Stato, era assai più provinciale d’oggi, tanto nell’aspetto esteriore quanto nella vita interiore. Le strade, tutte selciate con i ciottoli del torrente, erano scarsamente illuminate da radi lampioni a gas, che, nell’imbrunire, il lampionario con la sua lunga pertica accendeva ad uno ad uno e spegneva all’alba. D’inverno la neve rimaneva per intere settimane ad ingombrare le vie e certi cumuli non esposti al sole finivano di sciogliersi in aprile. Nei quartieri meno frequentati l’erba cresceva tra i sassi come in campagna […]. La miseria del popolo era grande: la povera gente, specie nell’oltretorrente, viveva, si può dire, sulla strada per non ammuffire nei luridi tuguri, senz’aria e senza luce, dei quartieri più infetti e malfamati. Le industrie locali si riducevano ad un paio di filande, ad una fiorente fabbrica di busti e ad alcuni calzaturifici […]. La città tutta recinta di mura e di bastioni era come soffocata, e intorno ad essa si stendevano i campi con poche case coloniche (1). Dunque, agli inizi del Novecento, Parma è una città «provinciale […] tanto nell’aspetto esteriore quanto nella vita interiore», almeno nella disincantata testimonianza di Arnaldo Barilli, del tutto alternativa, nella sua piena adesione alla realtà (ancorchè spiacevole), al mito anacronistico delle perdute glorie ducali e dell’abbandonata autonomia culturale e artistica, che per molti decenni ne avrebbe alimentato un’immagine “aurea”. Eppure, proprio dopo la svolta del secolo, in concomitanza con una ripresa dell’edilizia pubblica e residenziale (preciso documento del mutare delle condizioni storico-economiche e culturali, connesso alla progressiva distruzione degli antichi possenti bastioni cittadini e all’utilizzo delle aree di risulta, nonché agli abbattimenti dell’Oltretorrente, ma di certo anche sollecitato dalla varietà vivace e stimolatrice di idee internazionali che a seguito del successo dell’esposizione di Parigi del 1900 anche in Italia cominciavano a circolare), anche nel panorama architettonico parmense si manifesta la fioritura, differenziata e personalizzata, di quello «stile Liberty minore» (2) (nel senso che non offre, salvo debite eccezioni, monumenti di speciale sontuosità e di originale evidenza, ma piuttosto campionari di casi correnti, saggi delle varie tipologie strutturali e formali che avevano via via il sopravvento) (3), nel...

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