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Vittorio Emanuele Bressanin

Vittorio Emanuele Bressanin

VITTORIO EMANUELE BRESSANIN
(1860 – 1941)

La tela Modestia e Vanità  si colloca come un unicum nella produzione pittorica di Vittorio Emanuele Bressanin, artista origi­nario di Musile di Piave ma trasferitosi anco­ra giovane a Venezia per frequentare i cor­si presso la locale Accademia di Belle Arti. Indirizzato dal maestro Pompeo Gherardo Molmenti verso un recupero del Settecen­to “privato” veneziano fatto di maschere e galanterie, in un revival tiepolesco condiviso anche da Giacomo Favretto, Bressanin si fa interprete del classicismo accademico di fine secolo. Il suo esordio è affidato all’opera L’Ul­timo Senato che apre l’Esposizione Naziona­le Artistica di Venezia del 1887. Lodata per la sua “venezianità” da Molmenti che deciderà di acquistarla, la tela non manca di riceve­re pareri sfavorevoli: mancanza di aderenza nella ricostruzione storica e “indeterminatez­za d’espressione” (L’Esposizione 1887, 16 ot­tobre) sono le critiche avanzate dalla stampa locale. Gli anni novanta lo vedono impegnato nella decorazione di chiese, edifici pubblici e palazzi, dal soffitto della Beata Vergine del Soccorso a Rovigo alla più nota torre di San Martino della Battaglia dove lavora a fianco di altri artisti veneti chiamati a realizzare un ciclo di affreschi commemorativi di stampo risorgimentale. Nel 1894 ottiene il ricono­scimento nazionale con il premio Principe Umberto alla Seconda Esposizione di Belle Arti di Milano dove espone Fuoco spento, di­pinto che tradisce il suo avvicinamento alla produzione verista. Tre anni dopo partecipa alla Biennale con La bottega del caffè che gli assicura il premio Max Liebermann di 2.500 lire. Con il Baro, dipinto presentato alla Bien­nale del 1901, l’artista conferma la sua voca­zione a un gusto ancora accademico, sebbe­ne aggiornato su effetti luministici e spunti psicologici, che lo accompagna fino alla fine della sua carriera. L’opera in mostra rappresenta una parentesi estemporanea all’interno del percorso artisti­co di Bressanin che qui sceglie di abbando­nare la dimensione trasognata del settecen­to veneziano per accostarsi a un simbolismo di tipo allegorico-mitologico. È un’immagine carica di significati allegorici quella in cui l’artista presenta, contrapposte l’una all’altra, le due figure della Modestia e della Vanità: avvolta da un panneggio bianco, chiara al­lusione alla purezza, la prima sensuale e con il seno scoperto la seconda, affiancata dal simbolo stesso della superbia, il pavone. Un moralismo di indubbia derivazione preraffa­ellita, su esempi erotico-idealizzati di Dante Gabriel Rossetti, evocato anche dalla pre­senza simbolica dei fiori. Nella contrapposi­zione tra lo spazio bidimensionale compres­so del primo piano e l’atmosfera idealizzata del paesaggio sullo sfondo si palesano echi degli influssi simbolisti e secessionisti di fine secolo con cui Bressanin si confronta alle prime esposizioni veneziane. L’opera viene esposta alla Biennale di Venezia nel 1899. Nello stesso anno entra nelle collezioni della Galleria di Ca’ Pesaro come dono di Raimon­do Franchetti.

Vittorio Emanuele Bressanin modesti e vanità opera d'arte liberty

BIBLIOGRAFIA: L’Esposizione Artistica Nazionale Illustrata Venezia 1887, n. 27, 16 ottobre 1887; Ter­za Esposizione d’Arte della Città di Venezia, Ve­nezia 1899, p. 70; N. Stringa, Venezia dalla Espo­sizione Nazionale Artistica alle prime Biennali, in La Pittura nel Veneto. L’Ottocento, a cura di G. Pavanello, Electa, Milano 2002, I, pp. 95-97; A. Forni, Bressanin Vittorio Emanuele, ivi, II, pp. 662­663; C. Sant, in Ca’ Pesaro. Galleria Internazionale d’arte moderna Venezia, a cura di G. Romanelli, Marsilio, Venezia 2011, p. 86 n. 50. Testo tratto da: Aa. Vv. Liberty, uno stile per l’Italia moderna, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2012

Isabella Collavizza

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