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Torino, capitale del Liberty piemontese

Torino, capitale del Liberty piemontese

Di on gen 27, 2016 in Regione Piemonte | 0 commenti

La fortuna dello stile Liberty ha la sua premessa nelle grandi Esposizioni Universali di Londra, di Vienna, di Parigi e di Torino, realizzate tra i XIX e il XX secolo. Queste Esposizioni – a loro volta concepite come il mezzo più efficace per far conoscere alle masse (non ancora vittime dei persuasori occulti e del consumismo che dilagherà nella seconda metà del

Novecento) le meraviglie tecnologiche e i nuovi manufatti della Seconda Rivoluzione Industriale – hanno preparato il terreno al rapido diffondersi del nuovo stile in Belgio, in Francia, in Germania, in Austria, in Italia… Si pensi solo alla risonanza internazionale che ebbe l’Esposizione parigina del 1889, famosa per la discussa (allora) Tour in ferro e acciaio progettata e messa in opera dall’ ingegner Alexandre-Gustave Eiffel, che, fin dal giorno della sua inaugurazione, vide un’affluenza di visitatori che andava al di là delle migliori aspettative, e che ambiva a rappresentare il trionfo della scienza, della tecnica e delle arti, in particolare della meccanica e dell’energia elettrica (celebre, tra gli altri, lo spazio espositivo dedicato alle macchine, dove si potevano ammirare i generatori dell’ elettricità necessaria all’illuminazione e alle fantasmagorie di luci che caratterizzavano l’Esposizione, la quale intendeva celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’umanità nel centenario della grande Rivoluzione, in quella capitale che, da allora, venne non per niente chiamata anche Ville Lumière. L’Italia partecipò con la presentazione di opere del suo artigianato di alta qualità come i mosaici romani, le pietre dure fiorentine, i vetri veneziani, i coralli napoletani, oltre a suoi prodotti alimentari tipici e a vini pregiati. Va ricordato, per la cronaca, che all’Italia fu riservato un importante spazio espositivo dedicato a una nuova scienza: l’antropologia criminale fondata dal nostro Cesare Lombroso.

Sull’onda lunga dell’enorme successo dell’Expo parigina si realizzò a Torino una seconda Esposizione generale italiana (la prima fu realizzata nel 1884) nel 1898, al Parco del Valentino (dove rimane ancora a suo ricordo la fontana dei dodici mesi, su disegno di Carlo Ceppi); ma quella che influì direttamente sulla fisionomia Liberty della Torino altoborghese nei primi anni del Novecento fu l’Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna (Aprile – Novembre del 1902), anch’essa al Valentino..

Il progetto esecutivo generale fu curato dall’architetto Raimondo D’Aronco, mentre l’esecuzione dei lavori fu affidata agli architetti Annibale Rigotti, Giovanni Vacchetta e Pietro Fenoglio. Al D’Aronco si deve la realizzazione del padiglione dell’Automobile e del Ciclo, di quello delle Belle Arti e del Palazzo Centrale, dove trovarono spazio i maggiori esponenti dell’Art Nouveau europea. Nel settore italiano spiccano la presenza del palermitano Ernesto Basile e la mostra delle ceramiche Richard-Ginori. Da ricordare anche la rilevanza che ebbe per la diffusione del nuovo stile la rivista mensile fondata in quell’anno da Alfredo Melani ed Enrico Thovez “L’Arte Decorativa Moderna”, che cesserà le pubblicazioni nel 1907.

Questa Esposizione Universale fa di Torino il più importante centro propulsore del Liberty in Italia, anche grazie all’opera di artisti come Leonardo Bistolfi, Davide Calandra, Antonio Vandone da Cortemiglia (l’architetto di Casa Maffei, in corso Montevecchio 50, dove i bassorilievi dello scultore Giambattista Alloatti si fondono armoniosamente con il ferro battuto delle balconate e con le parti in muratura).

Ma l’interprete più significativo dell’architettura Liberty torinese e, quindi, italiana, è l’architetto-ingegnere Pietro Fenoglio, che, nello stesso anno dell’Esposizione Internazionale, firma due opere che costituiscono   due mirabili esempi del nuovo stile: Villa Scott, in corso Giovanni Lanza (scelta da Dario Argento come location per alcune scene del film Profondo rosso) e Casa Fenoglio-La Fleur, in corso Francia angolo via Principi d’Acaja. Progettata inizialmente come dimora per la sua famiglia (Fenoglio era il primo di sette fratelli e non si è mai voluto sposare) non fu mai abitata da nessuno dei suoi familiari. La Fleur è il nome del primo acquirente, un imprenditore francese. In questa casa nulla è lasciato al caso: dai telai delle finestre, agli elaborati rilievi in litocemento, ai caloriferi in ghisa, agli stipiti in legno e alle maniglie delle porte, tutto è stato disegnato personalmente dal progettista.

Per questo Casa Fenoglio-La Fleur rappresenta, in un certo senso – come ha scritto Bruno Gambarotta su La Stampa del 24/10/2014 –   il manifesto della sua poetica d’artista. La fusione degli ornati con le parti strutturali dell’edificio, l’andamento curvilineo delle parti in ferro battuto, la levità e luminosità delle grandi vetrate della torre del bow window che congiunge le due ali dell’edificio, fanno da contrappeso alla pesantezza del cemento armato. Si può capire quindi perché, secondo Rossana Bossaglia, “La casa Fenoglio-La Fleur resta per noi forse il più bell’esempio di architettura Liberty in italia, certo il più puro nel senso Art Nouveau”.

di Fulvio Sguerso

 

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