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Villa Ruggeri

Villa Ruggeri

Di on set 10, 2013 in |

La vicenda dello stile Liberty a Pesaro negli ultimi anni dell’Ottocento e nel primi del Novecento si impernia sul villino edificato nella zona mare da Oreste Ruggeri, il dinamico industriale farmaceutico nato a Urbino nel 1857 e stabilitosi a Pesaro dopo il successo dei suoi prodotti farmaceutici – specialmente i “glomeruli”, a base di solfato di ferro, contro l’anemia – diffusi in Italia e all’estero da un originale e moderno battage pubblicitario dallo stesso ideato.

Nel 1898 aveva rilevato la piccola fabbrica di ceramiche Berarducci e soci, situata nel Casone grande di via Cavour: la manifattura ceramica Ruggeri produsse pezzi di stile Liberty per cinque anni, contribuendo, unitamente alla grafica, a diffondere a Pesaro lo stile Liberty, che la personalità del Ruggeri valorizzò anche in altri settori delle arti applicate: i ferri battuti, l’ebanisteria, la decorazione d’ambiente.

Varie ragioni indussero l’industriale farmaceutico, urbinate ma ormai pesarese, ad iniziare nel 1902 la costruzione del suo villino al mare.

Innanzi tutto le autorità comunali di Pesaro, che avevano già predisposto un piano di sviluppo della città nella zona compresa tra le mura orientali ed il mare, stimolavano i cittadini più facoltosi a costruire villette in quei terreni allora ancora usati come orti o comunque utilizzati a scopi agricoli, ma che erano destinati a diventare la nuova città giardino, ideale urbanistico-culturale delle nuove classi emergenti.

Ruggeri, con la decisione di costruire il villino, non soltanto volle aderire all’appello delle autorità cittadine ma dimostrò di avere compreso che la sua forza economica e la sua capacità di iniziativa gli consentivano di divenire il pioniere di quella zona-mare che aveva certamente un avvenire nella prospettiva futura di sviluppo della città.

Nel 1902, i coniugi Ruggeri avevano già i loro sei figli e in un bel palazzo gentilizio del centro storico in via Sabbatini, avevano sia la loro abitazione che lo stabilimento farmaceutico.

L’industriale, da igienista positivista quale era, pensò che il villino, costruito a qualche decina di metri dall’arenile, sarebbe stato la soluzione più comoda per consentire alla sua famiglia di godere dei bagni estivi e avrebbe rappresentato la dimostrazione clamorosa di un folgorante successo sociale, in piena consonanza, all’inizio del nuovo secolo, con l’identificazione liberty dell’Art Nouveu e del modernismo come stile della classe borghese ricca o agiata.

Nello stesso anno 1902 la costruzione della nuda struttura era già terminata, mentre i complessi lavori decorativi esterni ed interni, sono durati cinque anni, coinvolgendo artisti, artigiani e maestranze pesaresi di altissimo livello.

L’edificio, che copre una superficie di appena 90 mq. ed ha un’altezza non superiore ai 15 metri, sorge in un giardino recintato a forma di pentagono, che ha una superficie di circa 800 metri. La splendida cancellata che lo completava, opera del pesarese Ferdinando Bardeggia, è andata distrutta nel 1936: è rimasto soltanto il grande cancello a due ante sorretto da due pilastri ricostruiti nel restauro del 1963 e a cui si appoggia la nuova più leggera e meno impegantiva cancellata rifatta su disegni di Francesco Giannei.

Anche serra, grande sedile piastellato, gazebo, piante, aiuole e vialetti di quel giardino tipicamente Libety sono scomparsi, distrutti dalla guerra: è rimasto soltanto una grande fontana circolare, decorata da grosse aragoste.

Le quattro facciate sono diverse l’una dall’altra ma nell’insieme, pur avendo la facciata orientale una decorazione assai più ricca delle altre, sono ottimamente tra loro armonizzate e danno un senso di straordinaria omogeneità all’edificio per effetto dei molti motivi stilisticamente aggreganti del naturalismo della spericolata decorazione a stucco con il complesso arabesco che copre quasi interamente le superfici. Altro elemento aggregante oggi scomparso: il cromatismo naturalistico esasperato di tutto il complesso, esaltato da una sorta di broccato verde, porpora e oro dipinto nelle parti a specchio delle facciate e confermato dai vetri delle finestre, perduti durante la guerra.

Il portone esistente, di legno laccato grigio-verde chiaro, ripete parzialmente il disegno assai bello del portone di bronzo, opera di Alfredo Cartoceti, sostituito nel 1921 e nel quale erano anche scolpiti in bassorilievo i busti del Ruggeri, della moglie e dei figli.

La dovizia di finestre, munite di persiane soltanto nel 1921, dimostra il grande amore per l’aria e per la luce che qualifica l’epoca modernista e che ha qui una fedelissima consacrazione.

Nel 1907 l’edificio, ormai completato, fu occupato dal Ruggeri e dalla sua famiglia: quando il villino fu inaugurato tutti gli infissi, la decorazione delle stanze e l’arredamento erano coerenti all’edificio, compresi i lampadari, le maniglie delle finestre, le coperte dei letti e le stoviglie: originariamente non c’era niente che non fosse Liberty.

Già prima della guerra del 1940 erano avvenute all’interno alcune trasformazioni e modifiche, e durante il periodo bellico come nel periodo immediatamente successivo ebbero luogo gravissimi guasti con la perdita di molte decorazioni a tempera, delle vetrate colorate delle finestre, del rivestimento in pelle bulinata, grandi piastrelle ceramiche e legno della stanza da pranzo, di lampadari, degli opalescenti vetri diffusori dei portalampade e di numerosi mobili. L’odierna sistemazione degli ambienti del seminterrato e del piano rialzato non è più quella originaria, mentre nessuna modifica è stata apportata al secondo piano. nella soffitta, pur essendosi conservata la ripartizione originaria in quattro vani, si è trasformato uno di questi in bagno.

La rampa delle scale con ringhiera che conduce ai piani superiori si può attribuire al pesarese Ferdinando Bardeggia su disegno di Brega.

SECONDO PREMIO ex aequo

L’esecuzione dei mobili della stanza da pranzo sembra si debba a Venturini per il legno e a Federici per il cuoio.

Il secondo piano comprende le stanze da letto, il gabinetto da bagno e uno studiolo. E’ questa la parte della casa in cui si è meglio conservata la decorazione originale con molti degli stucchi e dei dipinti di Brega. le stanze sono denominate dai motivi decorativi floreali: la “stanza dei glicini”, la “stanza dei narcisi”, la “stanza dei girasoli”.

Nella totale carenza di documenti, rimane il problema dell’attribuzione del complesso rappresentato dal villino, la cui realizzazione era stata affidata da Ruggeri all’architetto Giuseppe Brega che, nato a Urbino nel 1877, diresse la costruzione di molti edifici nella città-giardino di Pesaro e altrove.

L’analisi critica dell’architettura e le citazioni tratte dalla scarsa documentazione storica disponibile, dalle fonti orali e dalle valutazioni degli studiosi, inducono a credere fondatamente che esistevano dei disegni preparatori di un ignoto architetto francese dotato di geniale inventiva, e di cui Ruggeri e Brega hanno completato il discorso, forse appena accennato: appare verosimile ipotizzare che Ruggeri abbia suggerito delle idee, indicato soluzioni, buttato giù schizzi. E’ certo che la coerenza tra macrostruttura e microstruttura, globalmente presente ed avvertibile, sia dovuta a lui, come d’altro lato gli è congeniale l’ossessiva presenza del suo monogramma e certa ridondanza nella decorazione. Egli sicuramente svolse la funzione di coordinatore e di “regista” di tutta l’opera. in relazione sia alla sua provata esperienza e sensibilità artistica, sia alle ragioni economiche che lo spingevano e lo stimolavano ad agire in una determinata direzione.

Brega che è un uomo di straordinario talento, va accreditato dell’elaborazione delle proposte originarie sia dell’architetto francese che di Ruggeri, con il contributo certamente frequente di suoi interventi creativi. E’ sua la realizzazione del linguaggio grafico-decorativo aggregante di autentica qualificazione modernista che avvolge il villino in modo unitario, è certo lui l’esecutore dello stupendo effetto di evanescenza e delle ondulate eleganze del prospetto orientale, è lui a curare in ogni minimo dettaglio la progettazione dlle parti accessorie del giardino e i disegni operativi della recinzione e dei ferri. All’interno dipinge personalmente o insieme ai suoi giovani allievi le pareti e i soffitti, e prepara i piani di lavoro delle decorazioni a stucco, degli infissi e dei mobili.

Il villino è un frutto collettivo molto bene armonizzato, che contiene in sè ed esplicita i valori più profondi del Modernismo; il carattere di opera compiuta da più personalità creative tra le quali anche interpreti minori come gli artigiani; la scelta dell’architettura in quanto modo per dare forma ad uno stile capace di investire le microstrutture: la cancellata, gli ornamenti da giardino, le inferriate, le balaustre, le impannate, le invetriate, i portoni e addirittura le porte interne, il mobilio, gli altri arredi e la decorazione degli ambienti in genere.

Nello sviluppare in ogni momento armonicamente e coerentemente i suggerimenti forniti dalla geniale inventiva dell’ignoto architetto francese, Ruggeri e Brega compirono il loro lavoro al villino senza dubbio in straordinaria e feconda affinità spirituale, come del resto enuncia la scritta in caratteri Liberty sull’architrave dell’ingresso principale: “Concezione di Oreste Ruggeri proprietario e di Giuseppe Brega esecutore – urbinati – 1902 – 1907″.

(TESTO TRATTO DA: arteliberty.it; Comune di Pesaro)

Altri articoli: www.italialiberty.it/villinoruggeri | www.flickr.com/photos/andreaspeziali

 

Scheda tecnica

  • Denominazione ricorrente Villino Ruggeri
  • Altre denominazioni
  • Indirizzo PESARO, Piazzale della Libertà 1
  • Progettista Giuseppe Brega
  • Committente Oreste Ruggeri
  • Anno/periodo di costruzione 1902-1907
  • Bibliografia

    L. Ingrid Paolucci, Il Villino Ruggeri in stile Liberty a Pesaro, Arti Grafiche Stibu 2007
    L. Fontebuoni, Due momenti del Liberty a Pesaro, Belli editore 1978
    A. Speziali, Romagna Liberty, Maggioli editore, Santarcangelo 2012
    F. Tesini, Pesaro. Itinerari di una città d’arte, Arti Grafiche Pesaresi Editore 2009, p. 21

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