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Casina delle Civette

Casina delle Civette

Di on nov 2, 2018 in |

La Casina delle Civette, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938, anno della sua morte, è il risultato di una serie di trasformazioni e aggiunte apportate alla ottocentesca Capanna Svizzera che, collocata ai bordi del parco e nascosta da una collinetta artificiale, costituiva in origine un luogo di evasione rispetto all’ufficialità della residenza principale.
Ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia, si presentava come un manufatto rustico con paramenti esterni a bugne di tufo ed interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno.

I due edifici di cui consta oggi il complesso architettonico, il villino principale e la dipendenza, collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo, nulla o quasi hanno a che fare con il romantico rifugio di sapore alpestre ideato nell’Ottocento dallo Jappelli, se non per le strutture murarie dei due corpi di fabbrica principali disposti ad “L”, per l’impronta volutamente rustica, per l’uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista e per la copertura a falde inclinate. Infatti, già dal 1908, la Capanna Svizzera cominciò a subire una progressiva e radicale trasformazione per volere del nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr., assumendo l’aspetto e la denominazione di “Villaggio Medioevale”; i lavori furono diretti dall’architetto Enrico Gennari e il piccolo edificio divenne una raffinata residenza con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate. Dal 1916 l’edificio cominciò ad essere denominato “Villino delle Civette” per la presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, eseguita da Duilio Cambellotti già nel 1914, e per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, uomo scontroso e amante dei simboli esoterici.

Nel 1917 l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.
L’impronta di Fasolo è riscontrabile nella scelta dei volumi che si aggregano e che si intersecano prendendo corpo in una grande varietà di materiali e particolari decorativi.Elemento unificante delle molteplici soluzioni architettoniche è la tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, per il quale venne utilizzato la lavagna in lastre sottili, variamente sagomate, contrapposta alla vivace cromia delle tegole in cotto smaltato. Gli spazi interni, disposti su due livelli, sono tutti particolarmente curati nelle opere di finitura; decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali, sculture in marmo mostrano la particolare attenzione del principe per il comfort abitativo. Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate vengono tutte installate tra il 1908 e il 1930 e costituiscono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto. La distruzione dell’edificio iniziò nel 1944, con l’occupazione delle truppe anglo-americane, durata oltre tre anni.
Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì la Villa, sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose. L’incendio del 1991 ha aggravato le condizioni di degrado della Casina, unitamente a furti e vandalismi.
L’immagine odierna della Casina delle Civette è il risultato di un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito dal 1992 al 1997, che, con quanto ancora conservato e sulla base delle numerose fonti documentarie, ha permesso la restituzione alla città di uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso.

LE MAIOLICHE – Nel villino troviamo elaborate maioliche fornite dalle ditte Richard Ginori, Cantagalli e Villeroy e Bosch, come risulta dai libri mastri dell’Archivio Torlonia, ma non sempre è possibile attribuire all’una o all’altra ditta la paternità dei singoli lavori.
Di alta qualità sono sicuramente le policrome maioliche che rivestono gran parte dei tetti dei bow-windows e delle loggette, il bel pavimento della hall, le piastrelle a disegni liberty che rivestivano i due bagni al primo piano, il pannello con il nido di civette nella lunetta del sovrapporta all’ingresso della pagoda ottagonale.
Purtroppo molte piastrelle di rivestimento sono andate perdute.

I TETTI – I tetti della Casina delle Civette presentano una molteplicità di soluzioni architettoniche il cui elemento unificante è la tonalità grigia del manto di finitura che, all’origine, era in ardesia, ma che negli anni 1915-17 l’architetto Fasolo sostituì con un materiale innovativo, l’eternit, che sarà poi eliminato e sostituito di nuovo con ardesia, con i lavori di restauro effettuati in seguito all’incendio del 1991. In contrapposizione ai toni grigi di gran parte delle coperture, vi sono tettoie e parti di tetto con tegole realizzate in cotto smaltato dalle vivaci cromie e dagli arditi accostamenti del turchese e bordeaux, del giallo e verde, del blu e verde, del rosa e turchese, con coppi di giunzione decorati a foglie d’acanto

LE VETRATE – A Roma l’avventura liberty inizia nei primi anni del ventesimo secolo con grande creatività. La sperimentazione e varietà di tecniche hanno come centro nevralgico la bottega del maestro vetraio Cesare Picchiarini (1871-1943), iniziatore del rinascimento dell’arte vetraria, che creò attorno al suo laroratorio, intorno al 1910, un piccolo gruppo di artisti, fra i quali Duilio Cambellotti (1876-1960), Paolo Paschetto (1885-1963), Umberto Botazzi (1865-1932) e Vittorio Grassi (1878-1958), che iniziarono l’opera di valorizzazione dell’antica tecnica vetraria, adattandola alle nuove esigenze decorative della casa moderna e alle esigenze della borghesia, committente delle opere.

Le loro produzioni verranno caratterizzate da una rinuncia agli “effetti pittorici” e all’abitudine del vetro pitturato a fuoco. Nei primi tempi permane nella loro produzione un certo eclettismo, con la presenza di temi medioevali o pre-raffaelliti. Con la maturità arrivarono i temi geometrici e zoomorfi, innovazioni tematiche che introdussero una nota di grandiosità ed eleganza negli spazi domestici.
Le loro opere cominciarono ad avere una rilevanza internazionale che portò a delle commissioni sempre più importanti da parte della borghesia romana, che voleva adornare le proprie case secondo la moda del tempo. Gli artisti del gruppo romano continueranno a disegnare vetrate a temi geometrici e naturalistici per i borghesi, mentre le vetrate istoriate, paradigma della tecnica antica, rimarranno confinate nella produzione ecclesiale e funeraria. Con la chiusura, alla fine degli anni venti, del laboratorio Picchiarini, iniziò la fine dell’avventura liberty romana. Un esempio dell’arte del vetro, nel periodo liberty, è certamente la Casina delle Civette, voluta da Giovanni Torlonia Jr ; qui possiamo osservare differenti modelli di vetrate realizzate fra il 1908 e il 1930 ad opera del Laboratorio Picchiarini, su bozzetti di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto, massimi esponenti del liberty romano. Nella Casina delle Civette, esempio incomparabile di stile liberty, dopo il restauro che l’ha convertita nell’attuale Museo della Vetrata Liberty, possiamo ammirare l’evoluzione della tecnica delle vetrate nel periodo compreso fra il 1910 e il 1925. Opere come “Civette”, “I migratori” o “La fata” ci permettono di osservare la grande varietà cromatica dei disegni di Duilio Cambellotti; il mondo animale è ben rappresentato dai “Cigni” e “I pavoni” di Umberto Bottazzi, mentre gli elementi naturalistici sono alla base delle vetrate disegnate da Paolo Paschetto, come “Rose, nastri e farfalle” o “Ali e fiamme”. Il mondo simbolico compare nella maravigliosa vetrata intitolata “L’idolo” di Vittorio Grassi.

Casina delle civette a Roma - Foto di Raymond DEJONGI FERRI BATTUTI – L’illuminazione del complesso era affidata a varie lampade, sia all’interno che all’esterno: lungo i prospetti alcune belle lanterne in ferro battuto erano rette da altrettanti bracci dal disegno elaborato, che racchiudeva le iniziali del principe, GT (Giovanni Torlonia), mentre le stanze avevano bei lampadari con decori zoomorfi o vegetali.
Solo alcuni si sono conservati: tra questi quelli con i delicati trifogli che erano nella stanza omonima; l’elaborato lampadario circolare con foglie e capsule con semi di papavero che scende dal soffitto della Stanza da letto del principe, e il lampadario con voli di rondini, posto nella Hall. Altri elementi decorativi in ferro li ritroviamo in alcune sovrapporte, nel parapetto della scala della dipendenza, e nel parafuoco collocato nella Stanza dei trifogli.

LE BOISERIES – Al pianterreno della Casina ben tre stanze erano riccamente decorate con boiseries: la Sala da pranzo, il Fumoir, la Stanza delle civette.
Attualmente le boiseries sono presenti solo nella Sala da pranzo, recuperate con un complesso intervento di restauro. La Sala è interamente rivestita di pannelli in legno con delicati intarsi, alti poco più di un metro, che incorniciano le quattro porte a vetri con un disegno a corone vegetali analogo a quello degli stucchi lungo l’imposta della volta.
La decorazione raffigura foglie e bacche di lauro, ed è arricchita da intarsi di ottone, con disegni geometrici o spighe di grano, e da inserti in legno più chiaro a rendere nastri e tralci.

LE DECORAZIONI A STUCCO – Gli ambienti più rappresentativi della Casina delle Civette presentano una ricca decorazione a stucco, integrata o raccordata alle decorazioni pittoriche, alle vetrate, alle boiseries o alle stoffe da parati.
Gli stucchi più significativi sono quelli della Stanza delle rondini (nidi di rondini agli angoli raffiguranti le fasi dell’innamoramento, della cova e della nascita e nutrimento), del Salottino dei Satiri (tralci d’edera sulle pareti, lumache sulle cornici e, nell’occhialone della lanterna, un giro di otto satiretti accovacciati) e della Sala del “chiodo” (fregio e rosone centrale con disegno a grappoli d’uva e tralci e pampini di vite).

Scheda tecnica

  • Denominazione ricorrente Casina delle Civette
  • Altre denominazioni Villa Torlonia
  • Indirizzo ROMA, via Nomentana 70
  • Progettista Giuseppe Jappelli
  • Committente Alessandro Torlonia
  • Anno/periodo di costruzione 1840
  • Bibliografia

    www.museivillatorlonia.it

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