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Luigi Bompard

Luigi Bompard

LUIGI BOMPARD
(1879 – 1953)

Nacque a Bologna l’8 sett. 1879, da padre francese, Giulio, e madre italiana, Cesira Oppi. Fu praticamente autodidatta e a questa circostanza si deve, con tutta probabilità, quell’atteggiamento di apertura nei confronti delle correnti meno scontate che gli permise, nei primi anni di lavoro, di offrire valide prove delle sue indubbie doti artistiche.

Particolamente importante fu anche, per lui l’influenza della grafica tedesca, soprattutto attraverso la rivista Jugend; ne sono evidente dimostrazione i primi disegni eseguiti, a partire dal 1900 (in quello stesso anno il B. espone, per la prima volta, a Bologna), per L’Italia ride, la pubblicazione che nei suoi brevi anni di vita (1900-1905) rappresenta una delle più significative testimonianze della diffusione in Italia dell’art nouveau. Diffusione che si verificò, appunto, attraverso la mediazione tedesca, come rilevavano soprattutto gli amici meno benevoli, che rimproveravano alla rivista di “ridere” troppo spesso “d’un riso teutonico” (E. De Fonseca, La diritta via, in Novissima, V [1905].

Come è stato già osservato, fin dall’inizio il liberty italiano appare condizionato, pur nella fortunata diffusione, anzi proprio in dipendenza da essa, da “una resistente temperie piccolo borghese”, e ciò appare particolarmente evidente nella grafica, dove “la stilizzazione è raramente condotta fino in fondo, specie nel manifesto pubblicitario: vi rimane un margine di non risolto e descrittivo, dove subito si addensano implicazioni psicologiche…” (Bossaglia, pp. 65 s.). Ed è in questo contesto che, tra i minori, il B. appare una figura esemplare. Non solo per le opere più schiettamente liberty, come i disegni per L’Italia ride, la bella litografia La Rugiada (in Novissima, V [1905]), la dignitosa affiche per la Rassegna contemporanea (ill. in D. Villani, Storia del manifesto pubblicitario, Milano 1964, p. 131) o il dipinto Sensazione esposto alla VI Biennale veneziana (1905), ma anche, e soprattutto, per la rapida involuzione artistica della sua produzione a partire dal secondo decennio, che non si può non ricondurre a quella “temperie piccolo borghese”.

Già da prima, anzi, come dimostrano i disegni per L’Illustrazione italiana (tra gli altri, quelli del 1909: pp. 369, 401- 457, 521), il B. si era adagiato in una convenzionale maniera illustrativa priva di ogni mordente; e se altre opere, contemporanee o di poco posteriori, quali le tavole per La conquista del polo Sud di E. H. Shackleton (1909) o le Tre Grazie (del 1912, esposte a Milano alla V Esposizione dell’Associazione degli acquarellisti lombardi), mostrano una più meditata ricerca formale, le intenzioni e gli esiti non sono mai tali da determinare un giudizio sostanzialmene nuovo. A questo processo non fu estranea l’influenza di certa cultura franco-italiana facente capo a Boldini, che il B. conobbe certo a Parigi, dove espose al Salon d’Automne del 1909 e dove si recò successivamente altre volte. Influenza rilevabile anche nella scelta dei temi, che si orientano sempre più verso la rappresentazione di personaggi ed episodi di vita del bel mondo. E come pittore del bel mondo il B. sarà ben presto noto in Italia e all’estero (si vedano, tra le altre, le incisioni esposte alla Mostra nazionale dell’incisione del 1915, a Milano, alla Esposizione dell’Associazione italiana acquafortisti e incisori, Londra 1916). Allo scoppio della prima guerra mondiale il B. era a Parigi, dove seguiva per L’Illustrazioneitaliana e l’Illustrationfrançaise il processo Caillaux. A questo periodo è anche databile un disegno rappresentante D’Annunzio che, con altri dedicati ad artisti di fama (Mascagni al pianoforte,Puccini alla scrivania), conferma l’irreversibile scelta per una tematica di facile effetto e di sicuro successo. In quest’ambito si definisce anche la produzione successiva al trasferimento a Roma, dopo la fine del conflitto, con i grandi olii (ritratti di Luciano Zuccoli, di Emma Gramatica, di Lyda Borelli), con i pastelli della serie delle Femminilità, con i disegni per Il Travaso,Il Giornale della Domenica e La Stampa e soprattutto con la serie delle Danzatrici (pubblicata in volume nel 1935, con prefazione di Lucio D’Ambra). Il rapporto con certa cultura francese persiste, ma al livello più basso: le Danzatrici sono solo definibili come la versione italiana delle pin-up che illustrano le riviste galanti o il programma di una revue-diner. Appare quindi vistosamente maldestro il tentativo di Lucio D’Ambra di farle in qualche modo passare come “le donne del nostro tempo”, cioè del regime fascista. L’incapacità di aderire come semplice illustratore anche alla facile oleografia fascista faceva perciò del B., fin dagli anni ’30, un sopravvissuto. Gli avvenimenti successivi non potevano non ribadirlo. Alla sua morte, avvenuta a Roma il 24 febbr. 1953, l’autore delle Danzatrici appariva addirittura sorpassato.

 

Bibl.: L’unica fonte monografica è costituita dal volume L. B., Danzatrici,30 disegni, prefazione di L. D’Ambra, Milano 1935. Si veda inoltre: H. Vollmer, Künstler-Lexikon des XX. Jahrh.s, I, p. 259; A. M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittoriital.moderni…, Milano 1962, I, p. 217 con la bibliografia precedente. Un utile cenno anche in R. Bossaglia, Il Liberty in Italia, Milano 1968, pp. 65 s. Fonte: Treccani

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