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Itinerario Liberty a Mondello

Itinerario Liberty a Mondello

La borgata balneare di Mondello è donna e nella costruzione romantica di questo mito della Belle Époque, sono gli allievi della scuola di Ernesto Basile a disegnarne il nuovo volto e su tutti impera lui, Salvatore Caronia Roberti (1887-1970). Clelia, Fernanda, Franca, Jole, Luisa, Teresa, Ida, Tecla, Maria Teresa, quando non sono i cognomi altisonanti del sistema della ricca borghesia palermitana di primo Novecento, i nomi dedicati dei villini modernisti sono tutti nomi di donne e costruiscono l’immagine estetica Art nouveau della città giardino voluta dalla società italo-belga nel pantano bonificato di Mondello dove per prima cosa arrivano le opere di urbanizzazione con la tramways de Palerme.

Sono Antonino Lo Bianco (1870-1946), Pietro Scibilia (1889-1971), Giuseppe Vittorio Ugo (1897-1987), lo stesso Ernesto Basile (1857-1932) e dunque Caronia Roberti l’architetto della impresa di costruzione Rutelli, gli artefici della costruzione di quasi tutta questa bellezza imponente e diffusa. Ma c’è di più in questo brano di città progettata dai progettisti, voluta da una classe politica lungimirante, costruita da una borghesia amante della bellezza integrata ai necessari guadagni imprenditoriali ed è nel percorrere ancora oggi la via d’accesso al mare del viale Regina Margherita.

In questo itinerario floreale, dal villino Clelia al villino Franca, passando per i Villini Fragoletta-Arrivas, Sofia, Fernanda, Luisa,Tecla, Jole in questa ideale retta Caroniana fino a raggiungere il basiliano villino realizzato nel 1924 per il pittore Salvatore Gregorietti, assistiamo ad un costrutto di bellezza che idealmente ci permette di immaginare attraverso un colossale impatto visivo, ciò che abbiamo perso in termini di ricchezza urbana col sacco edilizio perpetrato tra le vie Libertà e Notarbartolo in poco più di un ventennio di barbarie del dominio di uno scadente cemento armato condominiale…

 

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Foto di Paola Schillaci

Foto di Paola Schillaci

Se opportunamente riqualificati fossero i viali pedonali e la cura del dettaglio dell’arredo urbano fosse ancora una volta affidata al talento dei migliori progettisti e designer, Mondello potrebbe aspirare a divenire nuovo tassello Unesco di matrice floreale così come la si pensò a principio del secolo scorso, sede di una vera e propria gara tra raffinati progettisti non sempre e solo Liberty.

Luigi e Nicolò Mineo, Paolo Bonci, Lucien Francois e Rudolf Stualcker con le loro realizzazioni fuori dal gusto basiliano, completano un interessante quadro di stili architettonici armonizzati attraverso la tipologia del villino e del giardino inteso come vero e proprio elemento di sostenibilità ambientale che al netto delle selvagge decapitazioni degli alberi degli ultimi giorni e che è auspicabile si fermino subito, restituiscono ancora un’immagine di bellezza integrata al paesaggio malgrado l’urbanizzazione barbara e fuori controllo abbia saccheggiato un pò ovunque le aree un tempo libere.

Mondello né ha davvero bisogno se né vogliamo conservare la bellezza ed il monito per le generazioni future. Emblema di questa decadenza che come un morbo divampa ormai ovunque, è l’imbarazzante destino a cui sembra non aver scampo il villino che nel 1910 progetta e realizza Ernesto per il pittore Rocco Lentini che del villino in via Alvise realizza le sublimi decorazioni floreali dei prospetti che cadono a pezzi sotto gli occhi silenti di tutti.

Già, perché la bellezza, come diceva Ezra Pound, è difficile! Difficile da costruire, difficile da mantenere, difficile da trasmettere con una classe politica che non comprende ancora quanto il nostro “Oro culturale” sia costruito dalla bellezza a noi giunta dal passato e che se non verrà valorizzata come necessario attrattore turistico, si andrà via via sfarinando come gli intonaci dai rossi accessi che Lentini volle per se a lui intorno.

Una nota positiva però sento di doverla lanciare. Con buona approssimazione, per uno studio che sto compiendo insieme ai colleghi architetti Ferdinando Scalia e Giulia Argiroffi, ci siamo resi conto che quasi tutti i villini sono strutture in cemento armato, a noi giunte in straordinario stato di conservazione, su cui è calata una pelle di intonaco probabilmente Li Vigni o simile, che intarsia attraverso l’abaco delle soluzioni stilistiche del grande maestro Art nouveau, le facciate dei prospetti arricchite dai ferri battuti e decorate negli interni dal cenacolo di artisti del calibro di Bevilacqua, Gregorietti, Lentini, Ducrot.

Ecco la grandezza dell’effettoBasile che si sublima nel lavoro degli allievi costruttori di quella bellezza imparata tra i banchi dell’università e dell’Accademia e che ci parla della grandezza del maestro per continuità con queste opere che dimostrano l’assoluta vittoria di un metodo progettuale che fa dell’opera d’arte integrale della macchina da abitare l’anima di un discorso intellettuale che comincia a principio dell’Ottocento con la casina Cinese ed il suo capostipite l’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia e che governerà il fare della scuola di Palermo fino all’ultimo periodo bellico.

Mondello diventi allora patrimonio Unesco, ce lo meritiamo: non troverete altro brano così compatto e diffuso di bellezza floreale progettata in nessuna parte d’Europa.

Testo di Danilo Maniscalco

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Villino Lentini a Mondello: un gioiello Liberty da non perdere. Il semplicissimo cottage progettato da Ernesto Basile già alla fine del XIX secolo e realizzato intorno al 1910, si arricchisce per le pareti dipinte in stile liberty dal pittore Rocco Lentini, proprietario della villetta. Sull’alto zoccolo dipinto a finti ricorsi di mattoni rossi, il pittore realizzò una fascia marcapiano azzurra con elementi floreali a fiamma; i finti mattoni proseguono verso l’alto a definire gli spigoli dell’edificio e circondano le aperture rette. Nei campi sono dipinti dischi giallo-oro su tralci stilizzati. Sotto il tetto corre una fascia azzurra con cerchi, in cui sono iscritti elementi vegetali collegati da nastri ocra; più complesso il disegno nella cuspide del breve fronte sulla strada. da “palermo la città ritrovata – itinerari fuori le mura – dalla Conca d’Oro ai Colli a Mondello” di Adriana Chirco – Dario Flaccovio Editore.

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“Uscivano dai luoghi privilegiati di Villa Igea, di Villa Amalfitano, di Villa Florio e Villa Niscemi. Uscivano da lì, irraggiungibili, con scintillio di carrozze dorate e paggi in livrea, staccati dal terreno come solo gli dei appaiono quando sfilano per le strade terrene. Uscivano dall’inverno, principi e baroni. Uscivano e si davano appuntamento più a nord, quando il caldo arrivava soffiando sugli otto mandamenti urbani, uccidendo ogni minimo movimento a sud del Monte Pellegrino e regalando alla città la voglia di niente. È per scampare a tutto questo che si rivedevano al fresco, sigarette col bocchino e cognomi che – due su tre – erano anglofoni per origine e pronuncia. Era la Belle Époque, che a Mondello diventava borghese, vicina a tutti e a nessuno, senza perdere stile e profumo d’irraggiungibilità. E noi, ferme e immobili di mattoni e scirocco, l’abbiamo vista tutta. E in parte ne abbiamo visto anche il prequel, che, con quello che sarebbe venuto dopo, non aveva nulla a che fare. Non era bello ciò che c’era prima, qui dove quella pozza di grigia sporcizia dettata dalla storia che voi chiamate Palermo si allarga verso il mare.
Perché prima, dove tu ora stai leggendo, fisso a guardare particolari dei nostri profili sopravvissuti, prima, era la melma, era un pantano.Non era ne belle e nemmeno époque: era soltanto una pozzanghera. Triangolo malsano di un’isola che nasconde il malsano nel midollo, Mondello fino al 1800 non esisteva nemmeno.

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Le pozzanghere non esistono, i pantani non esistono, Mondello non esiste. È una dimensione fantastica dove l’immaginazione necessaria per generarla arrivò con un piano regolatore, una bonifica, le prime pietre e una società che a con Mondello ci è nata nutrendosi: nel 1909 si chiamava Les Tramways de Palerme, ma a te, osservatore del duemila, sarà nota semplicemente come Italo Belga.
E poi, poi ci siamo noi, osservatori di un Mediterraneo che ha visto navigare eserciti e flotte, catamarani e barche a vela, guerre e giornate qualunque, quando il mare si colora di spuma bianca, poi volgi gli occhi verso il monte ed è tutto uno sfumare di neon e lilla, un orizzonte policromatico che fissa la città mentre dai nostri balconi puoi scrutare perfino l’abisso.
Torrette, rilievi, inferriate in ferro battuto e intonachi di colore simile al sole quando si specchia sulla fronte perfetta delle donne angelo che passeggiano sulla spiaggia. È il Liberty, intuizione geniale che ci ha lasciato al cospetto del mare a sopravvivere ancora un po’. Sopravvissute alla belle époque, madre perversa, parentesi di una pagina che ci è stata madre e ha generato tutto quello che oggi il tuo occhio può ammirare.


Nel frattempo, però, abbiamo perso sorelle e fratelli, belli e più splendidi dei fregi che ammiri in questo istante. Perché prima che tu, adesso, pronunciassi la parola Liberty con fierezza e ammirazione – sottovoce come si conviene a certi aggettivi svaniti come fossero i ghirigori delle fiabe – prima di oggi, la parola Liberty a Palermo non aveva granché valore.
Ed è qui, vicino a te, che altre decine di villini, latitanti dai libri d’architettura, sono scomparsi, in una notte, in un mese, in un anno. E oggi, mentre guardi i nostri intonachi, abiti una città che volge le spalle al mare. E proprio mentre fissi le nostre facciate ricordati quindi che c’è stato un tempo in cui tutta la tua città il mare lo guardava in faccia: oggi a scrutare l’orizzonte sono rimasti i nostri terrazzi, testimoni di pagine di storia dimenticata. Questo, e tanto altro, nel silenzio dei massi levigati dallo scirocco e dal maestrale, abbiamo visto. Uomini e donne di foggia normanna che si amavano, si tradivano, si uccidevano. Le bombe degli aerei alleati che facevano crollare ville alleate di loro sodali. Ed è vedendo la fine di uomini, di tram, di complessi balneari neanche mai realizzati, che oggi ci pare chiaro come la nostra più grande bellezza sia il nostro vulnus maggiore: abbiamo visto talmente tanto, che non ci accorgiamo nemmeno più di te che passando fotografi i nostri balconi.(2013) Testi di Giuseppe Pipitone

Foto in copertina di Gabrile Saito

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