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Itinerario Liberty a Sanremo

Itinerario Liberty a Sanremo

  • Autore: andrea speziali
  • Date Posted: ago 3, 2015
  • Categoria:
  • Address: sanremo, Piazza Stazione

Sanremo, da tutti conosciuta come la città dei fiori, può vantare di essere una delle zone turistiche più famose d’Italia, nonché meta da sempre di gente famosa e benestante. Come avrebbe potuto una località così in voga e al centro delle mode non essere contaminata nel secolo scorso dallo stile Liberty? La città dei fiori e lo stile floreale, infatti, si sono più volte incontrati anche se mai in maniera prorompente come è successo per altre zone del bel paese.

A nostro parere, nel Sanremese, il miglior esempio rimasto di questa particolarissima corrente architettonica lo si può oggi ritrovare in una pregiatissima villa privata, parliamo di Villa Angerer. Il nostro itinerario vuole partire proprio da questa proprietà situata in Via Fratelli Asquasciati. Dal 1909, anno in cui la dimora venne completata, mette in mostra agli occhi incantati dei passanti tutta la sua magnificenza ed eleganza. Recentemente è stata restaurata nella parte esterna tornando all’antica freschezza con la quale la videro persone non più vive in quel lontano anno d’inizio ‘900, quando fu finita.

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La storia dell’edificio comincia nel 1882, sotto il nome di Villa Feraldi. Nel 1902 la proprietà passa in mano al signor Leopold Angerer, avvocato austriaco, che darà inizio ai lavori di ristrutturazione e ingrandimento dell’edificio che, da questo momento in poi, verrà contaminato da lussurreggianti e movimentati richiami liberty.

Lavoreranno nella proprietà alcuni dei più grandi esponenti dello stile floreale, tra tutti l’internazionalmente conosciuto Mazzucotelli, maestro indiscusso nella lavorazione del ferro battuto. Un’altra figura che ritroveremo più avanti in altri edifici è quella di Luca Casella, che qui ha lavorato occupandosi delle ceramiche e delle piastrelle che ornano l’esterno dell’edificio.

Sanremo-Craffonara

Courtesy Galleria L’IMAGE – Manifesti originali del xx secolo

Lasciamo villa Angerer e il suo fantastico parco per addentrarci tra le altre meraviglie liberty del Sanremese. A Piazza Stazione vale la pena fermarsi per ammirare altre particolarità in stile, la prima che salta all’occhio è sicuramente la fontana di marmo in stile Dèco, sovrastata da Palma e leoni, simboli della città. Di fronte si può notare quel che resta dell’ottocentesca stazione ferroviaria, ormai senza più ferrovia, incerto è ancora il futuro di questa struttura che, a nostro avviso, andrebbe comunque tutelata.

Poco lontano dalla vecchia stazione possiamo ammirare quelli che una volta furono due alberghi; gli edifici, uno attaccato all’altro, per quanto anch’essi in stato d’abbandono fanno ancora oggi bella mostra delle loro peculiarità Liberty. Il più piccolo dei due, quello dalla facciata color ocra, si chiamava Hotel Liberty, l’altro era invece conosciuto come Hotel Bononia. Quest’ultimo nel corso degli anni ha cambiato più volte nome, da Hotel de la Gare a Grand Hotel Sanremo per finire come Hotel Molinari. Si possono notare delle decorazioni molto fini che danno alla struttura un senso di ieraticità, preziosi medaglioni, uno per stagione, ornano la facciata nel primo piano in maniera speculare.

Proseguiamo, rinocoscendo, a sinistra, il retro del grande e ottocentesco Palazzo Capoduro. Qui ritroviamo la mano del maestro Luca Casella che ne realizzò gli stucchi. Nell’immagine sotto, datata 1898, possiamo notare la manovalanza che eseguì i lavori di costruzione. Al cantiere lavorò anche Achille Casella, giovane figlio del maestro; in una nota riportata dietro alla foto si può leggere: “Essendosi fatto castigare dalla professoressa di francesce Villany, era stato condotto dal padre sul cantiere a portare il bojolo. Alla sera aveva le piaghe sulle spalle e s’era deciso a continuare con determinazione gli studi”. Fuori dal divertente aneddoto è da notare il gran numero di ragazzi in giovanissima età impiegati nel duro lavoro; la sicurezza, del tutto assente, faceva si che gli incidenti sul cantiere fossero all’ordine del giorno.

Da Piazza Cesare Battisti, si dipartono Via Roma, lungo viale alberato voluto da Giovenale Gastaldi Senior, assessore ai lavori pubblici nel 1880, e Via Nino Bixio, d’epoca fascista, ottenuta tramite il parziale abbattimento di un gruppo d’abitazioni che si trovavano all’altezza di Piazza Bresca. A dividere le due strade troviamo un altro edificio liberty anch’esso nato con la concenzione di Hotel, il Metropole Terminus.

Pochi anni dopo la sua apertura l’hotel fu diviso in due, una parte prese il nome di Hotel Terminus, ancora oggi esistente con il nome di Bell’èpoque, l’altra parte invece divenne l’Hotel Cosmopolitan, trasformatosi poi in Hotel Plaza e oggi ristrutturato in appartamenti ad uso privato. L’avancorpo più basso, nato come ristorante ad uso dell’albergo, ospitò in seguito per molto tempo l’ufficio Imposte e Consumo di Sanremo.

All’ombra di un grande ficus, una volta imboccata Via Roma, possiamo scorgere l’Albergo Eletto, che si affaccia su Via Matteotti. Ex sede della Sottoprefettura di Sanremo; divenne negli anni l’Hotel Select, italianizzato, appunto, in Albergo Eletto durante il regime fascista. Come nota storica vale la pena ricordare che il Liberty era pura contaminazione, una sorta di prima Europa si stava concretizzando con l’espansione di questo stile eccentrico. Con la Prima Guerra Mondiale e poi dal 1922 con l’ascesa al potere tramite colpo di stato di Benito Mussolini la musica cambiò notevolmente. A tutti i costi andava ostentato solo ciò che rispecchiava l’italianità, furono così cancellate parole straniere dall’uso comune e inventate delle nuove per sostituirle. A questo lavorò ferventemente l’immaginifico, come lui stesso amava farsi chiamare, ovvero Gabriele D’Annunzio, forse l’esponente letterato per eccellenza del primo periodo della dittatura fascista.

Sanremo Liberty foto di Bernard BlancDi fronte all’albergo possiamo osservare la Chiesa Valdese con annessa casa parrocchiale, opera di Carlo Gastaldi (1862-1934) figlio del già citato Giovenale Senior. Gastaldi arricchì la città di molte opere architettoniche saltando mirabilmente da uno stile all’altro con grande maestria. In questo edificio vengono usati stilemi neoclassici con riusciti alleggerimenti dati dalla merlettatura delle balconate che corrono ai lati del frontone. Gastaldi aveva inoltre già progettato un edificio a scopo scolastico-religioso ma a causa dei difficili rapporti con le altre chiese e successivamente col fascismo la messa in atto del progetto fu bloccata; una scuola evangelica non era ben vista in territorio italiano.

Da Via Carli, una volta completamente attraversata, si arriva davanti alle Case Parodi decorate da bei fregi con testine femminili. La prima delle due case fu a lungo sede alberghiera con il nome di Hotel Centrale. Poco lontano si può notare un edificio basso, sormontato da un antico stemma raffigurante l’araldica del comune di Sanremo, non a caso un tempo la struttura era adibita a Sede Centrale delle Poste.

Prima di arrivare in Corso Mombello incontriamo sul nostro tragitto Casa Cassini, opera anch’essa del Gastaldi, gli stucchi e le decorazioni, anche in questa occasione, sono del maestro Casella. Giunti nel corso ci si trova di fronte al Basamento del Monumento ai Caduti per la Patria, opera di Vincenzo Pasquali. L’opera vera e propria non fu mai realizzata, quindi non ci resta che contemplarne il basamento con epigrade di Francesco Pastonchi.

È giusto citare la figura storica sanremese di Augusto Mombello, insegne garibaldino a cui è stato intitolato l’omonimo corso. Fu il primo sindaco socialista d’Italia, eletto nel 1896; durante la sua amministrazione si fece l’illuminazione pubblica e inoltre s’istituì la prima refezione scolastica d’Italia (del tutto gratuita per i non abbienti). Mombello venne comunque aspramente criticato per il suo orientamento politico, il tempo e la storia hanno comunque reso omaggio alla sua figura giusta e corretta, tant’è che il comune ha deciso di intitolargli una delle strade principali di Sanremo.

Risalendo il Corso dal lato opposto, notiamo l’eclettismo nello stile pieno e denso del Palazzo delle Cariatidi. Venne commissionato da un certo Picconi, originiario di Sanremo che emigrò a Marsiglia tornando dopo alcuni anni con una certa fortuna. Aveva sposato la figlia del Barone di Bazancourt, lasciandola però presto nella vedovanza. La nobildonna aveva preso in seconde nozze un uomo più giovane di lei un certo Vittorio Blane, trasferendosi in altra abitazione. I beni della nobile famiglia finirono ben presto sperperati dall’unico figlio della coppia, avvezzo al gioco d’azzardo.

Sempre nel medesimo luogo in una piccola aiuola dove una volta era posta una fontana si può ammirare la Statua dell’Ondina, sorella della celeberrima “Primavera”, altra opera del Pasquali.

L’incrocio che si va a formare tra Via Matteotti, Via Feraldi e Corso Mombello origina uno slargo soprannominato del “Rigolè”. Qui si trova il punto centrale della Via Matteotti, nata in epoca Napoleonica quale alternativa all’antica Strada Romana che passava per le attuali Via Palazzo e Via Corradi. La “Nuova Traversa” aveva un andamento stranamente onduoso, ben sette curve infatti caratterizzano questa strada, con gli anni e i vari espropri la via prese ben presto la conformazione attuale. Fu intitolata al neo eletto Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, tale nome rimase in auge fino alla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Oggi la via è intitolata a Giacomo Matteotti, senatore barbariamente ucciso dal fascismo dal momento che osò ostentare apertamente le sue idee contro l’appena instaurata dittatura Mussoliniana.

Qui vicino sorgeva in passato un torrente, nel 1866 venne coperto per “iniziativa e spese del signor Francesco Feraldi”. Non è un caso che sempre gli stessi nomi vengano a galla nel corso di questo nostro itinerario, questa infatti è pura consuetudine storica. Il signor Feraldi non era altro che il proprietario della omonima villa da cui siamo partiti in questo nostro racconto, la stessa villa che dal 1902 diventò villa Angerer.

Torniamo per un secondo ad approfondire la questione di questa piazza comunemente chiamata dai Sanremesi come “Rigolè”. Il Feraldi fece costruire due proprietà nel luogo dove una volta sorgeva l’antico torrente, i palazzi, tutt’ora esistenti, fanno da angolo con la “Nuova Traversa”. Al piano terra di uno dei due edifici si trovava il “Cafè Europèen” gestito all’epoca dal francese Monsieur Rigollet. Era il bar più frequentato della città; per tutto il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fu punto di ritrovo di importanti personalità politiche e mondane. Buffo pensare che proprio dallo storpiamento del cognome Rigollet nacque il nome popolare attribuito a questa piazza.

Tutto l’isolato ad ovest di Via Feraldi era proprietà dei banchieri fratelli Asquasciati, gli stessi a cui è intitolata la strada privata dov’è sorge villa Angerer. Il palazzo al civico 144 fu costruito da Pietro Agosti nell’anno 1902, come riportato con numeri romani nei medaglioni che impreziosiscono la facciata dell’edificio.

Nell’incrocio successivo, intitolato a Escoffier, Sindaco di Sanremo, troviamo il Palazzo dei Conti Roverizio, nobile famiglia proveniente da Ceriana. L’edificio ebbe i natali nel 1720, nella foto possiamo notare la facciata posteriore che si apriva, anticamente, su dei grandi giardini e sul torrente che nei secoli successivi fu atterrato. Nel 1842 i Conti Roverizio donarono i giardini al Comune che ne fece una piazza utilizzata anche per il mercato, la nobile casata si tenne però la servitù di passaggio per poter arrivare in carrozza fino all’entrata del palazzo. Tale passaggio, porticato, è l’unica cosa che è rimasta di quel periodo, giardino e piazza purtroppo non esistono più; i Sanremesi usano chiamare questo corridore come “U pòrtegu sgarbu” ovvero il portone forato.

foto_angerer_1-585xI conti di Roverizio avevano parentela con i Della Rovere di Savona, nobilissima famiglia che diede alla cristianità i papi Sisto IV, il quale nel 1477 fece ristrutturare la Cappella Sistina a Roma, affidandone i lavori a Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Pinturiccio, e Giulio II, che commissionò gli affreschi a Michelangelo. Forse per questa parentela o forse per il passaggio di Pio VII a Sanremo nel 1814 (di ritorno dal periodo di “cattività” in Francia per mano di Napoleone) venne edificato un Altaretto privilegiato, tutt’ora esistente nel palazzo. A cavallo tra Otto e Novecento il palazzo dei Conti di Roverizio fu venduto e smembrato in tanti appartamenti, anche il nobile casato da li a poco si estinse.

Un posto particolare in questo itinerario va riservato al Palazzo Borea D’Olmo. Appartenne alla nobile stirpe dei Borea, d’antica orgine bretone. Dal XII secolo la famiglia si spostò più volte, partendo da Venezia, passando per Imola e Lugo di Romagna per fermarsi a Sanremo nel 1440. I Borea avevano titolo di Marchesi nel periodo dei Savoia, diventando Baroni sotto Napoleone e duchi nel 1914 con regio decreto di Vittorio Emanuele III.

Il Palazzo Borea D’Olmo ha sempre goduto della stima generale di tutti, fu segnalato come: “La sola cosa che meritasse l’attenzione del forestiere quando i sanremesi si attendevano dal porto dell’olivo ogni loro prosperità”. Lo storico Girolamo Rossi lo definì: “Degno di decorare una città capitale”. Nei secoli ha avuto diverse ristrutturazioni e ingrandimenti. Dall’epoca Barocca ha avuto le sue ultime contaminazioni rimanendo poi pressochè invariato fino ai giorni nostri.

Il cinquecentesco Portale di San Giovanni si apre sulla facciata occidentale del palazzo che da su Via Cavour, Realizzato in marmo con portone originale in ferro e lamine borchiate. Venne realizzato da Fra Giovanni di Montorsoli (1507-1563) personaggio d’un certo lustro visto che fu aiutante “prediletto” addirittura di Michelangelo. Il portone principale, sempre opera del Montorsoli, si apre su un sontuoso atrio alla genovese; successivamente in questo posto è stata collocata una delle statue del Pasquali, che precedentemente ornava un giardino. I richiami al barocco sono notevoli, ma lo stile è quasi manierista, non è un barocco sfarzoso o ondeggiante come quello usato dal Bernini o dal Borromini, qui siamo decisamente su linee più classicheggianti a seguire l’ordine.

Lo scalone conduce ai piani superiori dove vi erano le abitazioni dei proprietari e due cappelle private. In una di queste camere dormì Papa Pio VII, il viaggio di ritorno di questo papa fu un occasione per mezza Italia di omaggiare una delle figure più ben volute dell’epoca. Curioso e simpatico fu uno degli episodi che ebbe vittima il pontefice in questo suo tortuoso tragitto, colpito infatti da dissenteria mentre attraversava la Toscana fu obbligato a fermare la carrozza papale in prossimità di una cascina di gente molto povera. Un funzionario intimò alla famiglia di prestare il proprio gabinetto al pontefice. Si dice che il papa non si fermò un secondo di più del necessario, una volta finiti i propri bisogni corporali ripartì in tutta furia, la famiglia fu comunque così onorata dall’evento da voler porre una lastra di marmo a ricordo. Oggi quella zona è da tutti conosciuta come Sosta del Papa .

Il palazzo ha ospitato una lunga serie di sovrani, principi e persone illusti, tra loro: la regina di Spagna Elisabetta Farenese (nel 1714), il Re di Sardegna Carlo Emanuele III con suo figlio Vittorio Amedeo (nel 1746), il già citato Pio VII (nel 1814) sino ad arrivare a Filippo d’Edimburgo (nel 1948). Il cornicione del palazzo ha un perimetro di 125 metri ed un altezza di 24 dal suolo.

Di fronte, all’angolo con Via Volturno, all’interno di due negozi, possiamo scorgere le volte di quello che fu l’ingresso della prima storica sala cinematografica della città: il Cinematografo Sanreseme. Il suo esordio fu come caffè-concerto, inaugurato nel maggio dell’anno 1906, divenne ben presto con l’avvento del cinema il “The American Cinematograph” e dopo un anno, acquistato dal genovese Carlo Vacchino prese il nome di Cinematografo Sanremese. Aveva 270 posti a sedere.

Carlo Vacchino, spinto dalla vocazione per lo spettacolo, assunse ben presto anche la gestione del Teatro Principe Amedeo che sorgeva in Piazza Borea D’Olmo (ne parleremo più avanti). Altro grande pioniere del cinematografo fu Aurelio Berardinelli, attratto dalla fama della città decise di prova a conquistare il business dello spettacolo nella cittadina sanremese. I tempi apparivano favoreli all’investimento, si potevano comprare immobili a prezzo vantaggioso causa la scomparsa della ricca clientela straniera. Fu così che, sulle rovine del Cinema Marconi, sorse un locale dalla scoinvolgente modernità: il Cinema-Teatro Centrale . Berardinelli affido il progetto a Guido Tirelli, capo ufficio tecnico di Salsomaggiore e chiamò a operarvi Francesco Mazzuccotelli, dalla sua bottega uscivano i migliori ferri battuti d’Italia. Altro personaggio di un certo livello che intervenne nel progetto fu Galileo Chini (1873-1956) per quanto non troppo riconosciuto è stato uno degli artisti più valenti del Liberty italiano. Toscano d’origine era un uomo estramemente poliedrico: era pittore, ceramista, scenografo, illustratore di libri e grafico. Fu lui ad occuparsi del grande affresco circolare sulla cupola del Cinema Teatro Centrale.

Al cinema si accedeva attraversando un vasto atrio che occupava il piano terra dell’edificio. Scesi pochi gradini ci si trovava di fronte alla platea, a sinistra c’era la scala per raggiungere i palchi ed i due ordini di gallerie. La parte destra affacciava sul cortile, dove c’erano delle avveniristiche uscite d’emergenza.

Affianco al locale cinematografico c’era e c’è tutt’ora un piccolo locale dove si assisteva a spettacoli di varietà, il posto veniva chiamato Tabarin dal nome di un attore comico francese vissuto nel 1600. Il locale è stato restaurato con grande professionalità, sinuose fanciulle in cartapesta dipinta, opera di Paolo Rusconi, circondano il boccascena. La geometrica scansione e la simmetria delle decorazioni mostrano un riuscito esempio del passaggio dallo stile Liberty al trionfante Dèco.

La fortuna di Berardinelli durò purtroppo poco, un’ispezione rivelando gravi irregolarità contabili procurò una fortissima multa che unita ai costi di costruzione non ancora ammortizzati ne decretò la prematura fine. Il maestoso Cinema Centrale fu presto venduto ad Aristide Vacchino, il quale fu anche l’ideatore del complesso Ariston, realizzato nel primo dopoguerra. Dal 1974 ospita la Rassegna Tenco della Canzone d’Autore (che in questa città si suicidò nel 1967) e dal 1977 ospita il Festival di Sanremo.

Percorrendo la stradina che costeggia Palazzo Borea ammiramiamo le ali ed il retro del teatro che sorgeva nella omonima Piazza Borea d’Olmo. L’edificiò patì le gravi sofferenze della guerra, venendo bombardato nel 1944 con danni irreparabili. Stiamo parlando del Teatro Principe Amedeo, utilizzato dal 1875 sino al giorno del bombardamento che lo distrusse.

Costruito da Giacomo Grasso l’edificio si estendeva su un’area che era adibita ad orto di limoni e ulivi dei Marchesi Borea. Venne inaugurato il 9 Dicembre dell’anno 1875 con un ballo in maschera. La facciata corrispondeva all’attuale ingresso della piazza.

Il principe Amedeo Duca d’Aosta, a cui era dedicato il teatro, fu uomo molto illustre nel suo periodo. Terzogenito del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II, fu chiamato dalle Cortes sul trono di Spagna, regnò nobilmente seppur per un breve periodo, dopo l’abdicazione soggiornò per alcuni inverni a Sanremo, dove si tentava di ristabilire la malferma salute della consorte, Maria Vittoria del Pozzo della Cisterna che mancherà nel 1876. Amedeo era anche fratello minore di Umberto I (dal 1878 al 1900 Re d’Italia), soprannominato “il Re buono” fu a suo malgrado protagonista della sanguinosa repressione dei moti popolari di Milano nel 1898. Umberto I muore di morte violenta per mano di Gaetano Bresci, giovane anarchico, mentre stava rientrando in carrozza alla Villa Reale di Monza. Interessante ricordare la posizione di Mussolini sul tragico evento, si dice che passando davanti al monumento in onore del Re caduto abbia affermato che quel monumento sarebbe stato meglio intitolato a Bresci.

I due principi Umberto e Amedeo ebbero l’occasione di trascorrere assieme in giovane età due giorni a Sanremo, ospiti dell’Hotel de la Palme, l’unico che all’epoca ci fosse. L’avvenimento insignificante originò circa cinquant’anni dopo una curiosa diatriba. Nel 1902 Angelo Nota scrisse un’epigrafe dai toni elogiativi per festeggiare i cinquant’anni dalla fondazione della Federazione Operaia Sanremese (della quale addirittura fu presidente onorario Giuseppe Garibaldi). Il sindaco Augusto Mombello, socialista, ne vietò l’affisione, a suo avviso quella targa di marmo non doveva essere esposta. Dopo lunghe discussioni, che proseguirono per altre faccende anche in seguito, la targa commemorativa in marmo venne esposta. È tutt’ora leggibile al numero 189 di Via Matteotti, poco prima di Piazza Colombo.

Da Piazza Colombo percorriamo il loggiato del Palazzo Minoia, che doveva essere il primo e rimase l’unico edificio dell’epoca ad avere i portici, ovunque segno caratteristico della dominazione Sabauda; qui si può notare una facciata curva sede odierna di una banca. L’ingegner Sghirla, sanremese, amante degli spettacoli, aveva costruito in Via Gioberti un teatro per gran parte di legno che andò quasi subito distrutto in un incendio. Non arrendendosi cominciò la costruzione di un nuovo teatro completamente in muratura dedicandolo a Giuseppe Verdi. L’edificio non fu mai inaugurato per l’improvvisa dipartita del proprietario.

Percorrendo Via Canessa, a sinistra vediamo le gradevoli facciate delle case che il geometra Giovanni Malgarini edificò nel 1906, per conto di Giovanni Canessa. La più interessante, quella riportata nelle nostre note è la numero 4. Graziosi disegni marcatamente Liberty ornano la facciata principale negli interspazi tra una finestra e l’altra, il cornicione è maestoso ma non ecclettico; i disegni sono speculari, al centro della facciata si può notare un volto di donna con fiori intrecciati nei capelli.

Nel Rondò Volta, (dialettalmente chiamato “Rondurin”) possiamo notare parecchi edifici interessanti, tra tutti nel nostro viaggio Liberty citiamo per prima la Casa Parigina con i suoi pregievoli stucchi di uno stile delicato e poco appariscente. Tra gli altri edifici che vale la pena citare in prossimità di questo luogo c’è un palazzo ottocentesco in stile eclettico e alcune case Medioevali.

Dal Rondò sbocca Via Giovanni Marsaglia; a monte, oltre l’incrocio continua come Via Zeffiro Massa, successivamente si arriva a Via Volta, qui possiamo notare il fastoso Palazzo Delle Scuole Elementari, ultima opera di Pietro Agosti, progettato nel 1928 l’edificio è rimasto incompiuto. Nel 1935 Giovenale Gastaldi Junior (figlio e nipote degli altri due Gastaldi che abbiamo già incontrato in passato) terminò il palazzo. Sul frontone il bassorilievo “Libro e Moschetto”, opera di Vincenzo Pasquali. Si possono notare lungo tutta la facciata alcuni stemmi più piccoli, ripetuti in maniera seriale, purtroppo sono quasi tutti gravemente danneggiati dall’incuria e dal tempo.

Avvicinandoci al Rondò Garibaldi possiamo notare sulla sinistra le Case Formaggini progettate dall’architetto Riccardo Winter nell’anno 1907. Qui vi si trovavano le abitazione e i laboratori degli Scultori Formaggini. Il più noto degli artisti fu senza ombra di dubbio Enrico, autore di numerose opere nel Cimitero Monumentale della Foce, lavorò anche sull’altare della Chiesa degli Angeli.

Le villette più basse che si affacciano sul Rondò, le cosidette Case Khanemann, hanno decorazioni floreali e nei giardinetti si trovano pianta tropicali, compresi banani con frutti che giungono a maturazione. L’edificio policromo dall’altra parte della strada con finestrature “à trompe l’oeil” era un tempo l’Hotel d’Angleterre, elogiato da Giovanni Ruffini.

Suggeriamo una tappa alla Galleria L’IMAGE di Alessandro Bellenda, dove ammirare manifesti originali del xx secolo.

Qui finisce il nostro viaggio nel Liberty sanremese.

 

 

Testo di  ALECCI LUCA DOMENICO

    1 Commento

  1. CIAO HOL LETO IL SUO ITINERARIO … E SONNO SORPRESSO COLLA STORIA QUE RACCONTA SULL PALAZZO DELLE CARIATIDI PERCHE IO SONNO DA LA PROLE DEL INGEGNIERE PICCONI IL SUO COSTRUTTORE FU IL MIO BISNONNO E LA BARONESA LA MIA BISNONNA , E LORO SONNO PARTITI E VIVERANO INSIEME AL MESSICO I SUOI ULTIMI AÑÑI . LEI NO SPSOSO NESSUN ALTRO UOMO QUE PICCONE E FU MORTA QUA AL MESSICO AL 1931, MI PIACCEREBE SAPERE DA DOVE HAI SAPPUTTO QUELLA STORIA CHE RACCONTA QUI.SONNO PRONTO AVIAGGIAE A SAN REMO AI PRIMI GIORNI DE MAIO E MI PIACCEREBBE DI CONOSCERLA PERSONALMENTE SALUTTI

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