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Itinerario Liberty a Busto Arsizio

Itinerario Liberty a Busto Arsizio

Eleganza, originalità e raffinatezza spiccano in numerose ville e palazzi cittadini, che vedono l’intervento di alcune grandi personalità, quali l’architetto Silvio Gambini (Teramo 1877 – Busto Arsizio 1948) e l’artista-artigiano Alessandro Mazzucotelli (Lodi 1865 – Milano 1938).
Tra architetture ricercate e straordinari ferri battuti, l’itinerario guida alla scoperta dello stile Liberty e del suo importante ruolo nella costruzione della Città nel Novecento.

Il percorso suggerito con un mezzo quale pulmann o automobile inizia con Casa Colombo situata in via Manara 9.
La realizzazione di questa villa fu preceduta da una lunga fase di progettazione che vide, tra il 1906 ed il 1915, la presentazione agli Uffici Tecnici del Comune di Busto Arsizio di numerosi progetti edilizi diversi per dimensione e uso dell’edificio, ma sempre relativi alla costruzione in via Manara di fabbricati della Tessitura Luigi Colombo. Per la precisione, nel febbraio del 1906 venne presentato un progetto per un edificio con refettorio, cucina, dormitorio e servizi per gli operai, unitamente ad uno per uno stanzone industriale; nel novembre dello stesso anno ne venne presentato uno per una casa d’affitto (edificio molto più grande dell’attuale, con due corpi scala invece che uno solo), seguito da altri progetti datati tra il 1907 ed il 1914, anch’essi mai realizzati. Solo il 17 maggio 1915 venne approvato il progetto definitivo, che si riferiva ad un’abitazione di lusso per il titolare della Tessitura Luigi Colombo. Tutti i progetti portavano la firma dell’architetto Silvio Gambini (1877-1948), che nello stesso anno era impegnato nella progettazione della propria abitazione in via Mameli. Gambini può essere definito come un progettista a tutto tondo: il suo intervento partiva dall’edificio, per definire poi i più piccoli particolari come gli oggetti d’arredo, le maniglie, i mobili, le decorazioni, i ferri battuti, etc. Casa Colombo è un edificio a tre piani in stile tipicamente Liberty, forse l’unico esempio in puro stile Liberty dell’architetto. All’esterno, la successione dei piani è scandita dalle decorazioni sulla facciata: al piano terra corrisponde un’ampia zona in pietra a fasce orizzontali che si raccordava al muro di recinzione, ormai demolito. In corrispondenza del primo piano troviamo una fascia ad intonaco, sormontata da una cornice in graniglia di cemento decorata con foglie di ippocastano; più in alto, un’area con mattoni a vista che prosegue fino al terzo piano, per poi lasciare di nuovo posto all’intonaco. La fascia sottogronda in corrispondenza dell’aggetto del tetto, è anch’essa ad intonaco bianco, ma un tempo doveva riportare una decorazione. La facciata, che appare leggermente asimmetrica per la posizione dei balconi, risulta quindi molto movimentata grazie a questi accostamenti di parti lavorate e lisce, di elementi in pietra, cemento, intonaco e mattoni. Ulteriori decorazioni si trovano nella parte alta dell’edificio (dove gli angoli sono sottolineati da lesene con motivi vegetali e mascheroni a forte rilievo) ed in corrispondenza di balconi e finestre (riccamente decorati da foglie e frutti di ippocastano in graniglia e ferri battuti a linee geometriche ingentilite da foglie d’edera). Il lato est, nascosto alla vista dalla strada, non presentava le stesse decorazioni perché addossato ad un altro edificio in seguito demolito. La villa doveva essere riccamente decorata anche all’interno, di cui purtroppo si conserva solo la scala elicoidale di accesso al primo piano. Infatti, dopo anni di abbandono, solo di recente la villa ha subito importanti interventi di recupero e restauro. Una volta ultimati, il Comune ha deciso di metterla a disposizione degli studenti della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Università dell’Insubria.

A pochi passi da Casa Colombo ci spostiamo in via Molino 2  per conoscere I Molini Marzoli Massari, l’unico esempio di stabilimento produttivo per la lavorazione del grano presente a Busto Arsizio: vi si lavoravano fino a 500 quintali di frumento, realizzando tutte le diverse fasi di trasformazione del cereale.
Conosciuti oggi anche con il nome di Tecnocity, ospitano: il Centro Tessile Cotoniero, una sala convegni (la Sala Tramogge, dal nome dei contenitori che come imbuti raccoglievano e indirizzavano il grano alle macine), il Polo Scientifico e Tecnologico Lombardo, il Centro delle Lingue e delle Culture Lombarde, una sezione distaccata della Facoltà di Biologia dell’Università dell’Insubria, il Centro per l’Impiego della Provincia di Varese e diversi uffici comunali.
Nel 1897 Pietro e Giovanni Marzoli e Giovanni Massari crearono la S.A. Marzoli, Massari & C. e realizzarono a Varese un impianto per la macinazione del frumento, prima, e uno per la macinazione del granoturco, poi.
Nel 1906 la ditta, divenuta S.A. Molini Marzoli Massari, si propose di realizzare un ulteriore stabilimento che potesse soddisfare le esigenze della zona industriale comprendente Gallarate, Legnano e Busto Arsizio. Venne incaricato della progettazione l’innovativo architetto bustocco Silvio Gambini (1877-1948), allora ancora perito agrimensore presso lo studio dell’ingegner Guglielmo Guazzoni (1852-1921).
Il primo progetto prevedeva la costruzione del molino, dei silos, della sede amministrativa, dell’officina, della cabina elettrica e delle scuderie.
Seguendo altri progetti che integravano o modificavano quello iniziale, furono realizzati dal 1914 al 1927 i magazzini del grano e le autorimesse (demolendo le scuderie e gli alloggi dei carrettieri), alcuni reparti di magazzinaggio e pulitura, lo stabile per l’insacco e la relativa saccheria, i serbatoi e la cabina della pompa per il funzionamento del molino a vapore.
L’edificio che ospitava il molino fu progettato su quattro livelli: nel seminterrato furono posizionati i macchinari elevatori, al piano rialzato vennero sistemati i laminatoi (macchinari utilizzati per la macinazione del grano), al primo piano i filtri e gli aspiratori, al secondo piano i buratti (setacci rotanti).
Il complesso, che occupava una superficie di circa 9.000 mq vicino al centro cittadino, era collegato con binari interni alle Ferrovie dello Stato, che correvano dove poi sorse il Viale della Gloria (ora in parte Viale Cadorna).
Architettonicamente, il complesso fu sicuramente caratterizzato dall’orizzontalità e compattezza dei volumi, dal rigore delle piante, dal posizionamento ritmato delle aperture e dalla simmetria prospettica. Nel progetto di Gambini vi è un equilibrio tra funzionalità ed estetica, in cui i materiali “poveri” come mattoni a vista, intonaco e cemento vengono ingentiliti da eleganti motivi decorativi, raffinati ferri battuti e studiati giochi di contrasto cromatico, secondo uno stile affermato negli stati industrializzati di tutta Europa agli inizi del XX secolo: lo stile Liberty.
Sono ben visibili i richiami al capostipite del Liberty italiano, Giuseppe Sommaruga (1867-1917), ed al movimento della Secessione Viennese.
Dopo qualche decennio, agli inizi degli anni ’60, i Molini Marzoli Massari vennero chiusi per cessata attività e furono acquistati dal Comune di Busto Arsizio nel 1985.
Successivamente l’area fu sottoposta ad intensi interventi di restauro (1996-1999) che ne modificarono gli interni e le strutture esterne. Venne demolita la struttura che sorgeva tra il molino e le tramogge, furono rimosse una pensilina ed alcune lampade e infine vennero costruiti due nuovi edifici ed alcune strutture sulla copertura dei fabbricati già esistenti.

Proseguiamo il percorso su via Luigi Cadorna e svoltiamo in Corso XX Settembre al civico 39 per ammirare Villa Leone.
Progettata nel 1910 dall’architetto Silvio Gambini su commissione dell’Avvocato Edoardo Leone, personalità di rilievo nella vita politica e culturale della Busto Arsizio del primo Novecento, la villa si trova ubicata in corso XX Settembre. Strutturalmente disposto su due piani, provvisto di mansarda, l’edificio presenta un’organizzazione compositiva dalle forme squadrate e geometriche. Prediligendo la dimensione della verticalità, la facciata si forma di due volumi di cui sul principale spiccano evidenti rilievi in cemento a motivo floreale e tre finestre fra le quali si distingue, al pianoinferiore, un’apertura circolare completata da un cornicione con gusto decorativo vegetale e un tondo contenente le iniziali del proprietario L.E, orpello aggiuntivo che meglio specifica il desiderio di affermazione pubblica da parte di personaggi di spicco. La finestra posta al secondo piano presenta cornici arricchite da peculiari guarniture rappresentanti foglie di vite e grappoli d’uva. La facciata è infine completata da una sezione considerata sporgenza sinistra del volume principale e da un secondo corpo a destra posto in posizione retrostante. In particolare, è curioso osservare come quest’ultimo personalizzi la villa arricchendola di una verandaad angolo caratterizzata da colonne i cui capitelli sorreggono architravi ornati da fasci di rose e tra le quali si interpongono vetrate multicolore completate da decori in ferro battuto. Alla compattezza dell’edificio si contrappone la terrazza che, soprastante la veranda, conferisce alla villa respiro e senso d’apertura degli spazi. Essa si compone di colonne che sostengono insoliti travetti disposti a raggiera, contribuendo a dare all’edificio un assetto di regolarità formale. Caratteristica è anche la ringhiera che completa la terrazza la quale, con i suoi motivi vegetali ma soprattutto geometrici, riprende gli intrecci triangolari e quadrati della cancellata in ferro battuto che circonda la casa. L’edificio presenta a colpo d’occhio una pianta piuttosto articolata, specie per gli impianti decorativi che ben evidenziano l’ormai mutata, nonché autonoma, sensibilità artistica del Gambini che si spinge verso apparati ornamentali più asciutti e rigidi rispetto alle precedenti influenze dei morbidi modelli Liberty proposti dal Mazzucotelli e dal Sommaruga.Non a caso la villa si caratterizza per la duplice alternanza tra decorazioni geometriche che suggeriscono un’innovativa idea di linearità statica e motivi vegetali-floreali che più evidentemente rimandano alle passate e canoniche forme sinuose e dinamiche dell’Art Nuoveau.

Ci dirigiamo alla fine del Corso fino a svoltare in Via Venezia. Proseguiamo fino all’incrocio con via Goffredo Mameli. All’angolo vi è il Palazzo Frangi (o casa Frangi). Progettato dall’architetto Silvio Gambini, il palazzo fu realizzato tra il 1926 e il 1927 solo in parte: secondo il progetto originale il palazzo avrebbe dovuto avere uno sviluppo maggiore, andando ad occupare l’intero lato della piazza opposto alla stazione (inaugurata nel 1924) per offrire ai visitatori di Busto Arsizio un primo impatto con la città di grande effetto. Tuttavia, a causa di disaccordi tra i proprietari dei terreni sui quali sarebbe dovuto sorgere e per gli alti costi di realizzazione, fu realizzata solo la parte nord-occidentale dell’edificio, ovvero uno solo dei tre corpi di fabbrica previsti dal progetto. In questo edificio è evidente il passaggio di Gambini dal Liberty allo stile Novecento, più quadrato e geometrico, particolarmente diffuso a Busto Arsizio nel corso degli anni 1930. Il palazzo, che si sviluppa su cinque piani, è composto da un corpo angolare centrale più alto e due corpi laterali non simmetrici, affacciati su via Mameli e su piazza Volontari della Libertà. Sono numerosi i particolari decorativi che abbelliscono i prospetti: colonnine, singole e binate, sorrette da mensole, quadrature geometriche, cornici marcapiano ed elementi verticali che fungono da collegamento tra i vari piani dell’edificio. Le finestre hanno diverse forme, così come i balconcini Come in quasi tutte le architetture del Gambini, anche in questo caso si trovano elementi in ferro battuto di grande pregio artistico, principalmente a chiusura delle finestre del piano terra e inseriti nei parapetti dei balconi dell’ultimo piano. L’androne d’ingresso e il corpo scala si trovano all’interno del corpo centrale che funge da collegamento tra i vari piani e tra la strada e il cortile interno.

Proseguendo sul Corso G. Mameli troviamo il villino Dircea. Situato al civico 29, questo villino sorse in una delle zone di Busto Arsizio maggiormente interessate dall’espansione edilizia tra l’inizio del XX secolo e la Grande Guerra.
Fu progettato dall’architetto Silvio Gambini (1877-1948) per la propria famiglia – da qui la dedica alla moglie Dircea – nel 1915, come documentano diversi schizzi e disegni, ma venne realizzato solo nel 1921. È logico supporre che questo ritardo nella costruzione fu una conseguenza dell’infuriare della Prima Guerra Mondiale.
Alcuni anni dopo Gambini progettò e realizzò il proprio studio professionale attiguo all’abitazione famigliare, ma con ingresso da via Ferraris.
Le scelte architettoniche che caratterizzano questo villino ben rappresentano l’affermarsi sulla scena artistica europea dello stile Déco a discapito di quello Art Nouveau.
In effetti, dopo il 1913, nell’opera di Gambini vi fu un progressivo abbandono delle influenze dello stile Liberty e del suo capostipite italiano Giuseppe Sommaruga (1867-1917), in favore del gusto progettuale del piacentino Giulio Ulisse Arata (1881-1962).
A quest’ultimo si richiamano lo stile neomedievale e la razionalità dei volumi, misti a prospetti ricchi e animati da sporgenze, decorazioni ed accentuate irregolarità dei bugnati realizzati con conci di pietra di diversa misura. In effetti, anche il bugnato nel basamento del villino è una sorta di elegante mescolanza di pietre di diverso taglio e colore.
Al di sopra di questo basamento si sviluppano pareti in laterizio, su cui risaltano per contrasto materico e cromatico le cornici delle finestre, la splendida trifora ed i fregi decorati con la tecnica della pittura muraria.
Interessante la presenza sulla facciata dell’edificio di una formella in ceramica con il logo dell’architetto e di un bassorilievo con putti integrato nella cornice di una finestra al primo piano.
Come si può immaginare dalla scansione dello spazio data dalle aperture sulla facciata, il villino si sviluppa su tre piani, conformemente agli standard costruttivi delle abitazioni borghesi lombarde di quegli anni; al pianterreno trovavano spazio i locali di servizio, al primo piano la zona giorno ed al secondo piano la zona notte.
È in questa abitazione che il 17 ottobre 1948, all’età di 71 anni, si spense Silvio Gambini.
Egli era nato a Teramo il 18 agosto 1877 da una famiglia di umili origini. Diplomatosi come perito agrimensore, si stabilì a Busto Arsizio e dal 1899 iniziò a collaborare con l’Ufficio Tecnico comunale. Poco dopo diventò assistente dell’architetto Camillo Crespi Balbi e, fino al 1915, collaboratore dell’ingegnere Guglielmo Guazzoni.
Dal 1903 diede inizio ad una parallela attività indipendente, che lo portò ad affermarsi nell’ambiente architettonico cittadino per l’originalità del suo stile e la qualità delle sue opere.
Importantissima è anche la collaborazione con il maestro dei ferri battuti Alessandro Mazzuccotelli (1865-1938).
Oltre ai numerosissimi esempi di architetture che si possono ancora ammirare in città, presso la Biblioteca Civica è conservato il Fondo Gambini, una ricca raccolta di materiale iconografico relativo alla produzione del grande architetto.

Sempre sul Corso vi è Villa Nicora-Colombo e Primo Istituto Convitto “G. D’Annunzio”. La villa, che prende il nome dal primo proprietario, l’imprenditore tessile Giovanni Nicora, è stata progettata da Silvio Gambini nel 1911. È una delle tante residenze di imprenditori costruite vicino agli edifici produttivi, interessante per la tipologia, contemporaneamente di casa di tipo urbano a filo strada e di villa con giardino circostante. È un volume ad L con portico, soprastante terrazza, una particolare porta finestra angolare, un disegno risolto con sole righe orizzontali e verticali, sobrio ed elegante. Il linguaggio compositivo della facciata è più rigido rispetto alle precedenti ville Ferrario e Leone realizzate da Gambini. Un sobrio stile Liberty di cui restano comunque alcune soluzioni degne di nota come il portico di ingresso verso via Mameli che presenta sull’architrave e nei capitelli delle cinque colonne che lo sorreggono, motivi ornamentali fitomorfi e geometrici, ripetuti nelle cimase delle aperture del primo piano, dove appaiono anche piccole teste leonine. Di grande finezza è il balconcino angolare con porta finestra divisa da una colonna con alto capitello decorato. L’apparato decorativo è completato da una fascia con motivi floreali che divide la parte superiore della villa, realizzata ad intonaco liscio, da quella inferiore, ad intonaco rustico. Un nastro a motivi stilizzati collega tra loro le cimase del primo piano. I balconi e la cancellata sono impreziositi da ferro battuto lavorato, questi abbellimenti, seppur raffinati, non raggiungono quella libertà compositiva ammirata in altri edifici del Gambini. Il capannone retrostante, collegato alla villa, è privo di elementi decorativi. Costituiva la piccola fabbrica tessile di Giovanni Nicora. Sulla sinistra è possibile vedere un altro edificio, probabile opera dello stesso architetto, progettato nel 1910 per la famiglia Rabolini. Un complesso su tre piani, posto sull’angolo fra via Mameli e via N. Bixio, che ai tempi della Grande Guerra venne utilizzato come convitto militarizzato denominato “G. D’Annunzio”. Il pianoterra, povero di decorazioni, è intonacato con scanalature orizzontali e semplici motivi geometrici nelle cimase in cemento delle aperture. Ricchi e originali ornamenti si trovano al piano superiore dove le finestre sono incorniciate, alla base e nella parte alta, da decorazioni a foglie e rami e sono collegate, nel mezzo, da una fascia in rilievo. Sempre in cemento modanato, due doppi archi a sesto ribassato, incorniciano ulteriormente la parte centrale delle facciate verso la strada. Teste mostriformi emergono nell’intersezione degli archi. Più semplice il terzo piano caratterizzato da una fascia di collegamento un tempo decorata. Rispetto alle soluzioni originali, l’edifico ha perso i rivestimenti in mattoni a vista nella parte di facciata compresa all’interno degli archi ribassati. Degni di nota i ferri battuti dei parapetti dei balconcini e delle inferiate del piano nobile, realizzati dallo stesso Gambini a motivi fitomorfi e nastriformi.

Più avanti al Corso possiamo ammirare un singolare monumento. Raro esempio di architettura commemorativa dedicata ad uno stile artistico il Monumento al Liberty ospitato al centro del parco di via Mameli è un assemblaggio di alcuni elementi decorativi un tempo appartenuti alla Casa Rena, progettata dall’architetto Silvio Gambini nel 1906-07 per i fratelli Rena e situata in piazza Garibaldi. Negli anni successivi al secondo dopoguerra molte costruzioni sono state demolite, soprattutto nella zona centrale della città, per far posto a interventi più moderni, ma di minor valore artistico. In tempi recenti la rivalutazione di questo stile ha certamente contribuito alla considerazione di questo monumento realizzato con cornici, mascheroni femminili, putti e ghirlande originali ricomposti su progetto dell’architetto Giuseppe Magini. Le fotografie d’epoca, i numerosi e dettagliati disegni del Gambini mostrano l’analogia di molti elementi costitutivi della facciata di Casa Rena. Oltre alle testimonianze archivistiche e storiche, nel parco di via Mameli è possibile ammirare dal vivo quanto resta di quel virtuosismo decorativo, nei grandi mascheroni femminili e in alcuni putti in cemento modellato sopravvissuti all’abbattimento dell’edificio avvenuta alla fine degli anni Sessanta. Un omaggio importante allo stile e al periodo Liberty che ha abbellito la città di Busto Arsizio dando vita a una serie di edifici originali.

Arriviamo a Casa Castiglioni sita in Piazza Garibaldi. Progettata da Silvio Gambini (Teramo 1877 – Busto Arsizio 1948) nel 1907, Casa Castiglioni è una tra le opere più originali realizzate dall’architetto. Nel 1906 Gambini inizia la collaborazione con Alessandro Mazzucotelli e la frequentazione dello studio di Giuseppe Sommaruga, determinante per il linguaggio liberty di numerosi villini, case d’abitazione come questa, cappelle funerarie, edifici realizzati soprattutto a Busto tra i quali: Molini Marzoli Massari (1906); Casa Colombo (1915) e Villa Leone (1909). Casa Castiglioni coniuga le caratteristiche della villa con giardino retrostante e quelle del palazzo urbano. L’edificio di tre piani si presenta divisa verticalmente da quattro lesene che definiscono tre blocchi: uno centrale leggermente più ampio rispetto ai due laterali simmetrici fra loro. Un quarto blocco, che sembra staccato, ha la funzione di androne di collegamento tra la piazza e il cortile interno. Di notevole pregio le soluzioni decorative della facciata. Finestre, parapetti, pilastrini, capitelli sono finemente abbelliti da grappoli di frutta, foglie di castagno, rami di ippocastano, aquile con ali spiegate, motivi a nastro. Esuberanti decorazioni Liberty in cemento, che riprendono quelle presenti nel famoso Palazzo Castiglioni di Milano, emergono dalla sobria struttura architettonica. Non solo il cemento ma anche il ferro battuto crea giochi di armonie nel portoncino e sul piano nobile del palazzo che presenta un apparato decorativo ricco e vario. Una porta finestra a tre luci dà su un balcone abbellito da motivi fitomorfi. Ai lati sono incorniciate, a due a due, quattro finestre che nelle cimase presentano un’aquila con le ali aperte, mentre grappoli di frutta ad altorilievo compaiono sui pilastrini divisori. I parapetti delle finestre sono decorati a foglie di castagno e i capitelli delle lesene mostrano pesanti volute e rami di ippocastano. Una doppia banda marcapiano sporgente separa il primo dal secondo piano. Una divisione ingentilita da un’alta fascia che corre lungo la mezzaria delle finestre, con elementi naturali e nastri. Il tetto è celato da un parapetto marcato da quattro pilastrini in corrispondenza delle lesene e riccamente decorato nella parte centrale. I ferri battuti sono presenti, oltre che nel parapetto del balcone anche nel cancello interno. Piazza Garibaldi, su cui si affaccia il palazzo, un tempo ospitava numerosi edifici liberty coevi che donavano ai passanti uno scenario suggestivo.

Da li ci spsotiamo su via San Michele raggiungendo Villa Ottolini Tovaglieri.
La villa, costruita per Enrico Ottolini nel 1903, è la seconda dimora commissionata all’architetto Camillo Crespi Balbi dalla famiglia industriale degli Ottolini, che qui aveva il proprio stabilimento cotoniero. Rispetto alla residenza del fratello Ernesto (visibile al n.4 di via Volta), la villa di Enrico presenta un impianto più semplice e simmetrico, che assume le forme di un palazzo cittadino. La scelta stilistica fu dettata anche dal fatto che questa villa era l’unica delle grandi residenze di inizio Novecento ad essere collocata entro la cerchia muraria del borgo antico. Al corpo centrale su tre piani si addossano due ali laterali a due piani sormontate da terrazze. Sobrio il contrasto cromatico tra il grigio della pietra e il bianco degli elementi decorativi. La villa ha due ingressi principali, uno su via Volta, l’altro su via San Michele. Quest’ultimo, più scenografico perché rivolto verso il borgo, è costituito da una veranda cui si accede attraverso una terrazza con scalinata. Notevoli i ferri battuti che completano l’edificio, capolavoro del grande artista lodigiano Alessandro Mazzucotelli che qui raggiunse il suo massimo estro creativo. La struttura portante delle cancellate è ben ripartita: lo zoccolo inferiore cieco arriva quasi all’altezza del muro di recinzione per garantire la privacy della famiglia; mentre la parte superiore, realizzata con barre di ferro a sezione quadrata, risulta molto trasparente e permette di ammirare l’architettura della villa. Nodi e giunture non sono mascherati ma trasformati in motivi decorativi circolari. Su questo impianto lineare si innestano decorazioni di grande qualità espressiva: foglie e frutti di ippocastano, nastri, viticci e spirali. Le foglie palmate, osservate dal vero, sono fedelmente riprodotte in tutti i loro aspetti – fresche e aperte, tenere perché appena uscite dalla gemma, oppure chiuse e appassite – con grande effetto naturalistico. Straordinarie le lumache ottenute con due spirali coniche, poste alla sommità dei cancelli, che sembrano colte nel loro naturale strisciare e arrotolarsi. Ai lati delle due cancellate il reticolo portante scompare del tutto, lasciando il posto a un intreccio sinuoso e articolato di nastri e fronde, dove il ferro sembra diventare una materia fluida. Lo stesso disegno, semplificato, si ritrova nei tre cancelletti pedonali. Sempre del Mazzucotelli sono i ferri battuti dei lampioni e delle lampade a parete che ornano le facciate. Tra i motivi decorativi si riconoscono fiori penduli di fucsia e grossi girasoli dispiegati a ricevere la luce del sole. Anche all’interno è notevole la decorazione pittorica e plastica. In particolare si segnalano: i dipinti di Angelo Galloni nel corridoio centrale (1945); al piano superiore un affresco con putti di Mario Chiodi Grandi; lo scalone di marmo e i soffitti a cassettoni dipinti. Acquisita dal comune di Busto Arsizio nel 1954, la villa è stata prima adibita a sede scolastica e oggi ospita uffici dell’amministrazione comunale.

Il percorso termina con villa Ottolini Tosi in via Alessandro Volta.
Villa Ottolini Tosi è ritenuto uno dei maggiori siti architettonici della città di Busto Arsizio. Costruita dall’architetto di formazione boitiana Camillo Crespi Balbi (1860-1932) nel 1902 su commissione dell’imprenditore bustese Ernesto Ottolini, vanta un assetto costruttivo ispirato alla tipologia del castello medievale e decorazioni eclettiche fuse con elementi prettamente liberty, tra cui gli straordinari ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli (1865-1938), vere opere d’arte che impreziosiscono l’edificio al suo esterno e interno. Villa Ottolini si classifica come tipica abitazione di tipo borghese, costruita, per volere sello stesso committente, in stretta prossimità dello stabilimento produttivo tessile di sua proprietà – il Cotonificio Carlo Ottolini poi Bustese – appena fuori dal limite del vecchio borgo. L’edificio, immerso in un ampio parco oggi ridotto rispetto al passato, si presenta come una somma di volumi “innestati l’un nell’altro lungo una spina rettilinea”: la facciata sud si apre su un’ampia scalinata che raccorda il viale d’accesso con il corpo centrale di due piani, leggermente arretrato, scanditi da una loggia a colonnine binate; in alto a destra si legge la firma dell’architetto Balbi. Sul lato corto del volume di sinistra un sottopasso carrozzabile è coperto da un terrazzo porticato, mentre nella parte centrale del corpo in aggetto di destra sporge il balcone a loggia con quattro esili colonne che reggono un tetto ricco di decorazioni architettoniche e pittoriche. La facciata posteriore (nord) è invece caratterizzata dall’alta torre che svetta di alcuni metri rispetto all’altezza dell’intera costruzione; il suo significato autocelebrativo è da interpretarsi come retaggio della tradizione medievale, sottolineato, inoltre, da un ricco apparato architettonico-decorativo. Anche su questo fronte è presente una scalinata che conduce al portone d’ingresso caratterizzato da un massiccio architrave poggiante su due colonne. Sempre sulla sinistra, fra la torre e il corpo centrale, trova posto un ampio rosone in pietra bianca con disegno a fiore che contrasta con il rosso del laterizio. Proprio l’uso dei materiali – il tipico mattone rosso a vista di tradizione lombarda e la pietra chiara – dona unità e organicità all’intero edificio, creando inoltre passaggi cromatici di un certo effetto.
Veri capolavori di artigianato artistico sono però i ferri battuti del Mazzucotelli che trasformano alcuni elementi strutturali della villa in eleganti e originali decorazioni. Le forme a cui si ispira l’artista-artigiano sono quelle del nuovo stile “floreale”, pertanto i ferri raffigurano motivi fito e zoomorfi come le corde arrotolate che diventano pannocchie o i fiori di cardo (simbolo di lunga vita) sui parapetti delle terrazze, il grande girasole dell’angolo nord-est, le cadenti fucsie che pendono dai lampioni, l’elegante pensilina sul lato orientale o i fiori delle grate delle tre porte d’ingresso. Tra i ferri compaiono anche originali creature fantastiche di ispirazione medievale come i grifoni scheletrici reggi bocce e le teste di levriero che fungono da supporto ai lampioni per illuminare le terrazze; curiosi anche i porta-anelli ad altezza uomo sempre con teste canine presenti sui muri esterni dell’edificio. Il monumentale cancello sull’attuale via Volta, ideato dal Mazzucotelli come vero e proprio “status symbol”, è ciò che rimane di una più articolata recinzione presentata all’Esposizione delle Arti Decorative di Torino nel 1902. Sull’impianto statico e simmetrico si innestano stelle alpine, i già citati fiori di cardo e girali realizzati con i motivi a nastro “spiegazzato” o terminante a “colpo di frusta”. Tutte queste decorazioni in ferro battuto si replicano anche all’interno della villa, integrandosi con le ricche decorazioni pittoriche di gusto liberty presenti nei vari ambienti – si ricorda Notte e Amore di Mario Chiodo Grandi sul soffitto della camera da letto (1903) – con i sontuosi arredi e con le stupende vetrate e marmi policromi che ricoprono diverse superfici.
Nel parco rimangono grandi sculture bronzee di Ernesto Bazzaro (1859-1937) e Achille Alberti (1860-1943), opere monumentali facenti parte di un gruppo originario di sette ed eseguite da più autori che vennero collocate nel giardino per volere dello steso Ernesto Ottolini nei primi anni del XX secolo.
Nel 1969 Villa Ottolini Tosi venne acquistata dal Comune di Busto Arsizio dall’allora proprietario dott. Gino Tosi; oggi ospita la sede degli uffici pubblici del Parco Alto Milanese e la scuola di musica “Gioacchino Rossini”. La villa è visitabile su prenotazione telefonando all’Ufficio Musei del Comune di Busto Arsizio – tel. 0331 – 390349.

 

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Fonti
www.comune.bustoarsizio.va.it; Wikipedia
A. SPEZIALI, Italian Liberty. Il sogno europeo della grande bellezza, Cartacanta editore, Forlì 2016
F. BERTOLLI et alii, Busto Arsizio. Architetture Pubbliche, Città di Busto Arsizio 1997, pp. 98-103
G. F. FERRARIO, Busto Arsizio. Emozioni Liberty, Macchione Editore, Varese 2002, pp. 54-55
A. SPADA, Conoscere la città di Busto Arsizio, Città di Busto Arsizio 2010, p. 11, 65
A. Spada , Conoscere la città di Busto Arsizio, Comune di Busto Arsizio, II ed., luglio 2004

    1 Commento

  1. io mi iscriverei volentieri, ma vorrei sapere se posso essere accompagnata dalla mia cagnolina Jack Russel?

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