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Guglielmo Boni

Guglielmo Boni

GUGLIELMO BONI

(? – ?)

Attualmente non abbiamo informazioni utili per scrivere una biografia sull’ingeniere Benvenuti. Sappiamo con certezza che ha progettato il Palazzo della Cassa di Risparmio di Reggio Emilia.

Se hai notizie puoi scriverci a info@italialiberty.it

Focus – Sede della Fondazione Pietro Manodori all’angolo tra via Toschi e via Fornaciari. Nel 1991 la Fondazione è stata istituita come ente autonomo ed ha svolto importanti iniziative ed interventi nei settori del patrimonio culturale e artistico come il restauro della Basilica della Ghiara. E’ un palazzo del ‘500 voluto dalla famiglia Pratonieri, ricchi mercanti di lane, poi passato ai conti Vezzani e, sembra dalla fonte di Alessandro Villani, che il manufatto originario rinascimentale fosse opera di Bartolomeo Spani. I Pratonieri commissionarono al Correggio la pala della Adorazione dei Pastori e la fecero collocare nella piccola chiesa annessa al palazzo; notizie storiche sulla architettura del complesso sono inesistenti ma sembra che l’ingresso principale fosse sulla via Fornaciari, ex del Torrazzo, diversamente da oggi  e che fosse corredato di portico su strada. Un canale lambiva uno dei lati del palazzo e l’immagine urbana era ben differente da quella contemporanea. Fu ristrutturato nel 1882 da Pio Casoli ingegnere reggiano quando divenne di proprietà della Cassa di Risparmio, il quale redasse due progetti per il complesso ma alla fine si risolse di dare una immagine tardo quattrocentesca e si occupò principalmente di rimaneggiare gli esterni mentre Edoardo Collamarini, bolognese, supervisionò i lavori interni che si svolsero tra il 1910 ed il ’16. Il processo di ristrutturazione novecentesco ebbe un iter piuttosto travagliato che cominciò con l’istituzione di una speciale commissione interna tecnico-artistica presieduta da Alessandro Cocchi, avvocato, da Naborre Campanini, nume tutelare della cultura locale, da Gaetano Chierici anziano ma famoso pittore reggiano e dall’ingegnere Collamarini stesso. La relazione finale della commissione valutò positivamente la proposta progettuale di Cirillo Manicardi, direttore della Scuola di disegno degli operai di Reggio che vantava notevole credito come artista, in team con Guglielmo Boni ingegnere. Il progetto insisteva nel coprire il cortile centrale del palazzo e ricavarvi due piani a salone collegati da una scala monumentale in marmo. La sala principale doveva essere l’elogio figurativo della energia e del lavoro, della reggianità, del passato glorioso e del futuro prosperoso di una società volta a commerciare, intraprendere e fiorire. L’intento era quello di dedicare questo pregevole manufatto alla figura reggiana di Ludovico Ariosto, omaggio dei cittadini reggiani al sommo artista conterraneo. Cirillo Manicardi, morto pochi anni dopo la fine dei lavori a palazzo, attese alle  veriste, decorazioni in pittura che danno ampio rilievo alle tematiche della vita campestre, del lavoro nei campi; lo scalone d’onore, di fattezze neorinascimentali  è di suo disegno e porta al Salone del Pubblico, grande aula riccamente decorata a stucchi e bronzi. Il tema dominante è quello del prodotto umano, sia intellettuale che manuale, declinato secondo le suggestioni del grande scrittore antico e secondo il prezioso operare delle persone comuni. I pilastri intervallano i pannelli dipinti dei lavori agricoli,  formelle di terracotta a rilievo descrivono episodi  o personaggi dell’Orlando Furioso, le basi delle lesene invece alludono al valore del lavoro umano e ai traguardi tecnologici che portano alla evoluzione e al progresso della civiltà. Il ciclo di dipinti fu pubblicato con apprezzamenti sulla autorevole rivista italiana Arte decorativa e industriale e fu esposto a Bologna in una mostra alla Accademia di Belle Arti. Esistono disegni molto belli del Manicardi dedicati alla sala superiore coperta a padiglione che poi il Collamarini non fece realizzare, sacrificandola ad un più modesto soffitto piano in vetro-muratura. La sala Del Pubblico è monumentale e l’alta fascia che corre lungo i lati ha grande rilievo grazie alle dimensioni e alla partitura scandita dalla trabeazione  e dai numerosi cassettoni quadrati che la sormontano, il grande lucernario illumina ed esalta le pitture.  La conclusione della guerra fece spostare il tema dalla allegoria del risparmio a quello della pace con figure materne  in compagnia dei figli e scene di lavoro nei campi e di commercio in cui l’azione è corale, i soggetti cooperano e i toni sono al limite del familiare. I fregi in bronzo sotto il ciclo pittorico raccontano estratti di scene dell’ Orlando Furioso e la spuntò il Manicardi, sebbene non avesse esperienza di scultore, che le concepì diversamente dalle proposte di scultori locali che non convinsero la Commissione della bontà delle loro idee. Naborre Campanini dettò l’iscrizione che recita “Qui nel nido natio di cui si piacque chiami il ricordo gli animi devoti ove il divino spirto a lungo tacque le liete fantasie compiano i voti”. I lavori di ristrutturazione furono lunghi e carichi di polemiche, con ritardi e ripensamenti che contribuirono a cambiare l’ipotesi progettuale sotto la spinta sabotatrice del Collamarini, spesso assente alle riunioni di commissione, e che ebbe a criticare i disegni di esecuzione del Manicardì. Il pittore fu alla fine espropriato del progetto che venne affidato all’ingegnere bolognese e fece procedere il cantiere speditamente fino alla conclusione  nel 1916;  ebbe quantomeno la creanza di rispettare l’ impostazione decorativa bidimensionale voluta dal pittore reggiano. Due brevi considerazioni sulle polemiche che dalla fine del 1910 circondarono l’intervento e non si placarono nemmeno dopo le attestazioni positive confermate dalla rivista e dalla mostra dedicata in Accademia. Uno dei più accesi contestatori del progetto e del consiglio amministrativo della Cassa di Risparmio fu Guido Tirelli, ingegnere e figura di spicco della progettazione reggiana; ebbe a scrivere su giornali locali sotto pseudonimo e fu estremamente incisivo nelle critiche e solo 5 anni dopo gettò la maschera, in occasione della inaugurazione della sede, redigendo altri acri articoli giornalistici contrari all’opera. E’ da comprendere quanto la polemica fosse di natura politica e quanto vertesse sulla contrapposizione  tra conservatori e socialisti, quanto fosse densa di invidie e gelosie e come insistesse sulla inesperienza di Manicardi, valente pittore ma non architetto. Il ciclo degli interventi sugli interni vide personaggi del calibro artistico di Ottorino Davoli, Gaetano Chierici, Anselmo Govi , Giovanni Costetti tutti pittori e altri come gli scultori Giuseppe Romagnoli, Enrico Prampolini, Giuseppe Brindani e Riccardo Secchi. Quest’ultimo partecipò alla ronda di polemiche come avversario di Manicardi, rendendosi solidale con Tirelli, ma smise quando fu coinvolto, insieme all’allievo Prampolini, nella esecuzione scultorea di elementi per il palazzo: dedicò due statue marmoree a Boiardo e ad Ariosto che ora si trovano ai Giardini Pubblici ma in origine erano predisposte nell’atrio. Il Prampolini scolpì le nike alate e i telamoni. La Cooperativa Pittori realizzò parte degli ornati sullo scalone. Ottorino Davoli si fece carico delle tele per il gabinetto di presidenza che poté ultimare solo alla fine della guerra poiché era stato chiamato alle armi e aveva dovuto interrompere i lavori cominciati nel 1914; si tratta di Il lavoro della terra e Il Frutto della terra. Brindani di Montecchio, della celebre famiglia di incisori,  lavorò il legno dei rosoni a soffitto nell’ atrio e diversi pregevoli pezzi di mobilio. In sintesi, il palazzo contemporaneo è un contenitore e una galleria dedicata al genio artistico dei reggiani. Giuseppe Romagnoli fece i 12 medaglioni in bronzo disposti lungo lo scalone monumentale, ognuno dedicato ad un reggiano illustre che fosse in qualche modo legato alle fortune della Cassa di Risparmio, come Pietro Manodori fondatore dell’istituto e del primo asilo cittadino, Ferrari Bonini benefattore e fondatore di scuole. Tutta la balaustra è in marmo fregiato da bassorilievi in tralci di rose; nei pilastrini sono incastonati piccoli putti di bronzo in rilievo che si devono al Manicardi. Sui fianchi della scala è tutto un ripetersi di esagoni con dorsi di api. Il soffitto del vano incassa un grande tondo dipinto con due putti danzanti in una serie di cassoni quadrati. La Fondazione Pietro Manodori, oltre a possedere la sede, vanta una collezione d’arte di notevole importanza con opere di Ludovico Carracci, Girolamo Donnini, Alessandro Tiarini e Marcantonio Franceschini , Giovanni Lanfranco e Cristoforo Munari. Tre paesaggi di Antonio Fontanesi sono stati ceduti alla città e sono in deposito presso la Civica Galleria Fontanesi.  Onfale di Carracci è la regina di Lidia, bella e languida e la qualità di questo olio su tela è sopraffina nella resa dell’incarnato, dei gioielli, della raffinata acconciatura e della espressione seducente della donna; la storia di questo dipinto è sconosciuta e l’originaria attribuzione a Francesco Brizio, discepolo del Carracci, ebbe a decadere con le teorie di Brogi e Benati. Tardo rinascimentale è anche la tela Incoronazione di spine di Camillo Procaccini con accenti drammatici e teatrali; del Lanfranco la tavola e la tela, entrambe in olio, dedicate ad Alessandro Magno che, in una, beve la medicina del leale medico Filippo e nell’altra rifiuta l’acqua offerta dal soldato. Si tratta di due opere di pregio acquistate nel 2001. Una bella tela seicentesca, raffigurante un intenso S. Giovanni Battista di Luca Ferrari è del fondo. La mole della Cassa di Risparmio accorpò la ex Casa della Congregazione di Carità con lavori di riadattamento condotti tra il 1925 ed il ’27; una colonna che apparteneva al portico del ‘500 fu rintracciata al piano terra ed oggi fa bella mostra di sé incassata in una parete. Il carattere architettonico dell’edificio allude alla maniera tardo rinascimentale ferrarese, il mattone padroneggia sulle facciate con un ordito regolare e sobrio dei muri ma si arricchisce quando incornicia le aperture e quando scandisce le fasce marcapiano e il bel cornicione denso di elementi decorativi a bassorilievo ; tre ordini di finestre si aprono sulla strada: un primo livello a monofore a tutto sesto, il secondo a bifore finte con archetti pensili e l’ultimo a ripetere ritmo e stile del primo. La decorazione a punta di diamante si ripete sugli stipiti di finestre e portali, il cornicione sommitale alterna fasce a fregio con foglie , conchiglie, elementi geometrici e le api simbolicamente rapportate alla attività della Cassa di Risparmio; sono ben eseguite, come da abilità tipicamente ottocentesche, le testine ornamentali disposte in sommità alle finestre. Tutti gli ornati in terracotta sono della ditta Antonio Beltrami di Reggio Emilia.

(scheda a cura dell’arch. Rosaria Petrongari, dicembre 2011)

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