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Giuseppe Mancini

Giuseppe Mancini

Di on ott 19, 2018 in Progettisti | 0 commenti

GIUSEPPE MANCINI
(1881 – 1954)

Nacque il 26 apr. 1881 a Bonazzera di Strettoia, frazione di Pietrasanta (in Versilia), da Olinto, marmista, e da Maria Bertozzi. Compì con profitto i primi studi a Carrara; appena diciannovenne fu a Parigi per un breve periodo; quindi si trasferì a Roma, ove ultimò gli studi diplomandosi in disegno architettonico nel 1902 presso l’istituto di belle arti. Nello stesso anno prese parte al concorso per il pensionato artistico nazionale di architettura, giungendo secondo dietro G.B. Milani. Tra il 1902 e il 1903 ottenne un incarico annuale di insegnamento presso l’Accademia di belle arti di Urbino; subito dopo partecipò nuovamente al concorso per il pensionato, risultandone vincitore. Il tema del concorso era costituito da un edificio da adibirsi a sede del pensionato artistico in Roma: il progetto del M. ebbe molta risonanza e contribuì certo ad alimentare quella fama di architetto visionario e utopico che sempre lo avrebbe accompagnato nel corso dell’esistenza. In una conversazione con V. Bucci, il M. stesso così si esprimeva nei riguardi del progetto: “Poiché [(] non si sarebbe mai attuato, nemmeno se l’avessi fatto assai modesto e pedestre, volli sbizzarrirmi, volli sognare, dar vita nel mio pensiero a una nobile casa di artisti, quale dovrebbe esserci in Italia se non fossimo così poveri e così poco curanti dell’arte. E riescii senza sforzo a combinare le belle gloriose tradizioni nostre, a cui sono tanto devoto, con le esigenze della vita moderna ed il bisogno del nuovo” (L’Illustrazione abruzzese, p. 47).

Nel 1904 il M. fu premiato al Salon di Parigi (Capelli): il suo progetto per un teatro e lo studio per un coro di una grande cattedrale (Sinfonia gotica) gli valsero le lodi da parte della stampa d’Oltralpe per lo spettacolare talento profuso nella rappresentazione grafica. Nel 1905 il M. partecipò al concorso internazionale per il progetto del palazzo della Pace all’Aia. La commissione giudicatrice premiò il linguaggio classicista del francese L. Cordonnier; tra gli italiani in concorso, A. Rigotti e il M. ricevettero considerazioni di merito sia dalla giuria sia dalla critica. Grande attenzione fu riservata in particolare al progetto del M., nel quale la matrice classica dell’organismo a pianta centrale veniva negata “non con deformazioni ma con trasparenze. Le architetture di Vittoni, Guarini, di Juvara e Calderini sono l’alimento del suo storicismo fantastico. Come per Brasini, la componente liberty plasticizza le compagini murarie, spesso emergenti dal suolo con raccordi curvilinei, o pulisce gli spartiti dei grovigli strutturali interni. [(]. Gli elaborati da lui eseguiti per il concorso dell’Aja contrastano con quelli di Rigotti: le sue visioni sono accostabili a quelle dello strutturalismo espressionista di futuristi come Virgilio Marchi e Ottorino Aloisio” (Nicoletti, p. 215).

Risalgono a questo primo periodo di attività alcune opere realizzate nella terra natale (Salvatori), ove giovanissimo aveva assunto la direzione artistica della bottega paterna: a Querceta (nei pressi di Pietrasanta) la casa Silvestri e le tombe Giannotti e Leonardi, quest’ultima in forma di sarcofago; nel cimitero di Vallecchia il sepolcro della famiglia Mattei, e ancora la casa Buselli (distrutta durante il secondo conflitto mondiale) e il villino Pampiglioni a Forte dei Marmi (1908), sul sito del quale venne edificato l’hotel Ritz. Nella chiesa di Terrinca realizzò un altare marmoreo e le pitture, oggi perdute, della volta e dell’abside. Curò inoltre numerosi allestimenti scenografici per il teatro di Pietrasanta, tra i quali notevole successo riscosse quello della Maga, opera di B. Stagi. Dal 1912 insegnò architettura all’Accademia di belle arti di Parma per circa venti anni (Capelli, 1971). L’incontro con S. Benelli si colloca con tutta probabilità negli anni della prima guerra mondiale: il M. progettò e realizzò per il drammaturgo toscano il celebre castello di Zoagli (1914). La villa sorge a picco sul mare in prossimità della via Aurelia. L’articolazione estremamente plastica dell’alzato, con il corpo centrale dal quale si dipartono le torri di varia forma, è enfatizzata “dall’uso alternato di conci in pietra e mattoni a vista, dalle mattonelle in ceramica e dagli azulejos” (Archivi del liberty italiano, p. 114).

Ancora per Benelli, che, nella prefazione al volume che raccoglie sessanta tavole raffiguranti i lavori del M. (L’architettura di Giuseppe Mancini. Progetti e schizzi, Milano s.d. [ma 1909 circa]), lo definì “ciclopico”, il M. curò le scene e i costumi della Rosmunda (circa 1918). Nel 1922 il M. partecipò al concorso nazionale per il Monumento al fante da erigersi sul monte S. Michele al Carso (Beseghi; Capelli); nel 1927 realizzò il famedio di C. Campanini nel cimitero della Villetta a Parma. Costituita da due gruppi bronzei in altorilievo raffiguranti l’Alba e il Tramonto, la composizione ha, come spesso nel M., grande impatto emozionale, esaltato e sottolineato dalle espressioni dei volti e dalla teatralità delle pose; al centro si trova una figura femminile con le braccia levate al cielo. Dal 1930 e per circa un ventennio fu professore di composizione architettonica e poi preside della facoltà di architettura presso il Politecnico di Milano; al M. è attribuito il monumento in bronzo a M. Fanti nell’atrio del rettorato (Salvatori).

“Pittor, scultor, architettor, poeta [(] peggio di Michelangelo”, come egli stesso amava definirsi, la sua produzione artistica e in specie quella architettonica appare, seppure di grande suggestione nella sua tensione al fantastico, “monocorde, insensibile ai flussi della moda o al dibattito internazionale” (Nicoletti, p. 215); acclamato da U. Arata negli anni Dieci come il più completo degli architetti italiani, il M. sarà di fatto sempre più penalizzato da questa sua “disattenzione” nei confronti del moderno, come sta a dimostrare la sua non fiorente attività.

Nel periodo milanese si dedicò prevalentemente alla pittura e alla scultura per una ristretta committenza (Capelli). Il M. morì a Milano il 1( marzo 1954; è sepolto nella tomba Buselli, nel cimitero di Querceta.

Fonti e Bibl.: Pietrasanta, Arch. stor. comunale, Biografie, ad vocem; L’età della bellezza: artisti versiliesi fra le due guerre. Giovani artisti: l’architetto G. M., in L’Illustrazione abruzzese, s. 2, (1905), 2, pp. 45-48; U. Arata, La prima mostra di architettura promossa dall’Associazione degli architetti lombardi, in Vita d’arte, 1914, n. 75, p. 67; S. Benelli, Rosmunda. Tragedia in quattro atti con illustrazioni di Giuseppe Mancini, Milano 1918; U. Beseghi, G. M., in Aurea Parma, VI (1922), pp. 86-89; A. Melani, Architettura italiana antica e moderna (1930), Milano 1989, p. 858; G. M. singolare figura di uomo e d’artista, in Parma per l’arte, maggio-agosto 1954, pp. 80 s.; G. Capelli, La grandiosità di G. M., in La Gazzetta di Parma, 3 luglio 1971; Id., Gli architetti del primo Novecento a Parma, Parma 1975, pp. 59-68, 205; E. Bairati – D. Riva, Guide all’architettura moderna. Il liberty in Italia, Roma-Bari 1975, pp. 60-63, 68, 156; M. Nicoletti, L’architettura liberty in Italia, Roma-Bari 1978, pp. 214 s., 230, 280, 293, 377; T. Salvatori, Un grande versiliese oggi completamente dimenticato. Fu pittor, scultor, architettor poeta, peggio di Michelangelo, in Versilia oggi, luglio 1986; Archivi del liberty italiano. Architettura, a cura di R. Bossaglia, Milano 1987, pp. 89, 114, 580 s.; L’età della bellezza: artisti versiliesi fra le due guerre (catal., Seravezza), a cura di C. Cordoni – C. Paolicchi – U. Sereni, Pisa 1991, pp. 5, 12, 15, 25 s., 29-43; P. Nicoloso, Gli architetti di Mussolini. Scuola e sindacato, architetti e massoni, professori e politici negli anni del regime, Milano 1999, pp. 32, 58, 177, 219; A. Panzetta, Nuovo Diz. degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, II, Borgaro 2003, p. 564; G. Capelli, Un artista bohémien, in La Gazzetta di Parma, 15 giugno 2004. R. Catini. Testo tratto da Treccani.

 

Tavole tratte da AMS Historica

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