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Giuseppe Graziosi Berini

Giuseppe Graziosi Berini

GIUSEPPE GRAZIOSI BERINI

(1879 – 1942)

 

Pochi artisti sono in Modena così amati come Giuseppe Graziosi, nato nel 1879 a Savignano sul Panaro, nell’area provinciale pedemontana, operoso in prevalenza a Firenze dove insegnava all’Accademia, ma sempre presente nel dibattito artistico della sua città d’origine. Il sessantesimo anniversario della sua morte, avvenuta nel 1942 a Firenze, è ora l’occasione per un’indagine presso le collezioni modenesi, condotta da Giancarlo Corrado, di quanto della sua arte conservi la sua terra natale. Molto, in effetti, si è potuto reperire: sono emerse anche opere inedite o poco note, che possono gettare luce più chiara sulle varie fasi dell’itinerario dell’artista, nei diversi frangenti di stile, nelle scelte di poetica attraverso tecniche eterogenee, confermandone l’appartenenza ai livelli più cospicui del primo Novecento italiano, e, si crede, arricchendone la personalità di più complesse variegature.
La ricerca ha recuperato alla conoscenza più ampia inediti episodi dell’attività plastica giovanile, ambientata nelle aule dell’Istituto d’Arte cittadino. Appartiene al tirocinio accademico, basato sulla copia da illustri modelli antichi, l’Omaggio ad Antonio Begarelli, rilievo in terracotta del 1896 che s’ispira al Compianto sul Cristo morto, capolavoro del celebre plastico modenese nella chiesa di S. Agostino. Su questa prassi scolastica getta luce anche il calco di un particolare del volto del David di Michelangelo – l’occhio e l’arcata sopraciliare destri – siglato da Graziosi, da riconnettersi ai suoi studi, modenesi ma più probabilmente fiorentini. Nel 1898, infatti, l’artista s’iscriverà all’Accademia di Firenze, frequentando i corsi d’incisione e di scultura, tenuti rispettivamente dall’anziano macchiaiolo Giovanni Fattori e da Augusto Rivalta, già allievo di Duprè.
Fra le più precoci opere plastiche è la Cicca, vivace busto di monello con un mozzicone di sigaretta fra le labbra, in un “verismo” ancora vincolato al soggetto di genere – come rivela la stessa scelta del titolo, spiritoso e ammiccante – gradito quel pubblico locale che amava le umorose scenette dipinte da Gaetano Bellei ed Eugenio Zampighi. E si palesa, in questa fase iniziale, l’intrinseco legame con l’ambiente modenese di Giuseppe Gibellini, docente di scultura all’Istituto d’Arte, e di Silvestro Barberini, il cui atelier il giovane Graziosi frequentava assiduamente. L’episodio forse più eloquente su quanto il giovane Graziosi avesse recepito dal genius loci della sua terra è il Ritratto di Emilia Crespellani, la quale, assieme al marito, lo storico e archeologo Arsenio, Sindaco di Savignano, sostennero l’artista negli studi. Emilia Crespellani è raffigurata, attorno al 1900, in un busto in terracotta che ne restituisce la salda qualità umana, secondo un’espressività perentoria recuperata dal “realismo” del quattrocentesco Guido Mazzoni, aggiornandolo sulle istanze del verismo fin de siécle.
Sempre in terracotta dipinta è Il figlio della gleba o Il falciatore, variante del gesso con cui l’artista conquistava la notorietà nel 1898, all’Esposizione Nazionale di Torino, affermandosi fra le promesse dell’arte “nuova”; un’arte socialmente coinvolta, che valse a sprovincializzare il dibattito figurativo nazionale, con premesse nel realismo di Courbet, sulla scia del belga Constantin Meunier, del francese Jean-Françoise Millet, della tedesca Kathe Kollwitz, degli italiani Achille d’Orsi e Vincenzo Vela. Per l’adesione di Graziosi a questa tematica sociale dovette contribuire anche l’ultima produzione di Fattori, con la serie di stampe che ritraggono la vita dei contadini toscani, in una prosa amara che rimanda al verismo di Verga, una fonte letteraria che avrebbe impressionato lo stesso Graziosi. Determinante, per questo snodo di stile e di poetica, fu il soggiorno a Parigi dall’aprile al giugno del 1903, durante il quale Graziosi poteva calarsi in un clima ancora impregnato dall’impressionismo e, soprattutto, veder confermata l’ammirazione verso Rodin e Meunier, come egli stesso ebbe a riferire. (Continua … Giuseppe Graziosi)

Testo di Graziella Martinelli Braglia

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