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Giuseppe Cellini

Giuseppe Cellini

GIUSEPPE CELLINI
(1855 – 1940)

Nacque a Roma il 9 dic. 1855 da Annibale, miniatore e pittore purista (allievo di T. Minardi e autore delle figurazioni del codice del Dogma dell’Immacolata, oltre che di varie altre miniature per Pio IX), e da Alelaide Severini (figlia dell’architetto Valentino). Rimasti assai presto orfani di ambedue i genitori, il Cellini e i suoi fratelli furono messi in collegio: Giuseppe in quello di S. Maria in Aquiro. Uscitone a diciotto anni, iniziò a frequentare l’Accademia di Belle Arti, conseguendo due anni dopo (1875) il diploma che gli consentì l’insegnamento del disegno nelle scuole tecniche. Per ovviare alle difficoltà economiche, già insegnava in scuole private. Inoltre, dal 1878 al 1880 studiò alla scuola del Museo artistico industriale, vincendo per due volte consecutive (1879 e 1880) il primo premio nei concorsi annuali fra gli allievi del corso di applicazione del disegno alle arti industriali. Nella formazione sua culturale si sommano diverse componenti: da un lato la tradizione pittorica rinascimentale, il gusto per la grafica e la decorazione ereditato dall’esperienza paterna; dall’altro la conoscenza di Nino Costa, il quale proponeva ai giovani artisti di uscire dalle pastoie dell’Accademia mediante un’adesione al vero da cogliere in lunghe sedute all’aperto nella Campagna romana.

Le idee del Costa furono teorizzate nel programma del Golden Club, associazione da lui fondata nel 1875 e subito disciolta, ma successivamente ripresa (1883) dalla Scuola etrusca, alla quale partecipò anche il Cellini. L’interesse del giovane per la realtà emendata dei suoi difetti e per il paesaggio si somma fin dall’inizio a quello per i temi e le figure allegoriche. maia_illDal 1881 iniziò la sua collaborazione alla Cronaca bizantina, la cui sede, era in palazzo Sciarra a Roma. Il primo numero della rivista, diretta fino al 1885 da Angelo Sommaruga e, dopo il fallimento e l’arresto di questo, da D’Annunzio, uscì il 15 giugno 1881. Il Cellini fu l’ideatore dei fregi di stampa, di gusto vagamente rinascimentale, che scandiscono l’impaginazione degli scritti, dei segni dello Zodiaco e delle “Grazie bizantinamente ammantate” della Nuova Cronaca (secondo la definizione di D’Annunzio, in Cronaca bizantina, 15 nov. 1885). Nel 1882 ritrasse Emilia Odescalchi e nel 1883 dipinse, in una sala del palazzo Odescalchi in Prati (via Vittoria Colonna), quattro medaglioni (P. Erculei, in L’Italia, Roma, 27 maggio 1881, pp. 90 s.). In quegli stessi anni il Cellini, che divideva col pittore P. Giraud uno studio alla passeggiata di Ripetta, n. 16, ricevette l’incarico di decorare l’interno e la galleria del palazzo Sciarra che il principe Maffeo aveva fatto trasformare dall’architetto G. De Angelis. Assai più importanti della decorazione interna (porte con grottesche e scene mitologiche; camino neocinquecentesco) sono gli affreschi della Galleria Sciarra (1888).

Il pittore, influenzato da Giulio Salvadori, pure collaboratore della Cronaca, concepì le pareti della galleria come fogli da decorare secondo un programma iconografico volto a esaltare le virtù tradizionali della donna, raffigurate simbolicamente nel registro superiore e rese esplicite da didascalie (quali, ad esempio, “Benigna”, “Domina”, “Amabilis”, “Misericors”, “Iusta”, “Prudens”), mentre nel registro inferiore si snoda la vicenda familiare della fanciulla, poi sposa e madre. L’uso dell’allegoria non soffocò tuttavia l’adesione affettuosa del Cellini agli aspetti della vita quotidiana che nella galleria ricevono, proprio in quanto tali, la loro solenne esaltazione, in opposizione all’immagine femminile incarnata da M. Serao, dalla contessa Lara, da Emma Ivon, e da Vernon Lee, i cui scritti sono pubblicati sulle pagine della Cronaca.

maia_frontDi grande importanza fu l’amicizia che fin da giovani legò il Cellini e Gabriele D’Annunzio. Dall’incontro fra il pittore, il poeta e il gruppo “In Arte Libertas”, fondato nell’anno 1886, la cui denominazione era stata suggerita dallo stesso Cellini (e con il quale espose spessissimo tra il 1886 e il 1901), nacque l’idea della “Editio picta“, cioè del volume illustrato, rinnovante in chiave moderna l’antico connubio fra l’illustrazione e il testo secondo un programma affine a quello che nel campo dell’editoria stava svolgendo la Kelmscott Press di W. Morris e Burne Jones a Londra. Il pittore chiamò a collaborare alla illustrazione della Isaotta Guttadauro di D’Annunzio (Ed. La Tribuna, Roma 1886) G. A. Sartorio, E. Coleman, O. Carlandi, V. Cabianca. Oltre alla copertina, al finalino e all’epodo a lui dedicato (p. 275), il C, illustrò le poesie alle pp. 73, 223, 591.

Nel 1889 si trasferì in Portogallo dopo aver vinto un concorso internazionale: a Lisbona insegnò alla Scuola di Belle Arti; ad Oporto insegnò alla Scuola d’arte applicata Don Enrique e lavorò con João Oliveira alla decorazione della Borsa. Ad Oporto frequentava, al caffè Swisso, poeti e letterati, fra i quali A. De Quental e A. Garret, che fece poi conoscere in Italia sul Fanfulla della Domenica (e poi in volume: Soc. Editrice Dante Alighieri, Roma 1899). Tornato in Italia nel 1892, insegnò per un breve periodo a Modena e successivamente al Museo artistico di Napoli, allora diretto da D. Morelli. Nel 1894 era di nuovo a Roma, ove insegnò all’Accademia di Belle Arti. Nello stesso anno fu invitato da Alfonso De Bosis a collaborare al Convitto, una “raccolta di cose d’arte degli eletti, pochissimi: prose, poesie, disegni in edizione di rara eleganza” (lettera di De Bosis al C. del 31 ott. 1894, in Cianfarani, 1938, p. 155). Il C. disegnò la copertina del primo volume (1895), reinterpretando in chiave moderna le iniziali e i fregi degli antichi manoscritti, e illustrò la traduzione di De Bosis di The Cenci di P. B. Shelley pubblicata nel vol. X-XI (1898).

Intorno al 1897 lavorava alla decorazione della villa Anziani alla batteria Nomentana, decorazione che si conserva ancora all’interno, mentre quella all’esterno è scomparsa. La collaborazione fra il C. e D’Annunzio proseguiva: il C. disegnò nel 1895 la copertina per l’Allegoria d’Autunno (Ed. Paggi, Firenze); nel 1902 il pittore, che l’anno prima aveva esposto la tempera Vespro romano alla mostra organizzata dalla Società degli amatori e cultori di belle arti di Roma (M. De Benedetti, in L’Arte, IV [1901], p. 183), iniziò i disegni allegorici, per i primi due volumi delle Laudi del poeta; nel 1909 realizzò la copertina con il labirinto per Forse che sì forse che no (Ed. Treves, Milano). La vita dell’artista, che nel frattempo si era sposato con Elena Orsini dalla quale ebbe sei figli, proseguiva lontana dai clamori che caratterizzavano l’esistenza degli amici.

Poco dopo gli inizi del Novecento lavorò alla decorazione della sala di lettura della Biblioteca Casanatense: ancora immagini allegoriche, allusive alle varie scienze e, negli spazi liberi, decorazioni a festoni con figure femminili. Le pitture della palazzina Borghese a Monte Brianzo, degli stessi anni, sono andate distrutte. Il C. fece parte dell’associazione “I 25 della Campagna Romana”, fondata il 24 maggio 1904, che si presentava come una continuazione del gruppo “In Arte Libertas”. Espose alla Biennale di Venezia un paesaggio nel 1901 (p. 181 del catal.) e nel 1905 (p. 132 del catal.) e alla prima Biennale romana del 1921 (p. 141 del catal.). Nel 1916 iniziò la decorazione della cupola di S. Rosa a Viterbo e, nel 1918 completò le pitture delle sale di rappresentanza nel palazzo del ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio con le raffigurazioni allegoriche del Commercio e dell’Industria, unitamente a fregi con il grano, l’uva, i pomi, l’olivo (Emporium, XXXIX [1914], pp. 150 s.). Lavorò pure a villa Blanc sulla via Nomentana.

maia2_illAccademico di S. Luca dal 1906, nel 1925 il C. venne ammesso fra i Virtuosi del Pantheon. La sua vita continuava a scorrere senza avvenimenti di grande rilievo fra l’insegnamento, la famiglia e il lavoro artistico; affrescava sale per mostre; miniava pergamene o diplomi di cittadinanza romana per illustri personaggi; disegnava ex libris per famiglie romane come Primoli, Doria, Odescalchi e i primi francobolli per il regno di Vittorio Emanuele III (emissione del 1° luglio 1901, aquila di Savoia, e 1° ott. 1901, effige del re; serie per il sesto centenario della morte di Dante – emissione del 28 sett. 1921 – con soggetti ispirati alla Divina Commedia, per i quali si veda G. Piloni, I francobolli dello Stato ital., Roma 1959, ad Indicem). Curava addobbi, come quello, rimasto celebre, di via Nazionale in occasione della venuta a Roma dell’imperatore di Germania Guglielmo II (1888); opera sua sono il trittico in legno dipinto donato dalla città di Roma al presidente francese Emile Loubet (1904) ed i frontespizi per il calendario degli anni 1898-1899 (Soc. Editrice Dante Alighieri), abbinati alle musiche del maestro S. Saya e ai testi di U. Fleres. Convinto da sempre della necessità di una valorizzazione del prodotto industriale mediante l’opera dell’artista, il Cellini disegnava stoffe, stucchi e oggetti che spesso suo fratello Pio realizzava in argento o in altri metalli. Morì a Roma il 29 apr. 1940.

Alquanto difficile è tracciare un giudizio sull’attività del Cellini che è scarsamente conosciuta, a causa anche e soprattutto del carattere stesso dell’uomo, schivo e riservato. Appare tuttavia possbile affermare che nella sua opera coesistono due direttrici che non sono in contrasto fra loro: quella dell’elegante decoratore che crea sofisticate immagini ricercando, specie nella ornamentazione del libro, uno stile basato sulla inquadratura geometrica e sulle grafiche raffinatezze ornamentali, e quella dell’erede della tradizione pittorica rinascimentale, creatore di figure dalla sicura impostazione plastica e spesso anche, a onta del loro significato allegorico, vivacemente e naturalmente atteggiate. Questa attenzione al vero costituisce anche il tratto distintivo dei suoi paesaggi.

 

Curiosità: Di Giuseppe Cellini la biblioteca possiede un esemplare del calendario 1899 (Roma: Società editrice Dante Alighieri, 1898), stampato come dono per gli abbonati alla Rivista d’Italia. con testi di Ugo Fleres e spartiti di Salvatore Saya. coll. 20.B.VI.42

Testo tratto da: movio.beniculturali.it

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