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Giulio Ulisse Arata

Giulio Ulisse Arata

GIULIO ULISSE ARATA
(1881 – 1962)

Nato a Piacenza nel 1881, appartiene a una generazione più tarda rispetto alla maggior parte degli esponenti del Liberty italiano ma fu comunque in grado di distinguersi come uno dei maggiori promotori del rinnovamento architettonico che interessò i primi decenni del Novecento.
Si avviò agli studi nella sua città natale, frequentando la scuola di Ornato e Architettura presso l’istituto Gazzola tra il 1895 e il 1899; la sua abilità nel disegno gli valse l’attenzione di Camillo Guidotti, che lo propose per una borsa di studio. Interruppe gli studi per pestare servizio militare a Napoli, dove ebbe occasione di lavorare anche come stuccatore e decoratore.
Completò la sua formazione prima con un corso di architettura presso l’Accademia di Brera a Milano e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma,dove si diplomò nel 1906.
La formazione di A. avvenne in un periodo di grande confusione e mutamenti nel panorama artistico e architettonico, così che durante gli studi e nei primi anni di attività professionale assorbì influenze molto variegate.
A Brera fu allievo di Luca Beltrami, architetto noto nel campo del restauro per il suo particolare approccio che si opponeva alle fantasie romantiche dell’Eclettismo in favore di uno studio accurato della documentazione storica dell’edificio e dell’ambiente circostante. Una lezione che sarà particolarmente preziosa per A., sempre attento all’inserimento dei suoi edifici all’interno del loro contesto nonché attento studioso delle tradizioni architettoniche locali. I numerosi viaggi per l’Italia lo avvicinarono molto alle tradizioni delle varie regioni, riguardo cui non mancò di pubblicare diversi libri e articoli. Raccolse inoltre una vastissima documentazione in una biblioteca di oltre 12.000 volumi dedicati alla storia dell’arte e dell’architettura – donati nel 1962 al Collegio Alberoni.
A Roma, A. assorbì una tendenza per l’Eclettismo, lì particolarmente orientato verso un gusto classico per via dell’eredità storica e culturale della città. Diversamente a Milano imperavano tendenze antiaccademiche e anticlassiciste, con le quali A. ebbe occasione di confrontarsi direttamente a partire dal 1906, collaborando con numerose imprese edilizie locali – anche se quasi esclusivamente per la realizzazione di facciate. Erano gli anni di massimo vigore del Liberty, che si inserì naturalmente tra le molte suggestioni presenti nell’architettura di A.
Così l’architetto si trovò a fondere l’immaginario Liberty con elementi anche molto diversi derivati dalla sua formazione eclettica e in particolar modo dalla sua esperienza come decoratore e restauratore. Le sue prime realizzazioni autonome a Milano furono legate alla committenza delle famiglie Berri-Mergalli e Carugati-Felisari, per le quali realizzò un totale di sei opere tra il 1907 e il 1914. In tali realizzazioni A. seppe combinare elementi Liberty di derivazione sommarughiana con ispirazioni accademiche e medievaleggianti in una combinazione unica di Storicismo, Elcettismo e Modernismo. La continuità con Sommaruga è particolarmente evidente negli apparati decorativi della casa in via Mascheroni (Milano, 1907-08) e comprovata dai numerosi articoli che Arata dedicò al suo predecessore nel corso degli anni.
Diverse nei materiali ma simili nell’approccio, le realizzazioni di Napoli del 1907-1908, tra cui spiccano il complesso termale di Agnano e il palazzo Mannajuolo; entrambi sono caratterizzati da chiari riferimenti Liberty ma allo stesso tempo curati nel loro inserimento urbano e paesistico e ricchi di suggestioni storiche – nel caso di palazzo Mannajuolo riprese dalla tradizione barocca.
L’originale approccio di A. non si può pertanto iscrivere nella breve e limitata parentesi del liberty: Rossana Bossaglia lo inserisce piuttosto nel contesto nel “neoeclettismo” o “eclettismo di ritorno” mentre Fabio Mangone arriva a parlare di un vero e proprio “stile Arata”.
L’inserimento di elementi Liberty ispirati alle esperienze internazionali valsero ad A. l’attenzione della critica come architetto rivoluzionario e progressista; dall’altra parte la sua peculiare attenzione per le tradizioni architettoniche locali e lo Storicismo lo avvicinarono alle aspirazioni nazionaliste che sempre più si delineavano con la prima guerra mondiale. La combinazione dei due elementi gli valse un enorme successo negli anni Dieci, momento culmine della sua carriera.
Il riconoscimento relativamente tardo rispetto a molti altri protagonisti del Liberty italiano conferma la natura poliedrica di A., la cui fama non rimase vincolata alla breve parentesi della moda per lo stile floreale ma incrementò negli anni successivi grazie alla sua sapiente interpretazione, che ne seppe perpetrare i principi più che l’estetica. A. infatti abbandonò progressivamente i motivi decorativi Art Nouveau ma non l’ambiente delle avanguardie artistiche e architettoniche, al quale rimasse strettamente legato anche nel decennio successivo.
A partire dal 1910, A. fu coinvolto in qualità di critico in alcune importanti riviste tra cui Pagine d’arte, Vita d’arte, ed Emporium; il suo favore era soprattutto per architetti come Giuseppe Sommaruga e Raimondo D’Aronco, che avevano saputo cogliere gli aspetti più moderni e profondi del rinnovamento Liberty al di là delle sue implicazioni modaiole. In quegli anni A. fu particolarmente vicino a critici, editori e artisti grazie a cui rimase al centro del vivo dibattito architettonico del periodo. In particolare era amico di Antonio Sant’Elia, con il quale fondò il gruppo Nuove Tendenze (1914); qui tuttavia nacquero presto alcune polemiche interne che vedevano opposti da un lato il Futurismo radicale di Sant’Elia, dall’altro approcci più moderati e storicisti al problema dell’architettura moderna; A., sempre attento ai caratteri storici e paesaggistici delle città italiane, si riconosceva nei secondi e pertanto finì per distaccarsi dal gruppo, orientato invece verso un Modernismo tecnologico e astorico.
Nel 1914 A. vinse il concorso per la chiesa di San Vitale a Salsomaggiore, dove mostra un chiaro distacco dalle fantasie Liberty in favore di un rigore formale dal sapore utopistico; il progetto fu rivisto più volte negli anni successivi e realizzato solo nel 1953 a opera dell’ufficio tecnico comunale.
Nel dopoguerra l’attività di progettista di A. rallentò. Fece molto parlare di sé con il progetto per palazzo Körner: con i suoi 15 piani doveva essere il primo grattacielo di Milano e accese forti dibattiti nella critica tra chi ne premiava il carattere innovatore e chi riteneva che avrebbe deturpato l’immagine della città. Altri progetti del dopoguerra includono il nuovo ospedale maggiore di Milano e lo stadio di Bologna. In generale però A. andò incontro a un progressivo declino negli anni Venti: il gusto eclettico tipico delle sue creazioni risultava ormai superato per cui si dedicò prevalentemente ad opere di restauro piuttosto che  di progettazione.
Negli anni Venti, solo a Piacenza si occupò del restauro delle chiese di Sant’Antonio, San Francesco, Vigolo Marchese e Vigoleno oltre ad un intero quartiere di case trecentesche. Fu responsabile anche di importanti interventi nel centro storico di Bologna, dove aprì uno studio professionale a partire dal 1924. Dal 1926 fu attivo a Ravenna con la realizzazione di un nuovo palazzo della Provincia, la casa del Balilla e la ristrutturazione della zona dantesca. Dal 1924 collaborò con l’amico Giuseppe Ricci Oddi alla realizzazione di una nuova Galleria d’Arte a Piacenza: lo assistette nelle acquisizioni e progettò l’edificio per la galleria, della quale divenne direttore nel secondo dopoguerra.
A partire dagli anni Trenta l’attività di A. come progettista entrò definitivamente in crisi: si confrontò solo con progetti di minore importanza e passò a dedicarsi principalmente a scrittura e insegnamento. Morì a Piacenza nel 1962.

Testo di Federica Mentasti © A. Speziali, Giuseppe Sommaruga (1867-1917). Un protagonista del Liberty, Cartacanta, Forlì 2017.

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