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Gino Coppedè

Gino Coppedè

GINO COPPEDÈ
(1866 – 1927)

 

Nacque a Firenze nel 1866 da Mariano Coppedè, un artigiano ebanista e intagliatore che aveva avviato in proprio un laboratorio noto come Casa Artistica. Seguendo le orme del padre, Gino, appena terminati i primi studi, fu iscritto alla scuola professionale di arti decorative industriali e già negli anni in cui frequentò la scuola (1884-1891) iniziò a lavorare attivamente nella bottega di famiglia.

I primi anni di apprendimento furono marcati da un’assimilazione dell’eredità artistica e culturale fiorentina e in particolar modo delle tecniche decorative del Manierismo e del Rinascimento. Sebbene queste già prevedessero un uso abbondante di dettagli decorativi, il giovane C., mosso da una profonda vena creativa, li enfatizzò ulteriormente in creazioni sovraccariche di ornamenti. Iniziò ad avvicinarsi al mondo dell’architettura grazie ai contatti coi numerosi artisti e architetti che frequentavano la Casa Artistica; l’esperienza come intagliatore di legno era allora una solida base per dedicarsi alla professione architettonica e per questo C. completò i suoi studi con un corso di architettura presso la Scuola di Belle Arti (1891-1896).

Sebbene mitigato dal rigore compositivo imposto dalla scuola di architettura, l’estro decorativo di C. si manifestò anche nelle sue prime commissioni edilizie così come nei progetti per elementi decorativi in ferro realizzati negli stessi anni per alcune fonderie di Pistoia. Dopo essersi occupato di alcune commissioni minori a Padova e Bologna, C. esordì con la progettazione del Castello MacKenzie a (mura di San Bartolomeo, Genova, 1897-1905). Il committente Evan MacKenzie – un facoltoso assicuratore di origini scozzesi – era particolarmente legato alla tradizione artistica fiorentina essendo nato proprio a Firenze. Il gusto di MacKenzie si sposò perfettamente con la preparazione artistica di C. Così, quella che era nata come la semplice ristrutturazione di una casa coloniale, diventò un fastoso castello dove l’architetto sfoggiò il meglio del suo repertorio gotico, rinascimentale e manierista. Il risultato è un’architettura eclettica che riflette il gusto storicista allora molto apprezzato in Italia, arricchito però dalla fervida fantasia decorativa di C. L’architetto studiò personalmente tutti gli arredi secondo un gusto che diventerà una caratteristica distintiva sia nei suoi edifici che nelle sue decorazioni: la rivisitazione di motivi di origine quattrocentesca o cinquecentesca esagerandone la scala con effetti monumentali e fondendo i vari elementi con un’unità stilistica in grado di occultare la varietà delle fonti.

Il castello MacKenzie riscosse un tale successo di pubblico e critica che C. si trasferì a Genova con la moglie Beatrice Romanelli per poter gestire gli innumerevoli incarichi arrivati dalla Liguria e dalla Toscana. Arrivarono commissioni sporadiche anche da Milano e dal Nord Italia. L’intensissima attività di questi anni è in parte documentata in Castelli e Ville in Carattere Quattrocentesco (1914), una raccolta di sessanta tavole architettoniche relative a edifici realizzati da C. sulla scia del castello MacKenzie. Anche se C. fu molto assorbito da incarichi per ville e residenze private, non mancarono commissioni pubbliche. In questo contesto, C. propose forme architettoniche generalmente più sobrie e rettilinee, di ispirazione neorinascimentale – uno stile allora ritenuto più idoneo agli edifici pubblici. L’architetto però non mancò mai di lasciare la sua impronta d’autore, visibile specialmente nelle esuberanti decorazioni che arricchiscono le facciate di edifici come i palazzi Bogliolo, Zuccarino o l’hotel Miramare di Genova. È proprio in questi edifici che l’immaginario gotico-rinascimentale di C. lasciò più spazio a ornamenti di ispirazione Liberty. Ancora più marcate le influenze nelle realizzazioni per le fiere: il padiglione di Sampierdarena all’Esposizione del Sempione (Milano,1906) e nei progetti per la Mostra di marina ed igiene marinara (Genova, 1914) per la quale C. supervisionò sia il piano generale sia la maggior parte dei padiglioni. Al tempo della prima guerra mondiale, C. era ormai un architetto molto conosciuto e affermato così che anche dopo la fine del conflitto continuò a lavorare senza sosta. Molte nuove commissioni vennero da Genova, in particolare dal Banco Cerruti e si tradusse in numerose realizzazioni in varie città italiane tra cui Messina e Terracina. Il progetto più importante realizzato da C. nel dopoguerra è sicuramente il complesso di edifici attorno a Piazza Mincio a Roma, oggi noto come quartiere Coppedè (1915-1924). Ancora una volta C. si rifece al linguaggio che lo aveva reso famoso con il castello MacKenzie, con un tripudio di forme neogotiche mescolate con suggestioni che dal Liberty ormai viravano verso la geometria dell’Art Decò. L’originalissima sintesi di antico e moderno e l’accresciuto carattere monumentale rifletteva le ambizioni dell’alta borghesia romana cui il quartiere era destinato e costituì la base per altri complessi simili realizzati negli anni successivi: gli edifici per la famiglia Cerruti a Messina, il palazzo in via Palepoli a Napoli, un castello a Siviglia, in Spagna. Gli incarichi architettonici furono accompagnati anche da impegni accademici: C. fu professore nelle accademie di Firenze, Genova, Perugia e Urbino e dal 1917 gli fu assegnata la cattedra di architettura generale all’Università di Pisa. Nel 1926 venne nominato professore emerito dell’Accademia delle arti del disegno di Firenze. C. non dimenticò nemmeno la vecchia bottega di famiglia: nel 1920, dopo la morte del padre, rilevò la direzione della Casa Artistica insieme con il fratello Adolfo e i due collaborarono nella realizzazione degli interni per navi e piroscafi. Le ultime creazioni di C. negli anni Venti si presentano progressivamente più sobrie, in linea con il mutato clima culturale che vedeva nel ricco decorativismo dell’architetto una fase ormai superata. Ma anche negli ultimi edifici, per quanto lineari, si distingue ancora il gusto ricco e ridondante delle architetture che lo avevano reso famoso. Nel 1927, C. contrasse una cancrena polmonare in seguito a una semplice operazione. Morì così, prima che il cambiamento potesse travolgerlo.

 

Testo di Federica Mentasti © A. Speziali, Giuseppe Sommaruga (1867-1917). Un protagonista del Liberty, Cartacanta, Forlì 2017.

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