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Galileo Chini

Galileo Chini

GALIELO CHINI
(1873 – 1956)

 

Fu una figura estremamente poliedrica e nel corso della sua vita si cimentò in attività che spaziano dalla pittura e dalla ceramica fino al restauro e alla scenografia. Fu tra i migliori interpreti dello stile Liberty in Italia e il suo approccio innovativo, di ispirazione internazionale, gli valse un’ottima reputazione sia in Italia che all’estero.

Naque a Firenze nel 1873. A causa delle limitate possibilità economiche della famiglia, si formò prevalentemente da autodidatta, con l’unica eccezione di un corso di arti decorative presso la Scuola d’Arte di Santa Croce. Si cimentò inizialmente nel campo del restauro, nella ditta dello zio Dario e in alcune altre botteghe di Firenze tra cui quella di Augusto Burchi. L’esperienza di restauro di antichi affreschi garantì a C. familiarità con tecniche di origine medievale, allora molto in voga presso gruppi artistici internazionali come i Preraffaeiliti. Fu proprio la popolarità che queste tecniche godevano presso le avanguardie artistiche del tempo ad avvicinare C. alla cultura europea, allora divulgata anche in Italia tramite riviste come The Studio, Ver Sacrum ed Emporium. L’ispirazione di origine europea iniziò a palesarsi nelle ceramiche che C. realizzò a partire dal 1896, quando in collaborazione con Giovanni Vannuzzi, Giovanni Montelatici e Vittorio Giunti rilevò una una manifattura locale cambiandone il nome in Arte della Ceramica. Le forme sinuose di piante e animali che caratterizzavano la produzione della piccola ditta rimandavano chiaramente all’iconografia modernista delle esperienze Art Nouveau in Europa. La sapiente combinazione dell’artigianato tradizionale con il gusto artistico dell’epoca valse alla ditta prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui premi alle esposizioni internazionali di Londra, Parigi, Torino, Bruxelles, San Pietroburgo e St. Louis. Nonostante i numerosi successi, l’esperienza con l’Arte della Ceramica si concluse nel 1904 in seguito ad alcuni dissapori con gli altri soci.

  1. non aveva però abbandonato la sua pratica di restauratore e decoratore, e negli stessi anni fu chiamato a lavorare in un gran numero di edifici pubblici a Firenze e nel centro Italia. La sua esperienza con l’architettura fu di fondamentale importanza nella fondazione delle Fornaci di San Lorenzo, una nuova impresa dove C. combinò la sua esperienza di ceramista con quella di decoratore realizzando vasi, oggetti decorativi ma soprattutto grés, vetrate artistiche e piastrelle. La nuova impresa vantò diverse collaborazioni di rilievo con architetti dell’epoca come Adolfo Coppedè, Giovanni Michelazzi e Annibale Rigotti. Molte piastrelle della fornace furono impiegate in Versilia, luogo di villeggiatura prediletto da C. C. costruì personalmente la sua residenza estiva a Fosso dell’Abate, vicino Vareggio e si occupò anche del piano urbanistico del paese; l’artista collaborò a quattro mani anche ella realizzazione di numerosi progetti di Ugo Giusti e Alfredo Belluomini. In particolare, negli anni Venti, C. contribuì al rinnovo del lungomare di Viareggio in qualità di membro della commissione istituita per la ricostruzione dopo l’incendio del 1917.
  2. si distinse inoltre per la partecipazione a numerose esposizioni di spessore internazionale tra cui L’Esposizione del Sempione (Milano, 1906), dove collaborò con Giovanni Beltrami e la Biennale di Venezia, alla quale partecipò ripetutamente sia in qualità di pittore sia di allestitore e decoratore. Per l’allestimento della Sala del Sogno – la sala destinata a ospitare le opere del Simbolismo europeo alla VII Biennale di Venezia, 1907 – collaborò con Gaetano Previati, principale responsabile della diffusione del Divisionismo nel nord Italia e personalità dalla quale C. assorbì numerosi spunti per i colori e i soggetti dei suoi quadri. I dipinti di C. di inizio Novecento mostrano chiaramente un sapore simbolista, derivato dallo stesso Previati e, indirettamente, da Segantini.

La fase successiva della carriera di C. fu però dominata dall’influsso di Gustav Klimt, del quale aveva potuto ammirare le opere in occasione delle esposizioni di Bruxelles e Venezia. Numerosi inserti dorati ispirati dal maestro austriaco caratterizzano per esempio gli affreschi del palazzo del trono di Bangkok, che C. era stato invitato a decorare dal re del Siam in persona. C. fu chiamato a lavorare a Bangkok assieme ad altri artisti e architetti italiani dopo che il re era rimasto affascinato dalle loro realizzazioni durante un viaggio in Europa nel 1897. Il nuovo palazzo del trono fu realizzato su progetto di Mario Tamagno e Annibale Rigotti e vide la partecipazione di numerosi altri artisti italiani. C. in particolare fu ingaggiato in seguito al successo riscosso alla Biennale di Venezia con la Sala del Sogno.L’esperienza a Bangkok fu probabilmente il punto più alto della carriera di C. e lo tenne impegnato fuori dall’Europa per ben quattro anni, dal 1910 al 1914. Il soggiorno in Thailandia fu di notevole importanza anche da un punto di vista stilistico perché diede all’artista l’opportunità di confrontarsi in prima persona con l’arte asiatica e di integrarvi preziose suggestioni in un’originalissima combinazione di modernismo europeo e orientalismo.

Al rientro in patria, C. riprese a lavorare a pieno regime occupandosi di affreschi e apparati decorativi in edifici sparsi in tutta Italia, da ville private fino a importanti edifici pubblici tra cui per esempio la camera di commercio di Firenze o il palazzo comunale di Montecatini Terme. Di particolare importanza gli interventi a Salsomaggiore: si occupò inizialmente dell’apparato decorativo per le Terme Berzieri (1920-23) e negli anni successivi fu chiamato in numerose altre strutture alberghiere del posto, in particolare il Grand Hotel des Thèrmes (1926). Suggestioni dell’esperienza in estremo oriente si ritrovano nella sala moresca delle Terme Berzieri e nel palazzo milanese all’angolo tra via Seprio e via Piemonte, dove C. decise addirittura di includere una statua buddhista. Il gusto orientaleggiante di C. fu alla base della sua più importante esperienza nel campo del teatro: Giacomo Puccini infatti lo scelse come scenografo di Turandot proprio sulla base dell’esperienza diretta della cultura asiatica. Non si trattava però della sua prima esperienza come scenografo: C. esordì nel 1908 curando le scenografie per La Maschera del Bruto, di Sam Benelli. Anche se si trattò di un’esperienza secondaria nella ricchissima carriera di C. è interessante come seppe distaccarsi fin dall’inizio dai canoni ottocenteschi in favore di un immaginario moderno ispirato all’Art Nouveau. C. continuò la sua esperienza come scenografo in maniera sporadica, collaborando con il teatro Argentina di Roma tra il 1909 e il 1910 ed entrando poi in contatto con Gianni Schicchi e Giacomo Puccini. Si occupò occasionalmente anche dei cartelloni. Fu anche professore: ottenne un primo incarico nel 1908 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e al suo ritorno da Bangkok fu nominato professore di ornato all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Dal 1928 insegnò decorazione pittorica alla Reale Scuola di Architettura di Firenze. Abbandonò la sua posizione nel 1938 a causa dell’età avanzata.

La stagione più ricca e produttiva di C. si concluse con gli anni Venti, con il ciclo di affreschi di villa Donegani – Moltrasio, lago di Como, 1927. Tuttavia, nel decennio successivo l’artista vantò numerose mostre personali e partecipazioni a manifestazioni internazionali tra cui, ancora una volta, la Biennale di Venezia.

Negli anni Cinquanta C. sviluppò una malattia degli occhi che lo portò progressivamente fino alla cecità; i toni tetri degli ultimi dipinti realizzati in quegli anni riflettono il dramma personale dell’artista. Prima della morte, avvenuta nel 1956, C. fece a tempo a partecipare all’Esposizione Internazionale di Arte Sacra – Roma, 1951 – e alla Mostra di Arte Contemporanea – Roma, 1953. Firenze gli dedicò una retrospettiva nel 1952 e alcune sue opere vennero esposte a Bogotà, in Colombia, nel 1956.

 

Testo di Federica Mentasti © A. Speziali, Giuseppe Sommaruga (1867-1917). Un protagonista del Liberty, Cartacanta, Forlì 2017.

Altre foto sul sito: www.repertoriogalileochini.it

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