Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!
Menu Navigazione
Ferrara, la testimonianza della cultura italiana di inizio Novecento in tre ville

Ferrara, la testimonianza della cultura italiana di inizio Novecento in tre ville

Villa Amalia, Ferrara, viale Cavour 194

 

Fino all’Unità d’Italia le imbarcazioni commerciali provenienti dal Po raggiungevano il castello estense, centro della città, attraverso il canale Panfilio.

Nel 1862 il canale fu interrato a seguito delle trasformazioni urbanistiche che, come nelle altre città italiane desiderose di dotarsi di un nuovo volto sui modelli delle metropoli europee, interessarono anche Ferrara. L’arteria stradale che vi si realizzò per collegare la nuova stazione ferroviaria al centro della città, l’odierno viale Cavour, si trovava in una zona costituita prevalentemente da orti e fu interessata dall’espansione edilizia borghese tra la fine del XIX e i primi anni del XX secolo. Essa consistette nella costruzione di eleganti ville e servizi pubblici, elementi tipici della imprenditorialità borghese che anticiparono la nuova edificazione della zona dell’ex piazza d’Armi, abbattuta  nel 1859, dettata dal Piano Regolatore e d’Ampliamento della città di Ferrara e dei sobborghi (1913-1937).

Oggi solo poche ville ricordano l’originario aspetto Liberty che aveva il viale per lo meno fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale quando i bombardamenti  prima e una politica di riorganizzazione degli spazi urbani poi (anni Sessanta) distrussero le testimonianze del gusto della Belle Epoque ferrarese.

L’ing. Ciro Contini (Ferrara 1873-Los Angeles 1952) fu il protagonista di tale rinnovamento architettonico che coinvolse anche alcuni edifici e mostre di negozi del centro storico non sempre giunti fino ad oggi, tra cui quella del padre Beniamino che gestiva un emporio in piazza Duomo al pianterreno del palazzo municipale. Contini si avvicinò allo stile floreale agli inizi del XX secolo dopo gli studi tecnici svolti a Ferrara e a Bologna dove si laureò ingegnere civile nel 1895 e dopo aver  lavorato alle dipendenze di Gaetano Duprà, ingegnere comunale che dominava la scena architettonica ferrarese poco fervida di novità.

Le realizzazioni di Contini, in particolare i tre villini che si susseguono lungo il viale Cavour,  riassumono il particolarismo del Liberty ferrarese che, come in molti altri casi italiani, non riusciva a raggiungere le novità strutturali ed estetiche dei più noti esempi europei: un Liberty ‘estetico’, decorativo che partiva imprescindibilmente dalla tradizione storica-artistica italiana, in questo caso estense, come nel caso di villa Amalia.

L’edificio, che si trovava al termine estremo di viale Cavour, fu progettato dal Contini per l’industriale metallurgico Paolo Santini e per la moglie Amalia Torri, ricca possidente di Bondeno, secondo forme e decorazioni eclettiche tipiche dell’età umbertina per le quali lavorarono artisti e artigiani locali e non, il capomastro Giuseppe Bertocchi, Carlo Gioccoli che si occupò delle coloriture e Luigi Roncarà, responsabile della ferramenta. Furono inoltre utilizzati alcuni materiali prefabbricati e prodotti di rifinitura di cui Contini era rappresentante per lo meno dal 1903, come i manti di rivestimento impermeabili per i tetti in Holczcement della ditta Visetti di Torino (sopra i quali erano state poste le tegole “Ardesia Excelsior” della fornace Pasiano di Pordenonei )e i pavimenti alla veneziana della ditta Fiorini di Bologna.

Il minimo senso di movimento dato dall’asimmetria planimetrica e volumetrica della palazzina è vivacizzato dalla variata forma delle finestre (monofore, bifore e trifore) e dall’apparato decorativo senza però che questo  abbia una qualche relazione con la struttura portante, come invece prevedevano i teorici del design modernista dove struttura, decorazione e funzionalità dovevano compenetrarsi.

Così come il corpo occidentale dell’edificio, adibito a salotto di ricevimento a pianoterra e a camera da letto al primo piano, rompe la simmetria planimetrica che altrimenti avrebbe, il secondo piano dell’edificio, sede delle stanze di servizio,  è limitato ad una sola parte dell’edificio dando quindi alla struttura una forma che vuole richiamare la tipologia costruttiva a torretta, mentre la parte restante dell’ultimo piano è costituita da una terrazza.

La decorazione esterna è costituita dalle cornici marcapiano e da quelle delle finestre, realizzate in cemento dalla ditta di Pio Lodesani di Reggio Emilia, e decorate con motivi floreali, in particolare da gruppi di tre rose i cui boccioli in altorilievo, sporgenti rispetto agli esili rami in rilievo più basso, affiancano gli angoli superiori delle cornici delle finestre e il sottogronda. La rosa è l’elemento decorativo predominante visto che essa si ritrova anche nelle parti in ferro dell’edificio, come la pensilina in ferro e vetro della porta d’ingresso, i balconcini delle finestre del primo piano e la ringhiera della terrazza dell’ultimo piano, tutti realizzati da Augusto de Paoli di Ferrara, fabbro e collaboratore di Lodesani. Lo stesso motivo decorativo si ritrova anche nelle fasce in ceramica che decorano le parti alte delle finestre, sotto la dentellatura delle cornici, e il perimetro della casa sottostante alla cornice in cemento del sottogronda. La cromia verde-azzurro-giallo delle ceramiche spicca oggi sulla facciata restaurata di mattoni rossi e intonaco giallo nelle pareti lisce e in quelle realizzate col tradizionale bugnato orizzontale. Produttore delle mattonelle ceramiche fu la Manifattura Fontebuoni  di Firenze, diretta dal conte Vincenzo Giustiniani di Ferrara che si avvaleva dei disegni del pittore e ceramista fiorentino Galileo Chini fino al 1904.

La convivenza di elementi antichi e moderni si ritrovava anche nell’interno dove la fascia decorativa neocinquecentesca del decoratore e restauratore ferrarese Augusto Paglierini (1872-1960), il soffitto rinascimentale proveniente da un palazzo di via Lollio e le porte realizzate a bugnato a punta di diamante si coniugavano alla scala interna elicoidale oggi perduta, alle maniglie in ottone, ad alcuni pannelli lignei sotto le finestre dello studio, riconducibili all’ebanista e interiors designer ferrarese Primo Roda, e alla fascia in ceramica inserita in uno dei sovrapporte, realizzata secondo motivi floreali stilizzati su disegno di Galileo Chini.

Lo stesso modus operandi, la convivenza tra elementi modernisti e antichi, fu poi adottato anche nel villino Santini, oggi non più esistente, costruito nel 1907 per Silvio Santini, fratello di Paolo e anche lui gestore della fabbrica metallurgica.

La villa, nonostante la ripercussione che ebbe in ambito locale e nazionale, essendo pubblicata anche sulla rivista «Architettura Italiana» nel 1907, rappresentò un passo indietro nel percorso verso il Liberty che Contini aveva inaugurato col villino Melchiori l’anno precedente.

 

 

Bibliografia di riferimento

 «Architettura italiana», 1906, n. 4 pp. 14-15, tavv. 27-29
Ferrara. Città d’arte, Lanza A.D.G. di Lanza Barbara & C., s.n.c., Pontelagoscuro (Ferrara), s.d.
Il Liberty in Emilia, Artioli, Modena, 1988
Archivi del Liberty italiano, a cura di Rossana Bossaglia, Franco Angeli, Mi, 1987
Lucio Scardino, Ciro Contini ingegnere e urbanista, Liberty House, Ferrara, 1987
Elena Profeti, 1861-1898. Le arti applicate in Toscana alle esposizioni nazionali, tesi di laurea in Storia dell’arte, relatore prof. Alessandro Tosi, Università di Pisa, a.a. 2011-2012, pp. 134-153
http://www.arteliberty.it/fe_villa_amalia.html
http://www.ottocentoferrarese.it/dizionario-storico-dellottocento-ferrarese/lemmi/item/72.html

 

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Scrivi Risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>