Italia Liberty http://www.italialiberty.it a cura di Andrea Speziali Fri, 19 Oct 2018 21:57:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.2.21 Giuseppe Mancini http://www.italialiberty.it/giuseppemancini/ http://www.italialiberty.it/giuseppemancini/#comments Fri, 19 Oct 2018 11:33:39 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=15142 GIUSEPPE MANCINI (1881 – 1954) Nacque il 26 apr. […]

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GIUSEPPE MANCINI
(1881 – 1954)

Nacque il 26 apr. 1881 a Bonazzera di Strettoia, frazione di Pietrasanta (in Versilia), da Olinto, marmista, e da Maria Bertozzi. Compì con profitto i primi studi a Carrara; appena diciannovenne fu a Parigi per un breve periodo; quindi si trasferì a Roma, ove ultimò gli studi diplomandosi in disegno architettonico nel 1902 presso l’istituto di belle arti. Nello stesso anno prese parte al concorso per il pensionato artistico nazionale di architettura, giungendo secondo dietro G.B. Milani. Tra il 1902 e il 1903 ottenne un incarico annuale di insegnamento presso l’Accademia di belle arti di Urbino; subito dopo partecipò nuovamente al concorso per il pensionato, risultandone vincitore. Il tema del concorso era costituito da un edificio da adibirsi a sede del pensionato artistico in Roma: il progetto del M. ebbe molta risonanza e contribuì certo ad alimentare quella fama di architetto visionario e utopico che sempre lo avrebbe accompagnato nel corso dell’esistenza. In una conversazione con V. Bucci, il M. stesso così si esprimeva nei riguardi del progetto: “Poiché [(] non si sarebbe mai attuato, nemmeno se l’avessi fatto assai modesto e pedestre, volli sbizzarrirmi, volli sognare, dar vita nel mio pensiero a una nobile casa di artisti, quale dovrebbe esserci in Italia se non fossimo così poveri e così poco curanti dell’arte. E riescii senza sforzo a combinare le belle gloriose tradizioni nostre, a cui sono tanto devoto, con le esigenze della vita moderna ed il bisogno del nuovo” (L’Illustrazione abruzzese, p. 47).

Nel 1904 il M. fu premiato al Salon di Parigi (Capelli): il suo progetto per un teatro e lo studio per un coro di una grande cattedrale (Sinfonia gotica) gli valsero le lodi da parte della stampa d’Oltralpe per lo spettacolare talento profuso nella rappresentazione grafica. Nel 1905 il M. partecipò al concorso internazionale per il progetto del palazzo della Pace all’Aia. La commissione giudicatrice premiò il linguaggio classicista del francese L. Cordonnier; tra gli italiani in concorso, A. Rigotti e il M. ricevettero considerazioni di merito sia dalla giuria sia dalla critica. Grande attenzione fu riservata in particolare al progetto del M., nel quale la matrice classica dell’organismo a pianta centrale veniva negata “non con deformazioni ma con trasparenze. Le architetture di Vittoni, Guarini, di Juvara e Calderini sono l’alimento del suo storicismo fantastico. Come per Brasini, la componente liberty plasticizza le compagini murarie, spesso emergenti dal suolo con raccordi curvilinei, o pulisce gli spartiti dei grovigli strutturali interni. [(]. Gli elaborati da lui eseguiti per il concorso dell’Aja contrastano con quelli di Rigotti: le sue visioni sono accostabili a quelle dello strutturalismo espressionista di futuristi come Virgilio Marchi e Ottorino Aloisio” (Nicoletti, p. 215).

Risalgono a questo primo periodo di attività alcune opere realizzate nella terra natale (Salvatori), ove giovanissimo aveva assunto la direzione artistica della bottega paterna: a Querceta (nei pressi di Pietrasanta) la casa Silvestri e le tombe Giannotti e Leonardi, quest’ultima in forma di sarcofago; nel cimitero di Vallecchia il sepolcro della famiglia Mattei, e ancora la casa Buselli (distrutta durante il secondo conflitto mondiale) e il villino Pampiglioni a Forte dei Marmi (1908), sul sito del quale venne edificato l’hotel Ritz. Nella chiesa di Terrinca realizzò un altare marmoreo e le pitture, oggi perdute, della volta e dell’abside. Curò inoltre numerosi allestimenti scenografici per il teatro di Pietrasanta, tra i quali notevole successo riscosse quello della Maga, opera di B. Stagi. Dal 1912 insegnò architettura all’Accademia di belle arti di Parma per circa venti anni (Capelli, 1971). L’incontro con S. Benelli si colloca con tutta probabilità negli anni della prima guerra mondiale: il M. progettò e realizzò per il drammaturgo toscano il celebre castello di Zoagli (1914). La villa sorge a picco sul mare in prossimità della via Aurelia. L’articolazione estremamente plastica dell’alzato, con il corpo centrale dal quale si dipartono le torri di varia forma, è enfatizzata “dall’uso alternato di conci in pietra e mattoni a vista, dalle mattonelle in ceramica e dagli azulejos” (Archivi del liberty italiano, p. 114).

Ancora per Benelli, che, nella prefazione al volume che raccoglie sessanta tavole raffiguranti i lavori del M. (L’architettura di Giuseppe Mancini. Progetti e schizzi, Milano s.d. [ma 1909 circa]), lo definì “ciclopico”, il M. curò le scene e i costumi della Rosmunda (circa 1918). Nel 1922 il M. partecipò al concorso nazionale per il Monumento al fante da erigersi sul monte S. Michele al Carso (Beseghi; Capelli); nel 1927 realizzò il famedio di C. Campanini nel cimitero della Villetta a Parma. Costituita da due gruppi bronzei in altorilievo raffiguranti l’Alba e il Tramonto, la composizione ha, come spesso nel M., grande impatto emozionale, esaltato e sottolineato dalle espressioni dei volti e dalla teatralità delle pose; al centro si trova una figura femminile con le braccia levate al cielo. Dal 1930 e per circa un ventennio fu professore di composizione architettonica e poi preside della facoltà di architettura presso il Politecnico di Milano; al M. è attribuito il monumento in bronzo a M. Fanti nell’atrio del rettorato (Salvatori).

“Pittor, scultor, architettor, poeta [(] peggio di Michelangelo”, come egli stesso amava definirsi, la sua produzione artistica e in specie quella architettonica appare, seppure di grande suggestione nella sua tensione al fantastico, “monocorde, insensibile ai flussi della moda o al dibattito internazionale” (Nicoletti, p. 215); acclamato da U. Arata negli anni Dieci come il più completo degli architetti italiani, il M. sarà di fatto sempre più penalizzato da questa sua “disattenzione” nei confronti del moderno, come sta a dimostrare la sua non fiorente attività.

Nel periodo milanese si dedicò prevalentemente alla pittura e alla scultura per una ristretta committenza (Capelli). Il M. morì a Milano il 1( marzo 1954; è sepolto nella tomba Buselli, nel cimitero di Querceta.

Fonti e Bibl.: Pietrasanta, Arch. stor. comunale, Biografie, ad vocem; L’età della bellezza: artisti versiliesi fra le due guerre. Giovani artisti: l’architetto G. M., in L’Illustrazione abruzzese, s. 2, (1905), 2, pp. 45-48; U. Arata, La prima mostra di architettura promossa dall’Associazione degli architetti lombardi, in Vita d’arte, 1914, n. 75, p. 67; S. Benelli, Rosmunda. Tragedia in quattro atti con illustrazioni di Giuseppe Mancini, Milano 1918; U. Beseghi, G. M., in Aurea Parma, VI (1922), pp. 86-89; A. Melani, Architettura italiana antica e moderna (1930), Milano 1989, p. 858; G. M. singolare figura di uomo e d’artista, in Parma per l’arte, maggio-agosto 1954, pp. 80 s.; G. Capelli, La grandiosità di G. M., in La Gazzetta di Parma, 3 luglio 1971; Id., Gli architetti del primo Novecento a Parma, Parma 1975, pp. 59-68, 205; E. Bairati – D. Riva, Guide all’architettura moderna. Il liberty in Italia, Roma-Bari 1975, pp. 60-63, 68, 156; M. Nicoletti, L’architettura liberty in Italia, Roma-Bari 1978, pp. 214 s., 230, 280, 293, 377; T. Salvatori, Un grande versiliese oggi completamente dimenticato. Fu pittor, scultor, architettor poeta, peggio di Michelangelo, in Versilia oggi, luglio 1986; Archivi del liberty italiano. Architettura, a cura di R. Bossaglia, Milano 1987, pp. 89, 114, 580 s.; L’età della bellezza: artisti versiliesi fra le due guerre (catal., Seravezza), a cura di C. Cordoni – C. Paolicchi – U. Sereni, Pisa 1991, pp. 5, 12, 15, 25 s., 29-43; P. Nicoloso, Gli architetti di Mussolini. Scuola e sindacato, architetti e massoni, professori e politici negli anni del regime, Milano 1999, pp. 32, 58, 177, 219; A. Panzetta, Nuovo Diz. degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, II, Borgaro 2003, p. 564; G. Capelli, Un artista bohémien, in La Gazzetta di Parma, 15 giugno 2004. R. Catini. Testo tratto da Treccani.

 

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Tavole tratte da AMS Historica

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ENZO BIFOLI
(1882 – 1965)

Nato a Firenze il 21 aprile 1882, ben presto segue i corsi della Scuola di Arti Decorative diplomandosi nel 1900, e, successivamente, a completamento dei suoi studi, quelli della Scuola di Nudo dell’Acca-demia di Belle Arti. Le sue prime prove artistiche avrebbero avuto come punto di riferimento la manifattura “Arte della Ceramica” di Galileo Chini: un momento fondamentale nella formazione del giovane che tratterrà sempre “atteggiamenti” e “tic” stilistici legati alla forte personalità di Chini e al suo avvicinarsi al linguaggio klimtiano con gusto sintetico e risultati essenziali. Chiamato a Genova dal pittore Riccardo Cavallari, attivo collaboratore dell’architetto Gino Coppedè, Bifoli vi si stabilisce appunto nel 1904, entrando proprio nello studio dell’architetto in qualità di collaboratore e disegnatore fino al 1918. Non trascura tuttavia i suoi studi, che prosegue a Bologna, dove nel 1912 riesce a conseguire la licenza di architetto all’Istituto di Belle Arti con un disegno di grande forza grafica, “Arco di Trionfo in onore della guerra libica”, e di altrettanto respiro: siamo nel pieno degli Anni Dieci e Bifoli, che può contare sul costante aggiornamento che gli proviene dallo studio Coppedè e dai materiali grafici (riviste italiane soprattutto e straniere) che, come si è accertato, vi circolavano, è affascinato dal quel filone di architettura fantastica e “immaginifica” che attrae numerosi architetti del tempo, da G.U. Arata a G. Mancini, allo stesso Coppedè (proprio mentre scultori e pittori propongono versioni monumentali e grandiosamente retoriche di un classicismo filtrato attraverso il gusto della Secessione). L’ “Arco di Trionfo” viene pubblicato nel 1914 in un opuscolo monografico stampato a cura del padre Arturo, tipografo. Sono anni d’intensa attività per Bifoli: tra il 1908 ed il 1916 espone alle mostre della Società Promotrice di Belle Arti presentando olii e disegni a penna per gli scritti teatrali di. Sem Benelli, “La Cena delle Beffe” (1910), “Fiora” per “L’amore dei tre Re (1911), “Rosmunda”, “La Maschera di Bruto” (1912), nonché progetti architettonici.     E’ figura centrale dell’Esposizione Internazionale di Marina e Igiene Marinara del 1914 non solo per la vice-direzione dei lavori che gli viene affidata da Gino Coppedè, ma, proprio per l’impegno personale che vi profonde ideando buona parte delle decorazioni della rutilante manifestazione, cui peraltro collaborarono numerosi altri artisti (da Aurelio Craffonara a Ottavio Papini, a Giuseppe Sacheri). Un suo acquerello, completo di cornice ideata con ogni probabilità dallo stesso artista che intende ribadire la scelta di secche decorazioni geometriche evidenti in molte sue realizzazioni grafiche per giornali, riviste e libri, viene acquistato nel 1916 alla Promotrice dal Municipio di Genova per la sua collezione d’arte moderna (inv. GAM n. 85), programmaticamente ispirato ai “Poemi di Buddha Pramdvara” di Giovanni Costanzi. Il poeta, suo fraterno amico, introduce nel 1915 una raccolta di tavole di Bifoli che, pubblicate da Crudo e Lattuada di Torino, propongono attraverso molteplici titoli opere esposte alle mostre annuali delle Promotrici, progetti per tombe e per fantastici edifici che non sono mai stati realizzati. Ma lo scambio di “cortesie” tra Bifoli e Costanzi non finisce con quel lavoro: nel numero 10 del 15 maggio 1918 della rivista “Il Secolo Illustrato”, compare quale ultimo omaggio ad un poeta morto, “nel cielo della patria” il 16 aprile di quello stesso anno, un disegno di grande suggestione simbolista (anche se sostanziato da un robusto classicismo che deforma i corpi e, al contempo, denuncia tutto il retroterra culturale di Bifoli che non riesce a dimenticare: Bistolfi, ma anche Previati, Wildt, Alberto Martini, lo stesso De Carolis e pure gli illustratori dell”‘Eroica”). Significative del suo impegno di grafico sono anche alcune tavole che vengono pubblicate nei volumi de’ “Gli adornatori del libro in Italia” nel 1927 a cura di Cesare Ratta, direttore della scuola d’arte tipografica del Comune di Bologna. Si tratta di alcune allegorie della prima guerra mondiale e di una copertina tutta genovese col portale di san Lorenzo e un San Giorgio per il VII Congresso Eucaristico Nazionale del 1922, una illustrazione tratta ancora dai “Poemi di Buddha di Costanzi, un “trittico decorativo per il prof. Camillo Poli, insigne medico chirurgo” rielaborato da un acquerello. Nel 1933 vince il concorso per il cartellone del I° Congresso Eucaristico genovese. Più sfuggente la sua attività di architetto: per certo esiste una tomba da lui progettata al Cimitero Monumentale di Milano per la famiglia Morgagni (RIVA, 1989, di prossima pubblicazione), forse qualcosa a Padova, al cimitero di Staglieno a Genova (le tombe Grasso e Bersaglio, per esempio, realizzate nel 1933 con la figlia scultrice Elsa Bifoli nel porticato Montino). Una villetta da lui decorata è a Borgo Fornari (Ge) ed altre ancora potrebbero essere nel capoluogo ligure, mentre è certo (MIGLIORE, 1937) che abbia progettato alcune facciate per edifici della società Edison, a Milano, ed una facciata decorata a graffito, per la villa Lertora-Durante . Nel 1915 diventa sostituto al corso di Architettura dell’Accademia Ligustica (la cattedra è retta da R. Haupt) e appartengono a questo momento le soluzioni grafiche per pubblicizzare, con la collaborazione dell’artista Amos Nattini, una sottoscrizione del prestito nazionale (1915). Allo stesso anno si debbono le decorazioni del palazzo di via Montevideo 2, progettato dall’architetto Angelo Crippa; Bifoli distende sul prospetto principale un’allegoria della guerra—l’intento propagandistico è evidente—affascinante e di forte segno: il rimando a Klimt è immediato. Al 1919-20 appartengono poi una serie di fantastiche illustrazioni e testate per la rivista genovese mensile o bimestrale, “La vita marittima e commerciale”: i riferimenti culturali, peraltro già enucleati, di tanta “imagerie” grafica che si muove tra sogni, miti ed esotismi, paiono complicarsi di cadenze alla Beardsley e di suggerimenti che Bifoli recepisce dalla cartellonistica del primo Novecento, dai vari Metlicovitz, Hohenstein e dallo stesso Boccioni pre­futurista. Prende parte alla I^ Biennale di Belle Arti di Roma, nel 1921, quando è presente anche alla I^ Esposizione di Belle Arti di Verona. Nel 1923 (in quest’anno vince il concorso per il progetto di una “Sala Ligure” alla I Triennale monzese), 1935, 1937, 1938 Bifoli partecipa alle mostre del Sindacato Regionale Fascista e prosegue la sua attività di decoratore: singolare è la decorazione che appronta per parte degli interni della dimora privata dell’architetto Luigi Angelini di Bergamo, con cui intraprende un folto carteggio (1920). Ormai distrutto è invece il suo intervento nel Palazzo Pennè di via Ausonia a Genova, sempre progettato dall’architetto Crippa. Al 1928-31 appartengono i dipinti del catino absidale e della volta di N.S. della Scorza a La Spezia; ancora a Genova propone alcune soluzioni architettoniche per la chiesa del Corpus Domini. Del ’31-’32 è la partecipazione alla I^ Esposizione Internazionale d’Arte Sacra di Padova. Nel ’33 si classifica sesto al concorso per il monumento ai caduti fascisti genovesi (quarto nella gara di secondo grado). Sono proprio gli anni in cui il suo nome ricorre nella documentazione d’archivio relativa ai restauri del Duomo di S. Lorenzo: tra il 1931 e il 1934 egli compare come disegnatore sotto la direzione di Orlando Grosso nei “Lavori di ripristino della facciata” (DI FABIO, 1984). Percepisce ulteriori compensi per i rilievi della torre di Palazzo Ducale (delib n 1723 del 13/7/1932); del vico Dighieri (delib. n. 1514 del 19/6/1933); per un “disegno dimostrativo” relativo alla sistemazione della chiesa di S. Matteo e per “due motivi” di inferriata per il chiostro di S. Andrea (delib. n. 2241 del 10/12/1934); per disegni di un nuovo stemmadi Genova per la Consulta Araldica (delib. n. 564 del 31/3/1935); per disegni delle demolizioni di Ponticello e altri due dello stemma di Genova (delib. n. 1668 del 19/8/1935, n. 1218 del 28/7/1937 e n. 1941 del 21/9/1941). Secondo il Migliore (1937), “progettò e decorò i “Grandi Magazzini Missaglia” in una costruzione dichiarata Monumento Nazionale (primo ripristino; Vico Casana, Genova)”. Docente di ornato al liceo artistico comunale “N. Barabino” tra gli anni ’30 e ’50, disegnatore personale del Duca d’Aosta, con la seconda guerra è costretto da problemi famigliari a rallentare l’attività: durante un bombardamento, poi, perde tutte le testimonianze creative e documentarie della sua carriera d’artista sensibile ed aggiornato. Poche le opere elaborate dopo la guerra. Muore a Genova il 1° luglio del 1965.

di Maria Flora Giubilei (dal volume “Genova demolita”)

 

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Tavole tratte da AMS Historica, Digitalizzazione del Fondo Storico di Architettura conservato presso la Biblioteca del Dipartimento di Architettura e Pianificazione Territoriale, Università di Bologna.

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Breve storia dell’Art Nouveau http://www.italialiberty.it/storiadellartnouveau/ http://www.italialiberty.it/storiadellartnouveau/#comments Thu, 18 Oct 2018 16:35:04 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=15116 Il fenomeno Art Nouveau, che nacque intorno alla fine d […]

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Il fenomeno Art Nouveau, che nacque intorno alla fine del 1800 e che caratterizzò il clima artistico e culturale di gran parte di Europa e degli Stati Uniti fino ai primi del 1900, è preceduto da alcuni fermenti culturali, come quello relativo al dibattito sviluppatosi intorno al tema del rapporto tra arte ed industria. In tale contesto si inserirà la figura di W.Morris, che sosterrà l’inconciliabilità tra produzione industriale e artistica, proponendo un rilancio della produzione artigianale. Egli sosteneva che l’industria non aveva fatto altro che contrapporre alle sagome di tipo rinascimentale, non dei prodotti moderni, ma bensì elementi prodotti in serie e di cattivo gusto, privi di quel carattere originale che invece poteva esservi conferito dalla produzione artigianale.

Nel 1861 fondò L’Arts end Crafts, alla cui base era il pensiero di Ruskin che auspicava un ritorno ai vecchi metodi di produzione artigianale. Si trattava di un movimento nato per la riforma delle arti applicate, contro lo scadimento del gusto. I concetti proposti ebbero notevoli riflessi nella cultura del tempo, tanto che ben presto si diffusero in Europa ed in America contribuendo a determinare l’evoluzione del gusto dell’architettura in senso moderno.
La prima vera rivoluzione in architettura si attua con il fenomeno Art Nouveau, che si caratterizza sin dall’inizio come una reazione all’accademismo dell’Ottocento e con un rifiuto degli stili storici. Si fa avanti in architettura il concetto di unità progettuale, come coerenza stilistica tra l’interno e l’esterno. L’Art Nouveau, che vede inizialmente come protagonisti Horta e Van de Velde in Belgio, si diffonde con diverse varianti linguistiche in tutta Europa pur presentando una comune matrice, caratterizzata da un esuberante decorativismo fatto di linee sinuose, eleganza e cura dei particolari. Le correnti riferibili all’Art Nouveau, riguardano tutte le manifestazioni dell’arte e dell’artigianato e comprendono pittura e scultura, architettura e arredamento di interni. Investono settori come la moda, i manifesti le copertine dei libri ecc… mirano a migliorare la qualità tecnica ed estetica dei prodotti ed a stabilire uno stretto rapporto tra industria e artista. I prodotti devono possedere una eleganza delle forme unitamente alla funzionalità per venire incontro alle nuove esigenze dello stile di vita dell’uomo moderno. Il particolare viene curato in relazione con l’insieme architettonico, dalle maniglie alle vetrate, dai mobili ai lampadari, che sono ora realizzati da abili artigiani sotto la direzione degli architetti. Viene così ampiamente rivalutato il lavoro artigianale che era stato ridimensionato e mortificato a causa della produzione industriale in serie. Sono utilizzati materiali dalle possibilità espressive del tutto inedite come la ghisa ed il vetro.
Il movimento Art-Nouveau, scaturì anche dalla presenza di alcune personalità innovatrici, (oltre che da contingenze di tipo storico, tecnologico e sociale) e si inserisce in un’epoca ricca di mutamenti, da cui trae spunto per pervenire alla elaborazione di personalissimi linguaggi e nuove concezioni dell’abitare. Trasformazioni economiche, sociali e di pensiero, insieme alla citata alla possibilità di utilizzo dei materiali prodotti dall’industria, come il ferro e il cemento armato (nel 1847 si attestano già le prime produzione di travi profilate, mentre il cemento armato fu scoperto nel 1849), si posero alla base di un nuovo evolversi dell’agire in architettura. L’Art nouveau si chiamerà i Liberty in Italia, Modernismo in Spagna, Modern Style in Inghilterra, Jugendstil in Germania e avrà in alcune singole personalità dei referenti precisi. A Londra, vedremo emergere la figura di Mackintosh, a Parigi di Hector Guimard, a Bruxelles si distingueranno gli architetti Horta e Van De Velde, e in Catalogna Gaudì, genio isolato, che produsse opere dal carattere definibile proto-espressionista.
Van de Velde vide nella linea uno strumento di espressione anche psicologico. Giocò con esse, determinando i caratteri stessi degli ambienti da lui proposti. Nel 1895 curò personalmente la sistemazione dello storico negozio di Parigi dal nome: “L’Art Nouveau” dal quale il movimento prese il nome nel 1914. Egli partecipo’ all’expo di Colonia con il Werkbund Theater. Il Teatro del Werkbund, andato distrutto, presentava linee sinuose che, nel concetto dell’autore, dovevano essere linee forza aderenti alla identità di chi le aveva disegnate. Van de Velde, infatti affermava che “la linea trasmette la forza e l’energia di ciò che l’ha tracciata“. Impegnato nella ricerca del ruolo dell’arte nella società, si pose tra la poetica dell’Art Nouveau e le architetture espressioniste e rappresentò una figura chiave per gli sviluppi successivi di questo fortunatissimo movimento artistico.
Gaudì si espresse attraverso un autonomo linguaggio sviluppando concetti a dir poco unici. Difficile stabilire un confine tra la sua vita personale e l’impeto artistico, tra l’impegno tecnico nel lavoro e il suo carattere altamente spirituale. Audaci invenzioni caratterizzano le opere di questo straordinario architetto che realizzò architetture che a buon diritto si possono classificare tra le più belle opere del secolo. Egli riteneva un limite dell’architettura moderna, il dover mantenere l’ideazione dell’oggetto architettonico all’interno della sfera dell’utile. Promosse un’arte completamente irrazionale, alla quale potesse seguire una tecnica geniale. Il suo maggiore impegno fu la Sagrada Famiglia, ancora in costruzione, dove egli espresse tutta la sua poetica architettonica mista ad una personalissima tensione religiosa. Mirò ad un’arte “sacra” nel senso più puro del termine. Per lui, la forma non doveva rivestire l’edificio ma lo doveva addirittura “conformare”. Analogamente il colore doveva far parte della forma immedesimandosi con essa. Il colore sarà un elemento distintivo delle opere di Gaudì, che presentano contrasti cromatici accesi, forme coloratissime, sublimi. L’architettura di Gaudì si pone alla base dell’espressionismo. Basti vedere le forme espresse con infinita libertà compositiva all’interno del Parco Guell, dove la pietra sembra assumere l’essenza delle forme naturali. L’impulso alla creazione viene considerata un dono di Dio, pertanto Gaudì dedica la sua vita alla progettazione di queste opere, che lasceranno un segno indelebile nelle generazioni future, indipendentemente volere dal seguire o no, il suo per altro inimitabile, stile.
Episodi decisivi per lo sviluppo di una architettura moderna saranno anche determinati dall’opera di Perret in Francia e da quella di Loos in Austria.
Nel 1903 si conclude la costruzione della casa in Rue Franklin a Parigi di Gustave ed Auguste Perret. Essa, di civile abitazione, costituisce il primo esempio di abitazione in cui viene esibita l’ossatura in cemento armato. Questa casa che oggi è una sorta di monumento dell’architettura contemporanea rappresenta il desiderio di esibire la struttura che per la prima volta diventa parte dell’estetica dell’edificio. Mostra lo scheletro cementizio distinguendolo dagli infissi e dai pannelli rivestiti di gres a disegni floreali. Secondo Perret, la caratteristica principale dell’architettura è infatti proprio quella di rendere manifesta la sua struttura. L’edificio rappresenta una svolta in senso moderno perché il cemento armato viene utilizzato non solo dal punto di vista costruttivo ma anche dal punto di vista architettonico. Perret per realizzare questo edificio, in una strada fortemente vincolata dal regolamento edilizio parigino, non ebbe un compito facile…infatti gli viene assegnata una porzione di spazio molto stretta all’interno di due muri ciechi. L’edificio doveva essere alto otto piani ed il principale problema era la mancanza di spazio per creare una corte interna; pertanto l’unica illuminazione poteva essere presa direttamente nella strada. In facciata si evidenzia una divisione tra elementi verticali ed orizzontali che si riconnette ad un principio logico e razionale. Perret, per ovviare a questo problema e cercare di illuminare la maggior superficie dell’edificio, crea una specie di rientranza centrale, o all’opposto due aggetti dei corpi laterali, in modo da formare cinque superfici, corrispondenti ad altrettante fonti di luce, le quali si offrono internamente ai vani componenti l’appartamento. Ovviamente la presenza del cemento armato, e quindi dei pilastri di sostegno portanti l’edificio, conferisce all’interno una ampia possibilità di movimento. Pur non essendo stato Perret il primo in assoluto ad utilizzare il cemento armato in un immobile residenziale, è sicuramente la prima volta in cui il calcestruzzo armato viene considerato con una valenza estetica avente una propria autonomia.
Loos, il “grande vaticinatore della razionalità” come lo definì B. Zevi, è noto anche per l’aver scritto “Ornamento e delitto” dove lancia invettive contro gli architetti che, come Olbrich, eseguivano progetti ricchi di inutili decorazioni. Egli promuoveva un linguaggio semplice e lineare e tendeva quasi ad identificare nella tecnica e nei materiali, l’origine stessa delle forme dell’architettura. Operò a Vienna, assumendo una posizione antitetica alla corrente della secessione. Per lui prima di tutto l’architettura era chiamata a tenere conto dei problemi di carattere sociale. Bisognava guardare alla tecnica anche in termini di economia. Dichiarava che la società a suo avviso, non aveva necessità di architettura, ma di abitazioni. e solamente la tecnica con le sue innovazioni poteva comprendere il cambiamento nella forma costruttiva. Originalità, decorazione, invenzione creativa, erano tutti termini da condannare, in nome di un impiego razionale dello spazio. Casa Steiner a Vienna, del 1910, è un edificio estremamente semplice, eppure esprime già un linguaggio estremamente moderno nella sua essenzialità.
A Vienna opereranno Olbrich e Otto Wagner. In Italia spiccherà la personalità di E. Basile, architetto di Palermo che aderì al movimento realizzando opere come Villa Igea, villino Basile, e lo scomparso villino Deliella, per citare solo parte della sua produzione. La volumetria delle architetture, espressa insieme ad un ricercatissimo gusto per la decorazione floreale, fanno di Basile uno dei più originali interpreti del liberty italiano.

Testo di Paola Campanella

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Metamorfosi del quotidiano. Il fascino dei materiali liberty e déco nella collezione romana di Francesco Principali http://www.italialiberty.it/metamorfosidelquotidiano/ http://www.italialiberty.it/metamorfosidelquotidiano/#comments Wed, 17 Oct 2018 14:58:51 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=15107 La mostra “Metamorfosi del quotidiano. Il fascino dei m […]

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La mostra “Metamorfosi del quotidiano. Il fascino dei materiali liberty e déco nella collezione romana di Francesco Principali” è allestita presso la Casina delle Civette dal 13 ottobre al 9 dicembre 2018 con l’intenzione di far conoscere la collezione dell’antiquario e collezionista, esperto di arti decorative del XX secolo.

Nella storica Villa Torlonia, immersa nel verde, all’interno dei suggestivi spazi della Casina delle Civette e della Dipendenza, è presentata la collezione di Francesco Principali, fine e raffinato collezionista di arti decorative del XX secolo, che si integra perfettamente con l’arte liberty e le vetrate artistiche degli edifici museali.

La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è organizzata dall’Associazione Culturale “Athena Parthenos”. L’esposizione, a cura di Priscilla Principali in collaborazione con Maria Grazia Massafra, sarà inaugurata venerdì 12 ottobre alle ore 18.00. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Francesco Principali, mercante d’arte internazionale, collezionista e architetto, nasce a Roma nel 1947; già a vent’anni ricerca e colleziona arredi che appartenevano ai primi anni del Novecento. Sempre all’avanguardia e attento ai nuovi movimenti culturali, come alcuni dei suoi artisti preferiti, inizia la sua raccolta quando le arti minori del XX secolo erano sconosciute ai più.

Questa sua infinita e attenta passione negli anni lo spinge a far conoscere anche ad altri gli oggetti, le lampade, le sculture e gli arredi del Novecento.

Nel 1989 apre così il suo primo negozio di antiquariato, in un quartiere dove le gallerie d’arte si potevano contare sulla punta delle dita. Tale fu il successo che solo pochi anni dopo, nel 1992, amplierà la sua attività. Scomparso prematuramente nel 1999 lascia una nutrita collezione che gli eredi, in occasione dell’anniversario del suo settantesimo compleanno, hanno deciso di esporre e mostrare al pubblico, seguendo la sua filosofia di vita secondo cui “nulla si possiede ma semplicemente si scopre, si custodisce e si tramanda”.

L’esposizione è articolata in due sedi distinte. Nelle sale della Casina delle Civette, che attraverso le vetrate liberty narrano la storia del secolo scorso, saranno inserite circa 40 opere provenienti dalla sua collezione privata. Tra le sculture si potranno ammirare bronzi di Duilio Cambellotti, Ettore Ximenes, Pietro Carnerini e Benedetto D’Amore. Fra le ceramiche, autori come Guido Andlovitz, Antonia Campi, Tullio D’Albisola, Giò Ponti. A ciò si aggiungono una collezione di vetri veneziani dei primi del ’900 disegnati da Carlo Scarpa, Ercole Barovier, Napoleone Martinuzzi e alcuni arredi progettati da Marcello Piacentini per la Casa Madre dei Mutilati in Roma.

Nella Dipendenza si troverà una sezione prevalentemente basata su materiale cartaceo d’epoca che raccoglie manifesti pubblicitari, locandine e quadri, di autori quali Plinio Codognato, Guglielmo Sansoni detto “Tato” e Duilio Cambellotti.

 

3.	Tomaso Buzzi Vaso Venini Murano Vetro incamiciato e foglia d’oro 1930-40 2.	La Salamandra () Figura femminile  Perugia  Terracotta modellata a colaggio e decorata in policromia sottosmalto 1930 Siglata 1.	Giorgio Spertini Vaso blu Società Ceramica Italiana di Laveno Ceramica smaltata blu cobalto, montatura in metallo dorato 1903 4.	Ettore Ximenes  Dante Alighieri Bronzo 1920 ca. Firmato 1.	Duilio Cambellotti Riposo autunnale Copertina a stampa della rivista “La Conquista della Terra”, novembre 1939

EVENTI
Nell’ambito della mostra saranno organizzati dei concerti curati dall’A.Gi.Mus., sezione di Roma:

21 ottobre            Ensemble di flauti Zefiro, diretto dal M° Francesco Leonardi
Musiche di Mendelssohn, Ponchielli, Grieg

11 novembre       Susanna Garcia, violoncello
Musiche di Johann Sebastian Bach

25 novembre       Wakako Minamoto, soprano; Fausto D’Angelo, chitarra
Canzoni napoletane d’autore

2 dicembre           Ensemble di flauti traversieri del Conservatorio di S. Cecilia di Roma
Musiche di F. Ruge, J.B. de Boismortier, J.J. Quantz, G.P. Telemann

9 dicembre           Enrico Casularo, flauto traversiere; Elisabetta Ferri, clavicembalo
Musiche di A. Corelli, F. Barsanti, C. Tessarini, P. Chaboud, G. Boni, N. Haym

I concerti avranno luogo nella sala della Dipendenza, la domenica mattina alle ore 11: l’ingresso sarà gratuito e senza prenotazione, con pagamento del biglietto del Museo secondo tariffazione vigente.

Saranno disponibili 60 posti a sedere.

 

 

Luogo – Musei di Villa Torlonia, Museo della Casina delle Civette, via Nomentana 70, Roma
Orario – Da martedì a domenica ore 9.00-19.00
La biglietteria chiude 45 minuti prima
Giorni di chiusura: lunedì; 1° maggio
La biglietteria è presso il Casino Nobile
Biglietti  – € 6,00 intero; € 5,00 ridotto.
La mostra è parte integrante della visita.
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza) € 5,00 intero; € 4,00 ridotto.
Info Mostra –  060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
www.museivillatorlonia.it; www.museiincomune.it

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La bellezza del Liberty Art Nouveau arriva su Instagram http://www.italialiberty.it/bellezzalibertyinstagram/ http://www.italialiberty.it/bellezzalibertyinstagram/#comments Wed, 17 Oct 2018 07:54:05 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=15097 L’istituzione culturale ITALIA LIBERTY è arrivata […]

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L’istituzione culturale ITALIA LIBERTY è arrivata sul social network Instagram con due profili ufficiali. Il primo @Italialiberty inerente all’istituzione e ils econdo di uno pdei nostri progetti attualmente più gettonati, @Theworldartnouveau con una community su Facebook di 96k fans sulla pagina e 15k iscritti nel gruppo.

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Gino Piccioni http://www.italialiberty.it/ginopiccioni/ http://www.italialiberty.it/ginopiccioni/#comments Sun, 14 Oct 2018 12:18:27 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=14899 GINO PICCIONI (1873 – 1941) Gino nacque a Foligno […]

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GINO PICCIONI
(1873 – 1941)

Gino nacque a Foligno (Perugia) nel 1873 e morì a Biella (Vercelli) nel 1941. A oggi rimane poco nota l’attività di questo pittore che, dopo avere ricevuto la propria formazione a Roma, sotto la guida di A. Vertunni e R. Franzi, soggiornò a lungo in Germania. Dai cataloghi delle esposizioni si desume che dovette concentrare la sua produzione nell’arco di un quindicennio (1899-1912), misurandosi per lo più con temi di paesaggio, non estranei a toni di compiaciuto sentimentalismo. Dopo la Mostra veneziana del 1899 (L’Aniene presso Tivoli), comparve nel 1900 alla Triennale milanese (Contadino del Lazio, Mattino grigio nell’Oliveto), nel 1901 a Roma con il gruppo “In Arte Libertas” (Giovinezza rigogliosa, Il sole tramonta, Sentimenti), nel 1902 a San Pietroburgo (Giovinezza, Saluto dei beneficati), tra il 1902 e il 1905 ancora a Roma (Festa dell’anima, Vita sterile, Mesti pensieri), nel 1910 e nel 1912 a Milano (Sulla libera spiaggia, Il tè all’aperto). Dal 1916 i suoi interessi artistici si orientarono in prevalenza verso la scultura.

Gino Piccioni Tutt'Art@ (30) Gino Piccioni Tutt'Art@ (28) Gino Piccioni tivoli scalinata a villa d'este Gino Piccioni sogni di primavera Gino Piccioni dipinto

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Antonio Vandone http://www.italialiberty.it/antoniovandone/ http://www.italialiberty.it/antoniovandone/#comments Sun, 14 Oct 2018 12:18:23 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=14926 ANTONIO VANDONE (1862 – 1937) Antonio Vandone da […]

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ANTONIO VANDONE
(1862 – 1937)

Antonio Vandone da Cortemiglia è stato un ingegnere e significativo protagonista della stagione liberty torinese. Su di lui si hanno poche notizie biografiche.

 

Opere
Palazzo Maffei, (19041909), corso Montevecchio 50 a Torino
Casa in
via Duchessa Jolanda 19/21 a Torino, 1912
Casa Zorzi, Corso Francia 19 a Torino, 19051909

Bibliografia
Nelva, Riccardo – Signorelli, Bruno, Lo studio Vandone di Cortemilia fra eclettismo e art decò (1890-1929), in «Bollettino della Società piemontese di archeologia e belle arti», N.S., Vol. XXVII-XXVIII-XXIX, 1973-1975, Torino, pp. 84-102.
Politecnico di Torino. Dipartimento Casa Città, Beni culturali ambientali nel Comune di Torino, Vol. 1, Società degli ingegneri e degli architetti in Torino, Torino 1984 , p. 364 Vai alla pagina digitalizzata.
Imarisio, Maria Grazia – Surace, Diego, Torino liberty, D. Piazza, Torino 1992 , pp. 154-156.
Lanzardo, Dario – Poli, Francesco, Torino la città delle statue. Fantasmi di pietra sulla scena urbana, Edizioni del Capricorno, Torino 2012 , p. 131.

 

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Antonio Tagliaferri http://www.italialiberty.it/antoniotagliaferri/ http://www.italialiberty.it/antoniotagliaferri/#comments Sun, 14 Oct 2018 12:18:20 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=14925 ANTONIO TAGLIAFERRI (1835 – 1909)   Figura d […]

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ANTONIO TAGLIAFERRI
(1835 – 1909)

 

Figura di spicco nella cultura bresciana della seconda metà dell’ ottocento e protagonista indiscusso dell’ attività architettonico – urbanistica e culturale della città per più di quaranta anni fino alla morte. Fu architetto molto prolifico, disegnatore e pittore molto apprezzato, noto e stimato ben oltre il suo luogo di origine, membro onorario di istituti culturali e in commissioni giudicatrici di diverse città italiane. Frequentando l’ Accademia di Brera viene a contatto con i massimi esponenti del momento fra i quali Camillo Boito, G. Visconti Venosta, De Cristofori…Nel frattempo coltiva la pittura con una serie di quadri vicino alle opere di Mosè Bianchi da lui conosciuto a Brera., li espone ottenendo menzioni ed entrando a far parte di tutte le commissioni artistiche e culturali del comune di Brescia. Tra i suoi progetti la sistemazione della facciate del Teatro Grande e portici , della Loggetta e Monte di Pietà, il recupero della carena a copertura della Loggia.
Ma l’ opera più significativa resta il nuovo Santuario delle Grazie eseguito sia nei lavori murari che pittorici e decorativi, fino ai più minuti particolari come i banchi, i candelabri, le acquasantiere lasciando il più riuscito esempio di ricostruzione in stile e servendosi di collaboratori come il Faustini e Bertolotti. Nel gusto del neogotico riveste il soffitto di azzurro e stelle dorate, soluzione che verrà adottata anche nel restauro della chiesa di S. Cristo.
Dopo tanti progetti e monumenti come quello a Garibaldi, Tito Speri, Moretto, Nicolo Tartaglia, G. Zanardelli partecipa a concorsi nazionali come a quello dell’ Altare della patria o Vittoriano di Roma con la soluzione ripresa poi dal Sacconi, entra nella commissione per Palazzo di Giustizia di Roma e concorre per la facciata del Duomo di Milano e per il monumento alle Cinque Giornate. Qui opera nella zona del Castello e via Dante e Cordusio per case private, come poi farà a Brescia col Palazzo Martinengo ora Pinacoteca, casa Ducos… il castello Bonoris di Montichiari. Impossibile citare le opere nuove e i restauri in edifici sacri, le opere tombali, i monumenti per non citare le arti minori come i mobili, le cancellate, il cosiddetto design, fino a testate di periodici, cartoline, vessilli… Come acquerellista partecipa a mostre legandosi in amicizia con Guidoni, Pezzoli, Bertolotti, Faustini, Manziana.
Muore il 22 maggio 1909. Anima veramente francescana egli fu sempre in ogni istante della sua vita, perfettamente sereno e buono, per i giovani artisti fu prodigo di conforti e incoraggiamenti e li sostenne, purchè lavorassero.” Rimane il più significativo interprete a Brescia del repertorio eclettico del secondo ‘800″.

 

Bibliografia
Ruggero Boschi, L’Eclettismo bresciano: Antonio Tagliaferri architetto (1835-1909) in Brescia 1876-1913. Atti del VI Seminario dei beni culturali, Brescia, 1985.
Valerio Terraroli, Disegni d’archivio negli studi storici: il caso bresciano di Antonio e Giovanni Tagliaferri e Luigi Arcioni in Il disegno di architettura. Atti del Convegno di Milano, Milano, 1989.
Valerio Terraroli, Il Santuario delle Grazie a Brescia e il Castello Bonoris a Montichiari: neogotico sacro e neogotico cortese a confronto in Il Neogotico nel XIX e XX secolo. Atti del Convegno di Pavia, Milano, 1989.
Valerio Terraroli, Antonio e Giovanni Tagliaferri due generazioni di architetti in Lombardia tra Ottocento e Novecento, Brescia, 1991.

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Michele Tripisciano http://www.italialiberty.it/micheletripisciano/ http://www.italialiberty.it/micheletripisciano/#comments Sun, 14 Oct 2018 12:18:16 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=14924 MICHELE TRIPISCIANO (1860 – 1913) Un posto import […]

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MICHELE TRIPISCIANO
(1860 – 1913)

Un posto importante nella storia dell’arte italiana tocca di diritto a Michele Tripisciano, valente scultore che acquistò nel breve arco della sua vita un rilievo internazionale.
Era nato a Caltanissetta il 13 luglio 1860, mentre ancora Garibaldi combatteva in Sicilia contro i Borboni. Terzogenito di una modesta famiglia – il padre, Ferdinando, era un artigiano, un vasaio che produceva brocche e laterizi, – aveva vissuto una infanzia difficile segnata dalla cecità .
Dopo la guarigione, da tutti ritenuta ´miracolosa´, Michele imparò presto a modellare piccole figurine di creta per il presepe. Gli animali e i personaggi che prendevano forma sotto le sue manine, però, venivano regolarmente distrutti dal padre severo che non voleva ´sprecare´ la preziosa argilla della sua bottega.
Si accorse di lui un importante personaggio della città, uno dei protagonisti della svolta politica legata all’unità d’Italia, il barone Guglielmo Luigi Lanzirotti il quale intuì il suo talento e volle che il giovanissimo Tripisciano andasse a studiare a Roma presso l´Ospizio San Michele ed in seguito presso lo studio di Francesco Fabi Altini, uno scultore accademico romantico, da cui apprese a modellare figure morbide e flessuose.
Le opere di quegli anni mostrano l’autonoma crescita artistica del giovane Tripisciano che a poco a poco si distacca dal suo maestro per unire alla delicatezza del modellato anche un’attenzione per il pathos e per l’interiorità dei suoi soggetti. Nel 1888 aprì uno studio da solo e scolpì figure mitiche, soggetti religiosi e personaggi storici contemporanei, vincendo diversi concorsi anche internazionali, tanto che lo stesso papa Leone XIII lo incaricò di costruire due fontane a Carpineto, sua città natale.
Gli anni successivi furono ricchissimi di produzione che trovarono la loro collocazione soprattutto a Roma: realizzare alcuni busti per il Pincio e per il Gianicolo, gli angeli della Chiesa di Sant’Andrea della Valle, e gran parte della decorazione scultorea della chiesa di San Gioacchino a Roma Nello stesso periodo fu chiamato a scolpire le due statue in marmo degli oratori Paolo e Ortensio, che ornano il cortile d’onore del Palazzo di Giustizia di Roma e a contribuire alla decorazione dell’Altare della Patria a Roma, per cui modellò in altorilievo la figura della dea Cerere simbolo della Sicilia. Ma la più gande soddisfazione forse per Tripisciano fu quella di aver avuta assegnata la realizzazione del monumento a Gioacchino Belli nella piazza a lui dedicata.
Nel 1900 fu insignito dal re Umberto I di Savoia della croce di cavaliere e nel 1912 ricevette da Vittorio Emanuele III l´onorificenza di cavaliere dell´ordine di San Maurizio e san Lazzaro.
Tripisciano, però, pur abitando stabilmente a Roma, non spezzò mai i suoi legami con la terra natale anzi, non solo conservò la casa dei suoi genitori e la casetta di campagna che aveva dalle parti di Sabbucina, ma soprattutto mantenne intensi rapporti con i fratelli, con il suo mecenate e con alcuni notabili della città.
Per questo motivo, realizzò per Caltanissetta alcune delle sue opere più interessanti: la Madonna in trono con il Bambino, gruppo in marmo realizzato nel 1895 per la cappella gentilizia del conte Testasecca nel cimitero monumentale degli ´Angeli´ di Caltanissetta. L’opera, di finissima fattura, rappresentò l´Italia nell´ Esposizione di Parigi e fu premiata in quelle di Roma del 1901 e di Barcellona del 1902. Nel 1891 aveva realizzato il busto marmoreo di Vittorio Emanuele II collocato nel viale principale di Villa Amedeo. Aveva preparato il bozzetto del gruppo scultoreo con il Tritone e cavallo marino per la fontana di piazza Garibaldi a Caltanissetta e quello per il monumento del re Umberto I che però vennero realizzati in bronzo diversi anni dopo la morte dello scultore.
A Caltanissetta, nella sua casa natale, morì di broncopolmonite, il 21 settembre 1913, donando alla sua città tutto il patrimonio di sculture e bozzetti presenti nel suo studio di Roma.

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Luigi De Luca http://www.italialiberty.it/luigideluca/ http://www.italialiberty.it/luigideluca/#comments Sun, 14 Oct 2018 12:18:12 +0000 http://www.italialiberty.it/?p=14923 LUIGI DE LUCA (1857 – 1938) Nasce a Napoli nel 18 […]

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LUIGI DE LUCA
(1857 – 1938)

Nasce a Napoli nel 1857, da un’antica ed agiata famiglia originaria di Licusati che sacrifica due vite nei moti rivoluzionari cilentani del 1828. Per ritorsione le autorità borboniche confiscano gran parte dei beni immobili della sua famiglia lasciandola in condizioni economiche precarie. Maggiore di quattro fratelli abbandona presto gli studi per dedicarsi ad attività più remunerative pur seguendo la sua naturale vocazione per l’arte in genere. All’Istituto di Belle Arti di Napoli diviene allievo di Stanislao Lista che intuisce le sue doti artistiche e lo valorizza adeguatamente. Esordisce all’esposizione di Roma del 1883 con “Lalla”, opera ispiratagli dall’Assommoir di Zola. Per la Salita al Pincio a Roma esegue il busto in marmo del generale “Enrico Morozzo della Rocca” (1883-1884) esposto a Torino nel 1884; due anni dopo espone a Milano due statuette in bronzo “ A scuola” e “Filone”. Autore di ritratti e statuette in bronzo di gusto simbolista, all’inizio del Novecento risente del clima nouveau italiano. Espone alla Promotrice di Belle Arti di Napoli dal 1880 al 1911 ed a quella di Torino dal 1884; per le sue opere riceve premi e riconoscimenti in diverse esposizioni, sia nazionali che estere. L’anno 1900 segna il suo ingresso all’Istituto di Belle Arti di Urbino come insegnante di scultura e direttore dello stesso dal 1901 al 1906, in seguito nel 1907 diviene professore presso l’Accademia di Napoli. Per la sua città il De Luca esegue i due gruppi bronzei della scalinata del Palazzo della Borsa, in piazza Giovanni Bovio, raffiguranti il “Genio che domina la forza” e scolpisce il busto di Domenico Martuscelli (1922), collocato in piazza Dante, mentre per la Villa Comunale di Foggia realizza quello dello storico “Pietro Giannone”. Per il Tribunale di Roma esegue la statua in bronzo di Gian Battista Vico (1906). Nella sua intensa attività artistica il De Luca esegue numerosi busti-ritratto tra i quali spicca quello in bronzo, del re Vittorio Emanuele III, conservato in una collezione privata. Nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma è conservata una testa di “Saffo” (1890). Le opere “Ad murenas” e “Schiava in vendita”, realizzate entrambe in bronzo, sono esposte presso la Galleria Nazionale di Capodimonte. Sempre nella città partenopea, nel museo di San Martino, sono conservate deliziose statuine da presepe. Il De Luca è anche l’autore delle sculture poste sui monumenti ai Caduti di guerra dei comuni di San Giovanni Rotondo, Spadafora, Licusati e di Vallata Av. Il figlio, Giulio De Luca, fu un importante architetto e urbanista attivo nella propria città nel secondo dopoguerra.

liberty DeLuca_Saffo

Opere principali
Lalla (1883)
Busto del generale Enrico Morozzo della Rocca (1884)- Roma, Salita al Pincio
A scuola (1886)
Filone (1886)
Saffo (1890) – Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Roma
Busto di Giambattista Vico (1906)
Busto di Diodato Borrelli (1909)
Genio che domina la forza
Busto di Domenico Martuscelli
(1922)
Busto di Pietro Giannone
Ad murenas
– Galleria Nazionale di Capodimonte – Napoli
Schiava in vendita – Galleria Nazionale di Capodimonte – Napoli

 

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