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Esperienze Liberty in ambito fiorentino

Esperienze Liberty in ambito fiorentino

Di on gen 6, 2019 in Regione Toscana | 0 commenti

Quando Giuseppe Montelatici ideava di pubblicare un ebdomadario illustrato come « Fiammetta » e, ispirandosi alla veste editoriale di certe riviste francesi déll’epoca chiamava a collaborare, per i disegni illustrativi ai testi, artisti quali Alberto Micheli, Attilio Formili, Fabio Fabbi, Giorgio Kienerk e Galileo Chini, prendeva vita a Firenze, nel maggio 1896, uno dei primi vei- coli di diffusione in Italia del nuovo linguaggio grafico di aggettivazione liberty.

Attilio Formilli, Manifesto per la Festa dell’Arte e dei Fiori, 1896 – Milano, Castello Sforzesco Civica Raccolta

Attilio Formilli, Manifesto per la Festa dell’Arte e dei Fiori, 1896 – Milano, Castello Sforzesco Civica Raccolta

La coeva apparizione dei prodotti della Manifattura dell’Arte della Ceramica (usciti dalla piccola fornace di via Arnolfo e siglati da quell’estroso e prolifico decoratore che era Galileo Chini), ribadiva se non un primato fiorentino nell’adozione italiana degli stilemi liberty perlomeno una sicura precocità di resezione e di realizzazione di esperienze improntate a caratteri mo- dernisti, oltretutto sorprendente se relazionata al locale «( clima » artistico-culturale del tempo connotato di conformismo e quindi tradizionalmente ostile o sospettoso verso le espressioni di « eresia » stilistica. Se si riflette poi sui lusinghieri riconoscimenti assegnati agli attributi decorativi e tecnici delle ceramiche di Chini nelle occasioni delle esposizioni di Londra 1898, di Parigi 1900, di Gand, Pietroburgo, Bruxelles nel 1901, di Torino nel 1902, di Saint Louis 1904; sui premi e le segnalazioni ottenuti dalla produzione della mobilia « Belart » di Girard e Cutier (Parigi 1900, Torino 1902, Saint Louis 1904); sulle collaborazioni richieste a Kienerk da riviste parigine come « Gil Blas » e « Cocorico », si deve obbiettivamente riconoscere non solo quanto questi nostri « pionieri » fossero riusciti ad affrancarsi dai condizionamenti dell’ambiente e a superare lo spessore dell’ostracismo provinciale, ma quale livello di credibilità fossero riusciti a conquistare sul piano del confronto internazionale in forza della autenticità di linguaggio stilistico delle loro opere.
Se eventualmente permanessero delle riserve sulla legittimità e la validità del Liberty fiorentino sarebbe sufficiente ricordare la partecipazione, nel 1902, di artisti di specifica identità modernista come Chini, Nomeilini, Kienerk —odi impronta più simbolista come Libero Andreotti, Armando Spadini e Giulio Bàrgellini — al concorso per la illustrazione della Divina Commedia, promosso da Vittorio Alinari, da considerare, per le presenze di De Carolis, Mataloni, Sartorio, Cambellotti, di Baruffi e di Giovanni Buffa, di Vincenzo La Bella e Alberto Martini’, come il primo confronto-bilancio dellà produzione figurativa italiana dì cieciinazame basterebbe verificare nel comune orientamento stilistico, che nell’occasione guida le più stimolanti espressioni grafiche, il grado di qualità del contributo offerto dagli operatori fiorentini e toscani.
E ancora, a conferma anche di una individualità interpretativa della nuova tendenza stilistica, basterebbe rilevare (rimanendo in ambito fiorentino) il rigore formale delle architetture di Giovanni Michelazzi (dal villino Broggi in via Scipione Ammirato, alla casa-galleria in via Borgognissanti) ; rileggere con attenzione il disegno logico che assegna valore di « funzione » alla struttura ornamentale e che esalta le caratteristiche decorative e costruttive dei materiali.
L’impegno di una progettazione che esprima, con unità di risultati, ìl controllo dell’insieme come del dettaglio si traduce significativamente nell’azione integrativa che l’architetto richiede all’intervento decorativo. Questa sintesi si trova realizzata con felice misura negli esiti della collaborazione tra Michelazzi e Chini per i villini Broggi, Ravazzini e Lampredi.
Una minore tensione nel rapporto di integrazione tra struttura architettonica, funzione e apparato decorativo, conduce a dei risultati più approssimati che quasi sempre si esauriscono nella piacevolezza dell’immagine di progetto raggiunta mediante l’abile artificio grafico, oppure si affidano soprattutto alla sinuosità formale e alla suggestione cromatica dell’ornamentazione di facciata.
E’ il caso delle eclettiche elaborazioni di Adolfo Coppedè, disegnate con particolare efficacia, e delle assimilazioni dei caratteri più epidermici del linguaggio libertyario, proposte da Ezio Zalaffi. Restano tuttavia, anche queste espressioni, le testimonianze di una onestà e di una dignità professionali che trovano fondamento in una matrice « artigianale », nel tirocinio della « bottega » tipici della tradizione fiorentina — che rappresentano i valori più autentici e i limiti di formazione costituenti il patrimonio di cultura comune anche ai componenti del gruppo della « Giovane Etruria » (Chini, Nomellini, Tofanari, Andreotti), i quali ancora nel 1907, con l’episodio dedicato a « l’Arte del Sogno » dalla biennale veneziana, si cimentavano onorevóimente in una ulteriore occasione di confronto internazionale.

Testo di Carlo Cresti

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