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Cesare Maggi

Cesare Maggi

CESARE MAGGI
(1881 – 1961)

Formatosi con Vittorio Corcos a Firenze, con Gaetano Esposito a Napoli e con Fer­nand Cormon a Parigi, esordisce alla mo­stra annuale della Società di Belle Arti di Firenze nel 1898. Impressionato dai dipinti di Segantini visti alla mostra commemora­tiva di Milano del 1899, si dedica alla pittura di montagna condotta con tecnica divisio­nista, trasferendosi anche in Engadina nel tentativo di emulare Segantini, la sua tecni­ca, la luce delle sue vedute alpine. Dal 1901 è sotto contratto con la galleria di Alberto Grubicy, che l’anno dopo gli organizza alla Società per le Belle Arti di Milano la prima mostra personale, con l’esposizione di soli dipinti di soggetto montano, dando così inizio alla sua fama di “pittore di monta­gna”. Per tutto il primo decennio del secolo sono in effetti i grandi paesaggi innevati di ispirazione segantiniana condotti con tec­nica divisionista – come Mattino di festa, La slitta (entrambi 1905), Neve in Engadina (1908) o Il viatico (1911) – a dominare la sua produzione e regalargli l’apprezzamento della critica e il successo, soprattutto dal 1905: quell’anno Mattino di festa, esposto alla Biennale di Venezia, è acquistato dal­la New South Wales Gallery di Sidney, nel 1907 La prima neve, esposto alla VII Bien­nale, viene conteso dal Museo Revoltella di Trieste e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (che infine acquistò il dipinto). Nello stesso anno partecipa al Salon des Peintres Divisionnistes Italiens a Parigi; nel 1908 alla V Esposizione d’arte italiana in America meridionale, l’anno dopo ot­tiene la medaglia d’oro di seconda classe alla decima mostra d’arte internazionale al Glaspalast di Monaco, nel 1911 partecipa all’Esposizione Internazionale di Roma e nel 1912 ha una sala personale alla Bienna­le. Chiudono questa fase Sentori d’inverno, del 1913, e L’ombra, presentato alla Bien­nale del 1914 come Serenità (cat. 279; cfr. Marini 1983, p. 345 n. XLII). Ultimo grande capolavoro condotto con una minuziosa tecnica divisionista, il dipinto è giocato sul contrasto tra i toni bruni con cui è detta­gliatamente descritta l’umile figura di don­na inginocchiata in preghiera e quelli freddi del gelido e silensioso paesaggio monta­no, in cui Maggi dà un’estrema prova del suo studio della luce e del riverbero nella neve, reso con finissime pennellate allun­gate intessute di riflessi azzurri, rosa, lilla e violetti. In questi anni inizia ad allontanarsi dal Di­visionismo, come mostrano Sulla spiaggia, del 1912-1913, e il Ritratto della contessa Olga Stenbock Fermor, esposto alla Bien­nale del 1912, esempio dell’influenza di Gia­como Grosso nel genere del ritratto. Nel 1913 lascia La Thuile, in Val d’Aosta, dove viveva dal 1904, per trasferirsi a Torino e interrompe il contratto con Grubicy. Si de­dica a soggetti naturalistici, con una pre­dilezione per i paesaggi montani e mari­ni – specie dopo il 1915, quando entra in servizio nella Marina – resi con tecnica più libera e mossa. Dalla metà degli anni venti alcuni ritratti e nature morte mostrano una pittura più austera e rarefatta (Mia figlia Vanna, 1925; La figlia del sindaco, 1925; Na­tura morta, 1925-1926; La fisionomia delle cose, 1926), che negli anni trenta giunge a sentire l’influenza del primitivismo e di No­vecento (La canzonetta, 1937; Un pastore, 1939).

BIBLIOGRAFIA: G.L. Marini, Cesare Maggi, Il Pri­sma, Cuneo 1983; Cesare Maggi. Un divisionista in Valle d’Aosta, a cura di G.L. Marini, catalogo della mostra (Aosta, Centro Saint-Benin, 1997-1998), Mondadori, Milano 1997. Aa. Vv. Liberty, uno stile per l’Italia moderna, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2012

Omar Cucciniello

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