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Carlo Casaltoli

Carlo Casaltoli

Di on ott 14, 2018 in Artisti | 0 commenti

CARLO CASALTOLI
(1865 – 1903)

Federico Argnani, noto critico e fi ne studioso di ceramiche, nel 1893 ricostruendo le vicende della ceramica sassolese, ricordava come l’abilità di Domenico Bagnoli1 ma soprattutto «del distinto pittore Carlo Casaltoli, fi orentino» «rimisero in onore la pittura e le forme ricche e grandiose degli oggetti» della «Ditta Carlo Rubbiani», la principale manifattura locale2. Un passo questo importante considerato che è parte dell’introduzione al Catalogo di quell’asta che seguì la chiusura del Museo della Fabbrica, noto fi n dai primi anni Sessanta, che gli eredi di Carlo Rubbiani dispersero per affrontare una grave crisi di liquidità3. Sarà poi Natale Cionini, appassionato studioso sassolese, a pubblicare nel 1902 il suo Teatro ed arti a Sassuolo, dove registra il periodo di attività del Casaltoli presso i Rubbiani assieme a Vittorio Neri, ai plastici/pittori Silvestro Barberini e Guglielmo Borelli. Si deve comunque alle ricerche di Francesco Liverani la vera «riscoperta» della produzione sassolese anche nella sua fase tardo ottocentesca che, sottratta da un lungo oblio, viene giustamente collocata in un contesto nazionale come già aveva fatto, nel 1885, il noto esperto Giuseppe Corona5. Di certo pesava il severo giudizio che per decenni la critica novecentesca assegnò alla produzione revivalistica ed eclettica, dimenticando di fatto la complessità di quella ricerca artistica e tecnologica che confl uì nel gusto fl oreale e dunque nella svolta modernista. Ne è prova il giudizio non certo lusinghiero espresso da Antonio Pedrazzi sul «Corriere dei Ceramisti» del gennaio 1940. Francesco Liverani, attraverso nuove indagini, ricostruisce la complessa vicenda imprenditoriale sassolese nel proprio evolversi fi no all’abbandono della produzione artistica e al passaggio, innovativo, alla produzione industriale della «piastrella pressata a secco» di derivazione nordeuropea. Processo, questo, che gli studi di Liverani hanno evidenziato ed anticipato di oltre mezzo secolo permettendo in tal modo di comprendere le origini dell’unicità del distretto sassolese. Primato che ancora una volta si vuole sottolineare. Sta di fatto che la scarsa conoscenza al di fuori degli ambiti locali e regionali di quanto avvenuto a Sassuolo proprio tra gli ultimi decenni del ‘800 e l’inizio del ‘900 ne abbia determinato l’esclusione in importanti studi come quelli di Valerio Terraroli e Elena Della Piana8. Da quelle prime indagini, grazie soprattutto all’esperienza sul campo, la ricerca sta progressivamente spostando l’attenzione all’attività dei singoli artisti attivi nella fabbrica Rubbiani oggi riconoscibili grazie all’individuazione di precise cifre stilistiche9. Inoltre, i più recenti approfondimenti e l’allestimento di due importanti raccolte, la Galleria Marca Corona a Sassuolo e l’Emilceramica presso Villa Vigarani Guastalla a Fiorano Modenese, nonché la maggiore disponibilità e sensibilità di antiquari, collezionisti e privati, hanno permesso di rintracciare altri manufatti che hanno ampliato la conoscenza della considerevole produzione di Carlo Casaltoli, artefi ce di quel grande mutamento.
La sua produzione ne è uscita così vasta ed importante tanto da proporsi per un futuro vero e proprio catalogo assai più ampio del presente classifi candone i generi le numerose tipologie prodotte, con terre sassolesi, per soddisfare i gusti della variegata committenza della «Terza Italia». Una produzione importante per la manifattura Rubbiani, ma comunque di nicchia, che veniva a proseguire una scelta imprenditoriale definita già nel decennio precedente dal Bagnoli. I Rubbiani, infatti, proseguirono con la produzione di stoviglieria d’uso comune e di suppellettili contrassegnate da un gusto intimo e familiare di gozzaniana memoria, non sempre di buon livello estetico ma assai più remunerativa10. Modelli presentati, senza particolari differenziazioni, alle varie esposizioni d’arte industriale applicata a cui i Rubbiani parteciparono con buon successo11.
Questa ricerca di rinnovamento artistico ma soprattutto tecnologico spinse poi la Ditta Carlo Rubbiani verso l’adozione, prima in Italia, di processi e modelli che declinarono verso la sola produzione di piastrelle da rivestimento e da pavimento. Un’evoluzione, ed è quello che qui ci interessa, non breve e non semplice, soprattutto dal punto di vista economico, che la fabbrica sassolese seppe affrontare anche grazie al rapporto avviato con il mondo artistico modenese e non, recependone dinamiche e modus operandi anche nelle sue contraddizioni12. Aspetto, questo, assolutamente poco indagato. Basti esaminare l’attività del modenese Silvestro Barberini il cui operato nella manifattura sassolese, iniziato al rientro del pensionato artistico a Firenze, s’intreccia con quello del Casaltoli. Sodalizio praticamente ignorato dai pur recenti studi dedicati all’artista anche se citato dal Cionini ed evidenziato più volte dallo stesso Liverani.
Lo stesso vale per il pittore Giovanni Muzzioli, anche lui, forse in rapporto con il Casaltoli già in quel di Firenze, i cui pur approfonditi studi monografi ci tacciono in merito alla collaborazione, probabilmente sporadica, con la fabbrica sassolese attestata invece, almeno per ora, da una bella lastra rettangolare in terraglia dipinta con un ritratto ed un verso poetico di Ugo Rubbiani già pubblicata da Liverani nel 198315. È un campo di ricerca, questo, che s’apre dunque a nuove indagini volte a ricomporre il rapporto che si venne ad instaurare in quei decenni di ammodernamento della produzione ceramica ancora in bilico tra sapienza artigiana, genialità artistica e rinnovamento produttivo in senso industriale16. Grazie ai recenti approfondimenti di Valentina Borghi, al primo riordino dei documenti amministrativi del fondo archivistico della Galleria Marca Corona, alla collaborazione di uffi ci pubblici e di alcuni cultori modenesi, si è progressivamente defi nita la vicenda biografi ca di Carlo Casaltoli nota sino a poco tempo fa solo attraverso le scarse annotazioni del Cionini e per i dati riportati nella targa ovale in maiolica a decoro fl oreale, datata 1892, che lo stesso Casaltoli pose davanti alla tomba Rubbiani nel cimitero di Sassuolo. Data, questa, sino ad oggi erroneamente utilizzata per defi nire la conclusione del suo rapporto con la fabbrica sassolese e il rientro in patria. Carlo nasce a Firenze, il 3 giugno 1865, da Felice e Faustina Arnetoli, e sempre nel capoluogo toscano sposa nel 1886 Elvira Laffi da cui ha cinque fi gli, quattro dei quali scompaiono prematuramente17. Sino ad oggi è stata ipotizzata una sua possibile, ma non provata, formazione presso la Ginori a Doccia. Appena ventenne, attorno al 1884- 85, si trasferisce comunque a Sassuolo dove, annota Cionini, è assunto presso la Ditta Carlo Rubbiani di cui ben presto assume la direzione artistica. Quali fossero le sue credenziali, ancora non lo sappiamo. È certo che l’arrivo del fi orentino apriva lo stabilimento di Carlo Rubbiani ad una vera e propria svolta che vivacizzò e rese più coerente la sua produzione alla progressiva evoluzione estetica e di gusto dell’epoca. Dagli studi di Francesco Liverani ulteriori e più recenti approfondimenti hanno permesso di dare fi sionomia ad una produzione che si è rivelata vastissima, ricomponendone l’elevatura nazionale attenta all’evoluzione dell’arte applicata, dalla ceramica ornamentale alla grafi ca.
Un primo censimento dei manufatti registra un repertorio che, come già ebbe a sottolineareMaria Grazia Morganti, accomuna Sassuolo alle principali manifatture ceramiche italiane dell’ultimo quarto di secolo. Dai motivi neorinascimentali, il Casaltoli, adottando tecniche diverse di stesura del colore, passa per tutti i generi pittorici in voga al momento: dalle elaborate raffaellesche, ai soggetti in grande formato con ninfe, satiri e divinità olimpiche. Dalle contadine incluse entro prospettive bucoliche, ai piatti con paesaggi e marine in formati ovali da utilizzare, incorniciate, su pareti o inserite a «cammeo» in arredi lignei. Dai motivi orientaleggianti ai soggetti pompier in costume settecentesco con scene galanti tra moschettieri e ostesse. Dalle composizioni di frutta e verdure ai ritratti come quello fastoso di Margherita di Savoia. I suoi manufatti, spesso arricchiti da plastiche in terraglia del Barberini, vengono scelti anche per il Museo della Fabbrica ed hanno un buon successo di vendita come si evince dall’elenco del citato catalogo dell’asta del 1893 che per altri versi fu per i Rubbiani un vero disastro. Su 378 pezzi ben 40 e più sono di mano del fi orentino! Ma è anche l’artista che porta la fabbrica sassolese verso l’utilizzo dell’innovativa piastrella «pressata a secco», i cui macchinari sono introdotti a Sassuolo da Carlo e don Antonio Rubbiani, per il decoro interno, come attestano varie prove e composizioni: dalla formella in maiolica di formato 20×20 cm a motivi vegetali e ornitologici uniti da una bizzarra rocaille, al fi nto arazzo tratto dalla Galleria di Bacco del Palazzo Ducale di Sassuolo, fi no all’elegante, e già artenovista, rivestimento per camino.
Genere, questo, «monumentale» che ha il suo apice nella tomba di famiglia in piastrelle nel Cimitero di San Prospero di Sassuolo, voluta nel 1892 dai fratelli Rubbiani per commemorare il padre. Inoltre, il Casaltoli ha infl uenza anche in seno alla famiglia: numerose risultano infatti le commesse per generi d’arte e di decoro provenienti proprio dall’ambiente fi orentino. Ne è prova, a testimonianza di un arredo un tempo assai più consistente e variegato purtroppo disperso in successive suddivisioni ereditarie e da vendite, la presenza di un Ritratto di giovane del fi orentino Michele Gordigiani, fi rmato e datato 1883, ritrattista che deve il successo al gradimento delle sue opere da parte della corte sabauda20.
La familiarità col Rubbiani è attestata dallo stesso testamento di Carlo dove il Casaltoli è registrato come testimone nonchè esecutore. Nel 1894, e cioè tre anni dalla scomparsa del Rubbiani, rientra a Firenze con la famiglia, anche se i libri dei «Salariati» della «Ditta Carlo Rubbiani» lo registrano, probabilmente con un ruolo di consulente artistico, fi no alla morte prematura avvenuta nel 190322. Prima però, probabilmente in accordo con il vecchio don Antonio e gli stessi eredi di Carlo, si ritira a Modena dove impianta un laboratorio nei locali di Palazzo Rangoni Solmi, in via Emilia, dove decora piatti di porcellana provenienti da Doccia, come attestano vari manufatti in collezione privata e presso la raccolta dell’Emilceramica, con nature morte, cacciagioni, scene picaresche ancora una volta di chiaro gusto pompier marcati sul retro, a decalco, «Carlo Casaltoli/ Pittore in Ceramiche Artistiche/ Modena»23. Ma non si fermò qui.
L’arco di azione della sua feconda attività maturata proprio negli stabilimenti della fabbrica sassolese, porta il Casaltoli dalla ceramica alla grafi ca pubblicitaria dove ottiene un grande successo. Molto è emerso dagli studi sulla grafi ca di fi ne secolo di questi ultimi anni. Ma ancor di più lo si deve ad inaspettate dispersioni, in case d’asta italiane e internazionali, di bozzetti e manifesti raccolti da piccoli ed ignoti collezionisti. Così ora sappiamo della vastità di quella produzione che gli permise una certa agiatezza e la qualifica, nel «Registro della popolazione stabile di Firenze», di «possidente e disegnatore». Inoltre, proprio in occasione del presente studio si è fortuitamente rintracciata una delle sue prime realizzazioni per Modena: il manifesto a motivi giapponesi della «Grande Veglia di Benefi cenza a favore degli asili infantili urbani» organizzata il 24 gennaio 1893 al Teatro Comunale24. È forse la sua opera prima.
Le raffi nate e sinuose fi gure femminili disegnate in vari anni di attività, interrotta dalla morte prematura avvenuta nel 1903, per le riviste «Almanacco italiano» e «Scena illustrata», nonché i lavori per spartiti musicali di case editrici italiane e tedesche, o per cartoline a soggetto sacro e profano, o per manifesti reclamizzanti i più disparati prodotti commerciali, fi no alla copertina del Pinoncito (versione spagnola del collodiano Pinocchio) lo attestano, come ormai unanimente riconosciuto, tra le fi gure più innovative del panorama artenovista nazionale.

Testo di Vincenzo Vandelli

 

 

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