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Augusto Mussini

Augusto Mussini

AUGUSTO MUSSINI
(1870 – 1918)

 

Nacque a Reggio Emilia l’8 gennaio 1870 da Angelo, cuoco nella casa del vescovo, e da Beatrice Cobianchi.

La madre, donna dalla profonda fede religiosa, gli impartì una rigida educazione, basata sui principi cattolici. Compì i primi studi nella città natale: dopo una breve esperienza seminarile (1881), frequentò il ginnasio pubblico che lasciò nel 1885 per iscriversi alla Regia Scuola di disegno per operai, dove ebbe come maestri Gaetano Chierici e Cirillo Manicardi. Nel 1888 si diplomò.

Le prime opere note sono due disegni a carboncino datati 1888 (Ritratto di Desideria Mussini e Ritratto di Giuseppe Mussini; ripr. in Farioli, 1987, pp. 116 s.), caratterizzati da un minuzioso realismo, memore degli insegnamenti di Chierici. In linea con la temperie culturale del momento Mussini sembra volgersi verso un modello di pittura veristico-sociale, ma anche verso la tradizione della pittura lombarda, prediligendo il genere del ritratto e l’uso di una tavolozza scura fatta di toni bruni sovrapposti in sottilissime variazioni, come si nota nel Ritratto di Vittorio Bellelli del 1890 (ripr. ibid., p. 58).

Nel 1890, chiamato a collaborare da Manicardi, decorò le pareti e i soffitti di alcune sale della villa di Francesco Bagnoli a Jano di Scandiano, illustrando in stile bizantineggiante le Storie della vita di Matilde di Canossa, impresa che lo impegnò fino al 1892.

Nei dipinti murali di villa Bagnoli propone motivi e iconografie in linea con il gusto eclettico del revival storico in voga sul finire del XIX secolo. Alla sua sola mano si devono attribuire le decorazioni neorinascimentali di una cameretta con tondi raffiguranti i bambini della famiglia Bagnoli e quelle della sala del camino, dove, tra ornati floreali d’ascendenza liberty e nature morte di un realismo insistito e puntuale, ritrasse il gruppo dei committenti, in abiti di diverse epoche.

Nell’ottobre 1890 contribuì alla fondazione della Cooperativa pittori di Reggio Emilia, di cui divenne in seguito direttore artistico, evento che volle celebrare dipingendo una tavola, I soci che discutono l’avvenimento, con le figure ritratte a grandezza pressoché naturale. Avendo dovuto distruggere l’opera a causa di alcune lesioni del legno, nello stesso anno tradusse il soggetto nella tela Gruppo di componenti della Cooperativa pittori (Reggio Emilia, Musei civici). L’anno seguente cominciò a collaborare come articolista e  critico d’arte con Il Reggianello, quotidiano locale di ambito cattolico.

Ottenuto un sussidio dal Civico Istituto Ferrari-Boninie dalla Deputazione provinciale di Reggio Emilia, all’inizio del 1892 si trasferì a Roma. Studiò all’Accademia di Francia e frequentò la scuola libera del nudo annessa al Regio Istituto di belle arti. Suoi insegnanti furono Ettore Ferrari, Scipione Vannutelli e Cesare Mariani. Nel 1893 vinse una borsa di studio quadriennale grazie al concorso del Legato Sanguinetti bandito dall’amministrazione provinciale di Reggio Emilia. La nuova disponibilità economica gli permise di stabilirsi a Firenze, dove si iscrisse alla scuola del nudo della Regia Accademia di belle arti.

Nel 1896 presentò Autoritratto (Reggio Emilia, Fondazione Cassa di risparmio ) all’Esposizione triennale di belle arti e industrie di Modena; dipinse inoltre Sacro Cuore (ripr. Farioli, 1987, p. 74) e Gesù fra i cardi (Reggio Emilia, cattedrale), due quadri dalla chiara impostazione e iconografia simboliste. Nello stesso anno venne eletto consigliere comunale a Reggio Emilia nelle file del Partito socialista. Tra il gennaio e l’agosto 1897 soggiornò a Venezia, dove visitò la Biennale d’arte. Tornato nella città natale, lavorò nella casa della famiglia Medici dipingendo una stanza con scene mitologiche e ritratti clipeati in stile quattrocentesco (ripr. in Sgarbi – Luna, 1991, pp. 46 s.); inoltre si impegnò sempre più come conferenziere e militante della causa operaia.

Nel 1898, a Torino, partecipò all’annuale mostra promossa dalla Promotrice di belle arti (Autoritratto). Nel 1901 espose alla IV Biennale d’arte di Venezia Il sangue (Reggio Emilia, Fondazione Cassa di Risparmio), un quadro intriso di forti suggestioni decadentiste-simboliste. Nello stesso anno terminò il Ritratto di sua maestà Vittorio Emanuele III, destinato alla sala del Consiglio di amministrazione della Cassa di risparmio di Reggio Emilia.

All’inizio del 1902, dopo essersi dimesso sia dal partito sia dalla Cooperativa dei pittori, fece ritorno a Firenze dove trovò lavoro come direttore presso la Società ceramica artistica fiorentina del cav. Hermanin, per la quale ideò egli stesso alcuni pezzi. Per qualche mese fu ospite nello studio dello scultore Libero Andreotti, in seguito andò ad abitare con l’amico pittore reggiano Giovanni Costetti. Nel capoluogo toscano collaborò con la rivista Il Leonardo, diretta da Giovanni Papini, scrivendo articoli e saggi critici che firmò con lo pseudonimo Augustus. Nonostante il trasferimento mantenne sempre stretti legami con l’ambiente reggiano, sia per soddisfare le richieste dei committenti privati, sia per portare a termine le imprese approntate, come la decorazione di due cappelle nella chiesa di S. Nicolò, delle quali dipinse le volte (1902) con Angeli musicanti (terza cappella di destra) e Angeli in un roseto (terza cappella di sinistra) in stile neorinascimentale secondo la maniera di Melozzo da Forlì.

Nell’aprile 1903 ottenne un sussidio biennale dalla Cassa di risparmio di Reggio Emilia per potersi dedicare all’attività artistica senza preoccupazioni economiche. In estate partecipò alla Biennale di Venezia con l’opera Il ritratto della madre ammalata (Reggio Emilia, Fondazione Cassa di Risparmio). Poi la sua vita ebbe una svolta: la notte tra il 25 e il 26 ottobre scomparve da Firenze e nei giorni seguenti da tutti i quotidiani fiorentini e reggiani fu riportata la notizia  del suo presunto suicidio, connesso con un duello con Costetti, divenuto suo rivale in amore per la pittrice Beatrice Ancillotti. In realtà, nonostante avesse già scelto i padrini per il duello (Libero Andreotti e Adolfo De Carolis), Mussini non volle impugnare le armi e preferì lasciare la città, dopo aver inviato due lettere ad altrettanti amici reggiani annunciando l’intenzione di togliersi la vita. Allontanatosi da Firenze, pensava di andare in Austria ma, giunto a Gorizia, allora territorio austriaco, rimasto senza denaro chiese ospitalità al convento dei cappuccini, dove un frate italiano gli consigliò di recarsi dai francescani di Trieste. Da lì, manifestato il desiderio di vestire il saio, fu indirizzato al ministro provinciale ad Ascoli Piceno. Nel convento ascolano, accolto dal padre superiore Gavasci, visse per un anno in isolamento, dedicandosi alla pratica contemplativa e rifiutando ogni visita dall’esterno, la corrispondenza degli amici e la lettura dei quotidiani. Il 25 gennaio 1905 con la semplice cerimonia della vestizione divenne terziario dell’Ordine, assumendo il nome di fra Paolo, in omaggio al pittore Paolo Uccello. Nel frattempo aveva iniziato la decorazione della chiesa conventuale con un ciclo di dipinti murali dedicati alla vita di s. Serafino.

Nell’ottobre 1905, in concomitanza con il centenario della morte di s. Serafino, furono presentati al pubblico i primi due riquadri con La vocazione di s. Serafino e La morte di s. Serafino (l’unico dipinto a olio e non a tempera su muro) eseguiti nell’abside. Mussini proseguì i lavori tra il 1906 e il 1907 con le Allegorie delle Virtù cardinali nella volta a crociera, aiutato da un gruppo di allievi (Arturo da Monterinaldo, Elio Anastasi, Guido Giammarini, Didimo Nardini, Alberto Castelli, Ernesto Coppola, Giulia Castelli). Dopo aver dipinto Il culto dei fiori e Il miracolo dei cavoli (1907) sulle pareti ai lati dell’altare maggiore, interruppe i lavori per soddisfare altre commissioni che gli erano state affidate. Tornò a occuparsi del ciclo pittorico a più riprese tra il 1910 e il 1915, per concluderlo soltanto a pochi giorni dalla morte.

Stilisticamente i lavori di Ascoli dimostrano l’eclettismo della maniera di Mussini, capace di fondere il minuzioso realismo delle descrizioni fisionomiche con certe suggestioni formali e iconografiche desunte dai simbolisti o dai preraffaelliti, ma la novità principale del ciclo è nei paesaggi che fanno da sfondo alle scene: ampli scenari di vegetazione variopinta e lussureggiante realizzati attraverso la tecnica divisionista.

Nel 1905 ricevette l’invito per la Biennale di Venezia e decise di inviare La testa di Cristo, l’ultimo lavoro eseguito a Firenze prima della sua precipitosa fuga, che era stato acquistato dalla Cassa di risparmio di Reggio Emilia. Nel 1907 concluse La Maddalena (Ascoli Piceno, Pinacoteca civica), commissionatagli dal conte Antonio Sgariglia per la cappella della villa di Folignano. Nel febbraio 1908 espose nella vetrina di una farmacia di Ascoli un cartellone pubblicitario disegnato per un medicinale: il Neurobiogeno del cav. Umberto Rosati (ripr. in Sgarbi – Luna, 1991, p. 104).

Nel 1910 fu mandato dal padre provinciale ad Ancona affinché realizzasse i dipinti e alcune decorazioni parietali per la chiesa della Madonna delle Grazie.

Nel pannello centrale del trittico collocato sull’altare maggiore raffigurò S. Francesco che presenta a Cristo crocifisso s. Chiara, s. Luigi di Francia e s. Elisabetta d’Ungheria; nei pannelli laterali S. Bonaventura da Bagnoregio e S. Lorenzo da Brindisi. Inoltre realizzò i quadri con L’Annunciazione per il coro, La Pietà per la lunetta della cappella laterale e i dipinti murali del pulpito. Contemporaneamente lavorò alla pala d’altare (La Trinità) per la chiesa dei cappuccini di Jesi. In questi lavori l’eleganza sfarzosa e raffinata delle figure, l’andamento sinuoso delle linee, il misticismo sensuale, le insistite allegorie floreali e la vibrante resa della luce evocano analoghe esperienze preraffaellite, congiunte al gusto oramai pienamente liberty.

Tornato ad Ascoli si dedicò alla produzione da cavalletto ritraendo i frequentatori del convento (Lo studente Remo Tonucci; Il professor Gustavo Modena, 1910; ripr. in Farioli, 1987, p. 100) o i confratelli (Padre Fedele da Monterado; ripr. in Sgarbi – Luna, 1991, p. 111; Padre Diego da Offida, ripr. in Farioli, 1987, p. 101) ma il suo umore tornò a farsi instabile, tra crisi nervose e accessi d’ira, che peggiorarono nel corso del 1911. Non essendo vincolato dai voti, ebbe il permesso di lasciare il convento a suo piacimento per viaggiare, visitare mostre o tornare a Reggio Emilia, da dove continuavano a giungergli numerose le richieste di ritratti, come quello del Conte Luigi Sormani Morettinel suo studio (1913, Reggio Emilia, Musei civici ).

Nel corso degli anni Mussini realizzò una straordinaria galleria di ritratti e autoritratti, condotti con sorprendente acutezza d’indagine fisionomica e introspettiva, nei quali la veristica descrizioni dei volti si coniuga al realismo lenticolare nella descrizione degli oggetti e ai ricercati effetti luministici, come mostra l’Autoritratto in controluce del 1912 (Ascoli Piceno, convento dei padri cappuccini).

Tra il 1910 e il 1913, coadiuvato dall’allievo Arturo Cicchi, si dedicò ai dipinti murali della chiesa di S. Maria delle Piane a Quintodecimo di Acquasanta Terme, dove propose un complesso ciclo biblico.

Tra decorazioni floreali squisitamente liberty e figure angeliche di matrice preraffaellesca, illustrò episodi della Storiadel genere umano, l’Annunciazione e la Crocefissione e due trittici per gli altari laterali (l’Assunzione della Vergine tra s.Luigi Gonzaga e s. Antonio da Padova; La Madonna del Rosario tra le ss. Agnese e Eurosia). Nell’Assunzione Mussini dimostra la totale adesione ai principi e alle tecniche divisioniste, poiché, nella volontà di spiritualizzare la scena attraverso gli effetti di luce, smaterializza forme e volumi lasciando appena intravedere le immagini tra la fitta tessitura di sottili pennellate di colore puro.

Nel 1913 applicò la maniera divisionista alla grande pala d’altare destinata al santuario del Ss. Crocefisso di Faenza (La Madonna col Bambino tra i ss. Francesco e Chiara), attirando su di sé aspre critiche e rimproveri da parte dei superiori. I toni accesi della polemica, amplificati dai giornali, ebbero un effetto drammatico sul frate-artista, che non sentendosi più libero di esprimersi svestì il saio e lasciò Ascoli. Si trasferì a Genova, ospite nella casa di Giuseppe Cicognani, e si invaghì di una giovane straniera di nome Camilla.

In dicembre decise di allontanarsi dalla donna e si imbarcò alla volta di Buenos Aires, dove lo raggiunsero alcuni allievi, collaborò come articolista al giornale La Patria degli Italiani e trovò la protezione di Lorenzo Pellerano, mecenate e collezionista d’arte, di cui eseguì un ritratto (ripr. in D’Ascoli, 1926, p. 39). Ciò nonostante nel luglio 1914 volle ritornare in Italia. Trascorsi pochi giorni a Genova si trasferì a Castagno, un paesino alle falde del monte Falterona, e nel mese di settembre, nell’incessante ricerca di serenità interiore, raggiunse l’eremo di Camaldoli. Durante il soggiorno presso i camaldolesi riprese la tavolozza e dipinse la Visione di s. Romualdo (1915, eremo di Camaldoli, sala Capitolare), inoltre scrisse un’autobiografia che bruciò appena terminata.

Nei primi mesi del 1915 si stabilì di nuovo nel convento di Ascoli, restandovi fino a ottobre, quando si recò a Firenze per raggiungere Camilla, la giovane conosciuta a Genova, deciso a sposarla. Ma la confessione sui trascorsi della donna lo indusse ad abbandonarla e a fare ritorno ad Ascoli, dove rimase per alcuni mesi; all’inizio del 1916 si trasferì a Roma e prese uno studio in via Margutta. Qui, su incarico di padre Gavasci, lavorò alle tele che avrebbero concluso il ciclo delle Storie di s. Serafino nella chiesa conventuale di Ascoli (L’Ascensione per l’altare maggiore; Il beato Benedetto da Urbino e Il beato Bernardo da Offida per gli altari laterali).

Nel giugno 1917, insieme all’allievo Aldo Castelli, si trasferì a Caldarola per affrescare a tempera un ciclo su I misteri del s. Rosario nella cappella della Madonna del Rosario all’interno della chiesa di S. Gregorio. Terminata l’impresa, all’inizio del 1918 tornò a Roma in preda a continue crisi nervose. Concluse le tele destinate al convento di Ascoli, dipinse un ultimo, drammatico, Autoritratto (ripr. in Sgarbi – Luna, 1991, p. 198) e l’Interno di studio (ripr. in Farioli, 1987, p. 112). In ottobre, colpito da febbre spagnola, fu ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli.

Morì a Roma il 1° novembre 1918.

Fonti e Bibl: E. D’Ascoli, La vita e l’arte di frate Paolo A. M., Reggio Emilia 1926; G. Piccinini, Guida di Reggio, Reggio Emilia 1931, pp. 53, 84 s.; G. Grasselli, Il pittore A. M. a Camaldoli, Reggio Emilia 1941; R. Marmiroli – E. Piceni, Mostra di fra’ Paolo da Ascoli (A. M.) (catal.), Reggio Emilia 1959; M. Mazzaperlini, Repertorio bio-bibliografico dei Reggiani illustri, in Reggio Emilia: vicende e protagonisti, a cura di U. Bellocchi, Bologna 1970, p. 419; E. Farioli, A. M.  fra’ Paolo (1870-1918) (catal., Reggio Emilia-Ascoli Piceno), Reggio Emilia 1987; Momenti del liberty in Italia (catal., Correggio), a cura di F. Solmi, Casalecchio di Reno 1986, pp. 28, 112; A. Zavaroni, Pittori, decoratori, imbiancatori e verniciatori in cooperativa a Reggio Emilia 1890-1990, Reggio Emilia 1990, pp. 81-85; La pittura in Italia. L’Ottocento, a cura di E. Castelnuovo, Milano 1990, I, pp. 271, 395; II, pp. 934 s.; V. Sgarbi – L. Luna, Fra’ Paolo A. M., Sant’Atto di Teramo 1991; G. Santarelli, I dipinti di A. M. nella chiesa dei cappuccini in Ascoli, in Spiritualità e cultura…, a cura di G. Avarucci,  Roma 2006, pp. 273-298; A.M. Comanducci, Diz. ill. dei pittori…, III, Milano 1962, p. 1261; Diz. encicl. Bolaffi…, VIII, Torino 1975, p. 62; U. Thieme – F. Becker, Künstlerlexikon, XXV, p. 294.

FONTE TRECCANI

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