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Aristide Sartorio

Aristide Sartorio

ARISTIDE SARTORIO
(1860 – 1932)

Avviato in ambito familiare alla pratica del di­segno frequenta, senza regolarità, l’Istituto di Belle Arti, con una formazione artistica quasi da autodidatta, attraverso lo studio e l’eserci­zio della copia. Giovanissimo si dedica a una produzione commerciale, di dipinti di manie­ra, nel gusto di Fortuny; una svolta è segnata dal dipinto Malaria, presentato con successo all’Esposizione Internazionale di Arte Antica di Roma del 1883, che denuncia, anche nel soggetto, il suo accostarsi a tematiche ve­riste, dopo il contatto con Francesco Paolo Michetti. Fondamentali i soggiorni a Parigi, a partire dal 1884, la partecipazione all’Esposi­zione Universale di Anversa e la successiva frequentazione dei circoli letterari della capi­tale, nei quali incontra, tra gli altri, Carducci, Scarfoglio, Serao. Nascono le prime illustra­zioni, per la rivista “Cronaca Bizantina” di Angelo Sommaruga, dove compaiono scritti di Carducci, Verga, Capuana e D’Annunzio. Fortemente suggestionato dalla poetica dannunziana, evidenzia nelle opere succes­sive il suo crescente interesse per le temati­che preraffaellite, per forme bizantineggianti e per un grafismo elegante e raffinato (cat. 64); orientamenti che lo inducono ad aderire alla società artistica In Arte Libertas, fonda­ta nel 1886 da Nino Costa, con connotazioni secessioniste di stampo antiaccademico e in polemica con l’arte ufficiale. Per D’Annunzio esegue quattro tavole per l’edizione illustrata dell’Isaotta Guttadauro, pubblicata nel 1886. Nel 1889 vince la medaglia d’oro all’Esposi­zione Universale di Parigi, con l’opera I figli di Caino (cat. 182), viaggia tra Parigi e Londra, dove entra in contatto diretto con l’opera di William Morris e di Dante Gabriele Rossetti. Chiamato a insegnare presso la Scuola d’Ar­te di Weimar, vi rimane per quattro anni, nel corso dei quali conosce i simbolisti tedeschi, frequenta Nietzsche e si dedica allo studio dal vero. Quest’ultima esperienza lo induce, al ritorno in Italia, ad aderire al gruppo I XXV della Campagna Romana, nato con l’intento di rinnovare la tradizione della pittura di pa­esaggio. Non abbandona, però, i grandi la­vori di decorazione, come il ciclo del Poema della Vita Umana, realizzato per la Biennale del 1907 (cat. 175, 176, 177), ma anche, ed è il più prestigioso, il grande fregio del 1908 per la nuova aula del Parlamento, nel quale riemergono le suggestioni della cultura clas­sica – dai marmi del Partenone ai Trionfi del Mantenga – già sperimentate nel fregio della Sala del Lazio dell’Esposizione di Belle Arti di Milano del 1906 (cat. 303) e quello per la Casa del Popolo a Roma (cat. 16), con i quali era approdato a un linguaggio aulico e solenne, che recuperava l’eroismo michelan­giolesco e che Sartorio avrebbe rielaborato fino agli anni venti.

Bibliografia: Garibaldi. Il mito. Da Rodin a D’Annunzio: un mo­numento ai Mille per Quarto, a cura di M. F. Giu­bilei, C. Olcese Spingardi, catalogo della mostra (Genova-Nervi, Galleria d’Arte Moderna, 2007­2008), Giunti, Firenze 2007; Il fregio di Giulio Aristide Sartorio, a cura di R. Miracco con A.M. Damigella, Leonardo International, Milano 2007; Bartoletti, Il fregio di Sartorio al Parlamento: la tecnica di esecuzione tra fonti e pratica, in Effetto luce, Edifir, Firenze 2009, pp. 307-314. Testo tratto dalla monografia: Aa. Vv. Liberty, uno stile per l’Italia moderna, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2012

Giulio Sommariva

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