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Amleto Cataldi

Amleto Cataldi

AMLETO CATALDI
(1882 – 1930)

Nacque a Napoli, il 2nov. 1882, da Angelo, un povero intagliatore in legno, il quale gli insegnò la propria arte, e da Giuditta Alessandroni. Padre e figlio cercarono fortuna a Roma, dove si trasferirono. A Roma aprirono un piccolo negozio, che il C., presto orfano con una sorella inferma, continuò a gestire tra le più gravi difficoltà. Tuttavia, il giovane seguiva una sicura vocazione di scultore e, frequentando mostre e musei, si era iscritto – come Boccioni, De Carolis, Dazzi – alla libera scuola di via Ripetta, dove si distinse per merito. Dopo alcuni lavori, eseguiti per conto di altri, uscì dall’anonimato, vincendo il concorso per una delle Vittorie alate sul ponte Vittorio Emanuele a Roma, e imponendosi, con molte altre opere, alla critica del tempo.

Fortunatissima la sua carriera ufficiale: tanto il gusto borghese della nuova classe dirigente quanto la retorica nazionalistica, celebrativa di guerre vittoriose e di un nuovo ruolo internazionale del paese, trovarono in lui uno degli interpreti più dotati. Il C. fu incaricato di monumenti pubblici in molte città italiane (Foggia, San Benedetto del Tronto, Lanciano, Fossacesia, Fontanellato, ecc.) e nella capitale, dove eseguì tra l’altro: il monumento alla Guardia di finanza, quello ai Caduti della Sapienza, il fregio frontale per lo stadio sportivo in via Flaminia, una Galatea e la Fontana dellanfora per villa Borghese, assieme ad alcuni busti per la passeggiata del Pincio (Carlo Cattaneo, Anton Giulio Barrili, ecc.), altri busti (ritratti di senatori, come Nigra, Malagodi, Todaro, Quarta) per palazzo Madama, e ancora quelli della Regina Elena e di Mussolini per l’allora ministero dell’Economia. Due sue statue figuravano tra gli addobbi rituali del transatlantico “Conte Biancamano”,e suo era il disegno per la coppa dei campioni al circuito di Monza.

I rari dissensi (concorse invano per il monumento a Benedetto XV in S. Pietro e per quello a G. G. Belli in Trastevere) non compromisero la pioggia di ordinazioni private: ritrasse le dame più note dell’aristocrazia e della nuova borghesia con i loro antenati, e poi, ancora, eroi, artisti, professionisti, burocrati. Citiamo i busti della Principessa Giovannelli e della Signora Breschi, del Principe di Civitella Cesi, di Pascarella. Decorò tombe di famiglia per i Crespi a Crespi d’Adda, per i Cando a Budapest, per i Raggio a Genova e un po’ dovunque per molti altri.

Nel frattempo, carico di fama, insegnante di plastica all’istituto romano di S. Michele, membro di alcune accademie (tra cui l’Albertina di Torino), partecipava alle maggiori esposizioni del suo tempo (giovanissimo, nel 1904, aveva visto accogliere una delle sue opere all’esposizione mondiale di Saint-Louis). Oltre che alle Biennali veneziane tra il 1909 e il 1930 (Catal., 1909, p. 66; 1910, ill. 137; 1914, pp. 65, 95; 1920, pp. 56, 69, ill. 111; 1921, ill. 31; 1924, ill. 40; 1926, pp. 101, 122, ill. 37; 1928, p. 112; 1930,ill. 133), esibì i suoi lavori, in mostre personali e collettive, a Roma (“Secessione”,prima Biennale romana, ecc.), a Milano, Torino, Monaco, Bruxelles, Londra, Barcellona, Buenos Aires, e infine più volte a Parigi, dove nel 1923 una giuria francese, di cui era membro Rodin, ne aveva premiato l’arte “per la sua espressione viva, mai disgiunta da ritmica armonia” (Scarpa, 1951).

Alle esposizioni, le statue del C. venivano acquistate dai musei: alcune figurano tuttora a Roma, presso la Galleria comunale di arte moderna e in Campidoglio (Carducci, la Portatrice dacqua), e presso la Galleria nazionale di arte moderna (una figura femminile o Pagina triste);altre erano in mostra permanente presso analoghi musei di Venezia, Palermo, Lussemburgo, Parigi (Sapori, 1949). Sempre a Parigi, dove nell’anno 1923 aveva raccolto un vero trionfo con la Medusa acquistata per il Petit-Palais, e nel 1925 aveva decorato con quattro statue fluviali il padiglione italiano alla Mostra internazionale di arti decorative, scolpì un Leonardo da Vinci per il giardino delle Tuileries.

Un elenco assai più dettagliato, se non completo, delle numerosissime opere sue (con la collocazione relativa, al 1928), nonché delle esposizioni cui prese parte, fu redatto da Piero Scarpa.

Un anonimo critico ricorda i paradossi pessimistici del suo conversare, “di marca palesemente wildiana” (Giornale dItalia, 1930), nel tentativo di avallare un suo presunto tormento di artista, che altro non sembra se non la condotta, pendolare e incostante, di un eclettico. Il C. alternava, infatti, senza apparente ordine cronologico e comunque senza evoluzione, due distinte tecniche figurative: una fredda e classicheggiante, l’altra romantico-liberty. I risultati di questo tipo di scultura sono quasi sempre così monotoni, così poveri di valori formali, da sembrare piuttosto i prodotti di un alto artigianato tecnico. Infatti, se il C. e i suoi colleghi – specie quelli meridionali -,chiusi a ogni vento internazionale e condizionati tra loro, riempivano con dispute tra “accademia” e “vero” – un vero che arrivava sino alla copia e al calco – un sostanziale vuoto di interesse per il passato, si ha l’impressione che invece tenessero d’occhio certa arte popolare o artigianato artistico, spesso di formato minuto: parliamo del biscuit floreale, e, indietro nel tempo, del presepe napoletano e perfino delle statue, spagnoleggianti, portate in processione durante la Pasqua. Indubbiamente la Figura femminile del C. (Roma, Galleria nazionale d’arte moderna) richiama la poetica purista del modellato per impercettibili passaggi di piani a superficie vellutata, ma sembra anche, toutcourt, l’ingrandimento di una figuretta in biscuit, base di una lampada Liberty, ché il bianco marmo prezioso o la bianca pasta vitreo-porcellanata raggiungono entrambi un cromatismo romantico, tanto più suggestivo, quanto più abile è il modellatore.

La stessa notevole ed epidermica sensibilità il C. mise nei migliori suoi ritratti (per esempio Costantino Nigra, a palazzo Madama), con la finezza che è costante in quel campo nelle epoche di imitazione artistica. Freddissimo egli era invece quando aderiva al classico (per esempio nel monumento della Guardia di finanza a Roma, in via Carlo Fea). “Ignorava l’Accademia, con un suo gusto moderno della forma trasmessa dai Greci” (Sapori), ma oggi sembra che certe sue semplificazioni di superfici, come certe stilizzazioni nei panneggi e nelle capigliature, si aggancino a quell’arte imperiale, che, quando la morte per malattia lo colse, prematura, già dilagava in Italia per esaltare la dittatura. Il C. morì a Roma il 10 sett. 1930.

La sua fama venne annientata inevitabilmente al tramonto degli stanchi modi artistici cui aveva aderito, e invano lo Scarpa tentò di riesumarla, con una piccola e cauta mostra postuma, in Roma, nel 1951. Del pari, molte delle sue opere, anche monumentali, vennero rimosse, né è facile, oggi, rintracciarne l’ubicazione.

Amleto Cataldi vaso liberty

Fonti e Bibl.: Oltre alla bibl. in U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, VI, p. 177, e in H. Vollmer, Künstlerlexikon des XX. Jahrh.s, I, pp. 406 s., si vedano i necrologi in Giorn. dItalia e Il Messaggero del 12 sett. 1930; A. Lancellotti, Le mostre romane del cinquantenario, Roma 1931, p. 84, ill. LX; F. Sapori, Scultura ital. moderna, Roma 1949, pp. 39, 308 s.; P. Scarpa, Mostra postuma dello scultore A. C. (catal.), Roma 1951; R. Collura, La Civica Galleria darte moderna di Palermo, Palermo 1974, p. 102.
Testo tratto da Treccani

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