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Alfredo Provinciali

Alfredo Provinciali

ALFREDO PROVINCIALI

(1869 – 1929)

 

Al momento non vi è una biografia sull’autore. Puoi contribuire al progetto scientifico contattandoci via mail all’indirizzo info@italialiberty.it.

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Sulle colline tra Parma e Fidenza, lungo la fascia preappenninica che fin dalla metà dell’Ottocento cominciò a essere caratterizzata da una “precisa linea di insediamen­ ti…, quella degli stabilimenti termali – grandi e piccoli, urbani e rurali” (Savi), nel 1903 l’Amministraz ione ospedaliera di Ramiola decise la costruzione di una casa di cura, affidandone l’incarico al trentaquattrenne Alfredo Provinciali, ingegnere laurea­ to al Politecnico di Torino che amava definirsi anche architetto, avendo frequentato i primi corsi sperimentali di disegno architettonico di quell’università. Le targhe che “firmano” le due fasi di costruzione dell’edificio, datate 1903 e 1904, poste sulle pare­ ti esterne delle due ali, recano infatti, con una civetteria che gli sarà consueta, la dici­ tura “architetto”.
La compattezza volumetrica dell’edificio a tre piani – il terzo relativo a una sopraeleva­ zione eff ettuata nel 1914 – è animata da un corpo centrale aggettante con bow-window e da due torrette angolari con belvedere. Motivi decorativi geometrico-floreali ingenti­ liscono la superficie della facciata, scandita ritmicamente da finestre e verande e resa omogenea anche dalla presenza di una lunga terrazza al piano rialzato, funzionale, dato l’orientamento a mezzogiorno, al riposo e alla cura elioterapica degli ammalati. Nell’ul­ tima ristrutturazione subita dalla casa di cura nel 1985 e che ne ha visto la trasforma­ zione in casa di riposo, la terrazza è stata coperta e chiua da incongrue vetrate, che turbano l’unità stilistica dell’edificio . –
li Provinciali, alle prese con il suo primo incarico di rilevanza pubblica, mostra una indubbia capacità di aderire ai modelli di un’architettura di servizio prevalentemente
termale, quali poteva avere conosciuto durante i suoi studi a Torino. Ricordiamo i pro­ getti di Raimondo D’Aronco per uno stabilimento “balneare” in Carinzia (1882) e quello per Poff abro in Friuli (1892), con i quali la Casa di cura di Ramiola presenta analogie rispettivamente nella facciata e nella pianta, quest’ultima articolata in un rincorrersi di sale, salette, ambienti riservati (fumoir, caffè, biliardo) e servizi (camere, cucine, am­ bulatori) suddivisi da un lungo corridoio centrale.
Questa tipologia termale e alberghiera connotata dalle tendenze in voga di tipo “sviz­ zero” e insieme da quelle moderniste, rimarrà stabile per molto tempo costituendo un esempio di architettura “atemporale” funzionale alle esigenze sociali.
Dell’arredamento originale interno di impronta fortemente liberty, documentato dalle fotografie d’epoca, si conserva solo il monumentale biliardo.
(g.p.)

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Aedes Bormio/i: parti­ colare dei due fronti, 1905 – Parma, via dei Farnese.

Provinciali-Bormioli: un binomio oggi celebre e nel quale si riassume uno degli episodi di committenza più interessanti dell’Emilia di inizio secolo e cioè la costruzione di un lungo blocco edilizio posto sulla scenografica sponda d’oltre Parma . Una committenza prestigiosa affidata dagli industriali del vetro ad un prof essionista giovane, dannunzia­ no d’aspetto e di gusto. All’ingegnere-architetto Provinciali venne offerta l’occasione di operare su di un’area non solo di per sé vasta tanto da acconsentire agevolmente un intervento unitario, ma soprattutto importante perché luogo di memorie. Lungo la riformata via dei Farnese, a fianco dell’ingresso dei Giardini Ducali e sulla sponda di ponente del torrente Parma (proprio in posizione frontale all’ancora integra e possente Pilotta), vengono cosl eret­ te le cosiddette “Aedes Bormioli”, una serie di appartamenti di buon livello destinati a dépendances residenziali e di rappresentanza della fabbrica e che il Provinciali ebb,e cura di datare e di firmare come testimoniano le targhe poste in buona evidenza. E lo stesso Capelli che documenta come questa localizzazione fosse motivo di tormento e di incertezze per il professionista; in eff etti il problema non era solo quello di una pura e semplice proget tazione edilizia, ma pure urbanistica e soprattutto paesaggistica. Il progetto venne infatti “discusso, criticato e lodato da un’opinione pubblica molto più attenta e sensibile di quella di oggi ai problemi della città” (Capelli). Così un edifi­ cio lungo 60 metri si insediò su una spianata ottenuta dalla demolizione di minute abi­ tazioni “malsane”, andando a ricongiungersi con l’antica Rocchetta a “Co’ di Ponte” posta a vigilare il ponte detto “della Galeria”. Il prospetto su via dei Farnese, prospi­ ciente il Giardino Ducale, esibisce tre diff erenti impaginati tra loro strettamente cor­relati dalla asciuttezza di taglio delle pareti scandite dalle alte lesene oltre che dalla . raff inata decorazione. Su questa abbonda il piacere per il dettaglio che rimanda al cli­ ma di influenza austriaca riconoscibile in tutta l’opera del primo Provinciali. La vivaci­tà plastica di questi particolari si combina, infatti, con l’esuberanza di certi motivi d’i­ spirazione classica reinterpretati in chiave secessionista. Anche sul fronte rivolto verso il torrente si riconferma la distinzione in tre corpi. La soluzione compositiva data al corpo di fabbrica a fianco dell’ antica Rocchetta risulta comunque più attenta e raff ina­ ta ed è concepita con un corpo centrale emergente ed arcuato marcato poi dalle possen­ ti lesene laterali. Le bucature circolari e quadrangolari mono o tripartite si allineano al centro di questa fabbrica che quasi intende in tal modo replicare il sapore goticheg­ giante della vicina Rocchetta.

Contenuto tratto da: M. Pace Marzocchi, G. pesci, V. Vancelli, “Liberty in Emilia”, Artioli stampatore, 1988.; A. Speziali, “Romagna Liberty”, Maggioli editore, 2012.

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