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Alfredo Baruffi

Alfredo Baruffi

ALFREDO BARUFFI

(1873 – 1948)

 

Importante e fondamentale personaggio del fulgore Liberty in Italia, Alfredo Baruffi nasce il 13 dicembre 1873 a Bologna, città che, in quegli anni, vive un momento transitorio, di cambiamento, trasformandosi da antica città papalina a cuore pulsante della nuova cultura dell’Italia unita.

Alfredo Baruffi è uno dei principali innovatori della grafica Liberty italiana tra il XIX e XX secolo. Egli non frequenta istituti d’arte, accademie o affini: è un autodidatta. La sua scuola è la natura; quest’ultima, dall’età di 8 anni, ovvero da quando il padre per premio gli regala una scatola di colori ad acquerello, Baruffi la imprime con i pigmenti su ogni supporto occasionale che trova. Paesaggi e momenti di forte intensità emotiva che l’artista osserva e vive durante le numerose villeggiature lungo le valli appenniniche emiliane vengono dipinti. Scrive lui stesso nei propri ricordi: Innamorato della natura, la ammiro, la osservo e la studio quando ne abbia occasione; le sensazioni che essa mi offre, si indugiano nella mia fantasia e nella mia mente, ed a poco a poco si trasformano in visioni, che io fisso in qualche schizzo improvvisato, attendendo poscia di poter eseguire gli studi necessari per svilupparla nelle mie figurazioni.

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A 19 anni, pur di rendere felici i propri genitori, controcorrente alle sue passioni artistiche, si diploma in ragioneria e comincia la sua lunga e prolifica carriera all’interno della Cassa di Risparmio di Bologna, luogo in cui, nel tempo, Baruffi assume anche il ruolo di curatore della collezione artistica della fondazione.

Eppure, nonostante Baruffi sia dietro una scrivania per l’intera giornata, con i primi risparmi affitta un piccolo studio al piano più alto di Palazzo Bentivoglio, ove rifugiarsi la sera e concretizzare le tanto bramate opere artistiche, ispirate dai tanti anni di osservazione della natura. Scrive nelle sue memorie a proposito delle lunghe ore notturne spese nel piccolo studiolo: Operando come un uomo qualunque, io non facevo che seguire i miei impulsi interiori, cercandone l’appagamento nell’orbita delle mie idealità (Alfredo Baruffi, 1940).

Denominato sulle pagine di Emporium da Vittorio Pica come “homo duplex” (per la sua doppia vita: di giorno impiegato e di sera artista), curioso e appassionato d’arte, Alfredo Baruffi comincia a collezionare numerose riviste di tematiche moderniste, italiane e straniere, che giovano alla sua crescita culturale, lo aggiornano sui nuovi fermenti artistici e diventano fonti d’ispirazione. Numerosi i periodici d’arte e grafica modernista che nel tempo hanno trovato luogo nella sua personale biblioteca come quelle austriaca Ver sacrum, quella tedesca Jugend e quella inglese The studio.

Alfredo Baruffi, Calendario 1900, 1900. Roma, Fondo Baruffi

A queste riviste di grafica modernista, si aggiungono alla collezione di Baruffi molti testi illustrati da grafici preraffaelliti inglesi, come Anning Bell, Walter Crane, Aubrey Beardsley, che insegnano indirettamente all’artista bolognese la preziosità di sintesi dell’immagine, non solo come supporto descrittivo al testo scritto ma, soprattutto, come tessuto decorativo di forte impatto estetico per il lettore.

Baruffi si forma nell’ambiente scapigliato di Palazzo Bentivoglio, il quale caratterizza il suo estro artistico verso quella tipica goliardia e ironia che contraddistingue il Liberty bolognese dal resto dell’Italia. La volontà di essere illustratore e grafico, poi, nasce anche da una necessità legata al suo impiego in banca; lavorando buona parte della giornata, Baruffi impiega le ore serali per completare le sue opere disegnative. Per questo, piuttosto che alla pittura, che necessita della luce diurna, Baruffi si dedica al bianco e nero, certamente una tecnica più adatta a quei suoi lavori notturni intrapresi in quel piccolo studiolo all’ultimo piano del Palazzo Bentivoglio.

Da sottolineare fin da subito che la prolifica carriera di Alfredo Baruffi, come artista, non è caratterizzata solo da illustrazioni per riviste, testi poetici e romanzi; egli è e sarà anche pittore, scultore, arredatore, scenografo, scrittore e uomo politico. Un uomo, quindi, poliedrico.

Lo stile dell’illustratore bolognese è un susseguirsi nel tempo di richiami e sperimentazioni. Il periodo giovanile (1897-1904), è caratterizzato da una palese dipendenza dallo stile secessionista viennese, con riferimenti soprattutto a Gustav Klimt, Koloman Moser e alla rivista Ver Sacrum, mitigato, nei suoi estremismi geometrici, da una coscienziosa tradizione locale classicista, ispirato anche dallo storicismo della poetica di Giosuè Carducci, all’epoca perno della vita culturale bolognese. Il secondo periodo (1904-1910) è il momento in cui Baruffi lascia lentamente le influenze austriache per quelle preraffaellite, che inducono l’autore bolognese a una resa più naturalistica della forma, con forti accenti malinconici che sottolineano una possibile influenza della poetica di Giovanni Pascoli, autore con cui Baruffi, dal 1906, intrattiene rapporti di lavoro e amicizia.

Per concludere, il terzo e quarto periodo, dal 1910 alla prima guerra mondiale e dal periodo post bellico fino alla sua morte, nel 1948, descrivono periodi meno prolifici; nel primo assistiamo alla lenta decadenza del suo personale stile modernista, ormai appesantito nella forma sia dall’influenza decarolisiana (in quegli anni l’artista marchigiano affresca la Sala del Podestà con riferimenti neocinquecentisti) sia dalla stanchezza della creatività. L’ultimo periodo, quello senile, è caratterizzato da un nostalgico recupero del primo Liberty ( Baruffi ama molto ridisegnare suoi vecchi lavori giovanili), ma anche da una purificazione d’immagine ispirata dalla rivista L’Eroica di Ettore Cozzani.

Nella ricostruzione biografica di Alfredo Baruffi non possono essere tralasciati alcuni piccoli fattori culturali e artistici che hanno anche loro influenzato e orientato i cambiamenti di gusto di Baruffi. Notevoli, infatti, sono alcune somiglianze tra le opere dell’autore bolognese e il faentino Francesco Nonni, i toscani Galileo Chini e Giorgio Kienerk e il ferrarese Cesare Laurenti, avvalorando l’ipotesi di un interscambio di influenze tra le due regioni.

Il 1897 è un anno importante per l’artista, in quanto la sua carriera di artista e illustratore prende avvio.

Dal letterato Giuseppe Lipparini viene scelto per realizzare la testata annuale della sua rivista Il Tesoro, successivamente si succederanno sempre più riviste bolognesi che richiedono la sua firma e il suo particolare stile illustrativo come Ehi!Ch’al scusa…nuovo (1897) e Bologna che dorme (1898- 1899), senza tralasciare numeri speciali come Ehi!Ch’al scusa all’esposizione e II Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (1897).

Il suo spirito vivace lo porta a fondare nel 1897, all’interno di Palazzo Bentivoglio, l’Accademia della Lira, da cui poi un anno dopo nasce il gruppo artistico dei Giambardi della Sega. Queste sono due entità nate non solo con l’intento riformatore culturale, ma anche per ironizzare e schernire le ormai obsolete istituzioni artistiche, lasciando che ogni persona al suo interno esprimesse in piena libertà le proprie pulsioni artistiche.

Parallelamente alla nuova realtà dei “giambardi”, Baruffi collabora all’interno della gilda di San Francesco ed entra a far parte della Società Francesco Francia; quest’ultima dal 1894 è ente subentrante dell’antica Promotrice di Belle Arti, nata con lo scopo di unificare i vari linguaggi artistici che, in un momento transitorio come quella che sta vivendo Bologna di fine secolo, devono trovare una via di dialogo. E’ proprio in occasione della Mostra di Primavera, che ogni anno è organizzata dalla Società, Baruffi espone per la prima volta in pubblico ( ed espone in seguito anche negli anni successivi divenendo anche socio dell’ente a partire dal 1909) con l’opera Il primo bacio di primavera, di cui rimane solo una riproduzione tra le illustrazioni della sua autobiografia.

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Alfredo Baruffi, Primo bacio di Primavera (1898), illustrazione da “I Giambardi della Sega”, 1940. Roma, Fondo Baruffi

 

E’ un’opera in cui convergono flessuosità della linea ed eleganza formale di stampo italiano e una forte carica simbolica di temi pastorali tipici del nord europeo, ritrovabile, ad esempio, nelle varie rappresentazioni di Flora nelle opere di Arnol Böcklin. Il primo bacio di primavera pone un tema molto simile alla Donna che suona il flauto, ovvero il pannello realizzato dall’artista bolognese per il concorso indetto nel 1898 dall’Aemilia Ars, che proprio in questo anno inaugura la sua attività didattica e di centro propulsore del rinnovamento delle arti applicate, ispirandosi all’esempio inglese del Arts and Crafts.

Ideata dal conte Cavazza, e, per di più, assistita nella didattica da Alfonso Rubbiani, l’Aemilia Ars nasce per promuovere la rivalutazione del lavoro artigianale e della preziosità del manufatto creato secondo le antiche tecniche artistiche. Tra queste, molto esaltata è l’illustrazione del testo e della stampa, che ben coincide con lo sviluppo parallelo delle innovazioni litografiche nella città emiliana. Per questo Alfredo Baruffi realizza, in breve tempo, una settantina di ex-libris per la società culturale, a cui seguiranno un incredibile numero di illustrazioni di testi poetici.

Gli ex-libris, piccoli simboli araldici usuali fin dai tempi più remoti, divengono uno dei corpus più proficui nella produzione baruffiana nonché tra le opere maggiormente apprezzate dalla critica.

In seguito, al sopraggiungere del nuovo secolo, Baruffi estende la propria fama a livello anche nazionale. Nel 1900, infatti, partecipa alla realizzazione delle illustrazioni per la rivista umoristica Italia ride, primo tentativo in città di abbandono dei toni campanilistici di cui si sono macchiati i precedenti periodici bolognesi come Bologna che dorme. A seguire il suo nome viene citato dallo stesso The Studio, nel numero 27 del 1901. La discreta fama, ormai anche internazionale porta, successivamente, l’illustratore bolognese a collaborare, dal 1903, con due delle più importanti riviste di grafica e cultura artistica italiana: Novissima (tra il 1903 e il 1913) ed Emporium ( tra il 1904 e il 1905).

Emporium, periodico nato nel 1895 per volontà del critico d’arte Vittorio Pica, è per l’epoca la cassa di risonanza delle novità moderniste non solo italiane ma anche straniere. Con Pica, Alfredo Baruffi intraprende sia un lungo rapporto epistolare, ma anche un proficuo legame lavorativo tramite la pubblicazione di alcune opere grafiche su Emporium e anche su Attraverso gli albi e le cartelle (1907 e 1921).

Dal 1900 assistiamo a una vera spinta alla carriera artistica di Baruffi, come testimoniano le sue partecipazioni all’Esposizione Internazionale di Arte Decorativa di Torino, nel 1902, con alcuni ex libris, e, tre anni dopo, alla Biennale di Venezia, con l’opera grafica I fiori del silenzio.  In più cominciano a fiorire cospicue richieste di illustrazioni per testi letterari noti e non.

L’artista bolognese produce una serie di disegni, nel 1901, per l’opera Caino di Carlo Zangarini per poi passare a realizzazioni sempre più complesse e di chiara fama nazionale come per La Divina Commedia: nuovamente illustrata da artisti italiani della famiglia Alinari (Paradiso, 1903 e Purgatorio edito nel 1904), L’Aminta di Torquato Tasso e Vita Nova di Dante Alighieri (tutte e due le opere purtroppo non sono mai state pubblicate) nel 1905, a seguire Le donne di Shakespeare di Giuseppe Cosentino (due volumi) nel 1906, Poemi italici e Le canzoni del re Enzio di Giovanni Pascoli (1910 e 1908).

In queste opere Baruffi si stacca definitivamente dal gusto secessionista, il quale rimane, invece, nelle realizzazioni contemporanee per riviste d’arte come Novissima, per intraprendere un linearismo più anglosassone. Le sue opere, da questo momento, vedono protagoniste allungate figure femminile in fogge antiche medievali che possono essere messe a paragone con la grazia della fanciulle di artisti d’oltre manica come Robert Anning Bell, di cui Baruffi possiede alcuni volumi illustrati.

Dopo il 1910 la stanchezza dei canoni Liberty e il manifestarsi di nuovi orizzonti e impegni, allontanano Baruffi dal linguaggio floreale della sua maturità. Nel 1911, per esempio, la realizzazione dell’invito e della decorazione per il padiglione emiliano all’Esposizione Internazionale di Roma è una valida testimonianza di questo nuovo ordine stilistico.

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Alfredo Baruffi, Invito per il Padiglione emiliano, Esposizione Internazionale di Roma, 1911. Roma, Fondo Baruffi.

 

 

 

Orgoglioso delle sue origini bolognesi Alfredo Baruffi nella sua lunga vita ha sempre espresso una forte passione per la storia e il valore della tradizione del suo luogo natio, attraverso non solo le sue opere d’arte ma anche partecipando attivamente alla promozione della culturale locale. Nel 1933, ad esempio, Baruffi realizza il gonfalone per la Provincia di Bologna in quanto, come citato negli atti della delibera “Ritenuto che la Provincia di Bologna non ha mai avuto uno stemma proprio, mentre per le sue nobili origini e tradizioni è opportuno e necessario che, al pari delle altre Provincie, lo abbia…”.

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Alfredo Baruffi, Bozzetto per il gonfalone della Provincia di Bologna, 1933. Roma, Fondo Baruffi

 

Sono questi, poi, gli anni in cui Baruffi comincia a scrivere le proprie memorie su quattro volumi, di cui solo uno è andato in stampa nel 1940: I Giambardi della Sega. Un quarto di secolo a Palazzo Bentivoglio. Assieme agli altri tre volumi rimasti su carta, un’altra opera è rimasta una fase di progetto: La Selva Rossa. Scritta e decorata dallo stesso Alfredo Baruffi, tra il 1924 e 1946, lo stile delle illustrazioni ormai è molto più vicino agli esempi grafici de L’Eroica che al passato Liberty, caratterizzato da un forte irrigidimento della linea per quanto riguarda frontespizi e negli occhielli, mentre le restanti illustrazioni recuperano il naturalismo più canonico. Il titolo è un omaggio alla sua città natale e alla sua antica immagine medievale caratterizzata dall’erigersi di 150 torri.

Eppure nonostante nel tempo il sole sia tramontato sulla sua figura, Alfredo Baruffi non ha mai smesso di essere partecipe alla collettività culturale bolognese. Infatti dal 1916 è segretario della Società Francesco Francia, dal 1928 Consigliere del Circolo di Cultura fino a vestire importanti incarichi presso l’Accademia Clementina e nel Comitato per la Bologna Storico Artistica (organismo vigente ancora oggi come la Società Francesco Francia) e l’elenco proseguirebbe.

Uomo colto e curioso, animatore delle serate goliardiche a Palazzo Bentivoglio, Alfredo Baruffi, nella sua lunga vita, non ha mai abbandonato l’arte. La sua estrema passione per essa è racchiusa tutta in una piccola frase, che, in vecchiaia, Baruffi ha appuntato nelle sue memorie, affiché il suo spirito d’artista rimanesse indelebile nel tempo e d’insegnamento per le nuove generazione di artisti: Amo l’arte con tutto l’entusiasmo e l’ardore di cui sono pieno e vibrante, perché essa dona l’unico diletto, l’unico conforto, la suprema soddisfazione al mio spirito.

Testo di Martina Marcucci
Fonte: www.baruffi.altervista.org/index.php/biografia/8-vita-di-baruffi

 

libro rarissimo illustrato da Alfredo Baruffi nel 1917 per l'Off. Arti Grafiche Minarelli, nella piena partecipazione dell'artista al Partito Nazionalista di Bologna. Si ringrazia la Libreria il Mangiacarta di Napoli.

libro rarissimo illustrato da Alfredo Baruffi nel 1917 per l’Off. Arti Grafiche Minarelli, nella piena partecipazione dell’artista al Partito Nazionalista di Bologna. Si ringrazia la Libreria il Mangiacarta di Napoli.

 

Articoli

Romualdo Pantini, Some modern italian artist, in “The studio”, vol.22., n.97, 15 aprile 1901

Vittorio Pica, I giovani illustratori italiani: Alfredo Baruffi, in “Emporium, rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà”, vol. XX, n.119, novembre 1904, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1904

Vittorio Pica, Two italian draughtsmen, Alfredo Baruffi and Alberto Martini, in “The Studio”, vol. 34, n.144, 15 aprile 1905

O., Bibliografie – Libri illustrati, in “Vita d’arte, rivista mensile d’arte antica e moderna”, Vol.II, n.8, agosto 1908, Siena, Stabilimento Tipografico L.Lazzeri, 1908

La Direzione, I disegnatori di “Vita d’arte”, in “Vita d’arte, rivista mensile d’arte antica e moderna”, Anno VI, Vol.XII, n.71-72, novembre 1913

Ettore Cozzani, I Giambardi della Sega, in “L’Eroica. Rassegna italiana di Ettore Cozzani”, anno XXXI, quaderno 269-270, gennaio-febbraio 1941, A.Cantoni stampatore, Milano 1941

Elena Gottarelli, Alfredo Baruffi nel primo centenario della nascita, in “La Mùsola. Ctiaccare arcordi fole squasi schernie del Rugletto dei Belvederini”, n.13, Lizzano in Belvedere, gennaio-giugno 1973

Marilena Pasquali, Alfredo Baruffi: una “sorridente serenità pagana” fra naturalismo e simbolismo, in “Strenna Storica Bolognese”, anno XXXII, 1982, a cura del Comitato per Bologna storica e artistica, Bologna, Pàtron editore, 1982
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Paola Paccagnini, Pascoli e Baruffi, note in margine a un carteggio inedito, La Spezia, Litografia Europa, 1996

Cataloghi

Alfredo Baruffi, catalogo mostra, Galleria dell’Emporio Floreale, Antonio Storelli ( a cura di), marzo 1977, Roma, Tipografia Marozzi, 1977

Alfredo Baruffi: Galleria d’Arte 56, Franco Solmi e Marilena Pasquali ( a cura di), a cura della Galleria 56, catalogo mostra, 3 aprile 1982

Scritti autografi

Alfredo Baruffi, Bologna, guida artistica e storica della città e dei dintorni. Comitato del IX Congresso Nazionale fra Commercianti, Industriali ed Esercenti ( a cura di), Bologna, maggio 1910

Alfredo Baruffi, Il modello della facciata del Palazzo del Podestà, in “La Casa. Rivista quindicinale illustrata. Estetica, decoro e governo della abitazione moderna”, anno III, Vol.I, n.17, 1 settembre 1910,  Roma Società Editrice ”Novissima”

Alfredo Baruffi, Alfonso Rubbiani, in “Novissima. Rivista mensile d’arti e lettere”, anno XI, serie II, n.10, ottobre 1913, Napoli, Richter, 1913

Alfredo Baruffi (Barfredo da Bologna), I Giambardi della Sega, un quarto di secolo a Palazzo Bentivoglio, Bologna, Tipografia Compositori Editrice, 1940

Alfredo Baruffi, Il cenacolo dei fantasmi (inedito)

Alfredo Baruffi, La milizia azzurra (inedito)

Alfredo Baruffi, La riscossa nazionale (inedito)

Tesi

Andrea di Nardo, L’opera di Alfredo Baruffi ricostruita attraverso i materiali del Fondo Baruffi di Roma, tesi in Lettere e Filosofia indirizzo Storia dell’Arte Contemporanea, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, a.a. 2005- 2006

Benedetta Basevi, Arte e commercio dell’arte. Le origini delle collezioni della Cassa di Risparmio in Bologna e il fondo di incisioni carraccesche della raccolta Casati, tesi Dottorato di Ricerca in Storia dell’Arte, Ciclo XX, a.a. 2010

Martina Marcucci, Alfredo Baruffi (1873-1948) tesi di laurea specialistica, l’Università di Roma “La Sapienza”, a.a. 2010-2011

 

* OPERE *

Alfredo Baruffi non nasce come architetto, eppure tra i numerosi incarichi artistici e culturali e il suo impiego di ragioniere alla Cassa di risparmio di Bologna trova spazio per la creazione di due strutture architettoniche, che sarebbero divenute sue personali dimore: la villa di montagna (1938) e Casa di via Letizia a Bologna (1935).
La prima costruita in una piccola frazione al centro dell’Appennino tosco-emiliano fu voluta espressamente da Baruffi in quanto l’area montana che si sviluppa intorno a Lizzano in Belvedere è il luogo delle sue villeggiature infantili. La costruzione della villa è per Baruffi come immergersi nuovamente in età matura nella natura pura e incontaminata che osservava fin da piccolo, con quella espressione e sensazione di nostalgia e malinconia che ha sempre contraddistinto il carattere delle sue opere.
La struttura si erige su di un piano scosceso tant’è che presenta 3 livelli su una facciata mentre in quella opposta solo 2. L’architettura è tipicamente locale con conci in pietra a vista e bugnato lungo gli angoli del grande parallelepipedo.Tutta la villa si erige su una struttura assiale che spartisce le facciate con un ritmo speculare e ordinato che culmina con la piccola finestra dell’ultimo piano la quale cinge e corona l’intera struttura. La seconda struttura, creata dalla mente creativa di Alfredo Baruffi, è di circa tre anni precedente a quella di montagna. Si tratta di una villa moderna a quattro piani con torretta, elementi tipici dell’architettura borghese cittadina. Purtroppo di questa costruzione non rimane nulla oggi; fu abbattuta per problemi strutturali intorno al 1956, neanche dopo dieci anni dalla morte dell’artista.
Della villetta di via Letizia rimane qualche fotografia che rende sufficientemente l’idea dell’eleganza della struttura. Come già riscontrata nella villa appenninica emiliana, anche qui la struttura gioca sul concetto assiale della divisione simmetrica della facciata. L’ingresso era sottolineato da una scala a semicerchio decorata.

Alfredo Baruffi, come tutti gli artisti Liberty, si dedica anche alle arti applicate. Sono conservati presso l’archivio di Badi (BO) progetti di gioielli, lampioni, mobili e decorazioni parietali di carattere fitomorfo, simbolo di ricerca della bellezza negli oggetti comuni ed emblema della spiritualità modernista.

Il fondo Baruffi di Roma, curato dallo stesso figlio dell’artista, Lucio, ha al suo interno un vastissimo repertorio di disegni. Si tratta per una buona parte di schizzi preparatori (importantissimi per comprendere l’evoluzione di un’opera artistica), progetti di scenografie o d’arredamento e disegni provenienti dallo studio di modelli umani. Proprio alcuni di questi ultimi sono disegni giovanili di Alfredo Baruffi, ai tempi della sua, seppur breve, frequentazione della scuola libera del nudo. Altre immagini di questo periodo si riferiscono a nudi di donna, studio essenziale nella sua formazione in quanto questo soggetto prediletto dall’artista bolognese per le sue opere.

Non mancano ritratti famigliari in cui moglie e figlio sono riprodotti da Baruffi con dovizia, lasciando che si palesi l’infinito amore per i soggetti.

Proprio grazie a questo inesauribile patrimonio è possibile oggi conoscere molte opere occulte, specialmente quelle realizzate da Baruffi per scopi privati e di amicizia, come, ad esempio, la partecipazione delle nozze di Vittorio Pica realizzato dall’illustratore, di cui rimane uno bozzetto preparatorio su cartoncino datato 1909.
Non mancano bozzetti di fondamentale importanza come quelli relativi alle copertine realizzate da Baruffi per le più importanti riviste d’arte dell’epoca, come Novissima, Emporium e Attraverso gli albi e le cartelle (vedi foto accanto, 1907)

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Baruffi non è solo illustratore ma anche pittore. Le opere pittoriche in questione sono prettamente paesaggi e qualche ritratto, dipinti con varie tecniche (olio, acquerello e tempera) senza troppe pretese nello stile. Baruffi cattura con brevi pennellate la semplicità di un’impressione fugace e i temi prescelti riguardano i luoghi legati alla  sua intimità, quelli che maggiormente hanno influito, nel tempo, sulla sua mite e solitaria personalità.
Lontano da qualsiasi riferimento al gusto Liberty, le opere di pittura di Baruffi sono ispirate dai silenzi delle montagne appenniniche e dai grigiori degli inverni bolognesi, in quei momenti in cui Baruffi per dare libero sfogo al suo diletto, troppe volte ottenebrato dalla routine lavorativa diurna, copre piccole tavole improvvisate di grandi macchie cromatiche. La purezza dello stile con cui dipinge rivela anche la brevità dei tempi in cui egli può operare con la pittura, in quanto, almeno per sette ore al giorno, egli è impegnato presso la Cassa di Risparmio.

Alfredo Baruffi non tralascia nessun aspetto dell’arte. Tra le illustrazioni e i suoi impegni sociali e culturali egli trova spazio anche per la scrittura.
Con grande capacità oratoria partecipa con disinvoltura anche all’interno delle riviste d’arte.
Scrive interessanti articoli su figure mentore della sua giovinezza, come in Novissima nel 1913 con un omaggio a Alfonso Rubbiani, o sui luoghi simbolo della sua città nativa, come ne La Casa, nel 1910, con una analisi profonda sull’architettura del Palazzo del Podestà.
Nello stesso anno è autore di una guida cittadina intitolata Bologna, guida artistica e storica della città e dei dintorni (1910) che sembra quasi un preludio a quel suo lavoro, un omaggio alla storia della sua città, rimasto purtroppo inedito, de La Selva Rossa (1924).
Ma il lavoro più ampio e rimasto per molti anni all’oscuro è la sua autobiografia: Un quarto di secolo a Palazzo Bentivoglio.

I volumi inediti

L’autobiografia di Alfredo Baruffi, Un quarto di secolo a Palazzo Bentivoglio, è suddivisa in 4 volumi distinti di cui solo il primo volume, quello dedicato alla giovinezza e alla fondazione dei Giambardi della Sega, è stato pubblicato (1940).

I restanti 3 volumi inediti, rimasti in forma di bozza, sono ancora oggi custoditi all’interno del Fondo Baruffi di Roma.
Qui è possibile sfogliare le prime pagine autografe di ogni volume:

Il cenacolo dei fantasmi
La milizia azzurra
La riscossa nazionale

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Per comprendere appieno quali sono i motivi reali che spingono Alfredo Baruffi a cimentarsi nell’illustrazione libraria, bisogna tenere presente di come egli entri in contatto con alcuni fattori. Innanzitutto è il suo personale studio dei testi fondamentali di Walter Crane sull’accompagnamento del testo scritto con un buon contenuto estetico dato dalle illustrazioni e dai decori; a ciò si unisce la veste dotta di Bologna, che, in quegli anni, vanta lungo i suoi portici e i suoi cafè una grandissima quantità di scrittori, poeti (basta pensare alle sole presenze in città di Carducci e Pascoli) e di grandi editori, come la famiglia Zanichelli, la cui libreria è assiduamente frequentata dall’élite intellettuale compreso lo stesso nostro artista.
Non bisogna oltremodo tralasciare, poi, che l’invenzione della stampa rapida, ha dato ulteriormente impulso all’industria editoriale, riducendo i prezzi dei volumi e incrementando la domanda sul mercato; per questo molti artisti vengono chiamati a decorare sempre più nuove edizioni e volumi, essendo, il libro, un sempre più attuale strumento di cultura, ma anche di arredo e decoro nelle abitazioni.
Veniamo a citare brevemente le opere più notevoli di Baruffi nel campo dell’illustrazione per l’editoria. Già dalle prime è presente una notevole influenza di chiara origine anglosassone, sicuramente dovuta anche alla grande collezione personale dell’artista di esempi di stampa inglese contemporanea, come si può scorgere, ad esempio, nella copertina del Malato d’Asia di Pier Ludovico Occhini (1903).
Allo stesso modo, dopo la vittoria al bando ufficiale, Baruffi, assieme a una folta schiera di artisti noti nel nostro territorio, partecipa all’illustrazione per la Divina Commedia: nuovamente illustrata da artisti italiani, edita dagli Alinari. L’artista bolognese usa uno stile calligrafico, asciutto e disegnativo, lodato dallo stesso Pica, che ben si distingue dalla tecnica pittorica, usata, invece, dai suoi colleghi. La semplicità di una linea di contorno, che sembra ispirarsi alla Divina Commedia di John Flaxman, costruisce immagini di donne eteree (basta notare la figura della Vergine o di Beatrice) dando loro un’aurea botticelliana. Si può parlare di stile anglofilo anche per due opere inedite successive alla Divina Commedia: la Vita Nova di Dante e l’Aminta di Torquato Tasso. Nelle figure, ambientate nella prima in un contesto cortese medievale e il secondo in un immaginario arcaico e bucolico, si assiste un crescente naturalismo che ammorbidisce le rigidità geometriche di origine secessionista. L’arrivo di Adolfo de Carolis, successivamente, a Bologna, proprio in quegli anni, ha sicuramente influenzato definitivamente Alfredo Baruffi. Infatti, in occasione delle illustrazioni, Le donne di Shakespeare di Giuseppe Cosentino, corpus di due tomi dedicati a Ofelia e Desdemona, e successivamente dell’opera pascoliana Le canzoni del re Enzio la linearità, straordinariamente, viene marcata, il contorno si ispessisce, mentre compaiono a conclusione dei vari capitoli amorini e figure fitomorfe tipiche di un linguaggio più romano che bolognese.
Oltre alla Vita Nova e a L’Aminta, di cui abbiamo testimonianza, al di là del Fondo Baruffi, dall’articolo scritto da Vittorio Pica nel 1904 su Emporium, una terza opera di Alfredo Baruffi rimane su carta: La Selva Rossa.
Ideata, scritta e illustrata dall’autore bolognese, questo volume inedito è un omaggio che Baruffi dedica alla sua città natale. Bologna, come la Storia riporta, in età medievale ha una caratteristica urbanistica ben precisa e riconosciuta, ovvero, una grandissima quantità di case-torri che svettano con la loro altezza (simbolo di forza e impenetrabilità) sull’intero borgo cittadino. Lo stile disegnativo ormai è mutato notevolmente in quando appartiene alla piena età matura di Baruffi; i frontespizi come gli occhielli sono capolavori di forte sintetismo geometrico, mentre le raffigurazioni interne (di cui rimangono i disegni a penna originali, con una datazione che oscilla tra il 1924 e il 1946) sono contraddistinte da uno stile descrittivo molto marcato, ma che in alcuni particolari (come nelle lingue di fuoco e fumi) lascia intravedere ancora quella vena decorativa tipica della mano di Alfredo Baruffi della prima fase creativa.

 

Assai più in vista rispetto a qualsiasi opera esposta in occasioni di promotrici et similia, poiché si scorgono a ogni angolo della città, le cosiddette affiches, o cartelloni pubblicitari,  sono un ottimo trampolino di lancio per molti artisti. A Bologna l’innovazione litografica a colori, assieme al nascente consumismo di stampo borghese, agevola la creatività di molti artisti locali e non. Da sottolineare, poi, come in città lavora per lungo tempo il più noto e prolifico dei cartellonisti nazionali: Marcello Dudovich.

La cartellonistica è la forma primordiale della democratizzazione dell’arte, in quanto visibile a tutti senza distinzione sociale e culturale, e perfetta unione di artigianato e industria; le officine di Edmondo Chappuis (Stabilimento Litografico Chappuis), le più grandi a livello territoriale nonché nazionale, vedono la partecipazione anche di Alfredo Baruffi, non solo come cartellonista, ma anche come realizzatore di diplomi e cartoline.

Forse meno note delle sue illustrazioni, tra il 1898 e il 1910 sono almeno otto i cartelloni pubblicitari realizzati da Alfredo Baruffi: dal più floreale Magazzini Baroni del 1898, ai più sensuali The invulnerable (1901) e Sartoria Emiliano Carloni (1905), dalla Birra Italia, di cui rimane solamente lo schizzo preparatorio (1906), al più tardo, quello del 1910, per la Flirt Burton vino tonico, fino a un’introvabile Grand Hotel Baglioni di Firenze di cui non rimane nessuna traccia concreta ma che è testimoniata da una lettera di Vittorio Pica.

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E’ il corpus più cospicuo della carriera artistica di Alfredo Baruffi. Gli ex-libris sono piccoli stemmi, simboli araldici che decretano la proprietà di un manoscritto o testo stampato. L’artista bolognese, nella sua lunga vita, ne ha prodotti in grandi quantità sia per l’Aemilia Ars che per personaggi pubblici, come Vittorio Pica, Giulio Shlosser, Lidia Guidi, Luigi Federzoni, Francesco Vatielli, Romualdo Pantini, Giuseppe Lipparini, Giuseppe Cosentino, etc.

La lunga produzione inizia nel 1898 con l’ex libris dedicato a Giulio Shlosser (curatore dei Musei Imperiali di Vienna), e si conclude poco prima della morte dell’artista bolognese. Lo stile usato è vario ed eterogeneo non solo perché il gusto personale e gli eventi culturali cambiano con lo scorrere del tempo, ma, soprattutto, perché Baruffi personalizza l’ex libris in base ai gusti del committente.

I primi rispecchiano lo stile secessionista del periodo giovanile, mentre in concomitanza con l’arrivo a Bologna di Adolfo de Carolis (che, nei primi anni del secolo, decora la Sala del Podestà) il disegno è reso con spessore volumetrico, sintomo di una effettiva influenza del michelangiolismo decaroliano. A succedersi, intorno agli anni ’20 del XX secolo, le decorazioni perdono la leggerezza floreale e acquistano massa, più vicine a un rinnovato gusto classico romano che liberty o decò.

Anche lo stesso Baruffi forgia alcuni ex-libris con il suo acronimo (Barfredo da Bologna), usato per firmare le sue più grandi opere, a cominciare da quello del 1899 in pieno stile floreale, fino a quello di carattere più energico degli ultimi anni, ormai molto distante dal gusto giovanile.

 

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La prima rivista illustrata da Baruffi data 1897. E’ Il Tesoro, rivista diretta da Giuseppe Lipparini (animatore dei cafè della “dotta” Bologna e dallo stesso artista ritratto anche in una immagine all’interno del suo testo autobiografico I Giambardi della Sega. Un quarto di secolo a Palazzo Bentivoglio, 1940), nella quale partecipano i più illustri scrittori e poeti bolognesi di scuola carducciana (Luigi Federzoni e Carlo Zangarini, per esempio).

Per questo periodico bolognese Baruffi realizza la testata annuale. Si tratta di una donna che pone un dono floreale a un’erma dalle fattezze di fauno; quest’ultimo è la prova fondamentale dell’avvenuta influenza dell’onda secessionista su Baruffi in quanto è  tema ricorrente nelle riviste di spicco della cultura modernista nordica (basta notare la copertina di Jugend del 1896 e l’illustrazione di Marcus Behem in Ver Sacrum del 1898).

Successivamente Baruffi collabora, assieme a un folto gruppo di artisti bolognesi, per la testata umoristica bolognese Ehi! Ch’al scusa…nuovo, in cui i tagli oblunghi delle vignette sono un deciso richiamo sempre all’esperienza austriaca contemporanea e che, nel tempo, divengono un tratto saliente del suo stile (lo si ritroverà, per esempio, nei numeri di Novissima).

Dalle immagini della Bologna contemporanea di Ehi! Ch’al scusa…nuovo, Baruffi passa ai soggetti di repertorio arcaico (donne nude colte assorte nella natura incontaminata, donne in foggia antica intente a suonare la lira) creati appositamente per il numero unico, e testamento artistico e morale, dell’Accademia della Lira: Il Natale dell’Accademia della Lira (già citato nella biografia) del 1898. Già dalla copertina il richiamo a Kolo Moser è notevole, ma il bianco e il nero sono ben equilibrati, annullando quello stridore tipico del modernismo austriaco.

Consolidata ormai l’amicizia con Augusto Majani (il più noto degli innovatori della grafica liberty bolognese), Baruffi, tra il 1898 e il 1899, illustra le pagine della rivista umoristica Bologna che dorme. Il periodico, di cui vengono pubblicati solo 49 numeri, vede alternare lo stile baruffiano tra il caricaturale e il floreale. Negli otto frontespizi da lui creati si parte da un disegno xilografico molto tradizionale per finire a un sintetismo di forma degno del nascente liberty, che poi, nel 1899, lo si può ritrovare nella realizzazione di un’altra testata: L’Arpa, rivista di informazione letteraria.

L’apogeo di Alfredo Baruffi arriva nel 1900, quando, assieme a molti artisti modernisti italiani, partecipa alla realizzazione di Italia ride, la più grande espressione creativa di decorativismo Liberty nel nostro paese. Per la prima volta Baruffi è compartecipe a una edizione nazionale, distribuendo, nei 26 numeri, una grande verve creativa tra donne floreali e sensuali nella loro veste antica, scimmiottamenti delle donne contemporanee, fino a estremizzazioni cromatiche fluo a grandi tache di colore ed effetti grafici simili alla solarizzazione fotografica. Rimane ancora forte l’impronta secessionista, già trovata in Ehi! Ch’al scusa…nuovo, nella stringata cornice oblunga di alcune immagini e nell’iconografia del fauno.

Italia ride è solo l’avvio della fama nazionale di cui sta per godere Alfredo Baruffi. Nel 1901, ad esempio due sue opere compaiono all’interno della rivista di grafica modernista più nota nel mondo anglosassone, The studio. A seguire, l’illustratore bolognese collabora all’interno del più noto e longevo periodico di matrice liberty: Novissima.

Nel 1903 la prima comparsa di Baruffi all’interno del periodico romano, fondato da Edoardo de Fonseca nel 1901, è testimoniata da un capolettera che rispecchia  già una maturazione dello stile baruffiano. Ad esempio il suo tipico taglio oblungo si allarga con maggior respiro per la figura femminile in esso rappresentata, in più la decorazione di fondo scelta fa riferimento all’espressione creativa tipica dell’architetto contemporaneo Henry Van de Velde, ovvero quella linea chiamata “a frusta”, sintetizza l’idea che di come Baruffi sia costantemente aggiornato sulle novità moderniste europee.

Anche nei numeri successivi di Novissima Baruffi rimane comunque  fedele alla sua linea filo-secessionista, come si nota nelle realizzazioni dei capolettera del numero del 1904 e delle testate degli articoli nel numero del 1905; dal 1906, forse perché entra in contatto lavorativo ed epistolare con Giovanni Pascoli, le sue illustrazioni per la rivista romana esprimono un forte senso malinconico, tant’è che proprio al poeta scrive nel 1906: Le mie ispiratrici sanno più la melanconia che non la gioia […]. Oltre a ciò, anche la stessa grafica, in seguito, si ricompone in un più tradizionale calligrafismo, perdendo quel senso di bidimensionalità tipica della sua prima fase artistica; poi, viene ad introdursi l’uso costante di figure allegoriche, basta osservare le illustrazioni del 1907 per Novissima intitolate la Poesia, la Voluttà, la Gioia e la Tristizia, dimostrando che la nuova realtà baruffiana si sta caricando di forte simbolismo decadente.

La sensualità del corpo nudo femminile immerso in una natura incontaminata, idealizzata ed estetizzante, alcune volte anche fortemente ridondante e ricca di particolari fitomorfi, ormai è caratteristica del linguaggio di Alfredo Baruffi, tant’è che le illustrazioni di Novissima possono essere messe in paragone ad altri suoi disegni contemporanei realizzati per un’altra rivista culturale: Vita d’Arte (copertina del 1908 e illustrazioni nel 1913).

Non è da sottovalutare anche l’apporto che Baruffi da alla rivista Emporium. Vittorio Pica, direttore della testata, oltre che divenire il primo biografo dell’illustratore bolognese, è costantemente attivo nella vita di Baruffi. Ancora oggi si possono leggere nelle numerose lettere spedite dal critico all’artista, le incessanti richieste di bozzetti e disegni preparatori per la rivista, rimproverando alcune volte il ritardo delle consegne.

Purtroppo di lì a breve l’attività di decoratore all’interno delle riviste specializzate cessa quasi del tutto o almeno non con le stesse caratteristiche della sua verve giovanile.

Colpisce notevolmente tra le ultime opere in questione la realizzazione di un calendario per il periodico romano dedicato all’architettura, La Casa. E’ il 1910 e lo stile ormai sta cambiano decisamente direzione verso uno stile ancor più maturo e lontano dalle immagini bidimensionali tipici del primo Liberty baruffiano, che può essere maggiormente analizzanto osservando un altro calendario del 1900. Opera giovanile realizzata da Alfredo Baruffi per il proprio padre.

 

FOTO E TESTI PRESI DA: http://www.baruffi.altervista.org

 

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