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Alessandro Martinengo, il Gaudì Savonese

Alessandro Martinengo, il Gaudì Savonese

Di on mag 25, 2017 in Regione Liguria | 0 commenti

di Massimo Bianco
Tra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ventesimo, Savona ebbe una grande crescita demografica e di conseguenza un’intensa fioritura edilizia, estesa anche alla provincia, che ci ha lasciato testimonianze architettoniche significative, soprattutto Liberty. Le case monofamiliari o condominiali riferibili almeno in parte a tale stile decorativo, che aspirava a restituire dignità estetica allo spazio urbano attraverso forme naturalistiche e prive di spigoli, utilizzando anche materiali nuovi e più economici, sono numerose. Ma se la maggior parte degli architetti locali dell’epoca vi si è dedicata almeno una volta, il nome savonese di gran lunga più ricorrente è quello di un singolo brillante artista: l’ingegner architetto Alessandro Martinengo, di certo il più importante vissuto a Savona.
Di lui sono note soprattutto tre opere, il “Palazzo dei pavoni”, il “Palazzo Delle Piane” e la “Casa dei gatti”. In effetti questi capolavori basterebbero da soli a conferirgli prestigio, ma l’attività di Martinengo, che ha attraversato, senza bruschi passaggi, almeno tre diverse stagioni stilistiche, l’Eclettismo, il Liberty e l’Art Déco, merita di essere conosciuta in maniera assai più approfondita, anche perché, pur senza voler azzardare paragoni irriguardosi, sia per la varietà e lo spessore delle realizzazioni, sia per l’indelebile profondità dell’impronta lasciata localmente, a modesto parere di chi scrive nel suo piccolo lo si può avvicinare a giganti dell’architettura a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo come Gaudì, Horta o Wagner. Professionista serio e preparato, nella sua attività di progettazione fu teso a riprendere tematiche già realizzate da altri autori, piuttosto che a inventare ex novo, manca quindi di originalità assoluta, ma benché ciò possa apparire un limite, va considerato che egli seppe rielaborare gli spunti ricavati in maniera personale, plasmandosi nel tempo uno stile talvolta anche ben riconoscibile e offrendo di regola soluzioni creative, a riprova della maestria che lo caratterizzava. Sempre a modesto e, per carità, sindacabilissimo parere di chi scrive, ci troviamo dunque di fronte a un architetto di grande valore, meritevole di attenzione anche a livello internazionale.
Alessandro Martinengo (1856-1933) nacque a Torino nel 1856 da Giuseppe,

Alessandro Martinengo

Alessandro Martinengo

funzionario del regno Sabaudo nell’ambito dei lavori pubblici fino all’emanazione della bolla papale che invitava i cattolici a non ricoprire incarichi statali. Alessandro svolse i suoi primi studi scolastici in Liguria per poi proseguirli all’università di Torino: nel 1876 si iscrisse alla locale “Regia scuola di applicazione per gli ingegneri”, dove si laureò in ingegneria civile nel dicembre del 1879, scelta quasi obbligata per chi allora si interessava di architettura. La figura professionale di ingegnere, infatti, nel ‘800 in Italia godeva di maggiore credibilità rispetto a quella di architetto e offriva quindi superiori possibilità di ottenere commesse. A partire da quella data lavorò presso lo studio del Conte Carlo Ceppi, uno dei più rinomati dell’epoca, tra i principali esponenti dell’eclettismo torinese, con le cui realizzazioni vanno inevitabilmente a confondersi le sue attività dell’intero periodo. La collaborazione con Ceppi, che a tutti gli effetti va considerato il suo maestro, proseguì fino al 1888, anno in cui, potendo approfittare di appoggi familiari, decise di trasferirsi a Savona, città natale del padre, dove da allora in poi svolse principalmente la propria opera.
Ed è appunto sulla sua attività edilizia nel savonese, senza peraltro alcuna pretesa di totale esaustività, che questo articolo vuole concentrarsi, seguendola a grandi linee in ordine cronologico. D’altronde Alessandro Martinengo, sposatosi sempre nel 1888 con Maria Massone, che gli diede cinque figli, tra cui Angelo, destinato a ereditarne lo studio, fu figura centrale per la vita sociale e culturale cittadina dell’epoca. Egli non si dedicò, infatti, soltanto all’architettura. Personaggio a tutto tondo, fu anche presidente della giunta diocesana e attivo esponente di Azione cattolica, inoltre ricoprì numerose cariche civili, politiche e amministrative, tra cui quella di consigliere comunale e di membro del consiglio di amministrazione dell’ospedale San Paolo. Per giunta, durante una delle tante crisi economiche che imperversarono in Italia, fu perfino banchiere, avendo diretto il “Banco dei fratelli Massone”.
La prima ma già significativa realizzazione della sua nuova vita ligure fu il Seminario Vescovile di Savona (1887-1891). Nell’occasione, lo stile eclettico con cui si era formato lo portò a produrre un elegante e proporzionato edificio di stampo prettamente neoclassico, privo di ostentazioni, dalla facciata centrale a due piani più pianterreno con una sopraelevazione caratterizzata dalla presenza di finestre a trifore delineate da colonnine ioniche. Il corpo centrale è rientrante rispetto alle più massicce ali laterali, a bifore (tipiche peraltro soprattutto del gotico, rispetto al cui stile qui però le arcate sono a tutto sesto) correnti in esse lungo l’intero ultimo piano.

Seminario vescovile di Savona, particolare

Seminario vescovile di Savona, particolare

Peraltro la sua attività edilizia cittadina (a proposito, per l’articolo che state leggendo sono state preziose soprattutto due fonti di informazioni che il sottoscritto tiene a ringraziare: l’architetto Giuseppe Martinengo, nipote di Alessandro, e la sua collega e studiosa del maestro Lorenza Bortot, da parte della quale potrebbero in un prossimo futuro apparire interessanti e sorprendenti approfondimenti fondati sul ricco archivio privato), si fece da subito intensa e prestigiosa, a dimostrazione dell’immediata considerazione di cui godette. In quegli anni, infatti, si stava realizzando la direttiva di Via Paleocapa, destinata a collegare la stazione ferroviaria con il porto e a divenire la strada principale della città. Oltre al Palazzo dei Pavoni (civici 3 e 5), con cui la completerà nel decennio successivo, all’incirca tra il 1893 e il 1899 realizzò diversi altri edifici della porticata Via Paleocapa (civico 4 e civico 11), tra cui quello al civico 1, che dall’arteria si affaccia direttamente sulla medioevale torre Leon Pancaldo (la cosiddetta Torretta) simbolo di Savona, con lo spettacolare bovindo, già in spirito Liberty, che lo caratterizza stondandone l’angolo, dove trasferì il proprio studio, come una targa infissa di fianco al portone ancor oggi attesta. Negli stessi anni gli furono direttamente commissionate anche la Casa dei Canonici (1890-1894) in Via Manzoni e la vicina Casa delle suore della neve (1896-1897) tra via Manzoni e Piazza Sisto IV, con due corpi principali collegati da un loggiato chiuso dorico a due campate, peraltro costruito successivamente dal figlio Angelo, così ha precisato in proposito Giuseppe Martinengo.
A concisa descrizione stilistica delle sue opere dell’epoca, riportiamo qui un breve passo tratto da una relazione storico artistica redatta nel settembre 2015 dalla Soprintendenza belle arti e paesaggio della Liguria del ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Come essa ben spiega, la produzione del primo periodo “risente profondamente della formazione eclettica di Martinengo che si esprime sia nell’impostazione generale architettonica sia nell’apparato decorativo”.
Al sottoscritto sembra particolarmente degna di nota una delle primissime realizzazioni cittadine del suo studio, l’affascinante Villa Rossa (1890), sita in Via Prudente al civico 13, presso Via Vittime di Brescia, in quanto testimone ideale della grande creatività e inventiva che ne avrebbe sempre contraddistinto la carriera, per via degli evidentissimi richiami allo stile neogotico, qui proposto senza né fronzoli né eccessi, che la caratterizzano. Le torrette, invero un po’ posticce, le guglie del tetto e le finestre del primo piano a sesto acuto verticalizzano le pareti, slanciando l’intero edificio con discreta efficacia. Questa costruzione, di fatto un unicum a Savona, si stacca in maniera imperiosa dall’uniformità dell’edilizia circostante e non solo, chiarendo già quali fossero le idee di Martinengo, inevitabilmente destinate a fargli abbracciare l’Art Nouveau.

Villa Rossa

Villa Rossa

Con l’esposizione internazionale di Torino del 1902, in Italia si scoprì appunto l’Art Nouveau, già presente con successo in Europa da circa dieci-quindici anni, che qui da noi s’impose col nome di Stile Liberty o Floreale. Alessandro Martinengo fu immediatamente attratto dalla novità e per tenersi aggiornato provvide a procurarsi con regolarità le migliori riviste straniere disponibili in materia, ancor oggi presenti nell’archivio Martinengo. Traendo ispirazione da quanto veniva  prodotto in Belgio, in Francia, in Germania, in Austria o in Catalogna, cominciò presto a elaborare una propria visione di tale espressione artistica.
Le sue prime realizzazioni nell’ambito sono ville extra cittadine. Nella suggestiva facciata ad anfiteatro di Villa Bordoni ad Altare (1901-1903),

Villa Bordoni ad Altare

Villa Bordoni ad Altare

già nuovi elementi Liberty si fondono ecletticamente ad altri precedenti, in particolare barocchi, stile la cui impostazione generale sembra voler ricalcare. Si vedano in particolare le cimase del piano nobile, che sotto le classicheggianti lunette presentano alternativamente protomi o valve di conchiglia accostate a decorazioni floreali in aggetto. La costruzione purtroppo fu danneggiata durante la seconda guerra mondiale, versa ancora in stato di abbandono e abbisognerebbe di restauri. Invece, nella molto ben conservata Villa Tiscornia di Noli (1904), caratterizzata da austere forme di semplicità classica, gli elementi Liberty appaiono nella tipica forma tondeggiante dell’apertura del terrazzino, la cui vetrata, benché fosse, pare, già prevista nel progetto, fu aggiunta  solo anni dopo; nelle fitte decorazioni floreali dipinte a colori vivaci nella rientranza sotto il cornicione e nella sottile fascia graffita, raffigurante foglie, nel primo piano dell’avancorpo. Rientrano, inoltre, nell’ambito le mensoline in ferro battuto che sorreggono il poggiolo e la pensilina sempre in ferro battuto posta sopra l’ingresso.

Villa Tiscornia a Noli, l'avancorpo

Villa Tiscornia a Noli, l’avancorpo

Peraltro le ville progettate negli anni dal nostro eroe, sia nella periferia cittadina sia in provincia (e anche fuori provincia, ad esempio la villa Massone a Masone, nel genovese, destinata alla famiglia della moglie), sono parecchie, ma ovviamente non tutte altrettanto rilevanti e perciò meritevoli di citazione. D’altronde non sempre i committenti permettevano alla fantasia degli artefici di sbizzarrirsi. A ogni modo sulle ville torneremo più avanti, con due eloquenti esempi successivi.
Nel frattempo in riviera si stavano sviluppando le prime moderne forme di turismo, che portarono alla costruzione di alberghi. E nel 1904 Martinengo fu chiamato a realizzare il loggiato del preesistente hotel Miramare di Savona, in Via Genova. Come segnaliamo, purtroppo invano, fin dal 2009, anch’esso versa, transennato, in grave stato di abbandono e cade letteralmente a pezzi. Occorrerebbero interventi preservativi urgenti, perché è a rischio crolli ed è un vero peccato, essendo un lavoro apprezzabile, benché minore, col suo elegante porticato a doppia campata e le delicate elaborazioni floreali rappresentanti margherite che lo sovrastano.


Successivamente, l’Ingegnere cominciò a ottenere importanti commesse dirette anche per le cosiddette Case signorili da pigione, cioè i condomini borghesi. I lavori degni di nota del decennio tra il 1906 e il 1915, con tutta probabilità il suo più attivo, sono parecchi. Una delle prime realizzazioni (1908), è quella di Palazzo Maffiotti in Via Boselli 4, all’incrocio con Via dei Sormano, stabile ancora caratterizzato dallo stile eclettico giovanile, su cui s’innestano tuttavia elementi di chiara impostazione Liberty, presenti in parte minima sulle due facciate e in quantità assai maggiore sull’imponente bovindo, disseminato di punti luce, che le collega smussandone l’angolo e sui numerosi balconcini dai fitti motivi decorativi. Questi ultimi si suddividono tra quelli del secondo piano, le cui ringhiere sono tutte in muratura, anonimamente a balaustra, quelli del terzo piano, sempre per intero in muratura ma in puro stile Floreale, i più belli, e quelli del quarto,  parte in muratura e parte in ferro. Magari meno riuscito e significativo di altre sue opere, “Palazzo Maffiotti” può tuttavia essere considerato una valida prova generale in previsione di edifici successivi, in particolare del più compiuto e fantasioso Palazzo Delle Piane, a cui può essere accostato.


A ogni modo, per una descrizione approfondita di questa ma soprattutto di altre importanti edificazioni locali in stile floreale, rimandiamo i lettori ad articoli precedentemente proposti sul sito ma specialmente al libro, scritto dal sottoscritto, Massimo Bianco, insieme allo specialista Andrea Speziali, intitolato “Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture” (2016, edizioni Risguardi), riccamente corredato di fotografie e ancora disponibile in catalogo.

Foto 10. Copertina di Savona Liberty
I fabbricati di A. Martinengo degni di nota, riguardo i quali potrete trovare notizie sul libro, sono numerosi. Ne facciamo qui un rapido elenco, salvo soffermarci un poco di più su alcuni, esclusi o quasi dalla trattazione in volume per motivi di spazio e/o non appositamente fotografati perché in restauro durante la stesura del testo (in tal caso sono state usate immagini di archivio o non ne sono state proprio usate, e quest’ultimo è il caso di palazzo Maffiotti, allora ricoperto da impalcature).
Il magnifico Palazzo dei Pavoni, progettato tra il 1905 e il 1906 (in archivio hanno mostrato al sottoscritto disegni del novembre 1905 con timbro e firma Martinengo) e terminato, come testimoniano cartoline dell’epoca, entro il 1908, si distingue nettamente dalla restante produzione per la misurata ispirazione alla Secessione Viennese, che lo rende assai più lineare di molte sue altre opere, nonostante la spettacolarità dei magnifici mosaici raffiguranti, tra gli altri, gli animali che gli danno il nome, tanto che chi non se ne intende spesso non sa riconoscerlo come appartenente al Liberty, di cui è invece un luminoso esempio. In effetti da alcuni è considerato il suo massimo capolavoro.
Il sobrio Palazzo Molinari Rosselli (1909) in Corso Colombo 10, la cui semplice ed elegantissima facciata classicheggiante, a tre moduli balconati intervallati da due bovindi, con delicati disegni di fiori al secondo piano, anticipa in modo evidente le successive tematiche dell’Art Déco, rendendolo perciò a sua volta uno dei massimi capolavori dell’artista.
La raffinata Casa Piccardo (1911) di Via Mattiauda, dalla facciata in puro ma equilibrato stile Floreale, la cui caratteristica di spicco sono tuttavia due artigliuti mostri in cemento, che si affacciano dai terrazzi, al di sopra degli angoli stondati, in spirito, ricorrente da parte del suo artefice, invero baroccheggiante (si veda ad esempio, per raffronti, la facciata della Basilica di Santa Croce a Lecce). Evidentemente l’artista scorgeva assonanze tra il Liberty e il Barocco. Questa residenza condominiale è a propria volta uno dei suoi lavori più riusciti e notevoli, ma come la precedente non gode ancora della considerazione che meriterebbe, forse perché anch’essa a prima vista è meno appariscente di altre e inoltre perché sorge in posizione piuttosto appartata.
Il vezzoso Palazzo Viglienzoni, meglio noto come Casa dei gatti (1910-1911) di Via Luigi Corsi 5, è un Liberty con due eleganti bovindi avviluppati da decorazioni di cemento in aggetto, raffiguranti vegetali, e con le facciate elaborate in graffito, raffiguranti sia tralci di rose sia gli omonimi felini che lo rendono assai popolare, almeno tra chi si prende il disturbo di alzare gli occhi da terra. Il bell’edificio ha goduto di un recente restauro e i delicati e raffinati disegni fitomorfi e zoomorfi, realizzati da autore ignoto, che versavano a tratti in pessime condizioni, malgrado qualche sterile polemica sul risultato sono stati molto ben recuperati da un singolo brillante restauratore di Toirano (Sv) e sono ora ammirabili nel loro originario fulgore, che vi proponiamo qui sotto, in due suggestive immagini:


Altro suo riconosciuto capolavoro, anch’esso appena restaurato, è il Palazzo Delle Piane, forse meglio noto come Palazzo delle Palle per via di sei sfere in rame (ma originariamente dorate) poggianti su strutture a bracere presenti sul tetto, realizzato da Alessandro Martinengo insieme, probabilmente in riferimento alla componente prettamente decorativa, al suo allievo Adolfo Ravinetti (del quale mancano tuttavia anche solo schizzi autografi, malgrado l’archivio Martinengo conservi dell’edificio documenti e un’intera cartellina di disegni, fatto che ridimensiona l’importanza del suo intervento) in Corso Italia 31, angolo Corso Mazzini. Pure il “Palazzo Delle Piane”, decorato in cemento con figure talvolta fantastiche, benché prettamente Floreale, presenta chiare reminiscenze della formazione eclettica dell’autore.
Per la sua descrizione e la documentazione fotografica approfondita vi rimando di nuovo al libro mio e di Andrea Speziali “Savona Liberty”, dove vi è una scheda specifica, dalla quale tuttavia vorrei riportare qui un breve passo: “…Proprio come accade con la Sagrada Familia a Barcellona, visto a distanza il Palazzo Delle Piane sembra concepito come un palazzo di impronta barocca, mentre se lo osserviamo da vicino studiandolo nel dettaglio, troviamo la predominante stilizzazione di soggetti naturali…”

Per inciso, su “Savona Liberty” l’anno scorso avevamo anche scritto che il ceto medio savonese dell’epoca era refrattario a interventi negli interni e che questo edificio faceva eccezione perché Martinengo era intervenuto anche sul portone e sul vano scale. Ebbene, sappiamo ora che il Palazzo delle Palle rappresenta doppiamente un’eccezione, perché erano stati elaborati anche gli appartamenti e due di essi presentano ancora i pregevoli addobbi originari!
Ecco inoltre una frase tratta dalla succitata relazione storico artistica:
“…Complessivamente si può notare l’abilità del progettista nel creare forti contrasti materici e luminosi, con elevata valenza estetica e potenzialità espressiva…” In sunto, un opera d’arte.
Un edificio richiede infine un discorso a parte, un poco più approfondito. Benché si tratti senza dubbio di un’opera minore, il sottoscritto trova interessante l’esecuzione all’angolo tra Via Famagosta e Via Santorre Santarosa. Si ammirino l’eleganza prospettica, la smussatura angolare che crea un efficace raccordo tra le due vie, le raffinate decorazioni, anche di ordine gigante, presenti in particolare sopra il portone ma anche sui bovindi. È inoltre degna di nota la bella pensilina in vetro e ferro battuto atta a riparare l’ingresso. Ebbene, osservandone con attenzione la facciata, si possono riscontrare similitudini con altri edifici dell’autore in esame, come ha riconosciuto anche il nipote Giuseppe, che indurrebbero ad attribuirlo ad Alessandro Martinengo. Si vedano ad esempio le ricorrenti sfere sopraelevate, qui realizzate sulla ringhiera in muratura della balconata corrente lungo l’intero edificio, subito al di sotto del tetto. Tuttavia, l’autore dell’articolo non ha trovato informazioni o disegni relativi all’edificio, che permettano un’assegnazione certa, né nell’Archivio di Stato né nel catalogo privato Martinengo. È quindi da valutare anche l’ipotesi che possa essere stato realizzato da un allievo dell’Ingegnere, forse Giuseppe Noberasco, come suggerisce Giuseppe Martinengo.

Palazzo via Famagosta 17 angolo S. Santarosa

Palazzo via Famagosta 17 angolo S. Santarosa

A ogni modo, in esso meritano particolare rilievo le due spettacolari sculture a forma di pesce (o delfino?), decoranti il portone ai due lati della corta scalinata che introduce alla tromba delle scale, di cui ve ne mostriamo una in foto. La somiglianza con i due animali marini, dalla cui bocca fuoriusciva l’acqua, nella famosa fontanella inserita in uno dei cortiletti interni del Palazzo dei Pavoni, sembra evidente, confermando il legame con lo studio Martinengo.

Una delle sculture nel portone di Via Famagosta.

Una delle sculture nel portone di Via Famagosta.

La sua fede profonda e l’impegno religioso contribuirono a fargli ottenere commesse anche da parte della Chiesa, per la quale realizzò tra l’altro la Cappella centrale del cimitero di Zinola, neoclassica con grande cupola centrale, e la facciata della Chiesa di Valleggia. Quest’ultima presenta, pur nella sua estrema sobrietà, alcune minime decorazioni floreali, che si ripropongono in maniera più accentuata e apprezzabile nei capitelli inferiori.

chiesa di Valleggia: capitello floreale.

chiesa di Valleggia: capitello floreale.

Inoltre nel 1912 fu chiamato a progettare la nuova facciata dell’antica chiesa di San Lazzaro, ristrutturata e re-intitolata nel ‘600 a San Francesco da Paola. Anche questa facciata della Chiesa di San Francesco da Paola, sita in Via Torino a Savona, offriva caratteristiche interessanti. Sostituita, però, nel 1951, da una nuova, più grande e purtroppo anonima basilica, malauguratamente all’inizio degli anni sessanta fu demolita per lasciar spazio a immobili condominiali. A sola parziale consolazione per fortuna non è andato tutto distrutto. Sopravvivono ancora, inglobati esternamente a uno degli edifici di nuova costruzione, sia una piccola parte della facciata di Martinengo sia alcuni degli antichi affreschi dipinti in una navata laterale, realizzati dall’artista locale Raffaello Resio, ormai piuttosto rovinati e sbiaditi. Ammirate nella foto sottostante quanto resta della facciata, con decorazioni di foglie e frutti in cemento ancora ben visibili sia in basso sia in alto.

La facciata della vecchia San Francesco da Paola

La facciata della vecchia San Francesco da Paola

Come si può evincere dall’elencazione precedente, per il suo studio quelli precedenti alla Grande guerra furono anni di attività frenetica. Tra l’altro in quel periodo curò pure l’installazione savonese all’esposizione internazionale di Torino del 1911. Torniamo dunque come promesso al tema delle ville per due segnalazioni del periodo particolarmente rilevanti.
Nel 1909 l’Ingengere, come dimostrano le cartelle con i progetti ancora esistenti, realizzò a Legino, quartiere periferico e collinare di Savona, forse di nuovo in collaborazione con Adolfo Ravinetti, la Villa dei Fratelli Roggero, una classica e riccamente decorata dimora Liberty con tanto di massiccia torre, che ricorda un poco la vicina “Villa Zanelli”. E in effetti essa, almeno in base all’immagine disponibile, scovata nell’archivio Martinengo e che vi presentiamo qui sotto, sembrerebbe trarre diretta ispirazione dal torinese “Villino Raby” di Corso Francia, delle due “archistar” piemontesi Fenoglio e Gussoni. La villa fu realizzata per gli omonimi fratelli, proprietari di una ditta specializzata in applicazioni litocementizie e decorazioni in stucco, importante per aver fornito il materiale per decorare, tra le altre, le facciate di “Casa Piccardo”, del “Palazzo Maffiotti”, del “Palazzo Delle Piane” e della Chiesa di Valleggia. Purtroppo la pregevole costruzione fu demolita durante la selvaggia speculazione edilizia che procurò irrimediabili danni ai litorali liguri. Se ne osservi la bellezza nella foto sottostante: era senza dubbio uno dei suoi lavori più estrosi. Un vero peccato, per non dire criminale, che oggi non esista più, sarebbe stato magnifico poterla ancora ammirare dal vivo.

Villa Fratelli Roggero, Legino

Villa Fratelli Roggero, Legino

Inoltre, tra il 1912 e il 1915 realizzò una notevole Villa a Carcare, Villa Fiumi, a venti chilometri da Savona, sorta come residenza estiva dell’omonima famiglia, oggi nota anche come Villa Delfino e ancora molto ben conservata. Posta al centro di un vasto parco, è caratterizzata dalla presenza di una torre talmente slanciata da sembrare quasi un campanile – purtroppo nella foto coperta in parte dalle fronde arboree – , da attraenti decorazioni Liberty in stucco e da belle pensiline realizzate in vetro e ferro battuto, così come sono in ferro battuto le eleganti elaborazioni poste di fianco all’ingresso laterale e le ringhiere del tetto e del terrazzo e lo erano le oramai rimosse inferriate alle finestre del pian terreno. Tuttavia questa villa risulta particolarmente importante anche, se non soprattutto, per la presenza di quello che potrebbe essere l’unico intervento mai eseguito in Liguria da Alessandro Mazzucotelli (1865-1938), l’eccelso artista-fabbro Art Nouveau milanese, anzi, fabbro-ornamentista, come lui amava definirsi, un genio in questo ambito, di gran lunga il numero uno in Italia e di cui, nel caso, Carcare dovrebbe dunque andare orgogliosa.

Invero il suo intervento non è ufficialmente documentato, benché lo testimoni da sempre la vox populi paesana, e quindi almeno per ora si può solo parlare di attribuzione. Tuttavia, sia lo stupendo cancello istoriato d’ingresso, raffigurante rose mature e boccioli tra le foglie, sia la cancellata posta sopra il muro di cinta anteriore, realizzati in ferro battuto e di straordinaria bellezza, al cui confronto ogni altra analoga realizzazione ligure impallidisce, parrebbero di sua mano. A parte la qualità stessa, osservando con attenzione si possono notare, infatti, la presenza di elaborazioni spiraliformi sue tipiche e una notevole somiglianza tra il disegno delle foglie e le analoghe decorazioni presenti nel cancello d’ingresso, sicuramente realizzato da Mazzucotelli, dell’edificio di Via Bellini 11 a Milano. “Una tesi avvincente”, così l’ha definita il giovane esperto Andrea Speziali, a cui il sottoscritto l’ha sottoposta per un parere. Più difficile valutare la paternità delle altre strutture in ferro battuto presenti nella villa. A ogni modo tra sopra e sotto presentiamo qui tre spettacolari immagini della cancellata e due della villa, opere meritevoli entrambe di una visita per ammirarle dal vivo.

Particolare della cancellata

Particolare della cancellata

A partire dal secondo decennio del novecento, prese ad evolversi un nuovo Stile, l’Art Déco, che tendeva ad allontanarsi dalle linee serpentiformi Art Nouveau e che, pur non abbandonandole del tutto, sostituiva molte decorazioni floreali con elementi geometrici. Esso raggiunse la massima diffusione nel decennio successivo, ma sopravvisse anche nel corso degli anni trenta, per poi spegnersi all’arrivo della seconda guerra mondiale, proprio come il Liberty si era spento col giungere della prima, come se le cupe violenze militari annientassero la stessa gioia di vivere, che trovava invece sfogo nell’ispirazione decorativa.
Negli anni intercorsi a partire appunto dallo scoppio della prima guerra mondiale, sono due i palazzi condominiali progettati da Martinengo che possiamo ritenere ispirati all’Art Déco, meritevoli di attenzione. Tra il 1915 e il 1916 ecco sorgere il Palazzo dei Fratelli Rosso in Corso Vittorio Veneto 20-22, sul lungomare cittadino, a un tempo bello e imponente edificio dalle decorazioni di ordine gigantesco, in prevalenza marinare, ispirato a una serie, temporalmente appena precedente, di immobili francesi costruita sulla Costa azzurra, all’incirca tra Nizza e Cannes.

Palazzo dei Fratelli Rosso

Palazzo dei Fratelli Rosso

L’affascinante Palazzo Molinari (1923) è situato invece in pieno centro, in Corso Italia angolo Via Pertinace, ed è un’elegante elaborazione composita e riccamente decorata, dagli angoli smussati, inconfondibilmente caratterizzata dalla spettacolare presenza della più grande cupola a destinazione civile realizzata nel savonese. Ma si vedano per entrambi altri articoli e il libro “Savona Liberty”, che di quest’ultimo riporta anche uno dei prospetti originali firmati da Martinengo. Più tardo, circa del 1928-1929 e, a personale parere di chi scrive, molto meno riuscito e interessante, nella sua eccessiva e ampollosa imponenza classicheggiante, rispetto alle altre edificazioni in tale stile, è il fabbricato posto di fianco al Palazzo delle palle, in Corso Italia 29, nulla più di una brutta copia dell’invece pregevole “Palazzo Molinari Rosselli” di vent’anni prima, sopra evidenziato in quanto anticipatore appunto dell’Art Déco. Peraltro la già citata signora architetto Lorenza Bortot ci racconta che la realizzazione finale è variata rispetto al progetto originario firmato A. Martinengo.
A ogni modo ci sembra assai più apprezzabile, per la sua la semplicità e leggerezza, la Palazzina degli storici Bagni Umberto, in essa ancora ospitati. Coeva (1928) del precedente edificio, è caratterizzata dalla presenza, sia sul lato stradale sia sul lato spiaggia, di graziosi balconcini a forma di valva di conchiglia, una chiara auto-ispirazione, perché derivanti dagli analoghi poggiolini presenti al primo piano del Palazzo dei fratelli Rosso. E con quest’ultima segnalazione possiamo concludere la succinta disamina dell’opera di Alessandro Martinengo, con la speranza che questo modesto contributo susciti l’interesse dei lettori nei confronti dell’artista e soprattutto che spinga gli specialisti del Liberty (e dell’Art Déco) a studiare con attenzione questa luminosa figura savonese.

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