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Adolfo Wildt

Adolfo Wildt

ADOLFO WILDT
(1868 – 1931)

Nato a Milano, ma di lontane origini tede­sche, Wildt frequenta i corsi dell’Accademia di Brera ma si forma prima nello studio di Giuseppe Grandi e poi in quello di Federi­co Villa, lavorando come finitore per diversi scultori milanesi e acquisendo una prover­biale capacità di lavorazione del marmo. Il busto La Vedova (Atte), esposto alla So­cietà per le Belle Arti di Milano e acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, gli fa conoscere Franz Rose, mecenate prus­siano con cui stipula un contratto destina­to a durare diciotto anni. Salvo sporadiche presenze alle esposizioni milanesi – nel 1895 alla Società per le Belle Arti, nel 1900 alla Triennale, nel 1906 all’Esposizione del Sem­pione – durante questo periodo è sostan­zialmente isolato dall’ambiente locale, men­tre intrattiene intensi rapporti con l’ambien­te culturale tedesco, che lo indirizza verso l’opera di Hildebrandt e di Rodin. Espone assiduamente a Monaco, ma anche a Ber­lino, Dresda e Zurigo; per il castello di Rose a Dohelau e per la committenza tedesca realizza una serie di opere ispirate a una ri­lettura dell’arte classica attraverso il maturo simbolismo tedesco, come L’uomo che tace (1899), Il Crociato (1907), Vir temporis acti (1913). Superato un triennio di crisi creativa con il celebre Autoritratto del 1909, ripro­dotto in numerosi esemplari, il contrastato rapporto con Rose si conclude alla morte di quest’ultimo nel 1912: l’ultima opera com­missionata dal mecenate, la grande fontana Il Santo, il Giovane, la Saggezza (Trilogia), vincitrice del premio Principe Umberto all’esposizione di Brera di quell’anno, segna l’ingresso ufficiale di Wildt nel panorama nazionale. Per la mescolanza di classicismo e gotico, di paganesimo e cristianità, per il sostanziale antinaturalismo e per l’opulen­za barocca della lavorazione virtuosistica del marmo, viene inizialmente osteggiato, accusato di cerebralismo e di oscurità lette­raria. Negli anni fino alla Prima guerra mon­diale vive in ristrettezze economiche, espo­ne frequentamente – nel 1914 a Cremona e a Milano, nel 1915 a Roma, dove allestisce la sua prima criticatissima personale alla So­cietà degli Amatori e Cultori, dal 1916 al 1918 di nuovo a Milano, a Brera, alla Famiglia Ar­tistica, alla Permanente – ma riceve poche commissioni. Appartiene a questi anni L’A­nima e la sua veste (cat. 298), noto in alme­no due marmi, esposto nel 1918 alla Galleria Pesaro a Milano e nel 1922 alla Biennale di Venezia, in cui nella levigatissima testa dai caratteristici occhi cavi confluiscono ricordi rinascimentali – l’uovo della Pala di Monte­feltro di Piero della Francesca – e aggiorna­menti sull’arte contemporanea, soprattut­to su Boleslas Biegas e sul secessionismo viennese, da cui discende la descrizione grafica e decorativa dei capelli dorati (cfr. O. Cucciniello, in Wildt 2012, pp. 168-169 n. 15). Flessuosità liberty, seppur rilette sempre attraverso un umbratile simbolismo, si ritro­vano anche in Carattere fiero-Anima gentile (1912), nei ritratti di Augusto Solari e di Al­berta Planet, nella Vittoria di palazzo Berri Meregalli a Milano (tutti del 1918), ma anche nel più tardo Filo d’oro (1927), caratterizzati dalla furia iperdecorativa dei dettagli, dalle dorature e dalla preziosità dei materiali. La stessa che si ritrova nelle pergamene e negli ori della produzione grafica, contraddistin­ta da un segno sottile, elegante ed esau­sto, come nei Puri (cat. 296), in cui su un contorto albero bidimensionale alla Klimt si erge una famiglia di tre silhouettes d’oro. A partire dagli anni venti – contemporanea­mente a una distensione dei piani indirizzata verso una progressiva sintesi plastica, eviden­te in Maria dà luce ai pargoli cristiani del 1918 – il sostegno di Margherita Sarfatti gli assicu­ra una rinnovata fortuna di critica e di com­missioni e l’ingresso nell’arte ufficiale, tanto nel gruppo Novecento quanto, soprattutto, nell’arte di regime, a partire dal notissimo ritratto del Duce (1922), riprodotto in nume­rose varianti. Rispettato e ammirato, pur se spesso frainteso, ottiene numerosi riconosci­menti: oltre alle molte mostre in Italia e all’e­stero, ha una sala personale alla Biennale di Venezia del 1922, dove vince il premio Città di Venezia per il colossale gruppo La Famiglia, ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Brera senza concorso, diventa Accademi­co d’Italia e nel 1931 ha una sala personale alla prima Quadriennale di Roma, dove espone, tra gli altri, il colossale gesso del Parsifal.

Adolfo Wildt L'anima e la sua veste, 1922 c. Bronzo, 27

BIBLIOGRAFIA: P. Mola, Wildt, Franco Maria Ric­ci, Milano 1988; Adolfo Wildt 1868-1931, a cura di P. Mola, catalogo della mostra (Venezia, Galleria In­ternazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, 1989­1990), Mondadori, Milano 1989; Adolfo Wildt e i suoi allievi, a cura di E. Pontiggia, catalogo della mostra (Brescia, Palazzo Martinengo), Skira, Mi­lano 2000; Wildt. L’anima e le forme, a cura di P. Mola, catalogo della mostra (Forlì, Musei di San Domenico), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo. Testo tratto da: Aa. Vv. Liberty, uno stile per l’Italia moderna, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2012.

Omar Cucciniello

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