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Eleganza, originalità e raffinatezza spiccano in numerose ville e palazzi cittadini, che vedono l’intervento di alcune grandi personalità, quali l’architetto Silvio Gambini (Teramo 1877 – Busto Arsizio 1948) e l’artista-artigiano Alessandro Mazzucotelli (Lodi 1865 – Milano 1938).
Tra architetture ricercate e straordinari ferri battuti, l’itinerario guida alla scoperta dello stile Liberty e del suo importante ruolo nella costruzione della Città nel Novecento.

Il percorso suggerito con un mezzo quale pulmann o automobile inizia con Casa Colombo situata in via Manara 9.
La realizzazione di questa villa fu preceduta da una lunga fase di progettazione che vide, tra il 1906 ed il 1915, la presentazione agli Uffici Tecnici del Comune di Busto Arsizio di numerosi progetti edilizi diversi per dimensione e uso dell’edificio, ma sempre relativi alla costruzione in via Manara di fabbricati della Tessitura Luigi Colombo. Per la precisione, nel febbraio del 1906 venne presentato un progetto per un edificio con refettorio, cucina, dormitorio e servizi per gli operai, unitamente ad uno per uno stanzone industriale; nel novembre dello stesso anno ne venne presentato uno per una casa d’affitto (edificio molto più grande dell’attuale, con due corpi scala invece che uno solo), seguito da altri progetti datati tra il 1907 ed il 1914, anch’essi mai realizzati. Solo il 17 maggio 1915 venne approvato il progetto definitivo, che si riferiva ad un’abitazione di lusso per il titolare della Tessitura Luigi Colombo. Tutti i progetti portavano la firma dell’architetto Silvio Gambini (1877-1948), che nello stesso anno era impegnato nella progettazione della propria abitazione in via Mameli. Gambini può essere definito come un progettista a tutto tondo: il suo intervento partiva dall’edificio, per definire poi i più piccoli particolari come gli oggetti d’arredo, le maniglie, i mobili, le decorazioni, i ferri battuti, etc. Casa Colombo è un edificio a tre piani in stile tipicamente Liberty, forse l’unico esempio in puro stile Liberty dell’architetto. All’esterno, la successione dei piani è scandita dalle decorazioni sulla facciata: al piano terra corrisponde un’ampia zona in pietra a fasce orizzontali che si raccordava al muro di recinzione, ormai demolito. In corrispondenza del primo piano troviamo una fascia ad intonaco, sormontata da una cornice in graniglia di cemento decorata con foglie di ippocastano; più in alto, un’area con mattoni a vista che prosegue fino al terzo piano, per poi lasciare di nuovo posto all’intonaco. La fascia sottogronda in corrispondenza dell’aggetto del tetto, è anch’essa ad intonaco bianco, ma un tempo doveva riportare una decorazione. La facciata, che appare leggermente asimmetrica per la posizione dei balconi, risulta quindi molto movimentata grazie a questi accostamenti di parti lavorate e lisce, di elementi in pietra, cemento, intonaco e mattoni. Ulteriori decorazioni si trovano nella parte alta dell’edificio (dove gli angoli sono sottolineati da lesene con motivi vegetali e mascheroni a forte rilievo) ed in corrispondenza di balconi e finestre (riccamente decorati da foglie e frutti di ippocastano in graniglia e ferri battuti a linee geometriche ingentilite da foglie d’edera). Il lato est, nascosto alla vista dalla strada, non presentava le stesse decorazioni perché addossato ad un altro edificio in seguito demolito. La villa doveva essere riccamente decorata anche all’interno, di cui purtroppo si conserva solo la scala elicoidale di accesso al primo piano. Infatti, dopo anni di abbandono, solo di recente la villa ha subito importanti interventi di recupero e restauro. Una volta ultimati, il Comune ha deciso di metterla a disposizione degli studenti della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Università dell’Insubria.

A pochi passi da Casa Colombo ci spostiamo in via Molino 2  per conoscere I Molini Marzoli Massari, l’unico esempio di stabilimento produttivo per la lavorazione del grano presente a Busto Arsizio: vi si lavoravano fino a 500 quintali di frumento, realizzando tutte le diverse fasi di trasformazione del cereale.
Conosciuti oggi anche con il nome di Tecnocity, ospitano: il Centro Tessile Cotoniero, una sala convegni (la Sala Tramogge, dal nome dei contenitori che come imbuti raccoglievano e indirizzavano il grano alle macine), il Polo Scientifico e Tecnologico Lombardo, il Centro delle Lingue e delle Culture Lombarde, una sezione distaccata della Facoltà di Biologia dell’Università dell’Insubria, il Centro per l’Impiego della Provincia di Varese e diversi uffici comunali.
Nel 1897 Pietro e Giovanni Marzoli e Giovanni Massari crearono la S.A. Marzoli, Massari & C. e realizzarono a Varese un impianto per la macinazione del frumento, prima, e uno per la macinazione del granoturco, poi.
Nel 1906 la ditta, divenuta S.A. Molini Marzoli Massari, si propose di realizzare un ulteriore stabilimento che potesse soddisfare le esigenze della zona industriale comprendente Gallarate, Legnano e Busto Arsizio. Venne incaricato della progettazione l’innovativo architetto bustocco Silvio Gambini (1877-1948), allora ancora perito agrimensore presso lo studio dell’ingegner Guglielmo Guazzoni (1852-1921).
Il primo progetto prevedeva la costruzione del molino, dei silos, della sede amministrativa, dell’officina, della cabina elettrica e delle scuderie.
Seguendo altri progetti che integravano o modificavano quello iniziale, furono realizzati dal 1914 al 1927 i magazzini del grano e le autorimesse (demolendo le scuderie e gli alloggi dei carrettieri), alcuni reparti di magazzinaggio e pulitura, lo stabile per l’insacco e la relativa saccheria, i serbatoi e la cabina della pompa per il funzionamento del molino a vapore.
L’edificio che ospitava il molino fu progettato su quattro livelli: nel seminterrato furono posizionati i macchinari elevatori, al piano rialzato vennero sistemati i laminatoi (macchinari utilizzati per la macinazione del grano), al primo piano i filtri e gli aspiratori, al secondo piano i buratti (setacci rotanti).
Il complesso, che occupava una superficie di circa 9.000 mq vicino al centro cittadino, era collegato con binari interni alle Ferrovie dello Stato, che correvano dove poi sorse il Viale della Gloria (ora in parte Viale Cadorna).
Architettonicamente, il complesso fu sicuramente caratterizzato dall’orizzontalità e compattezza dei volumi, dal rigore delle piante, dal posizionamento ritmato delle aperture e dalla simmetria prospettica. Nel progetto di Gambini vi è un equilibrio tra funzionalità ed estetica, in cui i materiali “poveri” come mattoni a vista, intonaco e cemento vengono ingentiliti da eleganti motivi decorativi, raffinati ferri battuti e studiati giochi di contrasto cromatico, secondo uno stile affermato negli stati industrializzati di tutta Europa agli inizi del XX secolo: lo stile Liberty.
Sono ben visibili i richiami al capostipite del Liberty italiano, Giuseppe Sommaruga (1867-1917), ed al movimento della Secessione Viennese.
Dopo qualche decennio, agli inizi degli anni ’60, i Molini Marzoli Massari vennero chiusi per cessata attività e furono acquistati dal Comune di Busto Arsizio nel 1985.
Successivamente l’area fu sottoposta ad intensi interventi di restauro (1996-1999) che ne modificarono gli interni e le strutture esterne. Venne demolita la struttura che sorgeva tra il molino e le tramogge, furono rimosse una pensilina ed alcune lampade e infine vennero costruiti due nuovi edifici ed alcune strutture sulla copertura dei fabbricati già esistenti.

Proseguiamo il percorso su via Luigi Cadorna e svoltiamo in Corso XX Settembre al civico 39 per ammirare Villa Leone.
Progettata nel 1910 dall’architetto Silvio Gambini su commissione dell’Avvocato Edoardo Leone, personalità di rilievo nella vita politica e culturale della Busto Arsizio del primo Novecento, la villa si trova ubicata in corso XX Settembre. Strutturalmente disposto su due piani, provvisto di mansarda, l’edificio presenta un’organizzazione compositiva dalle forme squadrate e geometriche. Prediligendo la dimensione della verticalità, la facciata si forma di due volumi di cui sul principale spiccano evidenti rilievi in cemento a motivo floreale e tre finestre fra le quali si distingue, al pianoinferiore, un’apertura circolare completata da un cornicione con gusto decorativo vegetale e un tondo contenente le iniziali del proprietario L.E, orpello aggiuntivo che meglio specifica il desiderio di affermazione pubblica da parte di personaggi di spicco. La finestra posta al secondo piano presenta cornici arricchite da peculiari guarniture rappresentanti foglie di vite e grappoli d’uva. La facciata è infine completata da una sezione considerata sporgenza sinistra del volume principale e da un secondo corpo a destra posto in posizione retrostante. In particolare, è curioso osservare come quest’ultimo personalizzi la villa arricchendola di una verandaad angolo caratterizzata da colonne i cui capitelli sorreggono architravi ornati da fasci di rose e tra le quali si interpongono vetrate multicolore completate da decori in ferro battuto. Alla compattezza dell’edificio si contrappone la terrazza che, soprastante la veranda, conferisce alla villa respiro e senso d’apertura degli spazi. Essa si compone di colonne che sostengono insoliti travetti disposti a raggiera, contribuendo a dare all’edificio un assetto di regolarità formale. Caratteristica è anche la ringhiera che completa la terrazza la quale, con i suoi motivi vegetali ma soprattutto geometrici, riprende gli intrecci triangolari e quadrati della cancellata in ferro battuto che circonda la casa. L’edificio presenta a colpo d’occhio una pianta piuttosto articolata, specie per gli impianti decorativi che ben evidenziano l’ormai mutata, nonché autonoma, sensibilità artistica del Gambini che si spinge verso apparati ornamentali più asciutti e rigidi rispetto alle precedenti influenze dei morbidi modelli Liberty proposti dal Mazzucotelli e dal Sommaruga.Non a caso la villa si caratterizza per la duplice alternanza tra decorazioni geometriche che suggeriscono un’innovativa idea di linearità statica e motivi vegetali-floreali che più evidentemente rimandano alle passate e canoniche forme sinuose e dinamiche dell’Art Nuoveau.

Ci dirigiamo alla fine del Corso fino a svoltare in Via Venezia. Proseguiamo fino all’incrocio con via Goffredo Mameli. All’angolo vi è il Palazzo Frangi (o casa Frangi). Progettato dall’architetto Silvio Gambini, il palazzo fu realizzato tra il 1926 e il 1927 solo in parte: secondo il progetto originale il palazzo avrebbe dovuto avere uno sviluppo maggiore, andando ad occupare l’intero lato della piazza opposto alla stazione (inaugurata nel 1924) per offrire ai visitatori di Busto Arsizio un primo impatto con la città di grande effetto. Tuttavia, a causa di disaccordi tra i proprietari dei terreni sui quali sarebbe dovuto sorgere e per gli alti costi di realizzazione, fu realizzata solo la parte nord-occidentale dell’edificio, ovvero uno solo dei tre corpi di fabbrica previsti dal progetto. In questo edificio è evidente il passaggio di Gambini dal Liberty allo stile Novecento, più quadrato e geometrico, particolarmente diffuso a Busto Arsizio nel corso degli anni 1930. Il palazzo, che si sviluppa su cinque piani, è composto da un corpo angolare centrale più alto e due corpi laterali non simmetrici, affacciati su via Mameli e su piazza Volontari della Libertà. Sono numerosi i particolari decorativi che abbelliscono i prospetti: colonnine, singole e binate, sorrette da mensole, quadrature geometriche, cornici marcapiano ed elementi verticali che fungono da collegamento tra i vari piani dell’edificio. Le finestre hanno diverse forme, così come i balconcini Come in quasi tutte le architetture del Gambini, anche in questo caso si trovano elementi in ferro battuto di grande pregio artistico, principalmente a chiusura delle finestre del piano terra e inseriti nei parapetti dei balconi dell’ultimo piano. L’androne d’ingresso e il corpo scala si trovano all’interno del corpo centrale che funge da collegamento tra i vari piani e tra la strada e il cortile interno.

Proseguendo sul Corso G. Mameli troviamo il villino Dircea. Situato al civico 29, questo villino sorse in una delle zone di Busto Arsizio maggiormente interessate dall’espansione edilizia tra l’inizio del XX secolo e la Grande Guerra.
Fu progettato dall’architetto Silvio Gambini (1877-1948) per la propria famiglia – da qui la dedica alla moglie Dircea – nel 1915, come documentano diversi schizzi e disegni, ma venne realizzato solo nel 1921. È logico supporre che questo ritardo nella costruzione fu una conseguenza dell’infuriare della Prima Guerra Mondiale.
Alcuni anni dopo Gambini progettò e realizzò il proprio studio professionale attiguo all’abitazione famigliare, ma con ingresso da via Ferraris.
Le scelte architettoniche che caratterizzano questo villino ben rappresentano l’affermarsi sulla scena artistica europea dello stile Déco a discapito di quello Art Nouveau.
In effetti, dopo il 1913, nell’opera di Gambini vi fu un progressivo abbandono delle influenze dello stile Liberty e del suo capostipite italiano Giuseppe Sommaruga (1867-1917), in favore del gusto progettuale del piacentino Giulio Ulisse Arata (1881-1962).
A quest’ultimo si richiamano lo stile neomedievale e la razionalità dei volumi, misti a prospetti ricchi e animati da sporgenze, decorazioni ed accentuate irregolarità dei bugnati realizzati con conci di pietra di diversa misura. In effetti, anche il bugnato nel basamento del villino è una sorta di elegante mescolanza di pietre di diverso taglio e colore.
Al di sopra di questo basamento si sviluppano pareti in laterizio, su cui risaltano per contrasto materico e cromatico le cornici delle finestre, la splendida trifora ed i fregi decorati con la tecnica della pittura muraria.
Interessante la presenza sulla facciata dell’edificio di una formella in ceramica con il logo dell’architetto e di un bassorilievo con putti integrato nella cornice di una finestra al primo piano.
Come si può immaginare dalla scansione dello spazio data dalle aperture sulla facciata, il villino si sviluppa su tre piani, conformemente agli standard costruttivi delle abitazioni borghesi lombarde di quegli anni; al pianterreno trovavano spazio i locali di servizio, al primo piano la zona giorno ed al secondo piano la zona notte.
È in questa abitazione che il 17 ottobre 1948, all’età di 71 anni, si spense Silvio Gambini.
Egli era nato a Teramo il 18 agosto 1877 da una famiglia di umili origini. Diplomatosi come perito agrimensore, si stabilì a Busto Arsizio e dal 1899 iniziò a collaborare con l’Ufficio Tecnico comunale. Poco dopo diventò assistente dell’architetto Camillo Crespi Balbi e, fino al 1915, collaboratore dell’ingegnere Guglielmo Guazzoni.
Dal 1903 diede inizio ad una parallela attività indipendente, che lo portò ad affermarsi nell’ambiente architettonico cittadino per l’originalità del suo stile e la qualità delle sue opere.
Importantissima è anche la collaborazione con il maestro dei ferri battuti Alessandro Mazzuccotelli (1865-1938).
Oltre ai numerosissimi esempi di architetture che si possono ancora ammirare in città, presso la Biblioteca Civica è conservato il Fondo Gambini, una ricca raccolta di materiale iconografico relativo alla produzione del grande architetto.

Sempre sul Corso vi è Villa Nicora-Colombo e Primo Istituto Convitto “G. D’Annunzio”. La villa, che prende il nome dal primo proprietario, l’imprenditore tessile Giovanni Nicora, è stata progettata da Silvio Gambini nel 1911. È una delle tante residenze di imprenditori costruite vicino agli edifici produttivi, interessante per la tipologia, contemporaneamente di casa di tipo urbano a filo strada e di villa con giardino circostante. È un volume ad L con portico, soprastante terrazza, una particolare porta finestra angolare, un disegno risolto con sole righe orizzontali e verticali, sobrio ed elegante. Il linguaggio compositivo della facciata è più rigido rispetto alle precedenti ville Ferrario e Leone realizzate da Gambini. Un sobrio stile Liberty di cui restano comunque alcune soluzioni degne di nota come il portico di ingresso verso via Mameli che presenta sull’architrave e nei capitelli delle cinque colonne che lo sorreggono, motivi ornamentali fitomorfi e geometrici, ripetuti nelle cimase delle aperture del primo piano, dove appaiono anche piccole teste leonine. Di grande finezza è il balconcino angolare con porta finestra divisa da una colonna con alto capitello decorato. L’apparato decorativo è completato da una fascia con motivi floreali che divide la parte superiore della villa, realizzata ad intonaco liscio, da quella inferiore, ad intonaco rustico. Un nastro a motivi stilizzati collega tra loro le cimase del primo piano. I balconi e la cancellata sono impreziositi da ferro battuto lavorato, questi abbellimenti, seppur raffinati, non raggiungono quella libertà compositiva ammirata in altri edifici del Gambini. Il capannone retrostante, collegato alla villa, è privo di elementi decorativi. Costituiva la piccola fabbrica tessile di Giovanni Nicora. Sulla sinistra è possibile vedere un altro edificio, probabile opera dello stesso architetto, progettato nel 1910 per la famiglia Rabolini. Un complesso su tre piani, posto sull’angolo fra via Mameli e via N. Bixio, che ai tempi della Grande Guerra venne utilizzato come convitto militarizzato denominato “G. D’Annunzio”. Il pianoterra, povero di decorazioni, è intonacato con scanalature orizzontali e semplici motivi geometrici nelle cimase in cemento delle aperture. Ricchi e originali ornamenti si trovano al piano superiore dove le finestre sono incorniciate, alla base e nella parte alta, da decorazioni a foglie e rami e sono collegate, nel mezzo, da una fascia in rilievo. Sempre in cemento modanato, due doppi archi a sesto ribassato, incorniciano ulteriormente la parte centrale delle facciate verso la strada. Teste mostriformi emergono nell’intersezione degli archi. Più semplice il terzo piano caratterizzato da una fascia di collegamento un tempo decorata. Rispetto alle soluzioni originali, l’edifico ha perso i rivestimenti in mattoni a vista nella parte di facciata compresa all’interno degli archi ribassati. Degni di nota i ferri battuti dei parapetti dei balconcini e delle inferiate del piano nobile, realizzati dallo stesso Gambini a motivi fitomorfi e nastriformi.

Più avanti al Corso possiamo ammirare un singolare monumento. Raro esempio di architettura commemorativa dedicata ad uno stile artistico il Monumento al Liberty ospitato al centro del parco di via Mameli è un assemblaggio di alcuni elementi decorativi un tempo appartenuti alla Casa Rena, progettata dall’architetto Silvio Gambini nel 1906-07 per i fratelli Rena e situata in piazza Garibaldi. Negli anni successivi al secondo dopoguerra molte costruzioni sono state demolite, soprattutto nella zona centrale della città, per far posto a interventi più moderni, ma di minor valore artistico. In tempi recenti la rivalutazione di questo stile ha certamente contribuito alla considerazione di questo monumento realizzato con cornici, mascheroni femminili, putti e ghirlande originali ricomposti su progetto dell’architetto Giuseppe Magini. Le fotografie d’epoca, i numerosi e dettagliati disegni del Gambini mostrano l’analogia di molti elementi costitutivi della facciata di Casa Rena. Oltre alle testimonianze archivistiche e storiche, nel parco di via Mameli è possibile ammirare dal vivo quanto resta di quel virtuosismo decorativo, nei grandi mascheroni femminili e in alcuni putti in cemento modellato sopravvissuti all’abbattimento dell’edificio avvenuta alla fine degli anni Sessanta. Un omaggio importante allo stile e al periodo Liberty che ha abbellito la città di Busto Arsizio dando vita a una serie di edifici originali.

Arriviamo a Casa Castiglioni sita in Piazza Garibaldi. Progettata da Silvio Gambini (Teramo 1877 – Busto Arsizio 1948) nel 1907, Casa Castiglioni è una tra le opere più originali realizzate dall’architetto. Nel 1906 Gambini inizia la collaborazione con Alessandro Mazzucotelli e la frequentazione dello studio di Giuseppe Sommaruga, determinante per il linguaggio liberty di numerosi villini, case d’abitazione come questa, cappelle funerarie, edifici realizzati soprattutto a Busto tra i quali: Molini Marzoli Massari (1906); Casa Colombo (1915) e Villa Leone (1909). Casa Castiglioni coniuga le caratteristiche della villa con giardino retrostante e quelle del palazzo urbano. L’edificio di tre piani si presenta divisa verticalmente da quattro lesene che definiscono tre blocchi: uno centrale leggermente più ampio rispetto ai due laterali simmetrici fra loro. Un quarto blocco, che sembra staccato, ha la funzione di androne di collegamento tra la piazza e il cortile interno. Di notevole pregio le soluzioni decorative della facciata. Finestre, parapetti, pilastrini, capitelli sono finemente abbelliti da grappoli di frutta, foglie di castagno, rami di ippocastano, aquile con ali spiegate, motivi a nastro. Esuberanti decorazioni Liberty in cemento, che riprendono quelle presenti nel famoso Palazzo Castiglioni di Milano, emergono dalla sobria struttura architettonica. Non solo il cemento ma anche il ferro battuto crea giochi di armonie nel portoncino e sul piano nobile del palazzo che presenta un apparato decorativo ricco e vario. Una porta finestra a tre luci dà su un balcone abbellito da motivi fitomorfi. Ai lati sono incorniciate, a due a due, quattro finestre che nelle cimase presentano un’aquila con le ali aperte, mentre grappoli di frutta ad altorilievo compaiono sui pilastrini divisori. I parapetti delle finestre sono decorati a foglie di castagno e i capitelli delle lesene mostrano pesanti volute e rami di ippocastano. Una doppia banda marcapiano sporgente separa il primo dal secondo piano. Una divisione ingentilita da un’alta fascia che corre lungo la mezzaria delle finestre, con elementi naturali e nastri. Il tetto è celato da un parapetto marcato da quattro pilastrini in corrispondenza delle lesene e riccamente decorato nella parte centrale. I ferri battuti sono presenti, oltre che nel parapetto del balcone anche nel cancello interno. Piazza Garibaldi, su cui si affaccia il palazzo, un tempo ospitava numerosi edifici liberty coevi che donavano ai passanti uno scenario suggestivo.

Da li ci spsotiamo su via San Michele raggiungendo Villa Ottolini Tovaglieri.
La villa, costruita per Enrico Ottolini nel 1903, è la seconda dimora commissionata all’architetto Camillo Crespi Balbi dalla famiglia industriale degli Ottolini, che qui aveva il proprio stabilimento cotoniero. Rispetto alla residenza del fratello Ernesto (visibile al n.4 di via Volta), la villa di Enrico presenta un impianto più semplice e simmetrico, che assume le forme di un palazzo cittadino. La scelta stilistica fu dettata anche dal fatto che questa villa era l’unica delle grandi residenze di inizio Novecento ad essere collocata entro la cerchia muraria del borgo antico. Al corpo centrale su tre piani si addossano due ali laterali a due piani sormontate da terrazze. Sobrio il contrasto cromatico tra il grigio della pietra e il bianco degli elementi decorativi. La villa ha due ingressi principali, uno su via Volta, l’altro su via San Michele. Quest’ultimo, più scenografico perché rivolto verso il borgo, è costituito da una veranda cui si accede attraverso una terrazza con scalinata. Notevoli i ferri battuti che completano l’edificio, capolavoro del grande artista lodigiano Alessandro Mazzucotelli che qui raggiunse il suo massimo estro creativo. La struttura portante delle cancellate è ben ripartita: lo zoccolo inferiore cieco arriva quasi all’altezza del muro di recinzione per garantire la privacy della famiglia; mentre la parte superiore, realizzata con barre di ferro a sezione quadrata, risulta molto trasparente e permette di ammirare l’architettura della villa. Nodi e giunture non sono mascherati ma trasformati in motivi decorativi circolari. Su questo impianto lineare si innestano decorazioni di grande qualità espressiva: foglie e frutti di ippocastano, nastri, viticci e spirali. Le foglie palmate, osservate dal vero, sono fedelmente riprodotte in tutti i loro aspetti – fresche e aperte, tenere perché appena uscite dalla gemma, oppure chiuse e appassite – con grande effetto naturalistico. Straordinarie le lumache ottenute con due spirali coniche, poste alla sommità dei cancelli, che sembrano colte nel loro naturale strisciare e arrotolarsi. Ai lati delle due cancellate il reticolo portante scompare del tutto, lasciando il posto a un intreccio sinuoso e articolato di nastri e fronde, dove il ferro sembra diventare una materia fluida. Lo stesso disegno, semplificato, si ritrova nei tre cancelletti pedonali. Sempre del Mazzucotelli sono i ferri battuti dei lampioni e delle lampade a parete che ornano le facciate. Tra i motivi decorativi si riconoscono fiori penduli di fucsia e grossi girasoli dispiegati a ricevere la luce del sole. Anche all’interno è notevole la decorazione pittorica e plastica. In particolare si segnalano: i dipinti di Angelo Galloni nel corridoio centrale (1945); al piano superiore un affresco con putti di Mario Chiodi Grandi; lo scalone di marmo e i soffitti a cassettoni dipinti. Acquisita dal comune di Busto Arsizio nel 1954, la villa è stata prima adibita a sede scolastica e oggi ospita uffici dell’amministrazione comunale.

Il percorso termina con villa Ottolini Tosi in via Alessandro Volta.
Villa Ottolini Tosi è ritenuto uno dei maggiori siti architettonici della città di Busto Arsizio. Costruita dall’architetto di formazione boitiana Camillo Crespi Balbi (1860-1932) nel 1902 su commissione dell’imprenditore bustese Ernesto Ottolini, vanta un assetto costruttivo ispirato alla tipologia del castello medievale e decorazioni eclettiche fuse con elementi prettamente liberty, tra cui gli straordinari ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli (1865-1938), vere opere d’arte che impreziosiscono l’edificio al suo esterno e interno. Villa Ottolini si classifica come tipica abitazione di tipo borghese, costruita, per volere sello stesso committente, in stretta prossimità dello stabilimento produttivo tessile di sua proprietà – il Cotonificio Carlo Ottolini poi Bustese – appena fuori dal limite del vecchio borgo. L’edificio, immerso in un ampio parco oggi ridotto rispetto al passato, si presenta come una somma di volumi “innestati l’un nell’altro lungo una spina rettilinea”: la facciata sud si apre su un’ampia scalinata che raccorda il viale d’accesso con il corpo centrale di due piani, leggermente arretrato, scanditi da una loggia a colonnine binate; in alto a destra si legge la firma dell’architetto Balbi. Sul lato corto del volume di sinistra un sottopasso carrozzabile è coperto da un terrazzo porticato, mentre nella parte centrale del corpo in aggetto di destra sporge il balcone a loggia con quattro esili colonne che reggono un tetto ricco di decorazioni architettoniche e pittoriche. La facciata posteriore (nord) è invece caratterizzata dall’alta torre che svetta di alcuni metri rispetto all’altezza dell’intera costruzione; il suo significato autocelebrativo è da interpretarsi come retaggio della tradizione medievale, sottolineato, inoltre, da un ricco apparato architettonico-decorativo. Anche su questo fronte è presente una scalinata che conduce al portone d’ingresso caratterizzato da un massiccio architrave poggiante su due colonne. Sempre sulla sinistra, fra la torre e il corpo centrale, trova posto un ampio rosone in pietra bianca con disegno a fiore che contrasta con il rosso del laterizio. Proprio l’uso dei materiali – il tipico mattone rosso a vista di tradizione lombarda e la pietra chiara – dona unità e organicità all’intero edificio, creando inoltre passaggi cromatici di un certo effetto.
Veri capolavori di artigianato artistico sono però i ferri battuti del Mazzucotelli che trasformano alcuni elementi strutturali della villa in eleganti e originali decorazioni. Le forme a cui si ispira l’artista-artigiano sono quelle del nuovo stile “floreale”, pertanto i ferri raffigurano motivi fito e zoomorfi come le corde arrotolate che diventano pannocchie o i fiori di cardo (simbolo di lunga vita) sui parapetti delle terrazze, il grande girasole dell’angolo nord-est, le cadenti fucsie che pendono dai lampioni, l’elegante pensilina sul lato orientale o i fiori delle grate delle tre porte d’ingresso. Tra i ferri compaiono anche originali creature fantastiche di ispirazione medievale come i grifoni scheletrici reggi bocce e le teste di levriero che fungono da supporto ai lampioni per illuminare le terrazze; curiosi anche i porta-anelli ad altezza uomo sempre con teste canine presenti sui muri esterni dell’edificio. Il monumentale cancello sull’attuale via Volta, ideato dal Mazzucotelli come vero e proprio “status symbol”, è ciò che rimane di una più articolata recinzione presentata all’Esposizione delle Arti Decorative di Torino nel 1902. Sull’impianto statico e simmetrico si innestano stelle alpine, i già citati fiori di cardo e girali realizzati con i motivi a nastro “spiegazzato” o terminante a “colpo di frusta”. Tutte queste decorazioni in ferro battuto si replicano anche all’interno della villa, integrandosi con le ricche decorazioni pittoriche di gusto liberty presenti nei vari ambienti – si ricorda Notte e Amore di Mario Chiodo Grandi sul soffitto della camera da letto (1903) – con i sontuosi arredi e con le stupende vetrate e marmi policromi che ricoprono diverse superfici.
Nel parco rimangono grandi sculture bronzee di Ernesto Bazzaro (1859-1937) e Achille Alberti (1860-1943), opere monumentali facenti parte di un gruppo originario di sette ed eseguite da più autori che vennero collocate nel giardino per volere dello steso Ernesto Ottolini nei primi anni del XX secolo.
Nel 1969 Villa Ottolini Tosi venne acquistata dal Comune di Busto Arsizio dall’allora proprietario dott. Gino Tosi; oggi ospita la sede degli uffici pubblici del Parco Alto Milanese e la scuola di musica “Gioacchino Rossini”. La villa è visitabile su prenotazione telefonando all’Ufficio Musei del Comune di Busto Arsizio – tel. 0331 – 390349.

 

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Fonti
www.comune.bustoarsizio.va.it; Wikipedia
A. SPEZIALI, Italian Liberty. Il sogno europeo della grande bellezza, Cartacanta editore, Forlì 2016
F. BERTOLLI et alii, Busto Arsizio. Architetture Pubbliche, Città di Busto Arsizio 1997, pp. 98-103
G. F. FERRARIO, Busto Arsizio. Emozioni Liberty, Macchione Editore, Varese 2002, pp. 54-55
A. SPADA, Conoscere la città di Busto Arsizio, Città di Busto Arsizio 2010, p. 11, 65
A. Spada , Conoscere la città di Busto Arsizio, Comune di Busto Arsizio, II ed., luglio 2004

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Innovativo, leggero, ricco ma effimero, è il liberty torinese. Nella capitale sabauda questo stile è presente, all’incirca, dal 1902, anno in cui giunge con la grande esposizione Internazionale. Si esaurisce in seguito, gradualmente, a partire dal 1911, anno di un’altra importante esposizione, lasciando nuovamente spazio al conosciuto eclettismo.
Il liberty torinese assume caratteri quasi anomali, strettamente caratterizzanti che lo rendono unico rispetto alle altre mondiali manifestazioni. È in parte mescolato con lo stile umbertino, ricco di colonne tipiche e timpani, all’epoca molto apprezzato e largamente diffuso, ma è anche influenzato pesantemente dal barocco, di limpida e consolidata memoria; la commistione di tali annoverate presenze renderà il liberty della nostra città sempre molto materico, ricco di decori in stucco o litocemento, quasi pesante ma allo stesso tempo peculiare e gradevole.

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CORSO VITTORIO EMANUELE II 52, Palazzo Priotti
Questo itinerario inizia da Palazzo Priotti, edificio che si trova al confine del centro storico, vicinissimo alla Crocetta. E’ stato progettato nel 1901, da Carlo Ceppi (Torino, 1829; Torino, 1921) subentrato all’architetto Camillo Riccio, al quale la famiglia Priotti si era dapprima rivolta. L’edificio presenta un prospetto ricco di fastose decorazioni in litocemento, a cavallo tra il precedente gusto barocco, tanto caro al Ceppi, e il nascente liberty. La facciata è caratterizzata da grandi conchiglie juvarriane che sorreggono bovindi e balconi, con splendide ringhiere a sbuffo in ferro battuto, il tutto incorniciato da un ricchissimo apparato decorativo.
Sull’asse centrale del palazzo, si nota la cimasa, cifra stilistica tipica del Ceppi, sormontata da un ampio lucernario tripartito da colonne a torciglione, fregi, pinnacoli e abbondanti decori, sempre in litocemento.
In questa casa si intravede perfettamente il mutare dello stile tipico della Torino di inizio Novecento, che dal barocco, muove all’eclettismo e al nascente liberty, in seguito, gradualmente libero dagli altri stili, concentrato, invece, su decori plastici, ugualmenmte snelli e innovativi, caratterizzanti lo stile di questa città.

CORSO VITTORIO EMANUELE II 58, stazione di Porta Nuova
Anche se non è in stile liberty, dal momento che si passa esattamente davanti, non si può fare a meno di ammirare la stazione principale di Torino, ovvero Porta Nuova, i cui lavori per la costruzione dell’edificio principale, caratterizzato dalla tipica volta centrale e le ampie vetrate, iniziarono nel dicembre 1861, sotto la direzione di Alessandro Mazzucchetti e la collaborazione del giovane architetto Carlo Ceppi. I dipinti della sala d’aspetto del Re, furono invece opera di Francesco Gonin, da cui questa prende il nome. La stazione appartiene stilisticamente a una precisa corrente dell’eclettismo, molto diffusa all’epoca che utilizza in modo quasi esagerato, l’arco a tutto sesto, unendo a volte quello moresco e romanico.

VIA PAOLO SACCHI 42, Palazzo Debernardi
In via Sacchi, si’incontrano inizialmente edifici ancora di matrice ottocentesca progettati da Carlo Promis; proseguendo gli splendidi portici si giunge a edifici in stile liberty Art nouveau. Il più famoso, è lo stabile al numero 42, denominato Palazzo Debernardi.
Questo edificio porticato è stato realizzato da Pietro Fenoglio nel 1904. Si può infatti leggere nella facciata il suo stile, caratterizzato da decori baroccheggianti, in litocemento, capitelli con volute molto materiche, doppio bow windows, sorretto da mensole disposte come petali di margherita, e balconcini del mezzanino riccamente decorati da fiori, volute e prestigiose ringhiere a sbuffo, in ferro battuto. Nello stesso stabile, al numero 42, è presente Pfatisch, una cioccolateria storica, perfettamente conservata, con vetrina e interni in stile art decò.

CORSO GERMANO SOMEILLER 23, Palazzo Lattes
Proseguendo per Via Sacchi, si giunge in corso Someiller. Esattamente in corrispondenza della fine dei portici si può notare la Casa Lattes. Questo palazzo, in stile neogotico, ricorda il Caffè Pedrocchi di Padova, e testimonia il ritorno all’eclettismo causato dalla seconda esposizione internazionale. Edificato su progetto di Giorgio Lattes, nel 1911 come segnato ai lati dei portali d’ingresso, presenta un massiccio basamento con bugnato in litocemento. Man mano che si sale, il bugnato si attenua in spessore e granulomentria, per aumentare la naturalezza della costruzione, come se fosse sorta spontaneamente dalla terra (tettonicità dell’edificio). Al primo piano le finestre hanno forma rettangolare, o trapezia (forma ungherese derivante dalla stilizzazione delle finestre tradizionali con quadratura in legno) per non stonare con i tagli netti del bugnato, mentre ai piani successivi sono presenti finestre con arco acuto, segnate da una quadratura tipicamente veneziana, applicata su uno sfondo di mattoni a vista. A dividere le due parti, un ramo di rovo, che funge da linea marcapiano, come se si fosse arrampicato sui massi delle bugne (rimanescenza liberty). Si possono notare in facciata, tre bow window, di cui due angolari e uno centrale, perfettamente simmetrici, che svettano verso l’alto coronati da una cupoletta arabeggiante, a dare l’idea di velocità e dinamismo verso il cielo, tipica di quel periodo (inizio del futurismo).
Interessante è anche cogliere come l’ingenegnere risolve la forma irregolare del lotto, inserendo un quarto bow window nell’angolo tra via Gaetano Filangeri e via San Secondo, che lavora da nodo attorno al quale si diramano le strade, attirando verso di sé lo sguardo del passanti, eliminando la vista dell’angolo acuto della facciata, architettonicamente sgradevole, sia negli interni che negli esterni. In questo edificio non si evidenziano solamente innovazioni compositive, ma emergono anche quelle strutturali, in quanto alcuni orizzontamenti sono già in calcestruzzo, come si vede dalle scale delle cantine, se si rivolge lo sguardo ai solai del pianerottolo del piano terra (gli altri solai non sono visibili in quanto coperti dall’apparato decorativo in stucchi veneziani).

VIA ANDREA MASSENA 70, oggi Boston Art Hotel
L’edificio è di gusto liberty sezession, è stato edificato nel 1911 come si può notare dal doppio cartiglio in facciata. Il basamento presenta un’accentuata tettonicità, dovuta al bugnato molto massivo e ben definito, come se volesse comunicare una forte stabilità strutturale.
La facciata è simmetrica, e presenta due grandi box window, solo al piano nobile, quasi a delimitare l’edificio da quelli adiacenti.
Presenta decorazioni molto spigolose, composte da volumi netti, tipiche di un gusto più vicino alla Secessione Viennese. I bovindi sono coronati dalla balaustra in cemento prefabbricato, tipica dell’epoca, e al piano superiore si aprono due grandi archi finestrati, ognuno sorretto da una coppia di colonne tozze doriche, caratteristiche del gusto secessionista tedesco. Le greche che vi sono sotto al cornicione, le decorazioni composte da piccoli quadrati in rilievo sotto i balconi dell’ultimo piano, la coppia di ghirlande e i pendagli, che scendono sempre dall’ultimo piano, fanno tutti parte dello stesso gusto liberty viennese; si ritrovano infatti ad esempio, costruite con altri materiali, ma con forme analoghe, nella Majolikahaus di Wagner, a Vienna.

VIA ANDREA MASSENA 81, Casa Bologna
Svoltando in via Massena, incontriamo la Casa Bologna, anche nota come casa Pozzo, progettata dall’ing. Ludovico Peracchio nel 1913. Presenta un enome box-window angolare, alto due piani, con quattro grandi aperture frontali e due laterali per ogni lato, ad arco, finestrate con serramenti in ferrovetro, colorati, tipicamente liberty. A segnare la simmetria delle aperture del bovindo interviene una colonna ionica, sorretta dal volto di una figura femminile, che a sua volta è sormontata da un vaso di rose. Il bovindo è sorretto da un insieme di mensole disposte come petali, poggianti su due colonnine tortili che incorniciano una nichhia a forma di conchiglia. In tutto l’apparato decorativo è molto presente il tema del mare: sotto le finestre del piano terra compaiono le valve di conchiglie, rappresentanti la prosperità, simbolo juvarriano, presenti anche nello Scalone a Forbice barocco del Palazzo Reale di Torino, e qui riprese incorniciate da delfini che nuotano. Altre ghirlande, festoni, mazzi di rose disegnate con linee curve, tipicamente liberty, impreziosiscono e segnano l’ingresso e le parti sotto le aperture.

VIA GIAMBATTISTA VICO 2, Casa Avezzano
L’edificio, denominato Casa Avezzano, è stato progettato nel 1912 da Pietro Betta. Nasce con l’illuminazione a gas, prevista in tutta la scala. Le teste di toro in litocemento segnano ed evidenziano lʼingresso di questo palazzo, disassato rispetto alle quattro colonne di ordine gigante che rendono monumentale la facciata: grandi bay-window (forma a semicerchio spezzato); balconcini semicircolari, tra i primi accenni della dialettica tra linea curva con la linea spezzata, tipica del periodo espressionista, ormai alle porte; fregi, colonne sormontate da capitelli corinzi, che inizialmente nel progetto dovevano sorreggere grandi vasi ricolmi di fiori e frutta in litocemento, furono eliminati in seguito, in corso d’opera, perchè troppo pericolosi. Si definisce stile “Liberty-hoffmaniano”.
Interessanti, nell’androne, le quattro rappresentazioni della Torino dell’epoca: la Mole, il Duomo, la Gran Madre di Dio, affiancata da fabbrichette che sfruttavano la vicinanza del fiume Po per usufruire dell’acqua e dalla forza da essa prodotta e, infine, la Casaforte degli Acaja, (retro di Palazzo Madama), con le rotaie del tram che fuoriescono dal portone principale, che superano il fossato e si collegano alla rete cittadina, per permettere al corpo dei vigili del fuoco, all’ecopa chiamato dalla popolazione “La Madama” a causa del luogo in cui aveva la sede, di uscire e muoversi in tram e a cavalli, per raggiungere il luogo dell’incendio velocemente, trasportando acqua a sufficienza.

CORSO RE UMBERTO 71, Casa Mussino
Lo stabile si chiama Casa Mussino. Anche questo palazzo presenta un apparato decorativo di gusto Sezession. Il grande portone d’ingresso è circondato da un morbido nastro stilizzato che scende sul bugnato a blocchi, quasi avvolgendolo, andando a sfumare verso l’alto, come nella Casa Lattes. Le decorazioni sono fatte da nastri e pendagli che evidenziano le finestre e accentuano la verticalità. Sulla copertura, come coronamento, appaiono due abbaini verticali, fiancheggiati da elementi ad arco che assomigliano vagamente a archetti rampanti, di gusto sezession, molto piccoli e stilizzati, ma allo stesso tempo curati. Le due grandi finestre in corrispondenza dell’ingresso accentuano la perfetta simmetria della facciata e conferiscono movimento, mentre i balconi ritmano il tutto omogeneamente. Interessanti le mensole binate dei balconi del secondo piano.

CORSO RE UMBERTO 65, Casa Crescent
Proseguendo verso Corso Someiller, all’angolo con corso Re umberto, si incontra la Casa Crescent (dal francese, crescent, mezzaluna), progettata nel 1911 da Genesio Vivarelli, così chiamata per la conformazione del lotto a semicerchio. La decorazione è ancora tipicamente liberty torinese, piuttosto fitta e quasi pesante. A dare leggerezza, inserendo due nodi di svolta, intervengono però i bow window laterali, con la loro torretta cava all’estemità superiore, e le colonne dall’entasi pronunciata. Da notare il fondo dei bovindi a “cul de lamp” con delle interessanti anse cave che si staccano dalla superficie cementizia, come foglie piegate dalla pioggia.

CORSO LUIGI EINAUDI 78, Casa Gamna
Giungendo, all’incrocio successivo, si trova La Casa Gamna, non a caso in posizione speculare rispetto alla casa mezzaluna, a cui infatti, fa da contraltare. Costruita su progetto di Michele Frapolli nel 1905, presenta una planimetria con fronte concavo, accentuato dai due bovindi angolari, quasi medievaleggianti che segnano ai vertici il semicerchio. Interessanti sono i movimenti ottenuti sfalsando i mattoni tra loro in modo attento, per ottenere parte dei decori (gioco ripreso dalle torri medievali). In questa casa si può intravedere molto bene lo spirito travagliato del liberty torinese. Da un lato le quadrature delle finestre con splendidi panneggi e decori floreali in litocemento, dall’altro dei cenni al medievale, e ancora, ben visibili nella loggia, cinque colonne, panciute alla base, paiono denunciare la loro deformazione dovuta allo sforzo di sorreggere il tetto. Probabilmente tale rigonfiamento è ripreso dallo stile umbertino; la colonna “panciuta” era infatti molto utilizzata in questo stile, nelle balaustre dei balconi.
Apprezzabile anche il numero civico, scritto in caratteri art nouveau, o il doppio scalone specchiato interno, con atrio centrale, ancora impreziosito dalle colonne “panciute”.
Esattamente di fronte, inizia l’area più prestigiosa del quartiere crocetta: l’isola pedonale, ricchissima di edifici di notevole pregio.

CORSO GALILEO FERRARIS 86, Casa Quadri
L’ultimo palazzo interessante che incontriamo, ancora prima della zona pedonale, è la Casa Quadri. Il prospetto principale presenta una anomala e al tempo stesso innovativa asimmetria, molto all’avanguardia per l’epoca. Il tutto è però mitigato da un impianto decorativo, in alcuni punti marcatamente liberty, come nelle balaustre e nelle quadrature delle finestre, ed in altri ancora di stampo eclettico, come, nel decoro a fascia, stilizzato e geometrico, dipinto al di sotto del cornicione.
Interessanti sono i giochi di geometrie di pieni e vuoti, ottenute inserendo le logge, che alleggeriscono il fronte.

CORSO GALILEO FERRARIS 70, Palazzina Belmondo
La prima villa che si incontra è la Frassati, originariamente chiamata Palazzina Belmondo, progettata da Giuseppe Morna nel 1914. È di gusto eclettico neobarocco, per la facciata concavo-convessa, ripresa dal famoso Palazzo Carignano ma con rimandi liberty nell’impianto decorativo. Quest’area, ricca di ville di gran pregio, liberty, neoclassiche, eclettiche, invita ad una passeggiata. Le residenze furono pianificate nel 1912, e lottizzate nel decennio 1920-1930, con progetto di G. Chevalley sulla preesistente piazza d’armi.

CORSO TRENTO 6, Palazzina Chiuminatto
Successivamente, proseguendo, incontriamo la Palazzina Chiuminatto, progettata da Gottardo Gussoni nel 1923. Si presenta come una splendida villa, probabilmente unifamiliare, in travertino, con superfici esterne segnate da un bugnato orizzontale semplice, con cenni neoclassici mescolati a decorazioni di stampo liberty e barocco.
Il villino ha un ricchissimo apparato decorativo, che vede la massima esaltazione nella fascia sotto al cornicione, in cui compaiono bassorilievi con puttini in pietra, che sorreggono sfarzose ghirlande, suonano violoncelli e danzano, quasi incorniciati dalle colonnine corinzie a tutto tondo che uscendo a sbalzo, ritmano la composizione. In corrispondenza del cancello d’angolo, sporge dal volume principale dell’abitazione un bay window esagono, anche questo riccamente decorato, poggiante direttamente al suolo; di questo, gli unici elementi non vetrati sono le colonne corinzie e gli archi che reggono la copertura coronata dalle colonnine che sorreggono la balaustra della terrazza sovrastante. Il tetto è nascosto da balaustre, come in Palazzo Madama. Nell’angolo è presente la casa del custode con una grande terrazza sorretta, anche questa, dalle stesse colonne corinzie che ritornano in tutto il progetto; la composizione si presenta nello stesso stile del villino, in armonia con una visione d’insieme in cui si integrano funzione e stile.

CORSO TRENTO 11, Villino Turbiglio
Subito dopo la palazzina Chiuminatto si incontra il Villino Turbiglio, progettato nel 1914 dall’ingegner Ferdinando Cocito, e realizzato dall’impresa di costruzioni Gandolla, come visibile sul cartiglio di facciata. Esso presenta decori stilizzati art nouveau e torrette con cupolini eclettici arabeggianti, impreziositi da una maglia di stucco come a voler portare in luce, all’esterno della copertura, una sorta di struttura portante. Danno armonia al tutto le terrazze, la non completa simmetria dell’edificio, l’abbaino e i decori in stucco sulla facciata, leggeri e molto stilizzati, in stile Art Nouveau, con fregi di stampo barocco piemontese. La torretta sormontata da cupola, funge da perno, luogo su cui ruotano le vie dell’incrocio dove sorge l’abitazione.

CORSO TRIESTE 27, abitazione civile
Villino in stile liberty asciutto, con poche decorazioni, depurato dai decori tipici del barocco, ripresi solitamente dal liberty a Torino; superfici pulite, forme nette e ben definite. Terrazzi e bovindi realizzano interessanti giochi di volumi e movimentano le superfici della residenza.

CORSO TRIESTE 29, abitazione civile
Casa del primo novecento, dallo stile asciutto, con superfici omogenee, in cui la stessa pietra color canna di fucile, di cui è realizzata, diviene elemento decorativo. Sono presenti accenni al medievale nelle finestre, nelle decorazioni dei portali di ingresso e nel balcone dell’ultimo piano. Da notare i bassorilievi nella pietra, come quello rappresentante un pavone e le ceramiche decorative della loggia che si coniugano perfettamente alla pittura muraria quattrocentesca degli edifici fiorentini, rivista però in una nuova chiave art nouveau, e in un nuovo materiale: la maiolica.

VIA LEGNANO 45, Villino Mazzucchelli
Il Palazzotto ideato da Giovanni Chevalley, nel 1913, è denominato “Villino Mazzucchelli”. Risale al primo novecento. Si compone di accenni medievaleggianti e veneto rinascimentali, nelle finestrature ad archetti a tutto sesto, forse riprese dal romanico, e nella serliana, nella quale vi è l’ingresso aulico. Interessante è il gioco creato dai camini veneziani, e l’ampia grata liberty semicircolare che illumina lo scalone, quasi monumentale, e che attinge luce anche da grandi finestre architravate.

CORSO GENERALE GOVONE 4, Villino Maschiò
Giungiamo ora davanti a un edificio che ci ricorda molto un castelletto medievale. Questa residenza, denominata “Villino Maschiò”, è realizzata in proprio dagli ingegneri Peverelli, Buffa e Maschiò, con il gusto di un semplificato stile toscaneggiante sono pure autori di alcune tra le ultime palazzine della piazza. La superficie della facciata è lasciata a mattone a vista e denuncia il materiale con cui è costruita. Sull’angolo è presente un balcone angolare a semicerchio con bassorilievi, tipico della Secessione. Lo spigolo in corrispondenza del balconcino è segnato da una mezza colonna che sembra sorreggere (anche se evidentemente è soltanto decorativa) la piccola copertura semicircolare del terrazzino, che senza questa semicolonna, risulterebbe appesa nel vuoto, e stonerebbe. Le decorazioni dei soffitti interni sono un insieme di liberty, barocco, e neo-roccocò, con stucchi dorati, e dipinti.

CORSO RODOLFO MONTEVECCHIO 38, Casa Pellegrini
La Casa Pellegrini è un palazzo ad angolo, progettato da Giacomo di Salvadori di Wiesenhof, nel 1905, in stile liberty, con un ricchissimo apparato decorativo in litocemento, su entrambe le facciate. Presenta evidenti richiami al barocco, come i balconcini a sbuffo, le numerosissime volute che vanno a inquadrare le aperture del piano rialzato, però interrotte, al piano nobile, da decorazioni di matrice liberty, caratterizzate da leggeri panneggi, con fiori e foglie. I fronti su strada sono ritmati dalla presenza di cinque bow window, che donano verticalità e simmetria. La casa è infatti di soli tre piani, ma giocando sull’altezza dei solai, sulle enormi finestre e sugli slanci dei bovindi verso il cielo, diviene apparentemente molto più alta. Dominano, e fungono da coronamento, perfettamente integrato nello stile complessivo, dei cupolotti che mescolano l’art Nouveau, dei fiori della punta, lo stile bizantino, che spesso corona gli edifici di questi elementi, coperti in piombo, e i richiami al barocco. I cupolotti, sulla cui superficie vi sono nervature e rigonfiamenti, sembrano gonfiarsi, e danno l’idea di movimento.

CORSO RODOLFO MONTEVECCHIO 50, Casa Maffei
Proseguendo infine, incontriamo la casa Maffei. Commissionata da Giovanni Maffei, uno dei più importanti agenti di cambio della città, venne edificata fra il 1904 e il 1906 su progetto dell’ingegnere Antonio Vandone di Cortemiglia (1863-1937). Sebbene connotato da un impianto architettonico tradizionale, l’edificio si differenzia per l’organizzazione tridimensionale della facciata scandita da un bugnato su cui gli elementi in aggetto scandiscono un ritmo diverso, sono infatti collocati simmetricamente intorno al box-window che evidenzia l’ingresso, come a voler creare un punto di riferimento. Il tessuto ornamentale della facciata è arricchito da morbidi ferri battuti che legano i balconi, opera del maestro ferraio Alessandro Mazzuccotelli (1865-1938), al quale si deve anche il cancelletto interno al portone, mentre lo scultore Giovanni Battista Alloati (1878-1864) modellò parte del coronamento con bassorilievi rappresentanti l’allegoria dello svolgersi della vita attraverso la giornata, raffinata testimonianza della cultura simbolista che permeò largamente la poetica liberty. Sia i gradini che i pianerottoli dello scalone monumentale del palazzo sono in blocchi di marmo di Carrara autoportanti con le ringhiere stilisticamente identiche a quelle esterne dei balconi e del cancelletto di ingresso, forgiate dal noto mastro ferraio. Da notarsi, nell’androne, la pavimentazione originale in blocchetti di legno per rendere meno rumoroso il passaggio delle carrozze.

 

Itinerario scritto da Esteve Dutto
Fotografie di Elena Gambino

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Questa seconda guida da percorre in bicicletta per “Le ville di Riccione” intende presentare ai visitatori alcuni esempi dell’architettura balneare e dell’ambiente urbano della città tra fine Ottocento e inizi Novecento.
 I luoghi proposti indicano ancor più che una tipologia di edifici, uno stile di vita e di vacanza caratteristico della cittadina balneare al suo nascere. Stile di cui sono testimonianza le ville con i loro giardini. I luoghi della vita sociale di allora, gli alberghi che ne hanno accompagnato le vicende sono accessibili prevalentemente d’estate.
L’itinerario proposto rispetto al precedente include anche zone quali l’Abissinia e l’Alba. La guida si articola con schede descrittive corredate di fotografie; gli edifici, che a volte hanno un proprio nome, sono spesso indicati con il numero civico così da rendere ancor più semplice individuarli.

IL PERCOSO – Usciti dalla stazione ferroviaria di Riccione con le spalle lato mare possiamo ammirare una delle residenze più famose della città, l’Hotel Stazione caratterizzato da mattoncini rossi ad angolo con viale Diaz.

HOTEL STAZIONE

hotel_stazione_riccione_villalibertySingolare costruzione in mattoni rossi e decori in pietra grigia che rammentano l’ecclettismo dello stile Coppedè. Cornicioni classicheggianti decorati a rosoni fanno da profilo a lesene con capitelli ionico-corinzi e con protomi sugli spigoli; aperture circolari con ricci e mascheroni di origine manieristica si combinano ai sottosquadri delle finei con elementi che ricordano bruciaprofumi settecenteschi. L’edificio si data, sui documenti, tra il 1925 e il 1929. Dalle testimonianze dei Pullè, la villa era di uno dei figli del Dott. Pullè, tra i cinque villini realizzati intorno la villa di famiglia.

Proseguendo su viale Diaz a pochi metri dell’Hotel Stazione sulla destra, immersa nel verde vi è la villa Pullè, appartenente a una famiglia che più volte legò il proprio nome a quello della storia locale. Nell’area della villa vi è una villetta intonacata di rosso mattone che per lunghi anni fu conosciuta come la “villa dei serpenti” perché abbandonata e avvolta dall’edera.

 

VILLA PULLE

L’edificio fu eretto in una data che si pone dopo il 1894 (quando non risulta nella rilevazione dell’Istituto Geografico Militare) e il 1912, anno il cui si trova segnato nella pianta di Riccione. Classicheggiante e modernamente Liberty in alcuni particolari (ad esempi(ad esempio i balconcini del piano superiore), si segnala per una certa seducente aria crepuscolare. Nel giardino s’innalza una macchia di querce. Il Dott. Pullè amava viaggiare, all’epoca il giardino ospitava variate specie di piante, alcune anche esotiche.

Ritornando all’Hotel Stazione proseguiamo su via delle Magnolie. Entriamo nel parco di villa Lodi Fè.

VILLA LODI FE

villa-lodi-fe-riccione-levilledirccione-novecento-architetturaNon si conosce la data di costruzione della villa. Da un estratto del catasto gregoriano, infatti, aggiornato al 1901 ancora non risultava. Da una prima analisi strutturale risulta un ampliamento riconducibile agli anni ’20, prima che Riccione diventasse Comune, scindendosi da Rimini. Secondo un rapporto del Ministero per i beni culturali e ambientali, questo edificio rappresenta un ”esempio di notevole interesse storico artistico di villa per le vacanze e relativo parco risalenti all’inizio del XIX sec. La villa assume le forme caratteristiche dello chalet nel parco, caratterizzato dalle finestre archivoltate, dalla pendenza delle falde di copertura, dal motivo decorativo a riquadri dell’intonaco esterno”.
Il villino presenta una struttura a ”chalet” che lo accomuna con altri dello stesso periodo: troviamo questa tipologia di villino (così come il villino con torretta) lungo tutta la costa adriatica; a Riccione è uno dei primi. Le parti dell’edificio sono caratterizzate da una simmetria speculare; le decorazioni esterne presentano motivi geometrici anch’essi disposti in modo simmetrico, purtroppo in parte eliminati dal restauro.
Una strada fiancheggiata da due filari di alberi, conduceva alla scalinata d’ingresso.
Fu costruito da Decio Monti di Bologna, per passare successivamente ai Lodi-Fè tramite il matrimonio di una discendente.
Attualmente è sede del Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi e dell’Associazione Riccione Teatro. La villa è situata in via delle Magnolie, vicino alla stazione.

 

Dal giardino della villa Lodi Fe è possibile vedere una parte esterna del villino Brenzini. Il villino venne costruito dal banchiere Aristide Santi di Bologna; oggi è proprietà privata, tranne parte del parco che appartiene al Comune (per esproprio) dagli anni Ottanta. Gli ingressi principali si aprono su viale delle Magnolie, ai nn. 1 e 4. L’area è divisa in quattro parti, a destra la più moderna già di proprietà Arpesella; segue una villa sulla cui sommità spicca un fregio maiolicato di ispirazione Dèco a motivi ottagonali profilati di rosso; accanto, a sinistra, è la giallina villa Monti; ultimo, dinanzi alla stazione ferroviaria, il giardino già di proprietà Pullè. Queste le piante principali con due varietà di sottobosco: alloro, biancospino, bambù, cedro, chamaerops (o palma di S. Pietro), diospiro kaki, eriobotrya japonica (o nespolo del giappone), frassino, ippocastano, ligustro, magnolia, phillyrea, pinus pinea, pinus sylvestris, sophora, sottobosco di edera, sottobosco di ciclamini e di iris, tasso tiglio.

Uscendo dal giardino, proseguiamo da viale delle Magnolie verso Rimini imboccando viale Ceccarini alta fino a raggiungere l’incrocio con viale Vittorio Emanuele II. Al civico 9 troviamo villa Zanni.

VILLA ZANNI

villa zanni riccione liberty itinerario

L’edificio incuriosisce per la perfetta somiglianza con l’ex ‘’Hotel Stazione’’ sito all’inizio di Viale Diaz, singolare edificio in mattoni rossi e decori in pietra grigia che rammentano l’ecclettismo dello stile Coppedè.
Secondo i progetti, l’edificio fu costruito tra il 1925 e il 1929. Dalle testimonianze della famiglia Pullè, questo è uno dei cinque villini realizzati intorno alla villa di famiglia. Nella facciata principale i cornicioni classicheggianti sono decorati a rosoni e fanno da profilo a lesene con capitelli ionico-corinzi e protomi sugli spigoli. Nella facciata retrostante vi sono aperture circolari con ricci e mascheroni che richiamano elementi della cultura manierista, combinati con moduli dell’eclettismo architettonico in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. A firmare il fabbricato è stato l’Architetto Giorgetti. Al momento dell’autore non si conoscono né il nome di battesimo né informazioni sulla sua attività professionale. Si presuppone che anche il Villino Zanni, eretto nel 1923 come attestano i documenti conservati dalla Fam. Matteoni, sia stato progettato dall’architetto Giorgetti. Il fabbricato non è però firmato né sulle planimetrie né sul’architettura stessa, come invece avvenuto per l’Hotel stazione, che riporta inciso su pietra il nome dell’architetto. La villa per lungo tempo fu abbandonata, di conseguenza il corrimano in legno della scala fu rifatto perché l’originale era andato in malora, le balaustre e le decorazioni cementizie esterne furono restaurate per effetto di cedimenti e corrosione. Dall’analisi approfondita dei decori che seguono il perimetro della villa, agli angoli troviamo uno scudo araldico, forse anche affrescato all’epoca, come “impronta” della famiglia Zanni. Questa è una delle poche differenze che ci sono tra il villino Zanni e l’Hotel Stazione, che al posto degli scudi negli angoli del cornicione ha dei leoni. Rimangono di uguale stampo i “brucia fiori” posti sotto le finestre.

Ritornando su viale Ceccarini quasi di fronte al civico n°143 spicca una villa dalle cromie bianco e azzurro. Attrae il leggero motivo di marca Liberty con stella alpina inserito alla sommità delle porte e delle finestre. La tipologia e il decoro ripropongono quelli degli chalets montanari. Il villino è datato attorno gli anni ’30. Più avanti al civico n°182 un villino Liberty caratterizzato da un cancello in ferro battuto dal motivo floreale. Sempre sulla via vi sono diverse ville di inizio Novecento che meritano particolare attenzione per la loro dimensione imponente o la struttura tipica dei villini di inizio secolo. Tra esse villa Serafini parallela a villa Graziosi entrambe di proprietà di dottori storici.

VILLA SERAFINI

villino graziosi a riccioneE’ il 1923 quando il Dottor Sanzio Serafini (nato a San Marino nel 1876 e morto nel 1933 a Riccione), allora primario dell’ospedale Ceccarini, commissiona all’architetto Alberto Sironi un villino da erigersi presso il viale Viola, oggi Ceccarini.
Negli anni Settanta la villa venne ristrutturata e amplificata. Dai soffitti, alti più di cinque metri, venne ricavata la soffitta, e la dimora fu divisa in due appartamenti. L’architetto, trovandosi dinanzi a committenti intelligenti, ha rispettato le decorazioni caratteristiche dell’immobile senza stravolgerne l’architettura.
Villa Serafini fu una delle prime dimore che ebbe l’impianto di riscaldamento a carbone, installato dalla centenaria impresa Torri. Alberto Sironi all’epoca fu un architetto in voga.  Nacque nel 1882 a Milano e si spense a Bologna nel 1924. E’ presumibile che fu fratello dell’Architetto Paolo Sironi che acquistò a Riccione, prima della costruzione di Villa Serafini, la villa del barone Tella o villa Adria. Della dimora in stile Eclettico, con un’elegante torretta con pinnacolo, che la distingueva dalle usuali dimore riccionesi del tempo, rimane solo qualche immagine nelle cartoline dell’epoca,  perché fu distrutta dai Tedeschi durante la guerra per fare spazio alla costruzione di un bunker.
Nulla si sa dei tempi di realizzazione di villa Serafini, ma il prospetto della villa conservato dall’Ingegnere Antinori del Comune di Riccione la riconsegna alla nostra memoria nella sua originaria identità e ci attesta che comunque non ha subito sostanziali cambiamenti nel corso del tempo. Il villino conserva ancora l’originaria copertura in mattoncini nel piano superiore, che  contrasta con il color cemento della parte inferiore e di alcuni elementi ornamentali come le cornici delle finestre, le due scalinate e le colonne del portico del primo piano. Interessante è anche lo stemma decorativo in cemento posto sulla facciata dell’abitazione in cui ora è riconoscibile solo una fascia trasversale; purtroppo il tempo ha corroso ciò che vi era scolpito e affrescato. Invece è rimasto come allora il cancello principale con lavorata in ferro battuto la lettera ‘’s’’ della famiglia Serafini.
Seppure il Dott. Serafini fosse di origine sammarinese, dovette pagare un tributo alla guerra in corso: una parte della cancellata della sua villa durante la seconda guerra mondiale venne utilizzata per fabbricare le armi, a differenza del villino Zanni in viale Vittorio Emanuele, la cui cancellata invece non potè essere confiscata, proprio perché la dimora apparteneva a un sammarinese. Purtroppo anche un carrarmato piombò nella villa dal cancello sul viale Viola, distruggendo la fontana nel giardino di cui rimane testimonianza da alcune cartoline. Durante la guerra villa Serafini fu occupata dai tedeschi e successivamente dal comando inglese.

VILLA GRAZIOSI

villino serafini a riccioneCè un giardino ben tenuto, una breve scala principale conduce a un portico d’ingresso. Interessanti i decori intrecciati sulle pareti, al di sopra delle arcate: piccole imprese di angiolini e tritoni con girali fitomorfe, decori chiari, appena un po’ stinti, su fondo rossiccio. Sono motivi assai diffusi che traggono origine dall’antico e vengono poi ripresi e usati in accademie o nelle arti applicate. Di essi si ritrovano ampie tracce anche nelle tradizionali decorazioni a ruggine romagnole adoperate nella stampa su tela (Santarcangelo, Gambettola, Meldola).
Il progetto della villa fu depositato in Comune nel 1932 e si deve al geometra Rodesindo Pozzi. Architetto di Misano Adriatico, si laureò all’Università di Bologna nelle Facoltà di Agraria (1920-21). Attualmente la villa manca degli stemmi lavorati in ferro della ricca famiglia Graziosi, posti nelle inferriate. Esternamente la villa conserva in discreto stato gli affreschi in stile Liberty con le iniziali del Dott. Graziosi. Del villino sono conservati i disegni originali presso il Comune di Riccione.

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Galleria Montparnasse in una cartolina d’epoca

Scendendo da viale Ceccarini alta fino al mare, prima del piazzale Roma al civico n°19 vi è la Galleria d’arte Montparnasse. Di proprietà della Fondazione Fontanesi Cicchetti Pantaloeni Onlus. Di questa architettura durante i restauri del 2006-2007, con la rimozione dell’intonaco della parete esterna si scoprì la pregiata decorazione sul muro in stile Liberty realizzata da quattro artisti torinesi. L’edificio fu sede sin dagli albori di un centro culturale per mostre d’arte. Nel 2014 la villa ospitò la mostra “Romagna Liberty” con una tela di G. Klimt come ospite d’onore per dar vita a un secondo ciclo di rassegne d’arte dopo la chiusura della libreria Mondadori al suo interno.

Proseguiamo fino al gazebo di viale Ceccarini all’incrocio con via Dante. Da qui sempre dritto fino al civico n°63 dove all’incrocio con via Ariosto incontriamo villa dell’Amarissimo eretta attorno al 1928.

VILLA AMARISSIMO

foto depoca villa amarissimo riccioneA distanza di tanti anni la villa fortunatamente non è stata soggetta alla demolizione per far spazio a un condominio o a un albergo, seppure destinato alla nobile causa della crescita del turismo riccionese; essa è ancora lì, con le stesse linee con cui la volle far erigere il suo primo proprietario, noto farmacista di quell’epoca: Arnaldo Passerini, nato nel 1891 a Finale Emilia in provincia di Modena e deceduto attorno agli anni ’50.
Arnaldo Passerini fu vicepodestà a Riccione, dove è ricordato non solo per essere stato il proprietario della farmacia dell’Amarissimo, ancora oggi  in piena attività in viale Ceccarini, e per aver controllato lo sfruttamento delle acque termali riccionesi, ma anche per il suo carattere di uomo mite e generoso, che non faceva mancare donazioni e aiuti alla popolazione.
L’originaria cancellata in ferro battuto con le iniziali del primo proprietario, Arnaldo Passerini, circonda ancora Villa Amarissimo sia sul lato che si affaccia sul viale Dante di Riccione che su quello del vialetto laterale. La villa in stile Art Decò conserva un discreto giardino che affaccia sul viale Dante, dove vi è l’ingresso principale. Il giardino è arricchito da qualche pianta e da un boschetto, al confine, per dare privacy all’interno.
Il villino non è riccamente decorato. I capitelli delle balaustre e delle colonne utilizzate nella decorazione del portico del piano rialzato e del terrazzo al primo piano riportano una decorazione floreale classica, dalle linee semplici ed essenziali: foglie corinzie nel capitello delle colonne degli archi e un fiore nelle piccole balaustre.
L’architetto ha utilizzato per l’esterno del piano terra un muro bugnato e per il primo piano un mattoncino. Da una cartolina d’epoca della villa pubblicata in “Romagna Liberty”, Maggioli 2012, troviamo la conferma che la villa si è sempre mantenuta come allora, a parte la sostituzione di qualche albero. Le finestre dal pianterreno sono ad arco, mentre quelle al primo piano a mattoncino. Purtroppo non è possibile accertare la variazione dei colori dell’edificio durante il tempo.

Proseguendo in zona Alba su viale D’Annunzio al civico n°50 vi è un singolare villino in stile Déco che merita attenzione. Linee geometriche e colori tenui che riflettono quella corrente artistica che a Riccione poco approdò. Questo villino è decorato tutto l’opposto dell’abitazione civile tra Corso Fratelli Cervi e Piazza G. Matteotti, caratterizzata da una facciata ad angolo curvilinea e un balcone in cemento con decorazioni Liberty, uniche nella città. Suggeriamo di visitare l’edificio a fine percorso.

Rimanendo su via D’Annunzio al civico n°30 vi è l’hotel Novecento, edificio del 1927.

HOTEL NOVECENTO

hotel novecento riccioneFu costruito sopra le ceneri della vecchia pensione Igea Praga, andata in rovina a causa del terremoto del 1916 che abbatté anche altri edifici, come l’hotel Des Bains di cui rimane l’immagine impressa in qualche cartolina. 
La vecchia pensione Igea Praga, situata vicino all’attuale Viale Dante, oggi è una villa privata.
Dopo il terremoto devastante che colpì Riccione, che ebbe epicentro più o meno nell’attuale borgo di San Lorenzo e che causò pesantissime conseguenze per gli abitanti in quanto abbastanza superficiale, i proprietari decisero di ricostruire la pensione più vicino al mare, sull’attuale Viale D’annunzio. Il nome dell’albergo rimase lo stesso Igea Praga ovvero, “Igea” in greco significa “al mare”, “Praga al Mare”: una dimora turistica per gli aristocratici di Praga che furono tra i primi turisti di Riccione. Nel 1927 quando è stato realizzato l’hotel, allora registrato tra i primi dodici di Riccione, si seguirono dei sistemi antisismici molto innovativi per l’epoca, come gli attuali proprietari hanno potuto appurare durante la ristrutturazione totale dell’hotel, iniziata nel 1996. Sono stati necessari due anni perché questo edificio storico tornasse a nuova vita, perché i proprietari hanno cercato di preserva possibile nella sua struttura. Immutate sono rimaste le forme delle aperture delle finestre, e le inferriate, forgiate a mano, sono quelle originarie del 1927, caso piuttosto raro se si considera che, nell’ultima fase della seconda guerra mondiale, con il passaggio del fronte i fori dei proiettili dei cecchini che occupavano la zona e le esplosioni hanno fatto molti danni. Altri particolari architettonici dell’hotel erano i balconcini realizzati dai cementisti come le due colonne all’ingresso del ristorante che, di forma particolare, i bravi artigiani dell’epoca avevano realizzato in funzione di calcoli architettonici particolari e che sono ancora quelle originali.
Se confrontiamo i moderni confort di cui oggi la struttura è dotata con il fatto che, quando fu costruito l’ex Igea Praga, aveva solo due bagni per tutti quanti gli ospiti, possiamo dire che il Novecento, con le sue tante vite, ricorda l’araba fenice, perché è stato costruito dopo un terremoto, ha avuto il suo primo sviluppo nel ventennio precedente la seconda guerra mondiale, poi nel corso di questa è stato utilizzato come prigione per i graduati arrestati e durante il passaggio del fronte ha fornito riparo dalle bombe a molti rifugiati. Una bomba è anche caduta sull’hotel, ha forato tre solai e poi è esplosa non danneggiando in modo irreparabile l’albergo. Ai proprietari è stato riferito che durante il passaggio del fronte qualcuno è anche nato negli interrati dell’hotel tra i proiettili dei cecchini. Nel tratto di mare proprio davanti all’edificio c’erano delle bombe, quando una di questa è stata fatta brillare ha creato un tale spostamento d’aria che ha divelto tutte le persiane dell’hotel. E questa è la sua terza vita.
L’etimologia del nome ”Igea Praga”se da un lato riconduce alla dea della salute, capace di proteggere l’uomo da ogni sorta di pericoli , dall’altra ricorda che questa dimora è stata costruita inizialmente per portare i nobili cecoslovacchi in vacanza sulla costa romagnola già prima della seconda guerra mondiale. La sua prima proprietaria fu una zia di Sykir Zideneck, una signora cecoslovacca di cui si racconta che durante la seconda guerra mondiale gestisse l’hotel armata di pistola, perché i tempi richiedevano un’ attenzione particolare.

Da viale D’Annunzio ritorniamo in zona Abissinia, viale Cesare Battisti dove all’incrocio con via Trento Trieste vi sono la pensione Florence, edificio Liberty caratterizzato da cementi e ferri battuti decorati e il Conte Rosso.

 

CONTE ROSSO

riccione_conte_rosso_liberty_villa_leviVillino Levi, oggi conosciuto come Conte Rosso. E’ situato sul lato monte di Viale Trento Trieste nell’angolo con Viale C. Battisti. Trae origine dalla villa Levi che era di proprietà di una famiglia fiorentina, ceduta poi alla famiglia Persichetti di Roma, e infine adibita a pensione.

Proseguiamo da via Trento Trieste all’incrocio con viale Francesco Baracca. Qui ad angolo con via Fiume vi è la villa dei Marmi al civico n°18. A pochi metri di distanza vi rimane intatto come al tempo di costruzione qualche villino d’epoca come il Merines e il De Angelis. Al civico n°16 di viale Baracca, un classico villino dei primi ‘900 caratterizzato dal glicine in fiore che cresce in parte sul balconcino del primo piano in ferro battuto.

 

VILLA DEI MARMI

La villa conosciuta anche come “villa Fontana” fu costruita nel 1903. L’edificio era completamente diverso da quello di oggi. Nell’estate del 1928 l’industriale milanese Giuseppe Mario Fontana, in vacanza a Riccione con la famiglia, acquistò la villa con il relativo vasto giardino. Il nuovo proprietario oltre a ristrutturare l’immobile l’abbellì con marmi di Carrara, statue di bronzo e di marmo. Morto il proprietario nel 1932, il figlio Eugenio Fontana la ristrutturò affidando l’incarico al noto architetto riccionese Massimo Della Rosa nell’anno 1994. Negli anni ’50 vennero pubblicate alcune cartoline che riproducevano i tre dipinti dell’artista Fausto Magni (Livorno, 1906 – 1985). Questi quadri, dipinti ad olio di grande fascino, vennero realizzati attorno agli anni ’30 e riproducevano la villa come allora. L’architettura era un soggetto molto caro al pittore come possiamo notare in altre sue opere. Oggi la villa è in ottimo stato di conservazione e, come in tempi più lontani, assieme al villino Emilia conserva ancora una posizione di spicco nel viale Baracca, dove sugli altri edifici svetta la sua elegante torretta. Di particolare pregio i bronzi che rappresentano le stagioni esposti nel giardino.

Proseguendo la passeggiata sul viale Baracca possiamo trovare edifici moderni e qualche villino Liberty nascosto nel verde. Oltrepassata via Trento Trieste, ad angolo sempre sulla sinistra, possiamo trovare una villa in fase di restauro: villa Faldella. La casa delle vacanze estive di questa famiglia era decorata con motivi floreali sulla fascia superiore delle pareti esterne, ora non più visibile, mentre si è conservato nel restauro il cornicione del tetto decorato con un motivo ondulato che richiama le onde del mare. Il piccolo balcone sopra la porta d’ingresso riporta nella ringhiera una decorazione Liberty in ferro battuto in stile con la casa. Una cartolina d’epoca documenta la presenza, sopra la porta d’ingresso, della scritta ‘’Faldella’’, pitturata a mano, con caratteri tipici dell’epoca, che purtroppo è stata ricoperta dalle mani d’intonaco successive. Il tetto “lievitato” della villa durante i restauri ha conferito alla villa una cubatura maggiore conferendo il fascino dei “villini ampliati negli anni del boom”. A confine vi è la villa Morara, dimora appartenuta al gerarca fascista Giovanni Morara, in stretto rapporto con Mussolini; l’edificio è stato da qualche anno ristrutturato con una scrupolosa attenzione nel mantenere certi particolari elementi decorativi, come le lampade in ferro,  e un’effigie in terracotta al lato del portone d’ingresso. Proseguendo fino in fondo al viale si possono trovare altri villini più moderni. Merita una menzione la villa “Del Bianco’’, situata verso la fine del viale, una dimora di due piani di ampie dimensioni risalente ai primi ‘900, caratterizzata da un rivestimento a bugnato che corre per tutto il pianterreno, da un grazioso balconcino collocato al centro del piano superiore, dai leziosi travetti in legno del tetto e dalla cancellata in ferro battuto ancora originale.

Ritornando su via T. Trieste si prosegue fino a via F. Bandiera al civico n°19 dove vi è la villa Fabbri.

VILLA DIEGO FABBRI

villa diego fabbri riccione via bandiera

Dimora estiva del drammaturgo italiano Diego Fabbri (Forlì 2 luglio 1911 – Riccione 14 agosto 1980). Riccione ormai da più di un secolo è meta di vacanza di tante famiglie e anche di personaggi famosi nel cinema, teatro, letteratura, scultura a architettura, come è un fatto certo che la zona Abissinia sia stata sempre la più amata dal villeggiante, oltre che per il mare, per la folta vegetazione e tanta quiete. Tra questi vi è stata anche la figura del commediografo Diego Fabbri, che acquistò un villino a Riccione dopo averci soggiornato, oggi residenza estiva degli eredi.
Si fa quasi fatica a notare il villino, perché immerso tra di pini e fiori, già entrando dal cancelletto si percorre un piccolo tunnel ricoperto di edera che conduce a un prato fiorito centrale rispetto ai due passaggi con ghiaino.
La villa, di 200 mq circa, dei primi del ‘900, fu costruita per il forestiero Marengo Attilio, che nel 1957 venderà a Diego Fabbri. La villa è rimasta architettonicamente come all’ora, il cancelletto e il cancello d’ingresso assieme alla recinzione sono originari dell’epoca. Gli accessi sono in ferro battuto con decorazioni anni ’20. Lo stesso motivo decorativo dei cancelli si ritrova nel villino ad angolo tra viale Cesare Battisti e viale Filzi, sulla sinistra, se attraversiamo il sottopasso della ferrovia.
Si presume che l’architetto per le finestre a sesto acuto, che ritroviamo solo nella facciata lato viale Bandiera, si sia ispirato a due ville: quella del custode della residenza del Conte Giacinto Martinelli Soleri (dove oggi vi è Grand Hotel di Riccione, in attuale fase di ristrutturazione) e la villa lungo l’ex viale Martinelli Ancilotti, oggi viale Gramsci, che ritroviamo spesso nelle cartoline panoramiche e dei villini all’Abissinia. Addirittura si potrebbe pensare che si sia trattato dello stesso architetto.
Villa Fabbri durante il passaggio del fronte, venne colpita da una bomba e qui si spiega perché ci sono finestre rettangolari sugli altri lati della casa.
Nel corso del tempo, durante una ristrutturazione negli anni ’65 circa, il villino venne rialzato al piano terra per questioni tecniche legate all’umidità, infatti troviamo delle bocchette nelle parti inferiori dei muri.
Il drammaturgo soggiornò in villa le estati, quando si trasferiva a Riccione dalla casa di Roma (Aventino, via Santa Prisca). Nella residenza estiva, più precisamente nel terrazzino del primo piano, concludeva le sue opere. Come possiamo trovare presso l’archivio “Diego Fabbri” a Forlì, ci sono diversi scritti che iniziavano con “Roma 19…” e si concludevano con “Riccione 19…”. Tra questi l’erede ricorda in particolare alcune opere teatrali  concluse in villa, come “La Bugiarda” del ’56 o la sceneggiatura di “Vita di Michelangelo” ecc… Nel 1978 e nel 1979 ha fatto parte della giuria del premio Riccione Teatro e nel 1947 ha vinto il primo premio come partecipante con l’opera “Inquisizione”. Attorno al rinomato premio si segnala anche il nome di Mario Mirko Vucetich con una testimonianza scritta sulla sua pubblicazione di poesie “Temeraria Viltà”. Lo stesso Vucetich attorno gli anni ’20 progetto villa Lampo (oggi demolita), ubicata ad angolo tra via C. Battisti e via Gorizia.

L’itinerario termina qui con l’invito a proseguire verso la spiaggia dove già dal lungomare si scorgono ville razionaliste di particolare interesse storico per gli anni del razionalismo.

(Copyright © Andrea Speziali – www.riccioneinvilla.it)

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Il lago d’Iseo presenta una significativa presenza di dimore signorili. A Sarnico è possibile ammirare un originale nucleo di costruzioni Liberty a firma dell’architetto milanese Giuseppe Sommaruga che nel piccolo centro lacustre lasciò alcuni tra i più alti prodotti della sua arte e non mancò di suggestionare la decorazione pubblica e privata di molta architettura locale. La cittadina che nel 2017 si è aggiudicata l’alto riconoscimento – Best LibertyCity – come miglior città Art Nouveau dell’anno specialmente per gli esemplari architettonici tra ville, villini e palazzi, considerati tra i maggiori esempi di stile liberty in Lombardia.

Giuseppe Sommaruga arrivò a Sarnico grazie alla lungimiranza e alle cospicue possibilità economiche della famiglia Faccanoni. Nel 1897 l’ingegnere Pietro Faccanoni (con i fratelli Giuseppe e Luigi) era direttore di un’impresa italiana deputata alla costruzione di acquedotti e di altre opere pubbliche a Vienna. Sommaruga venne chiamato a Sarnico, per la prima volta, nel 1907 per la trasformazione di una vecchia filanda in una villa liberty. Alla morte del proprietario la villa, sita al numero 1 di via Orgnieri, fu acquistata da un altro privato che la conservò in tutto il suo originario splendore.

L’Itinerario > Partendo dall’Asilo Infantile (1912), in piazza SS. Redentore, si sale per il provinciale dove imponente sorge la facciata del cimitero; all’interno è possibile ammirare il Mausoleo della famiglia Faccanoni (1907).

Proseguendo in direzione Predore (3 Km), dopo i Cantieri Riva, si incontra Villa Surre (1912). Ritornando verso il centro di Sarnico in via  Veneto, posta sulla riva del lago, si trova Villa Faccanoni (1907); il percorso si conclude in piazza XX settembre, con Villa Passeri (1906).

In prossimità di Villa Faccanoni sul lago è possibile visitare la caratteristica chiesetta Stella Maris (1935), da anni punto di partenza della tradizionale processione estiva di barche illuminate.

Tornando verso il centro, sempre in Via Vittorio Veneto, si trova l’ex Chiesetta di Negrignano, chiesa sconsacrata, che dopo l’intervento di restauro promosso dall’Amministrazione Comunale è stata trasformata in Centro Culturale.

 

Approfondimento

La planimetria della villa di Pietro Faccanoni e la sua facciata ricordano le ville fiorentine del Quattrocento. Le decorazioni floreali su nastri che attraversano l’edificio e che seguono la curvatura degli archi sono, invece, tipiche del Liberty. La recinzione esterna in ferro battuto insegue, con estrema coerenza, i motivi liberi e svolazzanti dell’“arte nuova”, frutto della collaborazione con il fabbro Alessandro Mazzucotelli, un vero genio del ferro battuto che accompagnò l’architetto durante quasi tutta la sua esperienza professionale. Allo stesso modo l’interno della villa è decorato e arredato con una fine boiserie e mobili a muro frutto dell’ingegno dell’ebanista Eugenio Quarti. I soffitti sono decorati con la tecnica del cemento graffito in forma di motivi floreali.

Sempre nel 1907, Sommaruga iniziò la realizzazione della villa di Giuseppe Faccanoni. Questo è, probabilmente, il vero capolavoro sarnicense dell’artista milanese ed è, al contempo, una delle più alte realizzazioni della sua intera carriera. Situata al numero 56 di via Vittorio Veneto, la villa è immersa in un suggestivo e ampio giardino. Distribuito su due piani, arricchito di mansarde, terrazze, bovindi (quasi cantorie rinascimentali) e torre, l’edificio presenta l’ingresso principale sull’angolo smussato prospiciente il lago. Diversi tipi di pietre rivestono la struttura e animano l’andamento irregolare della villa, decorata, anche in questo caso, da fasce in cotto e in maiolica. Una serie di figure scolpite di animali più o meno riconoscibili (una sorta di bestiario di sapore medievale), popola questo “villino per scapolo”. Il richiamo, simbolico, alla struttura di una nave obbedisce a un preciso intento e a una solida complicità tra architetto e committente. La tentazione di una lettura esoterica è facile e immediata. Il visitatore si trova immerso in un’atmosfera quasi magica e il senso di smarrimento pervade l’ospite disorientato e alla perenne ricerca di un “vera” entrata. Spettacolare il cancello d’ingresso, in ferro battuto: oltre ai consueti nastri si ritrova il gusto per la rappresentazione naturale attraverso la raffigurazione di un campionario di fiori e di incauti insetti catturati da strane ragnatele.

Al numero 5 di Via Predore è situato, infine, l’imponente edificio di Villa Luigi Faccanoni (ora Surre). I motivi delle precedenti ville vengono, qui, ingigantiti a dismisura. L’apparato scenico diviene trionfale e l’alta torre “medicea” svetta in posizione di dominio sul vicino lago. Le decorazioni assumono anche il “non colore” dell’oro e la vastità degli spazi obbliga ad alzare lo sguardo.

Un discorso a parte merita il Mausoleo Faccanoni del 1907 presso il cimitero di Sarnico: l’edilizia funeraria fu, anche per Sommaruga, un passaggio obbligato. Nel piccolo complesso cimiteriale sarnicense l’architetto milanese edificò una sepoltura laica, quasi uno ziqqurat orientale senza segni cristiani. La struttura è decorata con sculture e fregi dello scultore milanese Ambrogio Pirovano.

 

Sitografia: www.iseolake.info – www.lagodiseo.org –

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Proponiamo un itinerario Liberty nella città di Luino. Era il 1882 in cui la costruzione della linea ferroviaria del Gottardo, da Milano e da Genova unificò le sorti del territorio dell’alto Verbano lombardo: l’intera costa fu percorsa dalla strada ferrata per la cui costruzione si perforarono montagne, si troncarono precari percorsi a mezza costa, si superarono torrenti e valli causa di secolari divisioni amministrative tra piccoli paesini confinanti.

A6_Cartolina viaggiata 1904

Nonostante qualche timido tentativo alla metà dell’800 per un collegamento unico sulla costa, e nonostante il servizio di navigazione (1826-1858), nulla aveva reso in un sol colpo così vicini i paesi del lago; e, allo stesso tempo, in rapido collegamento con mete lontane: il Mediterraneo e il nord Europa. Imposta nel tracciato e nella localizzazione delle stazioni (alcuni centri ebbero una propria stazione solo in anni recenti), secondo una logica che, prediligendo la velocità del tracciato all’effettiva importanza dei paesi attraversati, si dimostrò fallimentare (prevalsero gli interessi della linea di Chiasso), la ferrovia concretizzò comunque le aspirazioni del territorio verso uno sviluppo turistico e industriale già in atto nei decenni precedenti.
Queste le premesse della stagione liberty locale: vocazione turistica e importante sviluppo economico supportato dalle notevoli imprese infrastrutturali di fine ‘800 (la ferrovia, una fitta rete tranviaria e nuove strade); inoltre, una classe imprenditoriale particolarmente impegnata, soprattutto a Luino, nelle sorti progressive del territorio e quindi incline a tradurle in uno stile appropriato e nuovo; e, non ultimo, una schiera di tecnici, ingegneri, architetti e capimastri che, secondo una secolare tradizione di emigrazione, furono pronti a riportare nelle terre natali gli echi delle più avanzate tendenze, distribuendo nel paesaggio una qualità edilizia diffusa e, a volte, anche qualche esempio di pregio.
La stagione liberty a Luino conferma il ruolo propulsivo della cittadina, capace, grazie alla costruzione della stazione principale lungo la linea del Gottardo, di trovare tra le proprie forze tutte le energie per sostenere e rilanciare le opportunità offerte della nuova infrastruttura: nel 1884 il paese completò un ampio piano urbanistico per allacciare il nucleo antico sul colle con la stazione lontana nella piana alluvionale del fiume Tresa; nel 1884 fu lo stesso comune a finanziare con 11000 lire la costruzione dello scalo della ferrovia a scartamento ridotto per Ponte Tresa (e Lugano), scegliendo anche la localizzazione più opportuna per la stazione capolinea; nel 1885 fu fondata la Banca Popolare; nel 1884 si costruì il primo Grand Hotel e di conseguenza si rinnovarono con nuovi confort gli alberghi già esistenti; gli impianti industriali di metà ’800 raddoppiarono la loro superficie e rinnovarono il loro volto. Luino, si può dire, si fece da sé, con garbo e con grazia e con una larghezza di vedute: ne sono il simbolo le due guide turistiche stampate nel 1903 e nel 1910. Eleganti nella veste grafica ricca di fluenti linee e aggraziate figure femminili e curate nel contenuto, preciso e attento alle diverse sfumature di un’area secolarmente in bilico tra lago e montagna, tra villeggiatura e cultura agreste, riassumono le aspirazioni dei luoghi a presentarsi con un volto nuovo e aggiornato.

1. Il Kursaal (poi Palazzo Verbania). Piazza Garibaldi
La figura dell’ingegnere e architetto Giuseppe Petrolo (Luino, 1872-1953) spicca nel panorama locale e il Kursaal, la sua opera meglio riuscita, avrebbe costituito se sopravvissuto un notevole esempio per un’area come quella luinese marginale rispetto ai centri nevralgici di rielaborazione del nuovo stile. Non mancavano, tuttavia, nella Luino di allora buoni spunti perché un giovane progettista potesse avere sott’occhio quanto altrove stava nascendo in architettura. Già altrove si è ricordato che la presenza di industriali provenienti dalla svizzera tedesca, la famiglia Hussy con cui l’architetto Petrolo collaborò fin dagli esordi, potrebbe essere riconosciuta come il motivo per cui il Kursaal, ma ancora prima la villa Guerrini (1902), le industrie Battaglia (1903) e poi gli stabilimenti Bodmer (1908), presentassero tali richiami all’architettura viennese scaturita dalla Wagnerschule. A partire dal 1885 circa e fino al 1909, alcuni studi di Lucerna erano, infatti, impegnati a progettare le ville ancora eclettiche di cui l’ingegnere Petrolo seguiva probabilmente la fase realizzativa; nel 1904 soggiornò a Luino l’architetto Somazzi, prima di progettare a Brissago il celebre Hotel e di recarsi a Rimini; ancora nel 1910 il giornale locale annunciava il ritorno in Luino per soggiorno dell’«egregio architetto» Alfredo Campanini, progettista liberty di fama in Milano. Sono queste le premesse culturali da cui scaturì la stagione liberty locale e, nel 1904, il progetto per il Kursaal: una data che segna un primato tutto luinese rispetto alla stagione liberty del capoluogo Varese. L’iniziativa fu promossa grazie all’impegno della classe industriale locale che, in contemporanea con la costruzione della ferrovia elettrica Varese-Luino, asse portante di un turismo tra i colli e i laghi, fondava la Società anonima per il Kursaal. L’architetto disegnò per il padiglione sul lungolago dedicato a «concerti, feste da ballo, riunioni, conferenze, caffè, ristorante», come ricorda la cronaca d’allora, un parallelepipedo bianco la cui facciate erano percorse da lesene unite alla base da una zoccolatura a raccordo curvilineo; nei bianchi muri, le finestre erano sormontate da un attico circolare, scuro. Il tetto era terrazzato; il fastigio di coronamento, dove i vasi di cemento continuavano lo slancio delle lesene, si incurvava sulla facciata principale per ospitare le scritte pubblicitarie. L’edificio rivolgeva al lago un salone rettangolare ad un solo piano di 22 metri di lunghezza dove il susseguirsi di ampie finestre a profilo mistilineo sovvertiva i tradizionali rapporti tra vuoti e pieni, offrendo tutta la vista possibile sulle acque del lago in uno dei punti più belli della costa. Una terrazza sopra il salone richiamava quella sopra il padiglione e l’altra che, con accesso dal salone, si protendeva sopra l’acqua. Ne risultò una sorta di cascata di terrazze digradanti verso il lago che, nonostante le trasformazioni subite dall’edificio, conservano ancora intatto il fascino di un dialogo con il paesaggio immortalato nei versi di Vittorio Sereni: Improvvisa ci coglie la sera. / Più non sai/dove il lago finisca; / un murmure soltanto / sfiora la nostra vita / sotto una pensile terrazza […] (V. Sereni, Terrazza, 1938, in Frontiera). La fonte di ispirazione è viennese: lo denuncia l’impianto che, nonostante l’assenza di corposità dei muri bianchi dove ‘galleggiano’ le finestre e gli elementi decorativi, presenta un disegno monumentale; lo dimostra la ripresa letterale di alcuni dettagli come la fascia a scacchi di alterno colore che correva su tutte le fronti (per il Kursaal/Palazzo Verbania vedi anche: Palazzo Verbania).

2 . Villa Guerrini. Via Lugano
I precedenti per la buona riuscita del Kursaal vanno ricercati nelle prime opere progettate dall’architetto Giuseppe Petrolo a Luino. Tra quelle meglio riuscite è villa Guerrini, risalente al 1902 e caratterizzata da un ampio e sicuro impiego di muri lisci (ossia privi di decorazioni in rilievo, come la tradizione accademica imponeva), da motivi decorativi a onda graffiti nell’intonaco e, come poi nel Kursaal, dalla terminazione dei volumi con tetti a terrazza.

3 . Padiglione delle ex officine Battaglia. Via Don Folli
L’architetto Giuseppe Petrolo aveva la sua prima prova di adesione allo stile liberty nel piano di ampliamento, purtroppo non eseguito completamente, per le industrie Battaglia. Per queste, Giovanni Battaglia, in termini meno grandiosi di quanto si stava allestendo nel cantiere della celebre birreria Poretti di Induno Olona (prezzo Varese), aveva commissionato all’architetto non un semplice ampliamento spaziale, ma anche il rinnovamento dell’immagine della ditta tramite un’opera dichiaratamente collegata alle esperienze più avanzate. Giovanni Battaglia con Teofilo Hussy aveva fondato la società per il Kursaal: le nuove ditte e il nuovo padiglione erano destinati a rappresentare i moderni capisaldi della nuova stagione turistica e industriale di Luino. Del grandioso piano rimane solo un padiglione in fregio alla via pubblica; scomparsa, invece, tutta la grande fabbrica (denominata Viscontea) che si estendeva alle spalle, demolita dopo il fallimento dell’azienda nel 1950 ca. Il solo padiglione, tuttavia, è in grado di mostrare notevole sicurezza compositiva e decorativa pur nell’impiego di calibrati e sobri elementi decorativi di aulica derivazione, come la grande finestra centrale ‘termale’ (ossia ripresa da un modello proprio della tarda antichità latina).

4 . Villino Marchesi. Loc. Poppino
La carriera di Giuseppe Petrolo proseguì oscillando tra ripensamenti storicisti, una nuova rielaborazione delle tendenze liberty, con facciate plasticamente mosse dall’introduzione della pietra artificiale, e le prime avvisaglie di quel ‘ritorno all’ordine’ poi proprio dell’architettura del terzo decennio del ‘900. Mentre nel 1910 costruiva a Poppino di Luino l’elegante villino Marchesi, ancora debitore, persino nella veste grafica di progetto, delle esperienze austriache. Il villino, ben visibile dalla strada pubblica, si inserisce con raffinatezza nello scenario di ville di grandi dimensioni costruite sui colli circostanti a dominio del golfo di Luino. Tra queste, l’una (villa Barozzi), la cui cancellata si intravede di fronte all’ingresso del villino Marchesi, è opera dello stesso Petrolo di qualche anno precedente (1907).

5 . Villa Petrolo (ora Filippi). Via S. Pietro
A conclusione dell’itinerario dedicato alla figura dell’architetto Petrolo, è da menzionare la grande villa costruita per se stesso in fregio alla silenziosa stradina che dal centro antico di Luino giunge alla chiesa medievale di San Pietro. Fu innalzata nel 1908 e ben documenta quel ‘ritorno all’ordine’ che, negli stessi anni stesso architetto, a Milano, l’architetto Petrolo sperimentava in un vasto piano di completamento in fregio a Viale Majno, con palazzi in stile barocchetto, rinascimentale e romanico. Del ‘ritorno all’ordine’, anticipato nella sua opera dal progetto per la villa Petrolo di Luino (1908), fece le spese proprio il Kursaal, intorno alla metà degli Anni Venti. Chiesto all’architetto un ampliamento del fabbricato, ora Albergo Verbania, questi ne cancellava la sciolta veste sotto più irrigiditi e banali volumi, pur avendo tentato in alcuni studi di mantenere i motivi decorativi principali dell’edificio precedente. Quanto alla villa, buen retiro luinese dell’architetto, questa riuscì grandiosa, poderosamente innalzata sopra un basamento in finta pietra a dominio del panorama e al centro di un vasto e bel parco. Attualmente proprietà Filippi, conserva interni e soffitti affrescati secondo il gusto dell’epoca.

6 . Villino Luini-Carletti. Rotatoria ‘La Rotonda’/Viale Dante/Viale Amendola
A Luino, nel solo decennio 1876-1886 si contarono nuove 60 case. La spinta edilizia continuò ininterrotta fino alle soglie della Prima Guerra Mondiale: si colmarono i vuoti lungo i vialoni verso la stazione e costituenti, di fatto, una vera e propria città nuova contrapposta all’antico nucleo abitato. Il lungolago di viale Dante, sistemato dal 1898 completando un doppio filare di platani che col tempo ha assunto forme monumentali, si configurava come palcoscenico ideale dove sfoggiare sulle facciate di ville e palazzine uno stile adeguato al rango di una borghesia desiderosa di accaparrarsi una delle più amena località del paese: fu così naturale il passaggio dallo sfoggio d’un eclettismo a volte raffinato (seconda villa Hussy, ora albergo Camin, 1898; villa Riccardi-Gobbi, arch. Febo Bottini, 1897) al nuovo stile. Villa Luini-Carletti (v.le Amendola 2/a) è un complesso di edifici cresciuti a poca distanza temporale e fisica l’uno dall’altro. Dopo il primo villino del 1908 e un modesto villino di servizio, nel 1912 fu costruita la villa principale. Autore di tutte le opere fu l’ingegnere nob. Federico Luini, le cui origini locali sono tutte da dimostrare, con studio in Milano nel palazzo di famiglia in via Sforza, 4. Non sono note altre opere dell’ingegnere, a meno di non associarvi anche la figura dell’architetto milanese Antonio Luini; questi però aveva studio autonomo e apparteneva ad un ramo della famiglia non insignito di titoli nobiliari. La villa di Luino presenta particolari raffinati. Costruita su un lotto in angolo tra viale Dante e la strada di accesso alla stazione, perpendicolare alla litoranea, la villa si innalza con una torretta affacciata verso il lago e aperta dalla consueta finestra tripartita. I profili della trifora sono rastremati da sporgenze sinuose delle modanature. Tutto il sottogronda è arricchito da un ricercato gioco di pendenti in legno, retaggio ancora eclettico; ma le cornici delle finestre presentano tra i particolari meno scontati di tutto il Luinese, per l’elegante commistione di motivi geometrici e floreali. Gli spigoli dell’edificio sono caratterizzati dalla presenza di un mattonella cementizia sovraccarica di fiori; ricordo del classico elemento del cantonale, il particolare sembra già preludere a più moderni sistemi decorativi, non più razionalmente disposti sulle facciate, ma liberi nello spazio da rigide regole compositive.

7 . ‘La Rotonda’. Rotatoria ‘La Rotonda’/Viale Dante/Viale Amendola
Di fronte a villa Luini, nello stesso 1912, si stava costruendo un rondò, ovvero una piattaforma semicircolare protesa nelle acque del lago a conclusione del filare alberato di viale Dante e, come tratta da un manuale di urbanistica ottocentesca, quale sfondo prospettico del viale che giungeva dalla stazione. Il rondò, o popolarmente La Rotonda, destinato a diventare parte integrante della memoria collettiva della città e luogo ricco di ricordi letterari, fu arricchito nel 1913 da una balaustrata con muretti di cemento e parapetti in ferro unificati da un unico fluente disegno tra i più belli ed eleganti delle sponde del lago. Gli artigiani locali (ditta Pozzi per il cemento e fabbri Pozzi per i ferri) seppero con maestria eseguire il disegno fornito dal segretario comunale Morozio.

8 . Casa Barozzi. Via Vittorio Veneto/Piazza Garibaldi
All’imbocco di via Veneto, casa Barozzi (sede del Caffè Centrale) fu costruita intorno al 1918 forse dall’architetto Petrolo o dall’ing. Giuseppe Negri, suo collaboratore. Interessante le cancellate che si allineano a chiudere il porticato con movimentati ferri dalla caratteristica forma ‘a colpo di frusta’, forgiati dalla ditta Orsenigo di Milano. Sui balconi dominano mezzi busti in cemento dei principali autori d’opera italiani (Verdi, Rossini, etc.), singolare forma di pubblicità ideata dal primo proprietario che qui teneva un negozio di strumenti musicali. Sotto il portico del caffè, altri due busti in cemento e di recupero tramandano la memoria di due differenti glorie locali: il pittore loenardesco Bernardino Luini (ai primi del ’900 lo si credeva ancora originario di Luino) e il geometra che più contribuì alla crescita della città tra la fine dell’800 e il ’900: Luigi Sbarra.

9 . Villino De Albertis. C.so XXV Aprile
Lungo corso xxv Aprile si susseguono dignitose palazzine: tra queste spicca il villino De Albertis al n. 66, costruito nel 1908 su progetto dall’architetto Giovanni Terragninj di Milano dall’impresa locale Barassi e Bini. La famiglia De Albertis era originaria di Milano e aveva un’impresa edile. La villa presenta il consueto schema a torretta con trifora e forme piuttosto irrigidite: interessanti i ferri, con acroterii ai lati del balcone della torretta, e la cancellata, decisamente più sinuosa nei decori a cerchi. Di fronte (civv. 83-87) è da segnalare la casa Vannella, edificata in forme autenticamente parigine nel 1910, con tanto di abbaini bohémienne, dall’architetto Locher con studio nella capitale francese: i Vanella, fatta fortuna in Francia, tornarono in patria, portando con sé un progetto già pronto in cui l’impianto francesizzante soffoca i pochi richiami liberty.

10 . Villa Solera. Colmegna (Loc. Sabbioncella; viale Dante)
Villa Solera fu costruita nel 1907 in località Sabbioncella per l’allora sindaco di Luino Giuseppe. Ne fu autore l’architetto Vincenzo Morandi, nativo di Buenos Aires, ma originario dei luoghi (la famiglia era emigrata in Sud America dalla Val Veddasca, comune di Maccagno con Pino e Veddasca). La villa sorge su un costone di roccia digradante verso il lago: l’architetto vi appoggiò un parallelepipedo rivolto a sud a sostegno della torretta; questa sorge alla quota superiore per cogliere la vista sul lago anche oltre la collina che, verso nord, parzialmente nasconde il corpo principale. Il giardino si articola in forte pendenza: terrapieni, balaustre in pietra, vasi in cemento e arcate di sostegno ancora oggi caratterizzano il tratto della costa. A Colmegna, inoltre, si raccomanda uno sguardo alla bella villa Carissimi, da attribuire al medesimo architetto (vedi itinerario: Le grandi ville di Luino).

Per approfondire il tema…
Federico Crimi, Liberty e dintorni. L’architetto Vincenzo Morandi (1871-1917), «il Rondò», 13-2001, pp. 133-146.
Federico Crimi, Francesca Petrolo, Per Giuseppe Petrolo architetto, «Verbanus», 22-2001, pp. 207-247.
Federico Crimi, Ville della sponda orientale del lago Maggiore: note per un catalogo, «Loci Travaliae» (Biblioteca di Porto Valtravaglia, Va), n. XVI, a. 2007.

CONTENUTO TRATTO DAL SITO DEL COMUNE DI LUINO

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La cittadina di Recoaro, nota fin dal XVIII secolo per le sue acque minerali dalle proprietà curative, a partire dall’Ottocento divenne una delle stazioni termali più frequentate d’Italia, meta di ospiti illustri tra i quali Nietzsche, Radetzsky, Giuseppe Verdi, vari componenti la casa imperiale asburgica, la regina Margherita di Savoia e molti altri.

Dalla seconda metà del secolo XIX decorazioni e architetture in stile liberty impressero un volto nuovo al tessuto urbano del centro termale, che assunse così l’aspetto di una piccola ville d’eau dove al gusto neoclassico si andò via via sostituendo un modello estetico basato su forme più sinuose, motivi floreali, linee ondulate spesso associate al mondo vegetale e combinate ad elementi di varia fantasia.

Oggi una passeggiata per le vie di Recoaro può rivelare una sorprendente quantità di tracce che testimoniano i trascorsi liberty di questa località incastonata tra i monti dell’alto Vicentino.

Partendo dalla stazione dei pullman e percorrendo la via Roma in direzione del centro del paese, possiamo osservare sulla sinistra un piccolo giardino e l’imboccatura di un ponte che, superato il corso del torrente Agno, porta al Parco Fortuna, un tempo proprietà privata dell’omonimo hotel. Qui, immersa nel verde, l’originaria Casetta, oggi ampliata e sopraelevata, presentava decorazioni con motivi a melograni nel fregio sottocornicione e in corrispondenza delle finestre.

Si ritorna quindi sulla via Roma e, raggiunto l’hotel Fortuna (oggi casa di riposo) che precede l’edificio del Municipio in stile neoclassico, si può notare dalla parte opposta (al civico 7) la Casa Moranduzzo ex Albergo Al Genio. Delle superfici interamente affrescate rimangono a vista soltanto i decori sotto il cornicione. La recente ristrutturazione consente di ammirare il motivo floreale che si ripete simmetricamente e rappresenta una clematide lilla con foglie e volute verdi.

Villa TonelloAl termine della via Roma, nell’angolo di via del Donatore con via Vittorio Emanuele, sorgeva l’Albergo Armonia, edificio a due piani con una suggestiva forma a capanna, le cui decorazioni mostravano archi, leseni e ricorsi architettonici dal tipico gusto rinascimentale e settecentesco. Tutta la superficie esterna era dipinta, comprese le lunette degli archi e i sottofinestra, che davano l’impressione di essere lapidei. Nella finestra del sottotetto lo stile richiamava la suggestione per le cineserie, mentre altre decorazioni comprese tra le finestre del primo piano ricordavano il periodo della guerra di Crimea.

Salendo ancora lungo il lato sud di piazza Dolomiti, poco prima di imboccare la pianeggiante via Lelia, sorge sulla sinistra l’elegante Albergo Centrale, costruito intorno alla metà dell’Ottocento dall’ing. Luigi Dalla Vecchia come succursale dell’antistante hotel Trettenero. Il progetto originario prevedeva nella parte centrale tre portoni d’ingresso, di cui in sede esecutiva uno soltanto venne realizzato, mentre sono rimaste le due paraste e i due corpi laterali. La pensilina, recentemente restaurata, ricorda gli stilemi del liberty parigino. Il progetto prevedeva una decorazione con un motivo romboidale nella zona centrale del primo piano.

Poco dopo, sempre sulla sinistra, la Casa Maltauro presenta pareti esterne decorate ad affresco, con riquadrature beige su fondo grigio e motivi di maschere sopra l’architrave delle porte. All’interno, tracce dei decori che un tempo abbellivano soffitti e pareti delle camere date in affitto ai forestieri: una linea sinuosa con fiori e foglie che percorreva l’intero perimetro sia delle pareti che dei soffitti, con colori dalle tonalità fredde come il lilla, il verde e l’azzurro. Nella facciata rivolta al torrente Agno, un cancelletto in ferro battuto lavorato a linee mosse mostra un deciso gusto liberty decorato con motivi a foglia.

Proseguiamo imboccando la via Lelia, un tempo alberata e considerata il vero e proprio “salotto” elegante della Recoaro belle époque.

Sulla sinistra, l’Albergo Ligure (seconda metà del secolo XIX) presenta una facciata simmetrica con l’asse verticale sul portone d’ingresso, con poggioli dalla ringhiera di ferro al primo piano e semplici balaustre in legno ai piani superiori. La parete esterna è di color ocra, con riquadrature chiare e medaglioni ottenuti tramite pittura monocromatica che imita la tridimensionalità dello stucco. L’aspetto dell’edificio è sobrio ed elegante. La facciata è stata ridipinta, ma la tecnica della pittura con colori acrilici non può competere con la freschezza delle velature tipica dell’affresco.

Sul lato opposto della via, la Casa Cornale mostra una facciata a due piani con due file di cinque poggioli, intervallati da motivi ornamentali bianchi su fondo ocra. I soggetti della decorazione sono stati restaurati nel rispetto dei motivi originali.

Hotel TretteneroTornando ad osservare il lato sinistro si può vedere, adiacente al Ligure, l’Albergo Spagnolo che conserva nella facciata, un tempo interamente affrescata, le porte-finestre e poggioli con balaustrini in ferro. La porta d’entrata in larice evidenzia inserti a vetri smerigliati con un motivo ornamentale sul bordo. Nell’ingresso si nota una plafoniera originale con foglie di ferro e tre campanule reggi-lampadine in vetro. La scala in pietra è accompagnata da una ringhiera in ferro, sabbiata di recente, con motivo di balaustro stilizzato in corrispondenza di ciascuno dei gradini. Il soffitto di ogni rampa di scale è abbellito da una riquadratura verde salvia che sui brevi mostra un elegante decoro con soldanelle e foglie. Dell’insieme delle decorazioni delle stanze non rimangono che rari frammenti nei locali che non sono stati ritinteggiati.

Ancora sulla sinistra, verso la fine della via, la Casa Nicolato appare con la sua facciata di colore uniforme, come pure le ringhiere dei poggioli, mentre in origine presentava una decorazione a righe interrotte dalle forme curve delle cornici delle finestre; un effetto sottolineato anche dagli setssi poggioli in ferro con le ringhiere ad elementi di contrasto chiaroscurale. Per gli apparati decorativi dell’edificio, costruito dopo la fine della prima guerra mondiale, era stata impiegata la nuova tecnica del cemento stampato. Il cornicione, sostenuto da mensole binate, è decorato con rosoni. Si può infine osservare come l’importanza della decorazione venga a ridursi di piano in piano a partire dal basso.

Al termine della via, sempre sulla sinistra, la Casa Munari ci mostra un bell’esempio del gusto tardo liberty che si era andato diffondendo dopo la fine della prima guerra mondiale. La facciata si caratterizza per la tessitura a tappeto dai colori vistosi, rosso e giallo, con la parte inferiore a picche e quella superiore a ventaglietto. L’insegna è dipinta con caratteri liberty, mentre le finestre presentano cimasa sporgente e balconcini con colonnine in cemento.

Tenendosi ancora sulla sinistra, si segue il giro della via che sale per pochi metri fino a giungere nel largo Battaglione Monte Berico. Qui un altro edificio, sorto dopo il primo conflitto mondiale in corrispondenza di un’ansa dell’Agno, mostra un’impronta di chiaro stile tardo liberty. E’ la Casa delle Maioliche, le cui pareti esterne, originariamente intonacate con un colore giallo doré, presentano oggi una tinteggiatura rosa carico. Le facciate sono movimentate da balconi angolari con parapetto e balaustra in cemento che abbracciano i tre lati dell’edificio, i cui marcapiani sono evidenziati da una fascia di maioliche con motivo floreale su fondo turchese.

Albergo Spagnolo.Ora si torna indietro scendendo di pochi passi, si attraversa la via Lelia e si riprende a salire tenendosi sulla destra e percorrendo la via Regina Margherita, al termine della quale si trova la Casa Tiziano, un edificio a tre piani dall’intonaco color salmone, recentemente restaurato. Lo sporto del tetto è sostenuto da modiglioni in legno. All’esterno si può ammirare un gazebo in ferro battuto di ottima fattura e di grande pregio artistico, opera di abili artigiani locali, recuperato dai proprietari allo stato originale. Alla casa si accede attraverso un portoncino in larice con inserti in vetro smerigliato a motivi liberty. L’entrata conserva il pavimento originale in piastrelle di cemento colorato, mentre nel soffitto è stato ridipinto l’affresco originale raffigurante un ramo dai fiori azzurri. La scala con i gradini in marmo bianco che porta ai piani superiori è bordata da una ringhiera che presenta un elegante motivo a chiave di violino.

Da lì pochi minuti di passeggiata lungo i viali alberati bastano per salire in direzione delle Fonti Centrali e raggiungere la Villa Tonello o Villa Margherita. L’edificio, realizzato nel 1865 come dimora unifamiliare dal cav. Giuseppe Tonello di Trieste su progetto dell’architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin, ospitò nell’estate del 1879 la regina Margherita di Savoia con il figlioletto Vittorio Emanuele, futuro re d’Italia. Si tratta di un elegante villino che sorge in una splendida posizione panoramica e la cui struttura preannunciava all’epoca uno stile nuovo, che verso la fine del secolo sarebbe sfociato nel protoliberty. Le numerose finestre, tutte ad arco, sono impreziosite con decorazioni a stucco. Altri stucchi arricchiscono la facciata con motivi baroccheggianti che si sposano armonicamente con gli altri elementi decorativi. Purtroppo la villa versa oggi in uno stato di totale abbandono e di grave degrado, che ne minacciano addirittura la stabilità strutturale.

Ridiscesi verso la via Lelia, a lato del Caffè Al Fiume risaliamo il breve vicolo Agno e ci ritroviamo nel piccolo piazzale Liguria dove, sulla destra, si scorge la facciata di quello che era il Teatro delle Marionette. Dell’intero complesso edilizio, dotato all’interno della Sala Regina destinata alle rappresentazioni, non rimane che la parte frontale, originariamente intonacata con colore giallo doré e caratterizzata da cinque grandi arcate al piano terra. Gli archi presentano cimase in stucco con motivi barocchi. Le decorazioni richiamano da vicino quelle della villa Tonello progettata dal Caregaro Negrin, al punto da far ipotizzare un suo intervento anche su questo edificio.

Si ridiscende quindi per la via Cavour dove, accanto ad un giardino dominato da un grande cedro del Libano, si incontra la Casa dei Melograni, un tempo adibita ad albergo e oggi abitazione privata, su due piani, in grado di esibire esempi stilistici liberty tra i più significativi del Veneto. Al piano superiore una ricca decorazione floreale conferisce all’insieme dell’esterno un tono di eleganza, mentre all’altezza del marcapiano un’alta fascia di fiori di elleboro che si ripetono a gruppi di due si staglia su uno sfondo di colore giallo doré. Particolarmente interessante appare l’intreccio di rami e frutti di melograno che coronano le finestre.

Pochi passi ancora in direzione della piazza Dolomiti e, proprio di fronte all’Albergo Centrale, si raggiunge l’entrata a volta dell’Hotel Trettenero, attraverso la quale si accede all’ingresso dell’albergo e quindi allo splendido cortile interno con annesso parco. Il nucleo principale dell’hotel, tra i primi e più prestigiosi del centro di Recoaro, risale alla prima metà dell’Ottocento e ad esso furono in seguito aggiunti due corpi laterali. Il primo di questi, a forma di loggia, collega il salone delle feste all’edificio centrale ed è caratterizzato da un rivestimento esterno assai originale, tipico di quel gusto ottocentesco che attraverso la decorazione pittorica detta degli inganni creava, negli inarsi delle ogive, nelle balaustre lavorate e nelle venature marmoree l’illusione ottica di marmi veri e di rifiniture a tre dimensioni. L’edificio attiguo, anch’esso di architettura neogotica, presenta dimensioni maggiori ed è formato da un portico con tre navate ogivali e da un piano superiore con tre finestre balconate. Particolare risalto viene dato all’intera superficie muraria dal contrasto dei riquadri bicolori (rosso e giallo). Altre decorazioni sono costituite da colonne tortili e piccoli rosoni con motivi a girandola, presenti nella ringhiera del parapetto. L’interno del salone, che conserva alcuni arredi originali, è stato ridipinto in colore rosa e mostra un fregio che scorre tutt’intorno all’altezza della cornice. Pregevoli il lampadario in vetro di Murano e la finestra a rosone sulla parete di fondo. Di gusto prettamente liberty è la pensilina a sbalzo esterna, a protezione dell’ingresso principale: si tratta di una struttura in ferro e vetro in cui le due mensole di sostegno denotano lo slancio elegante tipico dell’art nouveau. La tettoia è in vetro trasparente, mentre le sponde laterali sono costituite da vetri colorati.

Nel cortile che precede l’ingresso all’Hotel Trettenero si osservi sul lato est la bella facciata di Casa Gresele, ex ala dello stesso Trettenero, ritmata da porte-finestre con ringhiera in ferro battuto di soggetto classico. La parte superiore presenta una tessitura a rettangoli, mentre nella parte mediana la decorazione è a rombi. Il pianoterra è rivestito in pietra bocciardata grigia. Il fregio che corre sotto il cornicione è composto da archi a tutto sesto che racchiudono nelle loro intersezioni delle foglie di acanto. Sul lato opposto, la facciata di Casa Bortolotto (ex Albergo Firenze) si presenta in stato di abbandono e permette a malapena di leggere la decorazione originaria, che probabilmente riprendeva il disegno a tappeto come il resto dell’albergo. Le finestre sono ad arco acuto e i parapetti in pietra di Vicenza o “priamorta” con decori a rosone.

Usciti dal vòlto d’ingresso al Trettenero, torniamo ora in piazza Dolomiti e, dopo averla attraversata passando davanti al Caffè Nazionale e alla facciata del Duomo, raggiungiamo la piazzetta Vittorio Veneto dove si nota, all’imbocco di via Capitello, l’Albergo Giardino, attualmente sede di un centro diurno per anziani. L’edificio presenta pareti esterne colorate con intonaco rosso Verona e verde Brentonico. Le riquadrature tra una finestra e l’altra sono state inserite per conferire movimento ed eleganza alla facciata. Le porte-finestre del piano terra sono protette da ringhiere di ferro laccato bianco con andamento curvilineo a motivo floreale. Sul retro una veranda è sostenuta da strutture in ghisa.

 

TESTO DI: Giorgio Trivelli

Riferimenti bibliografici
Analisi estetica delle decorazioni su 38 edifici di Recoaro Terme
, a cura di M. Marilì Menato e Giorgio Trivelli, Recoaro Terme 2008.
In copertina foto di Riccardo Bonini (Flickr).

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A Pesaro il Liberty raffiora in tante ville, oggi fortunatamente ancora esistenti come il villino Ruggeri, uno dei più straordinari esempi di architettura Liberty in Italia, eretto tra il 1902 e il 1907 da Oreste Ruggeri, dinamico industriale farmaceutico e della ceramica. Nato a Urbino, si trasferisce a Pesaro dopo il grande successo dei suoi prodotti, specialmente i ‘glomeruli’ contro l’anemia, presentati con un innovativo battage pubblicitario. La villa si trova il Piazzale della Libertà 1. Da qui inizia l’itinerario Art Nouveau pesarese. Per chi vuole partecipare a visite guidate singole o in gruppo a Pesaro può contattarci QUI.

Cartolina d'epoca di villa Ruggeri con la famiglia. (Archivio M. Ruggeri)

Cartolina d’epoca di villa Ruggeri con la famiglia. (Archivio M. Ruggeri)

Per raggiungere villa Ruggeri dalla stazione a piedi o macchina potete visionare il percorso seguente:

 

VILLA RUGGERI. La direzione dei lavori fu affidata all’architetto urbinate Giuseppe Brega. Il villino sorge in un ampio giardino che prima della guerra era arricchito da aiuole variopinte, una serra in vetro, un gazebo in ferro e un sedile maiolicato; oggi rimane la grande fontana circolare, decorata da grosse aragoste. Nonostante le gravissime perdite del periodo bellico, ciò che caratterizza ancora l’edificio è una ricchissima decorazione a rilievo in cemento idraulico, con soggetti marini e floreali che si ripetono su pareti, mensole e sottogronda. All’interno sopravvivono i mobili della sala da pranzo e la porta a vetri tra l’ingresso e il salotto. Al piano superiore, quello più conservato, fregi di foglie, frutti e fiori indicano il nome delle stanze. Questa fotogallery è più che esaudiente per conoscere anche gli interni del villino essendo di proprietà privata.

Dopo aver ammirato il villino Ruggeri e la struttura adiacente, l’HOTEL VITTORIA, dove ammirare il cancello in ferro battuto con decorazioni Liberty, ci incamminiamo verso altri esempi di architettura balnere di fine Ottocento e primi Novecento come VILLA ISIDE percorrendo via Cristofoto Colombo. Si trova al civico 4 e fu eretta per la figlia Iside (1896-1970).

 

A lato di villa Iside vi è un’altro edificio di dimensioni più grandi al civico 9 e prende il nome di Olga, moglie di Oreste Ruggeri. La dimora risale al 1907 ed è caratterizzata da linee sobrie rispetto alla villa di rappresentanza della famiglia. VILLA OLGA conserva ancora dei bassorilievi in cemento dalle decorazioni simili a quelle di villa Ruggeri in piazzale della Libertà. Oggi vi sono diversi appartamenti per i villeggianti. La dimora è rimasta di proprietà Ruggeri.

Proseguiamo la passeggiata raggiungendo villa Molaroni in viale Pola 9 secondo il tragitto prestabilito. Durante il cammino è possibile osservare alcuni edifici recanti decorazioni Liberty (vedi la fotogallery seguente) e villini di impronta razionalista e Art Dèco.

VILLA MOLARONI fu eretta per volere di Giuseppe Molaroni nel 1924. La villa era al centro di un grande parco di aceri, magnolie, abeti, cedri, cipressi e lecci in gran parte abbattuti tra gli anni ’50 e ’60 per far posto ai grandi condomini della zona; oggi il verde occupa una superficie di 8.000 metri circa. Il villino si articola su tre livelli ed è arricchita da colonne, archi, scalinate, ampi terrazzi e verande panoramiche. Sul tetto si staglia una terrazza belvedere, interamente a vetri, da cui lo sguardo corre diretto fino al mare. Sono pregevoli anche gli infissi di finestre e porte, tutti in legno di rovere proveniente dalla Slovenia dove la famiglia Molaroni possedeva numerosi terreni. Nel 1976 il Comune diviene proprietario della villa e dal 1987 vi ospita il Museo del Mare, rimasto in funzione fino a metà degli anni ‘90. Nel 2002, ormai in attesa di ristrutturazione, la villa viene chiusa. Nel 2003, il Comune e Renco sottoscrivono una convenzione in cui la società si impegna a ristrutturare l’immobile, a ripristinare il Museo del Mare e a gestire il complesso villa-parco-museo. Da parte sua, il Comune concede a Renco l’utilizzo della struttura come sede di rappresentanza. Il restauro della villa è stato presentato alla città nell’aprile 2007. Il piano terreno è sede di mostre e il giardino d’estate ospita incontri culturali. Tra le manifestazioni si segnala anche la mostra e relativo quaderno (n. 14 della collana “Rerum Maritimarum”)  ”Diletto e Armonia. Villeggiature marine Liberty”.

Dopo una visita a villa Molaroni e un momento di relax nel parco che la circonda, riprendiamo il cammino dirigendoci sul viale della Repubblica. Nel percorso passiamo per via Cesare Battisti soffermadoci su alcuni villini.

Ad angolo tra viale Cesare Battisti e viale Zara si può ammirare VILLA PAGANI, un villino Liberty appartenuto ai conti Pagani dei primi anni del Novecento. Di questo villino abbandonato vi è un progetto di restauro.
Di pregio i ferri battuti e le cimase in cemento Liberty, somiglianti a quelli che si ritrovano a villa Ruggeri. L’interno presenta un raro pavimento dove tra i motivi decorativi vi è riportato il simbolo della svastica. Una decorazione rara nel pesarese.

Dopo aver visitato questo singolare villino appartenuto a una nobile famiglia e fortunatamente in discreto stato di conservazione, raggiungiamo due villini all’incrocio tra viale della Repubblica e C. battisti.

Su viale della Repubblica arriviamo alla palla di Pomodoro, dirigendoci questa volta sul lungomare Nazario Sauro al civico 1, dove visitare VILLA ENRICA e altre ville lungo il percorso. Si tratta di villini realizzati nei primi del Novecento.

Su via Trieste, parallela al Lungomare si trovano altri villini.

Termina qui l’itinerario Liberty pesarese.

Bibliografia:
Federica Tesini, Pesaro. Itinerari di una città d’arte, Pesaro, Arti Grafiche Pesaresi Editore, 2009.
Andrea Speziali, Armonia del Liberty. villeggiature marine Liberty, Museo della Marineria W. P. Pesaro, 2015.

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Ci sembra doveroso dedicare alla Savona Liberty, dopo adeguata documentazione, uno spazio serio e approfondito. Infatti, Savona è, insieme a Torino, Milano, Viareggio e poche altre città, uno dei principali centri italiani in cui si è sviluppato lo stile liberty. Al contrario di quanto accade nelle località citate, l’architettura liberty savonese è però arte sovente dimenticata. Sull’argomento ci risultano esistere solo articoli su riviste locali, trascrizioni di conferenze, brevi commenti all’interno di testi a carattere più generale e due tesi di laurea incentrate ciascuna su un singolo edificio, per l’esattezza il Palazzo dei Pavoni e Villa Zanelli, gli unici reperibili pure su internet, a parte poche altre immagini fotografiche. Non ci risulta invece (ma saremmo lieti di essere smentiti) che sia mai stato pubblicato un volume dedicato per intero al Liberty cittadino. Avrà forse contribuito a questo oscuramento la cronica incapacità dell’ambiente politico e culturale locale a valorizzare le proprie ricchezze. È dunque nostra (e mia) ambizione rimediare a tale mancanza, sperando che faccia da stimolo per ulteriori ricerche.
Ci spingono poi due aspirazioni. In primo luogo far sì che i savonesi scoprano quanto di bello c’è a casa loro: spesso si ammirano opere d’arte di tutto il mondo e si cammina per le strade della propria città senza mai guardarsi intorno. In secondo luogo fungere da guida turistica a chi, villeggiante o crocerista, giunge per la prima volta a Savona e desidera visitarla. A tale scopo abbiamo suddiviso la visita in tre brevi percorsi ideali, forniti ciascuno di relativa mappa stradale e descritti in altrettante puntate settimanali. Per comodità espositiva abbiamo frazionato il cammino in modo da presentare 9 o 10 edifici per volta, con tragitti tra loro collegabili. Ciascun percorso partirà dalla darsena, dove approdano le navi da crociera Costa, e permetterà ai croceristi di trascorrere alcune delle ore di sosta svolgendo un interessante turismo d’arte che spazi oltre le vestigia medioevali presenti nei dintorni del porto. Precisazione d’obbligo: l’autore degli articoli non è né storico dell’arte né tanto meno architetto, è solo persona curiosa e attenta a quanto lo circonda.

Prima di approfondire l’argomento occorre però una spiegazione sul tema trattato. Cos’è dunque il cosiddetto stile Liberty (dal nome dei magazzini londinesi di Sir Arthur Liberty) o stile Floreale, noto in Spagna come Modernismo, in Francia come Art Nouveau, in Germania come Jugendstil e in Austria come Secessione? In base a quanto sostengono trattati specialistici di arte e architettura: nell’ambiente spersonalizzato e cupo della città industriale, esso si contrappone all’imitazione stilistica degli stili passati, privilegiando nuovi elementi figurativi come la linea curva e i motivi fitoformi. Lo stile liberty cerca di restituire una dignità estetica allo spazio urbano, una natura artificiale che si arrampica sugli edifici e smorza la piatta uniformità della muratura circostante.
Gli esterni e gli interni non hanno contorni rettilinei, le pareti risultano stondate e finestre e balconi hanno forme variegate, dando agli edifici un aspetto bizzarro e favoloso.

Foto 2

Le decorazioni si avvalgono di materiali e tecniche disparate, dal ferro battuto, al mosaico in ceramica, allo stucco scolpito. Gli assunti su cui questo stile si basa sono dunque il rifiuto degli elementi modulari prodotti in serie e l’uso di una linea libera e sinuosa, con forme floreali o animali e colori vivaci. Questo stile si è sviluppato all’incirca tra il 1890 e il 1914, data d’inizio della prima guerra mondiale, ma in alcuni luoghi, tra cui Savona, si è protratto anche negli anni successivi.

Iniziamo dunque il viaggio nel Liberty savonese con il primo percorso. Partendo dalla darsena attraverseremo parte del centro cittadino e ci dirigeremo verso Villapiana, il popolare quartiere settentrionale di Savona. Tempo stimato: 90 minuti circa cartina alla mano.

Foto 3

Partiamo dunque da Via Giuria, che si scorge in basso a destra sulla mappa stampata. Percorriamola attraversando Piazza Giulio II e sfociando in Via Luigi Corsi, che percorreremo a sua volta per 100 – 150 metri. Ebbene, qui sulla sinistra, al civico 5, all’angolo con via Guidobono troviamo uno dei più fascinosi e interessanti edifici liberty cittadini, il “Palazzo Viglienzoni”, detto “Casa dei Gatti”, opera di Alessandro Martinengo.

Casa dei Gatti

Casa dei Gatti

Palazzo Viglienzoni fu costruito nel 1910 dopo la demolizione di un edificio preesistente. Come spiega Giovanni Gallotti in un articolo pubblicato sulla rivista “A Campanassa” nel 2003:
<< Interessante è il trattamento del bovindo d’angolo. Dalle finestre rettangolari del primo piano, si sale con motivi sempre più elaborati fino alle foglie in alto, dalle quali sorge l’ultima finestra ricurva.>>
Fascinosi e appariscenti risultano i graffiti della facciata raffiguranti, in orizzontale all’altezza del primo piano, i noti felini domestici che danno il nome all’edificio e, su linee verticali e in orizzontale sotto il cornicione del tetto, più consueti motivi floreali. Purtroppo molti di tali graffiti sono in cattivo stato di conservazione e richiederebbero accurati restauri.

Casa dei Gatti.(Particolare)

Casa dei Gatti.(Particolare)

Li avete apprezzati i gatti? Beh, pare incredibile, ma qualsiasi savonese da noi interpellato finora in proposito, dopo essere rimasto ammirato ha ammesso di non essersi mai accorto prima della loro esistenza. Sarà anche il vostro caso? cittadini, guardate dove vivete!
Svoltando poi a destra sulla stessa via Guidobono e risalendola, si sfocia in Pz. Del Popolo e da lì in Piazza Mameli, interamente circondata da portici ottocenteschi, al cui centro sorge il monumento ai caduti che ogni giorno, alle 18 esatte, suona ventuno rintocchi in commemorazione dei caduti in guerra, evento che per antica tradizione porta il traffico pedonale e automobilistico a fermarsi in raccoglimento. Nella piazza merita almeno un’occhiata accurata, perché denota la presenza di alcuni elementi liberty, l’edificio all’angolo con Via Nazario Sauro che qui riproduciamo:

Palazzo Pz. Mameli con bovindi e guglie.

Palazzo Pz. Mameli con bovindi e guglie.

Da notare la facciata decorata (non ben conservata), i balconi tondeggianti del secondo e terzo piano e i bovindi culminanti con le guglie sul tetto.
Proseguendo lungo Via Boselli incontriamo il magnifico ed elegante “Palazzo Maffiotti”, eretto nel 1908 all’angolo tra Via Boselli e Via Dei Sormano, è però uno dei massimi trionfi cittadini del Liberty. Si tratta di un edificio in origine destinato, come altri consimili, alla ricca borghesia cittadina, l’unica che all’epoca poteva permettersi di assumere artefici di fama per seguire le mode correnti in architettura. L’autore dell’elegantissimo Palazzo Maffiotti è di nuovo Alessandro Martinengo, nome che ritroveremo spesso nel corso della nostra visita e su cui per motivi di spazio ci soffermeremo meglio la prossima settimana.

Palazzo Maffiotti di Martinengo.

Palazzo Maffiotti di Martinengo.

Interessanti il bovindo d’angolo curvilineo, i fregi aggettanti, le colonnine sotto il tetto, i balconi lavorati sia in muratura sia in ferro battuto, con motivi diversi nei tre piani in cui sono presenti.
Proseguiamo verso Piazza Saffi, dove gli elementi di chiara ispirazione liberty, non mancano

Palazzo angolo Piazza Saffi Via Brignoni

Palazzo angolo Piazza Saffi Via Brignoni

ed entriamo nel quartiere di Villapiana passando da Via Cavour. Villapiana era un quartiere popolare che non poteva permettersi la progettazione di edifici pregiati. Svolgendo tuttavia attenta ricerca, vi si possono trovare vari singoli elementi appartenenti al liberty. Ecco ad esempio apparirne alcuni nell’edificio sito all’angolo tra Via Cavour e Via (dei)Martinengo (non quel Martinengo e, considerata, come vedremo in seguito, la frequenza di suoi edifici in città, non se ne capisce il perché).

Palazzo di via Cavour.

Palazzo di via Cavour.

In effetti questo palazzo, se osservato con sguardo attento, offre numerose ornamenti della facciata. Si veda ad esempio, nella foto qui sopra, l’accurata lavorazione del balcone e la ghirlanda di frutta soprastante la finestra.
Si svolti a questo punto per Via Martinengo e si entri in via Piave, percorrendola verso Via Torino. Arriverete infine al civico 27, dove sorge quello che a personalissimo parere di chi scrive è l’edificio più spettacolare del quartiere e uno dei più notevoli di Savona, anche se qualcuno potrà forse giudicare pacchiana l’incredibile decorazione della facciata. In proposito le immagini probabilmente non rendono l’idea, perché le elaborate ghirlande di frutta(?) in altorilievo sui balconi non sono perfettamente distinguibili. Occorre davvero vedere di persona e allora non potrete che restare ammirati. “Una natura artificiale che si arrampica sugli edifici e smorza la piatta uniformità della muratura circostante”, si diceva nell’introduzione, e quale esempio migliore di questo potremmo mostrarvi?

Palazzo Via Piave civico 27.

Palazzo Via Piave civico 27.

Soffermatevi sul posto a contemplare il portone d’ingresso arabeggiante, gli spericolati balconi a balaustra, fitti di complessi motivi floreali aggettanti, gli alberi da frutta scolpiti (che come potete vedere qui sotto hanno convinto anche un piccione!),

Palazzo Via Piave civico 27, (particolare).

Palazzo Via Piave civico 27, (particolare).

le protomi in bassorilievo raffiguranti teste femminili e teste maschili inghirlandate di frutta … Quanti tra coloro che passano tutti i giorni da decenni davanti a questa o altre palazzine hanno mai alzato gli occhi accorgendosi della loro attraenza? Troppo pochi, si può scommettere. Oggi purtroppo questo edificio ci risulta disabitato e in stato di abbandono.
Ma andiamo avanti, perché tirando dritti lungo Via Torino, svoltando in Via Milano e proseguendo fino alla confluenza con Via Verdi, s’incontra un edificio recante sotto il tetto, lungo tutta la facciata, una serie di affreschi dedicati al grande musicista Giuseppe Verdi e realizzati nel 1913 in occasione del centenario della sua nascita. Qui potete ammirarne alcuni esempi:

D’accordo, a parte l’epoca di realizzazione, non sono forse collocabili appieno nello stil liberty, meritano però di essere visti, anche perché si trovano in pessimo stato di conservazione e rischiano di sparire per sempre. Il corrente articolo funga dunque anche da avviso all’amministrazione pubblica: si cerchi d’intervenire al più presto per restaurare questo e altri edifici (come La Casa dei Gatti) prima che sia troppo tardi. Gli splendidi affreschi qui presenti non forse saranno dei capolavori, tuttavia non meritano di finire nell’oblio. E poi una valida committenza statale è utile contro la crisi economica. Prima di proseguire ci pare opportuno precisare che girando per il quartiere si possono trovare numerose tracce minori del Floreale, ad esempio nella vicina Via San Lorenzo, di cui vi abbiamo presentato un’immagine due settimane fa nella succitata anteprima.
Stiamo giungendo alla fine di questo primo percorso. Per concluderlo c’è ancora da arrampicarsi lungo Via Firenze, partendo da Via Verdi e dalla vicina Piazza Brennero, passando per Via Istria e, all’incrocio con l’arteria in questione, salendo su. Potremo così trovare alcune ville, magari inferiori a quelle che presenteremo nella prossima puntata ma comunque meritevoli di segnalazione.
La prima che s’incontra, a metà di Via Firenze, massiccia e immersa nel verde, è la Palazzina Adami, peraltro realizzata in epoca già tarda, nel 1925.

Palazzina Adami. Via Firenze.

Palazzina Adami. Via Firenze.

Arrivando in cima alla strada s’incontrano invece Villa Delle Piane, purtroppo invisibile dalla strada, e Villa Luparia, realizzazioni del 1914 dell’onnipresente Martinengo.
Gli edifici riprendono la tipologia di costruzione con inserimento di una torretta, scelta tipica appunto delle estrose ville di epoca Liberty e assai frequente a Savona.

Villa Luparia di Martinengo.

Villa Luparia di Martinengo.

Iniziamo ora il secondo percorso del nostro viaggio architettonico nello stile Liberty o Floreale, dove incontreremo un’altra selezione dei più significativi edifici in tutto o in parte Liberty. Partenza sempre dalla darsena, da dove saliremo al quartiere de La Villetta per poi ridiscendere in centro e più precisamente in Piazza Diaz. Cartina alla mano in tutto l’escursione non dovrebbe richiedere più di una novantina di minuti, ma il dato è solo indicativo.

Foto 16

Partiamo dunque da Via Gramsci, che potete intravedere nella mappa riprodotta in basso al centro. Da lì risaliamo fino alla piazzetta Leon Pancaldo, riconoscibile per la presenza della medioevale torre omonima nota ai savonesi come la Torretta, simbolo cittadino e ultima vestigia delle mura che nel trecento circondavano la città. Orbene, proprio laddove sfocia l’elegante e porticata Via Paleocapa, strada iniziata a partire dall’estremo opposto nel 1882, con l’ambizione di farla diventare la principale arteria cittadina, e che doveva collegare la stazione ferroviaria, oggi trasferita, con la darsena, sorge un bell’edificio (terminato nel 1903 o nel 1894? Abbiamo trovato dati contrastanti), che mostriamo qui sotto.

Bovindo Liberty in piazza Leon Pancaldo.

Bovindo Liberty in piazza Leon Pancaldo.

Il suo caratteristico e fascinoso bovindo sormontato da una cupola denota evidenti connotati liberty, anche se il palazzo in sé stesso non appartiene al genere. Era del resto tipico di Savona sbizzarrirsi con i bovindi per spezzare la monotonia delle facciate tradizionali. Il gioco è stato infatti spesso ripetuto.
Entrando quindi nella Via Paleocapa, a fianco del citato fabbricato possiamo trovare uno dei più pregevoli e studiati edifici cittadini in puro stile Floreale. Stiamo parlando dell’enorme e magnifico “Palazzo dei Pavoni” riprodotto qui sotto.

Palazzo dei Pavoni di Martinengo.

Palazzo dei Pavoni di Martinengo.

Si tratta di un edificio ispirato a una delle correnti del Liberty, la cosiddetta “Secessione” viennese. In base alle informazioni ufficiali diponibili, il Palazzo dei Pavoni fu costruito nel 1912 (data peraltro contestata da G. Gallotti, il quale lo fa invece risalire al 1906, e in effetti pare strano che quel tratto sia rimasto vuoto per così tanti anni). È caratterizzato da una facciata quasi protorazionalista impostata su ben sei moduli scanditi da lesene, da cui sporgono i balconi a gruppi di quattro e inserti circolari (in maiolica?) posti sopra le numerose finestre. È inoltre contraddistinto dalla presenza di nove falsi camini, i quali s’innalzano sia lateralmente sia al di sopra delle lesene che suddividono la facciata, dall’estrosa alternanza di cornicioni diritti e ricurvi e, soprattutto, dalla presenza di magnifiche decorazioni ceramiche che dovrebbero essere state realizzate da una ditta fiorentina, la “Begucci Ferroni”. Nella fascia in basso, subito sopra il porticato, le ceramiche raffigurano cigni sull’acqua, cicogne, fenicotteri, piante fiorite e soprattutto i numerosi magnifici pavoni che danno il nome al palazzo. Nella fascia sotto il tetto raffigurano invece girasoli, alberi e altri motivi prettamente floreali.

Palazzo dei Pavoni.

Palazzo dei Pavoni.

In proposito riportiamo quanto ha scritto Giovanni Gallotti nello stesso articolo della rivista A Campanassa, datato 2003, di cui abbiamo già riportato un passo:
<<I savonesi nel 1906 protestarono con l’ingegner Martinengo. Stava costruendo un prolungamento di Via Paleocapa, tra Via Pia e la Torretta, il Palazzo dei Pavoni, colmando l’ultimo vuoto rimasto sulla strada porticata. Si “mugugnava” contro i cornicioni ricurvi che interrompevano la regolarità della via. I falsi camini che si allungavano oltre il tetto si sarebbero adattati più ad un castello che ad una casa della ricca borghesia.>>
Purtroppo i savonesi erano troppo tradizionalisti per lasciare del tutto mano libera ai creativi, per cui impedirono ad esempio che lo stile Liberty venisse messo in pratica anche all’interno degli edifici, come invece accadeva altrove, in particolare negli spettacolari palazzi catalani progettati da Gaudì.
Torniamo a questo punto in Piazza Pancaldo e prendiamo Via Santa Lucia, per poi confluire insieme ad essa in Via Famagosta e giungere a Salita (Via) degli Incisa, che prosegue poi come Via Beato Ottaviano. Proprio laddove Salita degli Incisa salita muta il proprio nome, troveremo una traversa, un vicoletto dall’apparenza insignificante, che si chiama Via Mattiauda e corre di fianco a un palazzone meritevole a sua volta di uno sguardo. Ebbene, il vicolo sfocia imprevedibilmente di fianco a una imponente residenza del tutto invisibile dalla strada (sporge peraltro sulla sottostante Via Famagosta, in un tratto che però mai nessuno percorre a piedi) e di cui la quasi totalità dei savonesi ignora perfino l’esistenza. Si tratta di “Casa Piccardo”, sorta nel 1911-1912 per mano di Alessandro Martinengo. È uno splendido edificio, caratterizzato dalla facciata con decorazioni a stucco fitoformi e due balconcini con ringhiere in muratura e ferro battuto. È caratterizzato inoltre dagli angoli smussati e curvilinei, su cui si appoggiano tre coppie di spaziosi ed eleganti balconi. Inoltre ciascuno dei due angoli è sovrastato, sul terrazzo del tetto lavorato lungo l’intero perimetro, da un’elegante struttura, presenza tipica peraltro dei suoi edifici, che ripropone in parte il disegno dei balconi e da cui si affaccia, con il muso e gli artigli, un grande animale fantastico. Si tratta di un edificio assai elegante che meriterebbe maggior notorietà. Chi avesse già visto le altre opere dell’artista non faticherà, crediamo, a riconoscerne la firma, nonostante l’eterogeneità dell’autore.

Casa Piccardo di Martinengo.

Casa Piccardo di Martinengo.

Come si può notare Martinengo appare di continuo nella nostra disamina. la “Casa dei Gatti”, “Palazzo Maffiotti”, “Villa Luparia”, il “Palazzo dei Pavoni” e “Casa Piccardo”, A cui aggiungeremo altri due edifici firmati da questo brillante artista, il “Palazzo delle Piane” e il “Palazzo dei fratelli Rosso” per un totale di 7 sue realizzazioni o progetti, a cui se ne potrebebro aggiungono altri, ad esempio l’ex “Hotel Miramare” sito in Via Famagosta nei pressi di Casa Piccardo, abbandonato però da decenni e ridotto ormai a un rudere poco fotografabile. Se non si interviene subito con energici restauri sarà irrecuperabile, ammesso che non sia già troppo tardi. Professionista assai attivo, si possono inoltre trovare sue opere anche altrove, ad esempio ad Altare, paese dell’entroterra a pochi chilometri da Savona. Ingegnere e architetto, Alessandro Martinengo, nato nel 1856 e morto nel 1933, per la sua estrosità e per la sua pregnante attività locale in ambito Liberty, a personalissimo parere di chi scrive può essere a buon diritto considerato il Gaudì savonese. Tuttavia egli, da autore assai eclettico, al contrario dell’artista spagnolo attivo a Barcellona, più che inventare uno stile tutto suo preferiva in genere ispirarsi a espressioni preesistenti. Sarebbe comunque a nostro parere interessante svolgere studi o tesi dedicate specificatamente alla sua opera.
Via Mattiauda si trova all’inizio del quartiere collinare della Villetta. Per continuare il percorso dobbiamo a questo punto salire verso la cima del quartiere stesso. Il modo migliore per farlo è inerpicarsi lungo Via Beato Ottaviano e poi svoltare per Via Della Tagliata, la quale sbuca in Via San Francesco, proprio davanti alla nostra prossima meta, il “Villino Margherita”, così chiamato per la presenza degli omonimi fiori scolpiti sulla torretta.

Villino Margherita in Via De Mari.

Villino Margherita in Via De Mari.

Villino Margherita è un edificio di piccole dimensioni e graziosissimo, all’incirca coevo delle due successive costruzioni che ci prepariamo a presentare e, secondo gli intenditori, ispirato alla “Secessione”. Ci sembrano tra l’altro magnifiche e particolarmente degne di nota le quattro sfere sovrastanti il cancello d’ingresso e il muro di cinta del giardino. Riccamente lavorate a tutto tondo in classici motivi floreali, raffigurano anch’esse delle margherite. Per permettervi di ammirarle meglio ne evidenziamo una qua sotto:

Villino Margherita. Particolare del cancello.

Villino Margherita. Particolare del cancello.

In effetti quassù, sulla sommità del colle, ci si viene a trovare nell’angolo cittadino forse più caratteristico per l’ambito di cui ci stiamo occupando, perché vi si trovano raggruppati ben quattro edifici riconducibili ad esso. Purtroppo ignoriamo come si chiamassero gli architetti che progettarono i quattro edifici e saremmo assai lieti se qualcuno fosse in grado di segnalarcene i nomi tramite e-mail.
Tant’è che, a pochi metri di distanza, sull’altro lato della strada, esattamente nel punto d’incrocio tra Via San Francesco, Via De Mari, Via Torteroli e Via Montegrappa, sorge una delle più belle ville Liberty savonesi del tipo tipico con torretta, di cui abbiamo già presentato anche un paio di esempi meno notevoli lo scorso numero e di cui mostreremo il capolavoro la settimana prossima. Stiamo parlando di “Villa Vigo Ciarlo Massa”, datata 1907. Si tratta di un fulgido edificio, suddiviso in due ali unite dalla sezione centrale, caratterizzata quest’ultima dalla presenza di splendidi balconi sorretti da colonne e sormontata appunto dall’elegantissima torretta. Il tutto è riccamente adornato da tipici motivi naturalistici, come margherite e valve di conchiglia.

Villa Vigo Ciarlo Massa, 1907.

Villa Vigo Ciarlo Massa, 1907.

Villa Vigo Ciarlo Massa è uno dei rarissimi, non più di quattro o cinque in tutto, edifici cittadini di cui abbiamo espressamente trovato citazione in ambito Liberty su testi d’arte regionali e per giunta con relativa raffigurazione. Si tratta di un indicazione che l’estensore di questo pezzo ovviamente abbraccia, non essendo egli, è doveroso precisarlo, un esperto in materia.
Andiamo avanti con la nostra disamina. Al di là della palazzina, sul medesimo lato ma oltre via Torteroli, saltando il moderno fabbricato di fianco, subito all’inizio della discesa di Via Montegrappa, incontriamo un altro stabile con connotati Liberty, la “Casa Gaibissi”, realizzata tra il 1907 e il 1908, dall’aspetto magari più popolaresco, soprattutto sul retro e sui lati, ma che presenta comunque una facciata principale riccamente decorata e balconi accuratamente elaborati.

Casa Gaibissi.

Casa Gaibissi.

Infine, di fianco alla casa precedente, dunque sempre nella discesa di Via Montegrappa, sorge “Palazzo Migliardi”, edificio dall’aspetto esteriore assai signorile, diciamo pure nobiliare, del 1910 – 1911. Esso, come scrive Gallotti (ibid.), “si raccorda arditamente con Via Ponzone”. Da notare il fronte dell’edificio, “curvilineo” come i sovrastanti ed eleganti balconi a balaustra che l’accompagnano. Meritevoli di menzione poi le decorazioni floreali, sia sul fronte sia sulle due facciate semi laterali, presenti in particolare con due fasce che corrono parallele all’altezza del secondo e del quarto piano, e i raffinati balconcini laterali aggettanti. Si tratta con ogni evidenza di un esempio tipico di Liberty.

Palazzo Migliardi, fronte.

Palazzo Migliardi, fronte.

Palazzo Migliardi

Palazzo Migliardi

Dopo aver visto quest’ultima costruzione si può iniziare a scendere, seguendo però Via De Mari, strada peraltro colma di ville e case eleganti di ogni genere, perché quella zona era tradizionalmente abitata dalla ricca borghesia cittadina. Giunti a metà scarsa della discesa, sulla destra, subito prima dell’incrocio con Via Formica e le sue eleganti palazzine in stile composito, troviamo un’altra costruzione con torre, stavolta laterale, che è Liberty in maniera abbastanza significativa, la sotto riprodotta Villa Magnano. In proposito occorre specificare che a Savona il L’Art Nouveau non si è esaurita con lo scoppio della prima guerra mondiale, come è il più delle volte accaduto altrove, ma è in qualche modo proseguita negli anni successivi. E, infatti, questa casa, pur rientrando nel gettonatissimo schema liberty di edifici con torretta, appartiene a un periodo assai tardo, risale, infatti, addirittura al 1930. Epoca protratta che, tra parentesi, può spiegare l’evidente eterogeneità della costruzione.

Villa Magnano

Villa Magnano

Da notare le eleganti trifore con colonnine corinzie e vetrate presenti sulla torretta e il bovindo centrale, entrambe con sottostanti drappeggi graziosi ma di carattere soprattutto geometrico e che invero ricordano, se permettete l’accostamento un tantino azzardato, la tipica tappezzeria da salotto. Sono presenti inoltre, poco visibili nella foto, più minute decorazioni a stucco, ad esempio racchiuse in riquadri sopra le finestre del bovindo.
Continuando quindi la discesa di Via De Mari fino all’ultima svolta verso sinistra, si sbuca alle spalle del neoclassico Teatro Gabriello Chiabrera, che si apre su Piazza Diaz, dove termina il nostro secondo percorso. (Se però sbagliate e scendete giù lungo Via Poggi, poco male, vi ritroverete in Via Dei Mille, da dove svoltando a sinistra si arriva comunque subito in Piazza Diaz). Qui troviamo due edifici che vorremmo farvi notare. L’uno, dando le spalle al teatro, sorge sull’angolo a destra, all’incrocio con Via dei Mille e, come molti altri edifici savonesi è costruzione eclettica con solo qualche connotato floreale. Si osservino in proposito nella foto sottostante i “festoni”, inquadrettati su misura sotto ciascuna finestra del bovindo. È a ogni modo palazzo tra i più eleganti del capoluogo.

Savona palazzo piazza Diaz. Particolare.

Savona palazzo piazza Diaz. Particolare.

In fondo, sul lato opposto della piazza rispetto al teatro, in bel raccordo tra Piazza Diaz, Via Pertinace e Corso Italia, sorge invece Palazzo Molinari, costruzione risalente agli anni ‘20, di assai notevoli dimensioni e, come si può costatare dall’immagine sottostante, con le sue ampie linee curve dall’aspetto decisamente Liberty, in effetti più della precedente.

Palazzo Molinari visto da Piazza Diaz.

Palazzo Molinari visto da Piazza Diaz.

Percorrendo l’edificio lateralmente lungo Via Elvio Pertinace e sbucando in Corso Italia, diventa più chiaramente visibile la spettacolare cupola del fabbricato, per dimensioni ampiamente la più grande tra gli edifici civili cittadini e non solo.

Palazzo Molinari. La cupola vista da Corso Italia.

Palazzo Molinari. La cupola vista da Corso Italia.

Da qui, tra parentesi, ci si può facilmente dirigere in Via Luigi Corsi da dove, con la “Casa dei Gatti” iniziammo il percorso nella prima puntata, collegandosi così ad esso.

Concludiamo infine la disamina del Liberty savonese con il terzo percorso, in cui ci proponiamo di farvi percorrere il lungomare cittadino dalla vecchia Darsena, punto fisso di partenza delle nostre passeggiate, fino alle porte di Zinola, quartiere dell’estrema periferia cittadina, dove sorge quello ritenuto da molti l’imperdibile massimo capolavoro Liberty dell’intera provincia e cioè Villa Zanelli. Tempo stimato 120 minuti circa, compreso il viaggio di ritorno in autobus. Ecco dunque la mappa del percorso che vi permetterà come sempre di seguire le nostre indicazioni con estrema facilità:

Foto 31

Cominciamo subito con uno dei pezzi forti del Liberty Savonese, in effetti uno dei suoi massimi vertici artistici, il prestigioso e pregevole Palazzo Delle Piane, di cui abbiamo già mostrato un particoalre in testa all’articolo. Partendo dalla darsena, per arrivarci vi basterà aggirare l’area della possente fortezza del Priamar. Lo troverete subito, all’inizio di Corso Mazzini angolo Corso Italia e, ne siamo certi, lo riconoscerete al volo.

Il fiabesco “Palazzo Delle Piane” è noto anche come “Palazzo delle Palle” per via delle sei grandi sfere di rame poste sul tetto e sostenute da una struttura a forma di braciere. È un altro capolavoro dell’ingegnere e architetto Alessandro Martinengo ed è stato realizzato, con la collaborazione di Adolfo Ravignetti, tra il 1910 e il 1911. Per l’occasione Martinengo s’ispirò a una corrente del Floreale diffusa a Milano dal caposcuola Somaruga. Per le spiegazione del caso ecco ancora una volta presentarsi a noi provvidenziale il commento del già citato specialista Giovanni Gallotti:

<<Le ricche decorazioni, sono trattate in modo sommario, come un non finito. I motivi bizzarri, quasi barocchi, accrescono l’unicità della costruzione. Tra questi le api con cellette, che segnano la fascia sopra i negozi, o le figure femminili del basamento>>

Resta da aggiungere che la fantasiosa e quasi organica decorazione plastica, tra cui in particolare la policroma presenza di maioliche raffiguranti anemoni in campo azzurro, è probabilmente debitrice per qualcosa anche alla Secessione viennese e all’opera dell’architetto torinese Pietro Fenoglio.
Prima di terminare questa imperdibile prima tappa, di cui offriamo anche la magnifica visione delle classicheggianti finte cariatidi che corrono lungo l’intero perimetro dell’edificio, vale la pena di rivolgere uno sguardo all’edificio addossato al Palazzo delle Palle dal lato di corso Italia, perché immeritatamente oscurato da cotanta presenza. Esso è, infatti, fabbricato pure assai elegante e che denota attributi Liberty.
Proseguiamo quindi il percorso scendendo in Corso Colombo. E a questo punto l’estensore dell’articolo non resiste alla tentazione di segnalare l’edificio posto verso la fine di Via Montenotte, civico 37, poco prima che la Via stessa sfoci appunto in Corso Colombo. La facciata in effetti pare per ispirata più al classicismo e all’epoca rinascimentale che al liberty, ma rientra d’altronde in un ideale di libertà ispirativa tipico di quei giorni. Interessanti i magnifici balconi del secondo piano, con quelle fiere teste di leone, alternati agli altri a balaustra e i numerosi fregi che ne arricchiscono la facciata, tra cui i musici e le altre figurine di gusto classicheggiante presenti al di sotto del cornicione.
Tiriamo ora dritto lungo Corso Colombo, ricco di testimonianze Liberty presenti anche in edifici non propriamente appartenenti al genere. In proposito di spunti interessanti se ne possono trovare vari. Giungiamo dunque all’incrocio successivo e soffermiamoci ad osservare l’edificio al civico 38 di Via Guidobono con cui esso fa angolo e il palazzo successivo e addossato all’altro e cioè il civico 10 di Corso Colombo. Ammiriamone allora gli attraenti bovindi e gli eleganti balconi, ora dalle ringhiere in stucco ora dalle ringhiere lavorate in ferro.

Palazzo C. Colombo angolo Guidobono.

Palazzo C. Colombo angolo Guidobono.

A proposito, nel caso vi sia sfuggito, si tratta di quella stessa Via Guidobono al cui incrocio con Via L.Corsi c’è la “Casa dei Gatti” e che si può dunque eventualmente seguire per collegare i percorsi della prima e della terza puntata.

Palazzo C. Colombo, civico 10.

Palazzo C. Colombo, civico 10.

Proseguendo il cammino si supera il ponte sul torrente e si entra in Corso Vittorio Veneto. Da un lato, dopo il primo isolato, in origine una centrale elettrica anch’essa costruita in stile Liberty ma oggi in fase di totale ristrutturazione, si aprono spiagge frequentate fin dall’inizio del XX secolo, tra cui alcune i cui ingressi si rifanno con evidenza al floreale, dall’altra scorre una lunga serie di edifici civili. Superiamo anche il primo incrocio sulla destra, con la via che corre sul lungo torrente (o lungo fiume, peccando d’immodestia), e cioè Corso Viglienzoni. L’incrocio successivo, con la brevissima Via Catalani, è quello che ci interessa. Qui, al civico 2, sorge un altro edificio, datato 1915, di cui purtroppo ignoriamo il nome del progettista, riconducibile allo stile oggetto della nostra ricerca, i cui elementi distintivi appaiono con evidenza. Esso è, infatti, caratterizzato dalla presenza di un bovindo che smussa l’angolo principale della facciata e si slancia verso l’alto per mezzo della piccola ma raffinata cupola, terminante a sua volta in un guglia che sfida il cielo. L’intera facciata è inoltre ricca di fregi, in basso e sul bovindo di stampo per lo più geometrico, mentre in alto, da ambo i lati sotto tutto il cornicione, prevalgono decorazioni di tipo squisitamente fitoforme.

Palazzo C. Vittorio Veneto angolo Catalani.

Palazzo C. Vittorio Veneto angolo Catalani.

Percorrendo il corso, lungo il lato destro dello stesso potrete osservare altri palazzi che denotano caratteri Liberty, tra cui l’edificio civico 12 di cui abbiamo mostrato il portone nella soprastante foto di presentazione allo stile Floreale. Continuando a camminare si raggiungerà infine l’incrocio con Via Doberti (civico 20), dove troviamo l’ennesimo fabbricato progettato da Martinengo, il “Palazzo dei fratelli Rosso”, con i suoi bei balconi a balaustra al secondo e terzo piano o dalle ringhiere in ferro al quarto e quinto e quelli graziosissimi e piccini, che ricordano un po’ un’ostrica, siti invece al primo piano. Si tratta di un edificio di assai vaste dimensioni, di cui per chiarezza espositiva abbiamo qui riprodotto solo una parte minore.

Palazzo in C.V. Veneto “Dei Fratelli Rosso”.

Palazzo in C.V. Veneto “Dei Fratelli Rosso”.

Realizzato tra il 1915 e il 1916, è caratterizzato, in omaggio al vicino mar Mediterraneo, da fastose decorazioni in stucco di ordine gigantesco raffiguranti conchiglie circondate da foglie e frutti,
Altri ornamenti di dimensione inferiore sono poi presenti sull’intera facciata. Spicca poi l’elegante ed elaborata struttura sopraelevata posta all’altezza del bovindo e culminante in una guglia svettante verso il cielo. Vale infine la pena di notare la presenza di un’autocitazione da parte di Martinengo. Ci riferiamo elle grandi sfere, bianche e dunque stavolta non di rame, presenti sul terrazzo sotto al tetto e che corrono lungo l’intero perimetro dell’edificio, di cui potete scorgere nella foto due esemplari. Sia questo edificio sia quello, descritto in precedenza con la sua elegante cupola, sito al civico 2, trovano una loro ispirazione nei coevi palazzi e alberghi della Riviera ligure e della non lontana Costa Azzurra, nati per la villeggiatura delle classi agiate, come l’Hotel Negresco di Nizza, situato sulla Promenade des Anglais o l’Hotel Carlton di Cannes.
Proseguendo ancora si giunge all’angolo con Via Saredo, dove sorge il “Palazzo delle Margherite”.

Palazzo delle Margherite.

Palazzo delle Margherite.

Esso è caratterizzato dagli appariscenti fiori, posti sopra una parte delle finestre, che gli danno il nome, dagli eleganti balconi “Secessione” Viennese, stile a Savona assai gettonato, e da due basse torrette laterali, una delle quali si può intravedere nella foto in alto a destra.
Con questo incrocio termina Corso Vittorio Veneto e inizia Via Nizza. L’ultima tappa del nostro viaggio è Villa Zanelli e si trova appunto lungo Via Nizza, a circa un chilometro e mezzo di distanza dal Palazzo delle Margherite. Il tratto è senz’altro percorribile a piedi, non è però necessario farlo, perché lungo la trafficatissima strada passano le corriere della linea no 6, le cui numerose fermate vi permetteranno di salire a bordo nei pressi del punto di partenza e di giungere esattamente di fronte alla vostra destinazione. E quest’ultima è una meta che non va assolutamente saltata perché si tratta, a detta di molti, del capolavoro assoluto del Liberty savonese, provincia compresa.

Villa Zanelli. Facciata principale.

Villa Zanelli. Facciata principale.

Circondata da un lussureggiante giardino, Villa Zanelli è una costruzione magnifica, riccamente decorata e con un incredibile aria da castello delle favole, ma purtroppo è abbandonata da oltre due decennii e versa in pessimo stato di conservazione. La sua situazione può essere ritenuta emblematica dell’inerzia burocratica in cui vivono le amministrazioni pubbliche. La Villa è vittima di polemiche sui diritti di proprietà che ne impediscono di fatto interventi conservativi. I danni sono ormai facilmente visibili anche a colpo d’occhio. Sarebbe dunque opportuno rinunciare a controversie e pretese e intervenire immediatamente per salvarla dalla rovina prima che sia troppo tardi, perché quello che andrebbe altrimenti perduto sarebbe un patrimonio dell’umanità di inestimabile valore.
Villa Zanelli, costruita nel 1907 – 1908, è attribuita a Gottardo Gussoni, allievo del torinese Pietro Fenoglio, uno dei più importanti architetti Liberty italiani. Essa sarebbe ispirata alla Villa Scott di Torino.
La Villa è caratterizzata da una spettacolare torre laterale, slanciata e possente a un tempo e dalla presenza sulla facciata di eleganti maioliche bianco azzurre (i colori tradizionali della ceramica savonese). Ci sono inoltre ricchi fregi, figure prospicienti di genere naturalistico, balconi, terrazzi e guglie a forma di conchiglia, distribuite con armonia e che le donano un aspetto davvero fiabesco. La villa meriterebbe di esser visitata anche al suo interno essendovi presenti notevoli affreschi.
Ribadiamo il concetto: Villa Zanelli è un capolavoro assoluto e va salvata con la massima urgenza!

Villa Zanelli

Villa Zanelli

Siamo qui giunti all’estremo ponentino della nostra visita, ad alcuni chilometro dal centro. Quanto al ritorno, segnalaimo che questo tratto di strada, compreso tra Corso Vittorio Veneto e Via Nizza e che altri non è poi che la Via Aurelia, è ben collegato al centro e al quartiere Villapiana dalla linea urbana di autobus no 6.
Con Villa Zanelli si chiude dunque in bellezza il nostro viaggio nel Liberty savonese, ultima stagione vitale per l’architettura non soltanto locale. Come chiunque può costatare, a parte rarissime eccezioni in seguito sono stati edificati solo stabili anonimi e privi di qualsivoglia valore artistico, figli della speculazione edilizia.
La nostra speranza è che abbiate gradito questo servizio e che possa costituire un incentivo ad effettuare il percorso di persona e non solo tramite navigazione virtuale. E allora: saluti a tutti da chi, Virgilio dell’occasione, con la sua immagine in testa al servizio e le sue spiegazioni e illustrazioni, vi ha virtualmente accompagnato lungo il percorso. Buona visita a Savona e alla sua Art Nouveau.

Testo e immagini di Massimo Bianco

 

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Sanremo, da tutti conosciuta come la città dei fiori, può vantare di essere una delle zone turistiche più famose d’Italia, nonché meta da sempre di gente famosa e benestante. Come avrebbe potuto una località così in voga e al centro delle mode non essere contaminata nel secolo scorso dallo stile Liberty? La città dei fiori e lo stile floreale, infatti, si sono più volte incontrati anche se mai in maniera prorompente come è successo per altre zone del bel paese.

A nostro parere, nel Sanremese, il miglior esempio rimasto di questa particolarissima corrente architettonica lo si può oggi ritrovare in una pregiatissima villa privata, parliamo di Villa Angerer. Il nostro itinerario vuole partire proprio da questa proprietà situata in Via Fratelli Asquasciati. Dal 1909, anno in cui la dimora venne completata, mette in mostra agli occhi incantati dei passanti tutta la sua magnificenza ed eleganza. Recentemente è stata restaurata nella parte esterna tornando all’antica freschezza con la quale la videro persone non più vive in quel lontano anno d’inizio ‘900, quando fu finita.

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La storia dell’edificio comincia nel 1882, sotto il nome di Villa Feraldi. Nel 1902 la proprietà passa in mano al signor Leopold Angerer, avvocato austriaco, che darà inizio ai lavori di ristrutturazione e ingrandimento dell’edificio che, da questo momento in poi, verrà contaminato da lussurreggianti e movimentati richiami liberty.

Lavoreranno nella proprietà alcuni dei più grandi esponenti dello stile floreale, tra tutti l’internazionalmente conosciuto Mazzucotelli, maestro indiscusso nella lavorazione del ferro battuto. Un’altra figura che ritroveremo più avanti in altri edifici è quella di Luca Casella, che qui ha lavorato occupandosi delle ceramiche e delle piastrelle che ornano l’esterno dell’edificio.

Sanremo-Craffonara

Courtesy Galleria L’IMAGE – Manifesti originali del xx secolo

Lasciamo villa Angerer e il suo fantastico parco per addentrarci tra le altre meraviglie liberty del Sanremese. A Piazza Stazione vale la pena fermarsi per ammirare altre particolarità in stile, la prima che salta all’occhio è sicuramente la fontana di marmo in stile Dèco, sovrastata da Palma e leoni, simboli della città. Di fronte si può notare quel che resta dell’ottocentesca stazione ferroviaria, ormai senza più ferrovia, incerto è ancora il futuro di questa struttura che, a nostro avviso, andrebbe comunque tutelata.

Poco lontano dalla vecchia stazione possiamo ammirare quelli che una volta furono due alberghi; gli edifici, uno attaccato all’altro, per quanto anch’essi in stato d’abbandono fanno ancora oggi bella mostra delle loro peculiarità Liberty. Il più piccolo dei due, quello dalla facciata color ocra, si chiamava Hotel Liberty, l’altro era invece conosciuto come Hotel Bononia. Quest’ultimo nel corso degli anni ha cambiato più volte nome, da Hotel de la Gare a Grand Hotel Sanremo per finire come Hotel Molinari. Si possono notare delle decorazioni molto fini che danno alla struttura un senso di ieraticità, preziosi medaglioni, uno per stagione, ornano la facciata nel primo piano in maniera speculare.

Proseguiamo, rinocoscendo, a sinistra, il retro del grande e ottocentesco Palazzo Capoduro. Qui ritroviamo la mano del maestro Luca Casella che ne realizzò gli stucchi. Nell’immagine sotto, datata 1898, possiamo notare la manovalanza che eseguì i lavori di costruzione. Al cantiere lavorò anche Achille Casella, giovane figlio del maestro; in una nota riportata dietro alla foto si può leggere: “Essendosi fatto castigare dalla professoressa di francesce Villany, era stato condotto dal padre sul cantiere a portare il bojolo. Alla sera aveva le piaghe sulle spalle e s’era deciso a continuare con determinazione gli studi”. Fuori dal divertente aneddoto è da notare il gran numero di ragazzi in giovanissima età impiegati nel duro lavoro; la sicurezza, del tutto assente, faceva si che gli incidenti sul cantiere fossero all’ordine del giorno.

Da Piazza Cesare Battisti, si dipartono Via Roma, lungo viale alberato voluto da Giovenale Gastaldi Senior, assessore ai lavori pubblici nel 1880, e Via Nino Bixio, d’epoca fascista, ottenuta tramite il parziale abbattimento di un gruppo d’abitazioni che si trovavano all’altezza di Piazza Bresca. A dividere le due strade troviamo un altro edificio liberty anch’esso nato con la concenzione di Hotel, il Metropole Terminus.

Pochi anni dopo la sua apertura l’hotel fu diviso in due, una parte prese il nome di Hotel Terminus, ancora oggi esistente con il nome di Bell’èpoque, l’altra parte invece divenne l’Hotel Cosmopolitan, trasformatosi poi in Hotel Plaza e oggi ristrutturato in appartamenti ad uso privato. L’avancorpo più basso, nato come ristorante ad uso dell’albergo, ospitò in seguito per molto tempo l’ufficio Imposte e Consumo di Sanremo.

All’ombra di un grande ficus, una volta imboccata Via Roma, possiamo scorgere l’Albergo Eletto, che si affaccia su Via Matteotti. Ex sede della Sottoprefettura di Sanremo; divenne negli anni l’Hotel Select, italianizzato, appunto, in Albergo Eletto durante il regime fascista. Come nota storica vale la pena ricordare che il Liberty era pura contaminazione, una sorta di prima Europa si stava concretizzando con l’espansione di questo stile eccentrico. Con la Prima Guerra Mondiale e poi dal 1922 con l’ascesa al potere tramite colpo di stato di Benito Mussolini la musica cambiò notevolmente. A tutti i costi andava ostentato solo ciò che rispecchiava l’italianità, furono così cancellate parole straniere dall’uso comune e inventate delle nuove per sostituirle. A questo lavorò ferventemente l’immaginifico, come lui stesso amava farsi chiamare, ovvero Gabriele D’Annunzio, forse l’esponente letterato per eccellenza del primo periodo della dittatura fascista.

Sanremo Liberty foto di Bernard BlancDi fronte all’albergo possiamo osservare la Chiesa Valdese con annessa casa parrocchiale, opera di Carlo Gastaldi (1862-1934) figlio del già citato Giovenale Senior. Gastaldi arricchì la città di molte opere architettoniche saltando mirabilmente da uno stile all’altro con grande maestria. In questo edificio vengono usati stilemi neoclassici con riusciti alleggerimenti dati dalla merlettatura delle balconate che corrono ai lati del frontone. Gastaldi aveva inoltre già progettato un edificio a scopo scolastico-religioso ma a causa dei difficili rapporti con le altre chiese e successivamente col fascismo la messa in atto del progetto fu bloccata; una scuola evangelica non era ben vista in territorio italiano.

Da Via Carli, una volta completamente attraversata, si arriva davanti alle Case Parodi decorate da bei fregi con testine femminili. La prima delle due case fu a lungo sede alberghiera con il nome di Hotel Centrale. Poco lontano si può notare un edificio basso, sormontato da un antico stemma raffigurante l’araldica del comune di Sanremo, non a caso un tempo la struttura era adibita a Sede Centrale delle Poste.

Prima di arrivare in Corso Mombello incontriamo sul nostro tragitto Casa Cassini, opera anch’essa del Gastaldi, gli stucchi e le decorazioni, anche in questa occasione, sono del maestro Casella. Giunti nel corso ci si trova di fronte al Basamento del Monumento ai Caduti per la Patria, opera di Vincenzo Pasquali. L’opera vera e propria non fu mai realizzata, quindi non ci resta che contemplarne il basamento con epigrade di Francesco Pastonchi.

È giusto citare la figura storica sanremese di Augusto Mombello, insegne garibaldino a cui è stato intitolato l’omonimo corso. Fu il primo sindaco socialista d’Italia, eletto nel 1896; durante la sua amministrazione si fece l’illuminazione pubblica e inoltre s’istituì la prima refezione scolastica d’Italia (del tutto gratuita per i non abbienti). Mombello venne comunque aspramente criticato per il suo orientamento politico, il tempo e la storia hanno comunque reso omaggio alla sua figura giusta e corretta, tant’è che il comune ha deciso di intitolargli una delle strade principali di Sanremo.

Risalendo il Corso dal lato opposto, notiamo l’eclettismo nello stile pieno e denso del Palazzo delle Cariatidi. Venne commissionato da un certo Picconi, originiario di Sanremo che emigrò a Marsiglia tornando dopo alcuni anni con una certa fortuna. Aveva sposato la figlia del Barone di Bazancourt, lasciandola però presto nella vedovanza. La nobildonna aveva preso in seconde nozze un uomo più giovane di lei un certo Vittorio Blane, trasferendosi in altra abitazione. I beni della nobile famiglia finirono ben presto sperperati dall’unico figlio della coppia, avvezzo al gioco d’azzardo.

Sempre nel medesimo luogo in una piccola aiuola dove una volta era posta una fontana si può ammirare la Statua dell’Ondina, sorella della celeberrima “Primavera”, altra opera del Pasquali.

L’incrocio che si va a formare tra Via Matteotti, Via Feraldi e Corso Mombello origina uno slargo soprannominato del “Rigolè”. Qui si trova il punto centrale della Via Matteotti, nata in epoca Napoleonica quale alternativa all’antica Strada Romana che passava per le attuali Via Palazzo e Via Corradi. La “Nuova Traversa” aveva un andamento stranamente onduoso, ben sette curve infatti caratterizzano questa strada, con gli anni e i vari espropri la via prese ben presto la conformazione attuale. Fu intitolata al neo eletto Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, tale nome rimase in auge fino alla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Oggi la via è intitolata a Giacomo Matteotti, senatore barbariamente ucciso dal fascismo dal momento che osò ostentare apertamente le sue idee contro l’appena instaurata dittatura Mussoliniana.

Qui vicino sorgeva in passato un torrente, nel 1866 venne coperto per “iniziativa e spese del signor Francesco Feraldi”. Non è un caso che sempre gli stessi nomi vengano a galla nel corso di questo nostro itinerario, questa infatti è pura consuetudine storica. Il signor Feraldi non era altro che il proprietario della omonima villa da cui siamo partiti in questo nostro racconto, la stessa villa che dal 1902 diventò villa Angerer.

Torniamo per un secondo ad approfondire la questione di questa piazza comunemente chiamata dai Sanremesi come “Rigolè”. Il Feraldi fece costruire due proprietà nel luogo dove una volta sorgeva l’antico torrente, i palazzi, tutt’ora esistenti, fanno da angolo con la “Nuova Traversa”. Al piano terra di uno dei due edifici si trovava il “Cafè Europèen” gestito all’epoca dal francese Monsieur Rigollet. Era il bar più frequentato della città; per tutto il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fu punto di ritrovo di importanti personalità politiche e mondane. Buffo pensare che proprio dallo storpiamento del cognome Rigollet nacque il nome popolare attribuito a questa piazza.

Tutto l’isolato ad ovest di Via Feraldi era proprietà dei banchieri fratelli Asquasciati, gli stessi a cui è intitolata la strada privata dov’è sorge villa Angerer. Il palazzo al civico 144 fu costruito da Pietro Agosti nell’anno 1902, come riportato con numeri romani nei medaglioni che impreziosiscono la facciata dell’edificio.

Nell’incrocio successivo, intitolato a Escoffier, Sindaco di Sanremo, troviamo il Palazzo dei Conti Roverizio, nobile famiglia proveniente da Ceriana. L’edificio ebbe i natali nel 1720, nella foto possiamo notare la facciata posteriore che si apriva, anticamente, su dei grandi giardini e sul torrente che nei secoli successivi fu atterrato. Nel 1842 i Conti Roverizio donarono i giardini al Comune che ne fece una piazza utilizzata anche per il mercato, la nobile casata si tenne però la servitù di passaggio per poter arrivare in carrozza fino all’entrata del palazzo. Tale passaggio, porticato, è l’unica cosa che è rimasta di quel periodo, giardino e piazza purtroppo non esistono più; i Sanremesi usano chiamare questo corridore come “U pòrtegu sgarbu” ovvero il portone forato.

foto_angerer_1-585xI conti di Roverizio avevano parentela con i Della Rovere di Savona, nobilissima famiglia che diede alla cristianità i papi Sisto IV, il quale nel 1477 fece ristrutturare la Cappella Sistina a Roma, affidandone i lavori a Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Pinturiccio, e Giulio II, che commissionò gli affreschi a Michelangelo. Forse per questa parentela o forse per il passaggio di Pio VII a Sanremo nel 1814 (di ritorno dal periodo di “cattività” in Francia per mano di Napoleone) venne edificato un Altaretto privilegiato, tutt’ora esistente nel palazzo. A cavallo tra Otto e Novecento il palazzo dei Conti di Roverizio fu venduto e smembrato in tanti appartamenti, anche il nobile casato da li a poco si estinse.

Un posto particolare in questo itinerario va riservato al Palazzo Borea D’Olmo. Appartenne alla nobile stirpe dei Borea, d’antica orgine bretone. Dal XII secolo la famiglia si spostò più volte, partendo da Venezia, passando per Imola e Lugo di Romagna per fermarsi a Sanremo nel 1440. I Borea avevano titolo di Marchesi nel periodo dei Savoia, diventando Baroni sotto Napoleone e duchi nel 1914 con regio decreto di Vittorio Emanuele III.

Il Palazzo Borea D’Olmo ha sempre goduto della stima generale di tutti, fu segnalato come: “La sola cosa che meritasse l’attenzione del forestiere quando i sanremesi si attendevano dal porto dell’olivo ogni loro prosperità”. Lo storico Girolamo Rossi lo definì: “Degno di decorare una città capitale”. Nei secoli ha avuto diverse ristrutturazioni e ingrandimenti. Dall’epoca Barocca ha avuto le sue ultime contaminazioni rimanendo poi pressochè invariato fino ai giorni nostri.

Il cinquecentesco Portale di San Giovanni si apre sulla facciata occidentale del palazzo che da su Via Cavour, Realizzato in marmo con portone originale in ferro e lamine borchiate. Venne realizzato da F