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Itinerario Liberty ”Sicher” Lido di Venezia
maggio 292013

L’itinerario riproduce fedelmente la scelta attuata da Giovanni Sicher – un architetto attivo durante la fase di urbanizzazione d’inizio secolo dell’isola – in una antologia fotografica pubblicata negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Grande Guerra: l’elenco che ne consegue compone una preziosa testimonianza – in presa diretta, per così dire – della prima urbanizzazione del Lido, quella ancora tutta incentrata sulla destinazione turistica dell’isola. Non a caso l’itinerario si caratterizza per una particolare concentrazione nella zona del ponte delle Quattro Fontane, lungo il canale di accesso alla ex sede estiva del Casinò, nelle immediate vicinanze dell’Hotel Excelsior. Proprio attorno a questo albergo infatti – inaugurato agli albori del secolo scorso – doveva organizzarsi il centro dell’isola, una sorta di nuova area marciana, alla quale la presenza delle procuratie (dette in quegli anni Procuratie del Lido) era un inequivocabile rimando. Ancora una caratteristica che accresce il pregio documentario di questa raccolta: l’antologia fotografica di Giovanni Sicher consente un immediato raffronto a quasi un secolo di distanza tra l’assetto originario e le attuali condizioni di conservazione di queste ville, mostrando – nel caso – quali e quante modifiche e superfetazioni siano nel frattempo intervenute; e, nei casi di demolizione dei manufatti, essa rappresenta una preziosa e rara testimonianza di quel tipo di edilizia e degli esempi perduti.

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1. Villa Quarti

2. Villa Krebser-Beltrami

3. Villa Perez

4. Villino Fanna

5. Villa Fanna

6. Villa Trento

7. Villa Romanelli

8. Villa Terapia

9. Villino Viale

10. Villino Erinna

11. Villa Giuliani

12. Villino Corti

13. Villino Sicher

14. Villino del Vo

15. Villino Mazzoli

16. Villa Candia

17. Villa Church-Pedrazzoli

18. Villa Donatelli

19. Villa Romanelli

20. Villa Ortes

21. Villino Adele

 

 

 

 

Fonte: http://www2.comune.venezia.it/lidoliberty/ricerche/itinerari/sicher.htm

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Fra i tanti percorsi possibili, suggeriti dalle numerose emergenze storiche e artistiche sparse sul territorio del Lido, questo itinerario ripercorre la splendida stagione del Liberty e del Decò, proponendo una passeggiata fra ville, viali e grandi alberghi per tentare una lettura di alcune fra le più significative presenze architettoniche e urbanistiche dell’isola.

Questo percorso è stato elaborato dall’Istituto Statale per il Turismo “F. Algarotti” di Venezia in collaborazione con l’Assessorato al Turismo della Provincia di Venezia.

Il Lido è un’isola un po’ speciale, diversa dalle altre che formano Venezia; qui la vita è dinamica e moderna, non solo perché è ammessa la circolazione di auto, biciclette e moto, ma per un’ aria frizzante e salmastra che ci accoglie appena sbarcati, è la presenza del mare che si avverte subito: l’Adriatico è li a pochi metri con il suo “immenso”.

Vivere al Lido è una “vocazione”; dunque i suoi abitanti, moltissimi i giovani, si sentono un po’speciali e hanno ragione! La sua storia muove dagli antichi splendori della Serenissima per arrivare all’elettrizzante Mostra del Cinema, che ogni settembre fa concorrere le più importanti produzioni cinematografiche e le stars del mondo per la conquista del Leone d’oro.

È facile arrivare al Lido: ogni dieci minuti da S. Marco parte un “battello” e ne bastano altrettanti per giungere a destinazione. Non ci si può sbagliare, è l’ultima fermata.

Sbarcando al Lido, ci troviamo in Piazzale S. Maria Elisabetta; di fronte ci accoglie un lungo viale alberato chiamato trionfalmente Gran Viale che conduce alle spiagge. Percorrendolo si stenta a credere che fino alla metà dell’Ottocento qui non ci fossero che dune sabbiose e desolate, interrotte da pochi campi coltivati ad ortaglie e vigne. La trasformazione urbana e architettonica è stata rapida: iniziata infatti solo negli ultimi due decenni del XIX secolo, giunge all’apice del suo sviluppo intorno agli anni 1910-1920, “epoca d’oro” del Lido, quando l’isola poteva definirsi la più elegante stazione balneare d’Europa.

Si era raggiunto il risultato voluto e perseguito con audacia da alcuni imprenditori veneziani, poi sostituiti da società alberghiere, che avevano compreso e investito sulle grandi potenzialità del luogo.

Percorrendo a ritroso la sua storia, anche attraverso la cartografia storica, si riesce a capire quali altri ruoli aveva assunto nell’epopea della Serenissima. Dal punto di vista strategico il Lido aveva sempre occupato un posto di rilievo per la salvaguardia di Venezia: la sua conformazione allungata, quasi una catena protettiva contro il mare e i nemici, fu sfruttata dalla Repubblica come avamposto difensivo naturale sin dai primordi della sua storia.

Non a caso i più importanti “ingressi” di Venezia dal mare si trovano proprio alle due estremità dell’isola. Il primo a nord est con il porto “de li do castelli”, è il sistema difensivo più antico, costituito dalle fortezze di S.Andrea (sull’omonima isola) e di S. Nicolò, che fronteggiandosi sbarravano l’ingresso in laguna a qualsiasi imbarcazione nemica.

Il secondo a sud comprende il porto di Malamocco – Alberoni, difeso dal forte omonimo, consolidato nel corso del XVII secolo e ora distrutto .

Sembra esistessero, ab antiquo, anche le fortificazioni intermedie situate in località Quattro Fontane e Cà Bianca, rinforzate e ampliate notevolmente durante la dominazione austriaca tra il 1840 e il 1860. In questo periodo l’isola fu utilizzata quasi esclusivamente come postazione militare, bloccando di fatto qualsiasi sviluppo edilizio. Infatti le servitù militari, alle quali erano soggetti molti terreni, vietavano costruzioni private in muratura e vincolavano quelle di altro genere alle decisioni del presidio, che aveva la facoltà di demolirle senza corrispondere alcun indennizzo ai proprietari. La situazione cambiò radicalmente con la definitiva partenza degli austriaci nel 1866, ma già le prime avvisaglie di un nuovo clima si erano fatte sentire nel 1857 quando un imprenditore di Pellestrina, Giovanni Busetto detto “Fisola” aveva fatto costruire, su progetto di Ludovico Cadorin, il primo Grande Stabilimento Balneareal Lido, intuendo le potenzialità di quest’isola dotata di uno straordinario affaccio al mare e di un’altrettanta straordinaria vicinanza a Venezia.

Sbarcando a S. Maria Elisabetta si ha un’idea di quelle che già le mappe del XVI secolo evidenziavano come le direttive viarie principali. A destra, l’attuale via Sandro Gallo era un viottolo militare che congiungeva la località di S. Maria Elisabetta ai forti dei Quattro Cantoni (poi Quattro Fontane) e degli Alberoni, mentre l’attuale Gran Viale, era all’epoca un sentiero largo appena due metri che metteva in comunicazione l’approdo lagunare con l’arenile. Questa pista, inoltrandosi fra ortaglie disordinate e fossi da pesca, a tre quarti del suo percorso si inerpicava su un’altissima duna sabbiosa e, ancora nell’Ottocento, i primi frequentatori dello stabilimento bagni dovevano affidarsi a un servizio di somarelli addobbati con sonagli e campanelli per valicarla.

Solo qualche anno più tardi la duna fu spianata e la strada allargata per consentire il passaggio di carri e carrozze e nel 1905 anche del tram elettrico a due corsie.

Si è già accennato allo stabilimento balneare del “Fisola”, in realtà poco più di una enorme baracca in legno con loggetta esterna balaustrata e ricco padiglione con sedili e tavolini, inaugurato il 4 luglio del 1857. Ebbene, proprio a causa delle leggi sulle servitù militari, questo fabbricato fu abbattuto a due anni dalla sua costruzione, ma ormai i servizi che erano stati garantiti dal Comune di Venezia (anche se il Lido continuò a far parte del poverissimo Comune di Malamocco fino al 1883) continuarono ad essere erogati. Il Lido, così, poteva disporre di un regolare servizio di traghetto da S. Maria Elisabetta a Riva degli Schiavoni, realizzato dapprima con imbarcazioni a quattro rematori in grado di trasportare fino a 16 passeggeri all’ora, in seguito con una vaporiera militare (l’Alnoch), affittata dall’Ammiragliato. La nuova “Società Bagni Lido” che nel 1872 aveva rilevato a poco prezzo quella del “Fisola”, acquistando anche un’estesa rete di terreni fra il cimitero israelitico e il Forte delle Quattro fontane, iniziò un vasto programma di interventi edilizi continuato poi dalla CIGA, (Compagnia Italiana Grandi Alberghi) che subentrò a questa pochi anni dopo.

Sotto la direzione di un uomo straordinario, il cav. Nicolò Spada, che decise di inventare ex novo, su un terreno praticamente vergine, la più elegante cittadina balneare d’Europa, furono tracciate strade sinuose, secondo i dettami del nuovo stile liberty e spaziosi viali alberati; furono disegnati giardini e aiuole, interrati fossi insalubri e scavati profondi canali per permettere alle imbarcazioni da turismo di raggiungere ville e alberghi che stavano sorgendo in prossimità dei posti più suggestivi. Tutto quello che il tessuto architettonico di Venezia, cosi legato ai moduli storicistici non consentiva, fu sperimentato al Lido, dove gli stessi architetti che nel centro storico si attenevano a un rigoroso stile neo-gotico o neo-bizantino, qui aggiornavano il loro linguaggio inserendo quelle movenze liberty e secessioniste che ormai erano diffuse nel resto d’Italia.

turismo

1. Grande Albergo Ausonia Hungaria

2. Villa Fanna

3. Villino Monplaisir

4. Villino Thea

5. Villa Romanelli

6. Villa dei Padri Armeni

7. Villa Otello

8. Villa delle Palme

9. Villino Trento

10. Villa Giannina

11. Villa Gemma

12. Casa Predelli

13. Hotel des Bains

14. Excelsior Palace Hotel

15. Villa Gelsomini

16. Villa Rossi

17. Casa del Farmacista

18. Villa Tonello

 

Fonte: http://www.turismo.provincia.venezia.it/turismoambientale/cd_1/itinerari/lido/lido.html#piantina

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La Sovrintendenza di Venezia ha ritenuto di assoggettare al vincolo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali alcuni edifici, di particolare valore, che costituiscono pertanto un itinerario particolare, quello caratterizzato dalle priorità riconosciute. Tale elenco è però destinato ad accrescersi, man mano che proseguono gli studi e gli approfondimenti che la Sovrintendenza sta compiendo.

vincolate

 

  1. Villa Quarti
  2. Villino Maffei
  3. Villa Asta
  4. Villino Mon Plaisir
  5. Villa Eva
  6. Villa Annamaria
  7. Hotel Des Bains
  8. Villa Lisa
  9. Villa Giannina
  10. Villa Calzavara
  11. Casa Campese
  12. Villa Romanelli
  13. Palazzo del Cinema
  14. Grande Albergo Ausonia Hungaria
  15. Ex sede della Cassa di Risparmio di Venezia
  16. Villino Fanna
  17. Villa Donatelli
  18. Albergo “Quattro Fontane”
  19. Ex Casinò Municipale
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Itinerario Liberty a Milano
maggio 212013

Conoscere e scoprire una città vuol dire andare alla ricerca della sua identità più autentica e profonda. Un’identità che si racconta anche attraverso le linee sinuose e complesse dei palazzi di fine ’800. Dimore imponenti e suggestive ornate da stucchi, mascheroni in pietra e ferri battuti che traggono ispirazione dalle forme più ardite e complesse della natura. Case vestite con i colori sgargianti delle maioliche o dai mille riflessi di delicate vetrate, questo è il fascino immutato del Liberty a Milano: palazzi, strade e monumenti che meritano di essere raccontati e riscoperti.

Una città diversa vissuta attraverso l’estro e la creatività degli architetti e degli artisti-artigiani che per primi seppero delineare una precisa evoluzione stilistica e architettonica traducendo in forme, volumi e decori i cambiamenti sociali ed economici della Milano dei primi del ’900. Tra i tanti artefici di questo cambiamento spiccano i nomi di Giuseppe Sommaruga e Alessandro Mazzucotelli, che grazie all’utilizzo di materiali innovativi per l’epoca come il ferro, il cemento armato e il vetro tratteggiarono una nuova dimensione della/ città in equilibrio tra modernità e innovazione, tratti che da lì a poco sarebbero diventati l’essenza di Milano. Partendo da questo presupposto, sono molto orgoglioso di proporvi un percorso, fuori e dentro l’antica cerchia dei Bastioni che passando da Casa Galimberti, superbo esempio di utilizzo della maiolica decorativa, giunge all’ex Kursaal Diana oggi Hotel Diana Majestic o all’imponente e unico Palazzo Castiglioni conosciuto anche dai milanesi come la “Ca’ di ciapp” per le sculture che un tempo ornavano la facciata, per proseguire lungo le belle architetture di Via Mozart e Via Cappuccini tra cui scorgere le famose case Berri Meregalli veri e propri prototipi architettonici di inizio secolo, per proseguire poi sino all’Acquario Civico o al Cimitero Monumentale vero museo all’aria aperta. Questi sono solo alcuni suggerimenti del Liberty a Milano, a voi scoprire il resto alzando semplicemente lo sguardo mentre passeggiate in città.

La Milano del Liberty è un itinerario capace di offrire una visione insolita per chiunque abbia voglia e tempo di uscire e ricercare queste curiosità. Un viaggio per confrontarsi in maniera nuova e curiosa con la storia, la letteratura e la memoria di Milano, apprezzando l’identità, l’arte e l’architettura attraverso la conoscenza dei luoghi e delle loro origini per comprendere al meglio chi siamo e da dove veniamo.

LA SCULTURA LIBERTY: CIMITERO MONUMENTALE
Piazzale Cimitero Monumentale

SONY DSCIl Cimitero Monumentale, realizzato da Carlo Maciachini a partire dal 1863, può essere annoverato tra le strutture della città moderna e quando, nel 1895, viene riservato alle sepolture perpetue, i ricchi borghesi desiderosi di consolidare il proprio prestigio non possono che dare una spinta notevole alla produzione degli arredi funebri e incrementarne lo sviluppo. Le scuole d’arte e di architettura d’altro canto sono preparate, l’arte funeraria costituisce in quegli anni materia frequente di esercitazione. Forse è azzardato definire Liberty il prodotto di questo fervore, meglio parlare di simbolismo o verismo scapigliato, tuttavia le connessioni tra architettura e decoro, alcune soluzioni plastiche e scelte iconografiche, possono essere ricondotte direttamente all’esperienza del nuovo stile.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERATra tutte, l’edicola Giudici, progettata da Paolo Mezzanotte e realizzata nel 1905, è un vero paradigma del Liberty a Milano. La struttura non è particolarmente innovativa: un parallelepipedo ingentilito dalla sporgenza dello zoccolo e dell’attico nella parte alta, mentre la decorazione è esuberante; rose e rami appassiti si intrecciano come la vita e la morte nella lunetta centrale a mosaico e abbondanti rami di alloro in bronzo si propagano sui lati.
Il contrasto cromatico, enfatizzato anche dai marmi policromi lucidi e opachi, è l’elemento chiave della composizione, tra le più citate nelle pubblicazioni d’inizio secolo dedicate all’ architettura.
6299389827_a933551632_oEspressione di un Liberty più fantasioso ed evocativo è l’edicola Origgi, del 1909, risultato del lavoro comune dell’architetto Boni e dello scultore Grossoni; un monumento pesante che termina a cupola, rinserrato dall’incrociarsi sui lati delle linee rette e curve. Gli elementi scultorei sembrano incastonati nella griglia architettonica e raffigurano foglie di palma e semi di papavero, che raccontano la morte come sogno. Sulla porta bronzea una figura femminile accede all’interno della sepoltura tra foglie di alloro e corolle di girasoli simbolo di gloria e luce divina. Va citata infine l’edicola Toscanini, realizzata dallo scultore Bistolfi nel 1911, che propone una versione ancora differente dello stile.
La struttura, costituita da un semplice parallelepipedo in marmo bianco era destinata ad accogliere le spoglie del figlio del direttore d’orchestra, morto a soli 4 anni. Il decoro, che si limita ad un bassorilievo piatto e stilizzato, racconta le fasi della breve vita del bimbo: la nascita, i giochi dell’infanzia, il dolore e il viaggio.
Schermata 2013-05-22 a 14.05.20Il risultato è fortemente evocativo e i temi simbolisti si legano ai modi stilizzati e astratti della decorazione levigata di questo Liberty, derivato direttamente dalla Secessione Viennese. Una passeggiata per i viali del Cimitero Monumentale permette di scoprire molto di più e di cogliere tutte le contaminazioni che, in vario modo, intrecciano il modernismo con le altre espressioni artistiche contemporanee, a volte con risultati al limite della bizzarria; un esempio? La sepoltura Pierd’Houy, del 1901, in cui architettura e scultura si intersecano nel modo più fantasioso tra volute fuori scala, angeli di bronzo, echi assiro-babilonesi e draghi dalle fauci spalancate…Liberty? Anche.

 

RESTAURARE IL LIBERTY
Largo Marinai d’Italia

Schermata 2013-05-22 a 14.13.08La modernità che avanza e la rapidissima crescita demografica a Milano comportano la definizione di leggi sanitarie a tutela delle condizioni di vita comunitaria. Non sono necessarie solo le abitazioni popolari, ma anche nuove infrastrutture, spazi pubblici e di servizio. In quest’ottica il vecchio Verziere, attivo dal 1780 nella zona dell’attuale via Larga, viene sostituito da un moderno mercato ortofrutticolo. Siamo nel 1911 e la zona prescelta è quella di Porta Vittoria. Il nuovo mercato occupa 70.000 metri quadrati. La struttura è a ferro di cavallo ed è dotata di tettoie, pavimentata e asfaltata; viene pulita e disinfettata quotidianamente e nelle vicinanze si trovano posta, telegrafo, pesa e ambulanza: insomma, tutto quello che alla modernità si può domandare. Non manca un caffè ristorante: non un locale di lusso, semplicemente il luogo di ritrovo dei grossisti che funziona anche da borsa merci. Proprio questo ristorante, che oggi chiamiamo Palazzina Liberty, è l’unica sopravvivenza dell’intero mercato, chiuso nel 1965 e abbattuto per far posto al parco che tutt’oggi la circonda. È una struttura semplice, di pianta rettangolare, le cui estremità sui lati corti hanno forma semicircolare. Ha un aspetto leggero e arioso, dovuto alle vetrate che quasi sostituiscono il muro, correndo lungo tutto il perimetro dell’edificio, ritmate da pilastri in cemento. Progettista fu l’allora architetto comunale Migliorini, che sperimentò per l’occasione le nuove tecniche della prefabbricazione. Certamente Liberty è la scelta della ceramica per il fregio decorativo che fa da coronamento nella parte alta dell’edificio. Vi sono raffigurate figure femminili e frutta; tuttavia il disegno si ispira poco alle silhouette curvilinee dell’Art Nouveau e risulta invece più classicheggiante, così come le decorazioni in cemento dei pilastri e delle modanature in genere. Circondata dal verde curato dei giardini pubblici, oggi la Palazzina appare in splendida forma ed è difficile immaginare che abbia invece alle spalle una storia complicata di abbandono e incuria dovuta alla mancata ridestinazione dell’edificio dopo la chiusura del mercato. Un restauro faticoso cominciato nel 1989 è stato portato a termine dall’impresa Fantin nel 1991. La struttura è stata consolidata in tutte le sue parti, sono stati rifatti i serramenti e le inferiate in ferro battuto. L’architetto Piero De Amicis ha inoltre ricavato spazi per l’adeguamento tecnologico dell’edificio negli interrati, un ascensore e due vani scale. Oggi è spazio per iniziative culturali e sede stabile della Civica Orchestra di Fiati.

L’EDILIZIA POPOLARE: QUARTIERE UMANITARIA
Via Solari, 40

Schermata 2013-05-22 a 14.14.21L’Acquario Civico non è la sola struttura rimasta a ricordo dell’Esposizione Universale del 1906. In contemporanea con l’Expo viene inaugurato anche il quartiere operaio Umanitaria in via Solari 40, primo e incontrastato esperimento di housing sociale milanese e vera dimostrazione dello sforzo modernizzatore compiuto dalla città. Il luogo scelto è già caratterizzato dalla presenza di edifici industriali, sorti in seguito alla realizzazione della Stazione di Porta Genova nel 1865. Il progetto è dell’architetto Giovanni Broglio e, per quanto concentrato sulle necessità pratiche, non trascura quelle estetiche, lasciando una testimonianza interessante dell’edilizia popolare legata ai modi liberty. Accanto agli eleganti progetti per le abitazioni private, espressione del potere e del gusto della borghesia industriale e commerciale, il modernismo mostra infatti risvolti sorprendentemente interessanti nelle rare occasioni in cui è applicato alle costruzioni di servizio, fabbriche, uffici, case popolari. In quest’ambito non gli si può rimproverare l’assenza di ricerca strutturale che spesso si riscontra nell’edilizia colta. Il quartiere di via Solari è realizzato in un anno e conta 11 edifici di 4 piani suddivisi in 240 appartamenti e alcuni spazi sociali. Tutti gli appartamenti sono dotati di latrina privata, condotto per le immondizie, acquaio e acqua potabile. Sotto il davanzale delle finestre una bocca d’aria regolabile, che trovava corrispondenza in un’analoga apertura nella parete opposta, favoriva il ricambio d’aria evitando inutile dispersione di calore. Decisamente in linea con i propositi modernisti, il progetto è pensato come un’insieme coerente di architettura, arredo e decorazione. Per il mobilio viene indetto un concorso il cui bando invita all’abbandono dell’imitazione stilistica (storicista) e richiede semplicità, qualità e funzionalità: è la genesi del concetto moderno di design. L’artigiano del ferro battuto Mazzucotelli, l’ebanista Quarti, l’architetto Moretti fanno parte della giuria e il bilocale arredato premiato dal concorso viene riprodotto ed esposto all’Expo nel padiglione dell’Umanitaria dove riscuote elogi, mentre per i visitatori dell’Esposizione vengono organizzate numerose visite guidate in via Solari. Il quartiere Umanitaria non è isolato, l’intera via Solari può essere definita liberty. Si tratta tuttavia di un Liberty minore, dove gli architetti lavorano con budget e finalità differenti rispetto alle dimore più centrali. I prospetti sono piuttosto omogenei, li distingue la scelta delle decorazioni applicate alle facciate, prodotte in serie grazie all’uso di calchi. Oltre alle case d’abitazione, i tratti dello stile si ritrovano anche negli edifici industriali sopravvissuti e trasformati e convivono in armonia con l’attuale vocazione della zona, convertita al design e alla moda.

 

L’EXPO E IL LIBERTY: ACQUARIO CIVICO
Viale Gadio, 2

0116_Acq_BrunettiLe grandi Esposizioni Internazionali sono, dalla metà dell’Ottocento, un momento importante di confronto tra i Paesi; un’occasione per rendere visibile il proprio progresso, oltre che un’opportunità di aggiornamento sul gusto, l’arte e l’artigianato. Ecco perché non si può parlare di Liberty senza citare il ruolo delle Esposizioni Internazionali, a cominciare da quella londinese del 1851 in cui compaiono per la prima volta in architettura ferro e vetro combinati insieme: due materiali che diventeranno fondamentali per il nuovo stile. Le esposizioni parigine che seguono propongono attrazioni sempre più spettacolari: giardini esotici, acquari, spettacoli con animali selvaggi e non per ultima, nel 1889, la Tour Eiffel. Per il nostro Paese costituisce l’opportunità di una presa di coscienza soprattutto l’Esposizione del 1900, che ci scopre arretrati e poco propositivi sul fronte artistico rispetto alle altre nazioni. Con grande sforzo, nel 1902, con l’Esposizione torinese delle arti decorative dimostriamo di esserci aggiornati grazie agli allestimenti riuscitissimi dell’architetto Guido d’Aronco e possiamo sancire ufficialmente la nascita del Liberty nel nostro Paese. Nel 1906 è la volta di Milano che si prepara con cura e con un grande impiego di mezzi, decisa a dimostrare la sua modernità. L’architetto che se ne aggiudica la progettazione è Sebastiano Locati (per quanto sia incredibile che, dato il suo prestigio, non sia Sommaruga ad occuparsene) che ne diviene direttore artistico. L’Esposizione ha come tema quello dei trasporti e celebra l’apertura del Traforo del Sempione. I tanti padiglioni che vengono eretti nel centro della città, tra il Castello Sforzesco e il parco Sempione, sono ormai perfettamente aggiornati sui modi del Liberty, che non è più considerato la scelta stravagante di architetti in cerca di novità, bensì è accettato come uno dei possibili linguaggi dell’architettura ufficiale e comincia anzi a presentare i primi segni di involuzione. Lo stesso architetto Locati è considerato piuttosto indifferente alle reali problematiche dello stile e più legato all’eclettismo, tuttavia è lui a progettare il padiglione più riuscito, nonché l’unico sopravvissuto allo smantellamento: quello dedicato alla piscicoltura, oggi Acquario Civico milanese. Le ragioni di un acquario all’Expo erano almeno due, la prima era l’interesse verso il mondo sottomarino, all’apice dopo l’uscita de “L’origine delle specie” di Charles Darwin nel 1859 e del romanzo di Verne “Ventimila leghe sotto i mari” nel 1870; la seconda era il richiamo per il pubblico costituito da un’attrazione scientifica innovativa: l’acquario milanese è infatti uno dei primi al mondo. Per quanto riguarda l’architettura, il mondo marino, fluido e colorato, si presta particolarmente bene ad un’interpretazione liberty. Sono infatti bellissimi i fregi in ceramica che corrono attorno all’edificio, così come gli inserti in cemento a rilievo della ditta Chini che raffigurano animali acquatici. I decori costituiscono la componente più interessante e riuscita della struttura, il cui impianto architettonico è forse un po’ rigido, e concorrono, con le sculture a tutto tondo, a rendere l’insieme vivace e grazioso. Non manca poi qualche dettaglio particolarmente estroso, per esempio l’esotica testa d’ippopotamo della fontana al centro della facciata che contribuiva ad attrarre pubblico curioso di novità e che conferma allo stesso tempo l’apertura dell’Art Nouveau verso tutti gli elementi naturali, senza esclusione.


L’ORNAMENTO: CASA MONETA

Via Ausonio, 3

0937_ 003L’Art Nouveau nasce come stile “ornamentale”, ciò significa che sottintende, come suo scopo, l’essere testimonianza di benessere, perché i termini “ornamentale” e “decorativo” indicano la ricerca del gusto e dell’eleganza al di là dell’utilizzo e ciò è possibile solo in assenza di ostacoli pratici, quindi prevalentemente per le classi agiate. L’aggettivo ornamentale significa però anche contrapposizione e superamento del naturalismo. L’elemento naturale che è spesso alla base delle creazioni liberty è infatti sempre un punto di partenza, mai di arrivo. Foglie, fiori e animali subiscono un’elaborazione che ne sintetizza le forme in silhouette attraverso un uso sapiente della linea. La natura si trasforma in decorazione subendo insomma un processo di astrazione. In via Ausonio 3, la casa voluta e progettata dall’ingegner Moneta nel 1904, piuttosto semplice nell’insieme, offre un esempio di grande effetto delle potenzialità dell’ornamento: il magnifico cancello in ferro battuto dell’ingresso detto “delle farfalle”. Tra i soggetti offerti dal mondo animale i più interessanti agli occhi dei modernisti sono spesso gli insetti, o i rettili, non per tutti gradevoli in natura, ma irresistibilmente eleganti nelle stilizzazioni liberty.
milano liberty casa monetaIn questo caso le farfalle costituiscono lo spunto creativo per Alessandro Mazzucotelli, il più talentuoso artigiano del ferro battuto in Italia che riesce a tradurre nella pesantezza del metallo la leggerezza delle loro ali. Il cancello delle Farfalle è uno degli episodi più felici del Liberty milanese, non sempre così coerente con i suoi propositi teorici. L’equilibrio tra natura, architettura e decorazione è fragile ed è facile scadere nella stucchevolezza o appesantire i prospetti degli edifici con decori inutili, talora privi di sintonia con le superfici che sono chiamati a decorare. È il caso di Casa Frisia, in via Guido d’Arezzo 5, esempio bizzarro ma piacevole di giustapposizione ingiustificata degli inserti ornamentali in facciata. L’edificio, un po’ cupo e caratterizzato dallo slancio verticale dei bow-window triangolari e poligonali, già curiosi di per sé, è decorato da buffi inserti a rilievo che raffigurano gamberoni e conchiglie. Tuttavia va detto che, costruita nel 1920, questa palazzina non può essere considerata un esempio precipuo della ricerca modernista, quanto una testimonianza della penetrazione e della resistenza del formulario liberty ben oltre i suoi limiti estremi.

 

LA VOCAZIONE COMMERCIALE: CASA LAUGIER
Corso Magenta, 96

Casa_laugier-_milano-_20-09-2011L’Art Nouveau non è un movimento stilisticamente uniforme, ogni Paese lo declina in modi diversi e utilizza termini differenti per definirlo. Per indicarne gli sviluppi in Italia oggi si preferisce il termine Modernismo, che ne mette da subito in luce una caratteristica fondamentale: la spinta al superamento dello storicismo e dell’accademismo che tanto avevano influito sull’architettura e sul gusto in genere dalla metà dell’Ottocento. Il termine Liberty rimane tuttavia quello più diffuso e forse più simpatico. È curioso che le definizioni Art Nouveau e Liberty derivino entrambe dai nomi di due negozi, il primo parigino, “L’Art Nouveau Bing” specializzato in arte e arredi orientali, il secondo inglese, ancora una volta di tessuti e arredi, aperto nel 1875 a Londra e poi anche a Milano in Galleria Vittorio Emanuele II, cui si deve il merito di aver contribuito ad aggiornarci sulle novità internazionali. La vocazione commerciale del Liberty si esprime nell’architettura e nell’arredo. Molti edifici in stile prevedono negozi al piano terreno e nasce l’idea dell’insegna come nuovo elemento decorativo. Un esempio straordinariamente conservato di negozio liberty è la Farmacia S. Teresa, all’angolo tra corso Magenta e via Boccaccia, i cui arredi originali, disegnati e prodotti dalla ditta specializzata Bottigelli all’inizio del Novecento, sono ancora in uso. Si tratta di arredi in legno in cui il motivo vegetale è stilizzato e tradotto in un decoro sinuoso di forte grafismo. Lo stesso gusto per la grafica si riscontra nel prospetto della palazzina che ospita la farmacia: casa Laugier, costruita dall’architetto Antonio Tagliaferri per una famiglia di origini valdostane. Casa Laugier, del 1905, risolve le facciate esterne nel contrasto cromatico tra il mattone rosso, i cementi decorativi dei fratelli Chini e le ceramiche dipinte a motivi floreali della ditta Bertoni. La plasticità è relegata al gioco di intrecci dei ferri battuti dei balconi e alle teste leonine in cemento poste lungo la fascia marcapiano, che enfatizzano dall’esterno il piano nobile dell’abitazione. La linearità dell’estetica è conseguenza dell’influenza dei modi dell’Art Nouveau viennese a Milano, che recuperano l’importanza del segno grafico e della simmetria. Interessante è anche come l’architetto evidenzia lo spigolo tra le facciate, rinserrato nella successione verticale delle finestre binate; le nuove soluzioni urbanistiche con tagli in diagonale spesso fanno sì che l’attenzione degli architetti modernisti si concentri sull’angolo, perno attorno al quale focalizzare le soluzioni decorative. Casa Laugier, misurata nel decoro e costruita con materiali di qualità, rappresenta bene la penetrazione dello stile in quest’area della città, elegante e signorile, dove i ricchi committenti borghesi restano legati al gusto classico e i modi liberty figurano spesso più che altro come inserti ornamentali.

 

CASA CAMPANINI
Via Bellini, 11

158854421_10fa5eb9a3_oA Milano la linea plastica e decorativa di Palazzo Castiglioni prevale sui cromatismi bidimensionali di casa Galimberti e l’architetto Alfredo Campanini, normalmente più interessato all’eclettismo storicista che alla modernità del nuovo stile, ne resta sedotto; per questo, quando nel 1906 progetta un’abitazione per sé, crea un piccolo capolavoro liberty tutto milanese. Casa Campanini combina vetri policromi, fasce affrescate, ferri battuti e cementi modellati, creando un insieme morbido e equilibrato in cui tutti i materiali cari al modernismo concorrono senza prevaricazioni e le arti applicate giocano con la struttura architettonica alla ricerca di quella sintesi tra ruoli che è il più alto proposito dell’Art Nouveau.
campanini milanoLa monumentalità di Palazzo Castiglioni qui è assente, sia per le dimensioni più contenute che per la scelta della rilassante tonalità verdina dell’intonaco, ma il forte risalto chiaroscurale delle decorazioni e la plasticità dell’insieme lo richiamano nettamente. Le due figure femminili che giganteggiano ai lati dell’ingresso sono un chiaro omaggio al Sommaruga; tuttavia, rispetto alle sculture di Bazzaro per il portale di Palazzo Castiglioni, queste sono meno sensuali e più vaporose, e non fanno scandalo.
Le realizza lo scultore Michele Vedani e costituiscono una vera e propria lezione sull’uso decorativo del cemento, di per sé poco prezioso, ma molto amato dal Liberty italiano. Il suo utilizzo rappresenta allo stesso tempo una continuazione con la tradizione dello stucco, una delle eccellenze del nostro Paese, e la volontà di modernizzazione: diversamente dalle sculture in pietra, le decorazioni in cemento possono infatti essere prodotte in serie.
Schermata 2013-05-21 a 19.10.21Il gioco di pieni e vuoti delle pareti sulle quali sono applicati inserti floreali in cemento conferisce ritmo all’insieme, mentre i ferri battuti di Mazzucotelli, che intrecciano grosse foglie piatte in un disegno in cui prevale la linearità, smorzano l’intensa plasticità dei cementi modellati dei balconi e alleggeriscono la composizione. Campanini qui progetta per sé e non tralascia alcun particolare; il tempo però ha fatto danni: dalla fine degli anni Trenta manca la cancellata in ferro che svoltava su via Livorno e, nel 1943, uno spezzone incendiario manda in fumo la copertura del vano scala e gli arredamenti originali in legno. Restano però la decorazione a stucco e i ferri battuti dell’ingresso e delle scale, semplicemente bellissimi.

IL COLORE E LA LINEA: CASA GALIMBERTI
Via Malpighi, 3

3516133454_4fc323468c_oL’area di Porta Venezia, non lontana da Palazzo Castiglioni, è quella più intensamente Liberty della città. Tra le vie Malpighi, Sirtori e Frisi, fino a viale Piave e poco oltre, brulicano ferri intrecciati, fregi floreali, decorazioni a nastro e maioliche colorate. L’angolo più suggestivo è sicuramente quello occupato da Casa Galimberti, costruita in via Malpighi 3 tra il 1902 e il 1905, capolavoro dell’architetto Giovan Battista Bossi. Dei tanti mezzi espressivi che l’Art Nouveau utilizza per definire la propria estetica, per casa Galimberti propone i ferri battuti intrecciati e bellissimi dell’artigiano Mazzucotelli, ma soprattutto la maiolica: il risultato è un edificio in cui il colore e il segno grafico sono i tratti più significativi. La superficie esterna della costruzione è rivestita quasi interamente di piastrelle dipinte che, come in un mosaico, tratteggiano figure femminili e maschili in un intreccio di piante rampicanti e rigogliose. Lo scopo delle piastrelle, tutto moderno e pratico, è quello di collaborare al mantenimento della pulizia della facciata, come negli edifici di Lavirotte e Klein a Parigi; il massimo ideale dell’Art Nouveau è proprio quello di ottenere che la funzione si risolva nella decorazione e viceversa. Ma si può sostenere che sia proprio ciò che avviene in questo caso? Probabilmente no: le maioliche di casa Galimberti costituiscono allo stesso tempo il pregio e il limite dell’edificio in cui l’apparato decorativo è superlativo, ma non altrettanto originale è la struttura. L’abbondanza di spunti vegetali, sia nei decori delle maioliche che nei ferri battuti e nei cementi modellati, risponde, in linea teorica, all’idea che la libertà della natura possa guidare la composizione liberandola dall’accademismo, ma nella pratica, se si osservare la disposizione regolare e ritmata delle finestre, tutte uguali, allineate sui due lati della facciata, si intuisce che l’impianto strutturale è banale, l’innovazione non c’è.
Schermata 2013-05-21 a 19.14.52Va detto però che la costruzione nasceva come casa “da reddito”, ovvero edificio di appartamenti da affittare: la praticità era quindi requisito fondamentale. Sempre tradizionale nella struttura, ma completamente diversa dal punto di vista decorativo, è casa Guazzoni, costruita anch’essa dal Bossi solo pochi metri più in là, al civico 12, che tralascia completamente il colore e punta sulla plasticità, sostituendo alle maioliche un ricco apparato di cementi modellati in forme di putti, teste femminili e racemi vegetali, dimostrando così la versatilità dell’architetto e, per estensione, dello stile stesso. L’ex Cinema Dumont, in via Frisi 2, chiude e completa la prospettiva di via Malpighi offrendoci un esempio ancora diverso di architettura e decorazione. Del poco che sopravvive dell’enorme struttura nata nel 1905 per ospitare una sala cinematografica da 500 posti, possiamo ancora godere la raffinata facciata. Qui mancano i colori di casa Galimberti e gli alti rilievi di casa Guazzoni, ma i decori eleganti e quasi piatti che la disegnano con delicatezza sono altrettanto riusciti.

 


IL LIBERTY MILANESE: PALAZZO CASTIGLIONI

Corso Venezia 47/49

Schermata 2013-05-22 a 14.21.56Alla fine dell’Ottocento Milano è una città in crescita demografica ed economica. È abitata da una borghesia ricca che ha l’esigenza di potersi affermare socialmente e allo stesso tempo di alimentare il suo già acquisito benessere con fabbriche e stabilimenti industriali al passo con il progresso. I contadini arrivano in città trasformati in operai e le infrastrutture devono adeguarsi all’aumento di popolazione. I binari ferroviari accorciano i tempi del commercio con il resto del Paese e, soprattutto, con la più progredita Europa. Il nuovo piano regolatore dell’ingegner Beruto, approvato nel 1889, indica gli spazi per costruire il nuovo. Committenti agiati, necessità di rinnovamento e voglia di modernità: alla nascita del Liberty, Milano si fa trovare pronta. Tutta la città è toccata dal passaggio del nuovo stile, in particolare l’area tra corso Venezia e corso Monforte, quella tra corso Magenta e il parco Sempione, gli anelli periferici (allora) tra Corso XXII Marzo e il Ticinese e naturalmente qualche ritaglio del centro storico. 8538236409_6d335bc371_oPalazzo Castiglioni, progettato da Giuseppe Sommaruga e inaugurato nel maggio del 1903 è il primo edificio propriamente liberty in città anche se, curiosamente o forse per provocazione, sorge proprio nel bel mezzo di corso Venezia, via della nobiltà già nel Settecento, connotata dalle sobrie linee del Neoclassicismo: l’effetto è quindi dirompente, per più di una ragione. Dimensioni monumentali, facciata severa e un ammiccamento a nostalgie michelangiolesche nell’uso del bugnato e nella profusione di putti ad alto rilievo ne costituiscono i tratti più evidenti, ma anche più superficiali.
Più interessante è la massa nel suo complesso, dove ogni materiale concorre a dare senso del movimento e un’impressione generale di potenza, soprattutto negli originali oblò del piano terreno caratterizzati dall’intreccio libero dei ferri battuti disegnati dallo stesso architetto. 8482025347_0a7a6e9362_oInnovative anche alcune scelte compositive, in realtà criticate dai contemporanei, come le finestre strette e alte la cui tradizionale cornice è sostituita da putti reggi cartigli e l’asimmetria della facciata, che ha un unico balcone in alto, sul lato destro. Interessante è anche l’organizzazione interna degli spazi la cui leggibilità, dopo i restauri degli anni Settanta, è purtroppo compromessa; resta tuttavia il meraviglioso scalone intrecciato dai nastri metallici di una ringhiera floreale e affiancato dalle lucide, e un po’ funeree, colonne nere di labradorite.
Alle spalle di Palazzo Castiglioni, su via Marina, si affaccia un elegante prospetto in mattoni rossi, con molte finestre disposte regolarmente, grandi logge vetrate, ringhiere gentili in ferro battuto: si tratta della facciata posteriore del palazzo stesso, dove Sommaruga dimentica la monumentalità a favore della misura e della leggerezza. Palazzo Castiglioni è il simbolo vero del Liberty milanese, con il quale ogni altro edificio in stile ha dovuto giocoforza misurarsi; forse anche a causa della enorme risonanza dovuta al curioso episodio del portale centrale dove si imponevano due morbidi nudi femminili dello scultore Ernesto Bazzaro. 3514865633_9960154239_oCollocate ai lati dell’ingresso ed intente a curiosare all’interno voltando le spalle ai passanti, le due figure, che rappresentavano la Pace e l’Industria, guadagnarono all’edificio il soprannome di Ca’ di ciapp, riportato insistentemente dai giornali locali fino a far decidere a Castiglioni la rimozione delle stesse (oggi decorano Villa Romeo Faccanoni in via Buonarroti, sempre di Sommaruga).

 

VERSO UNA CONCLUSIONE: CASA BERRI MEREGALLI
Via Capuccini, 8

Casa_Berri-Meregalli,_milano_14-8-2011Casa Berri Meregalli, in via Cappuccini 8, è considerata l’ultimo esempio coerentemente liberty dell’architettura milanese. Commissionata nel 1911 ha una gestazione particolarmente lunga ed è compiuta solo nel 1915. Il progetto di Giulio Ulisse Arata è ambizioso e conferma come la democratica volontà modernista di creare un’arte alla portata di tutti, grazie alla produzione in serie, resti confinata tra le buone intenzioni: il lusso costa molto ed è per pochi. Arata mescola il laterizio rosso, la pietra naturale e artificiale, i mosaici dorati, i bassi e alti rilievi in cemento. I migliori artisti e artigiani vengono chiamati a realizzare le idee dell’architetto: Prendoni e Calegari per le sculture esterne, Rimoldi per le figure dipinte, D’Andrea per i mosaici, Mazzucotelli per i ferri battuti. Nella decorazione il tema animale prevale su quello vegetale, che è accantonato senza esitazioni, e ci regala un bestiario sorprendentemente ricco che comprende arieti, pesci, rane, gufi, cani e leoni. Nella parte alta si impongono gli enormi putti a tutto tondo aggrappati ai pluviali, eseguiti con gusto verista e scapigliato, emblematici del Liberty milanese. Nell’atmosfera cupa e un po’ misteriosa dell’insieme, tuttavia, si nota anche altro: i muri massicci e gli archi ribassati che rimandano all’architettura romana, le bugne ruvide e la verticalità gotica e i mosaici il cui oro ricorda Ravenna. Tutti elementi che, per quanto siano mescolati senza gerarchia con risultato del tutto anti-classico, erano cari già al gusto storicista. E proprio il ritorno dello storicismo segna la fine della brevissima stagione liberty che a Milano coincide appunto, secondo la critica contemporanea, con questa creazione di Arata. È però curioso ricordare che i contemporanei dell’architetto vedevano in casa Berri Meregalli non un esempio di modernismo, ma il suo esatto contrario e che Arata stesso si dichiarasse acerrimo nemico del Liberty rivendicando di aver contribuito al suo superamento.

 

 

Fonte: http://www.100milano.com/liberty

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Itinerario Liberty a Palermo
maggio 212013

Non di solo barocco e’ fatta Palermo. C’e’ anche una citta’ modernista che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento scelse l’art-nouveau per realizzare i teatri, le ville e i palazzi di una borghesia che voleva sentirsi all’altezza della vecchia aristocrazia cittadina .

Per sensazioni ed immagini lontane, di quando ci sono venuto per la prima volta verso il 1930, spesso riesco a estrarre dal bellissimo caos che e’ Palermo una citta’ essenzialmente liberty, quasi una piccola capitale dell’art-nouveau”. Queste parole dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia ci raccontano come doveva essere la citta’ molti anni fa, accendendo il desiderio di andare a verificare quanto sia andato perduto e quanto invece sia sopravvissuto con il compito di tramandare la memoria di un mondo scomparso. Chi giunge a Palermo potra’ sentire ancora oggi gli echi di una citta’ che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, aveva scelto il modernismo, la cosiddetta art-nouveau, per realizzare opere che mostrassero la ricchezza e il prestigio di una borghesia imprenditoriale in ascesa. Una classe che intendeva costruire teatri piuttosto che chiese, e poi palazzi e ville all’altezza di quelle dell’antica aristocrazia. Ecco il liberty. Si mostra glorioso negli interni del Teatro Massimo ai quali lavoro’ Ernesto Basile che diresse i lavori dal 1891, anno della morte del padre Giovan Battista Filippo ideatore del progetto iniziale, o nello splendido salone di Villa Igiea affrescato da Ettore De Maria Bergler in una esplosione di fanciulle in fiore tra iris, papaveri e melograni.
Schermata 2013-05-21 a 16.52.23Ma effigie di uno stile che rappresenta meglio di ogni altro un modo di vivere, e’ anche il ritratto di Franca Florio come ci giunge attraverso la pennellata rapida, eccentrica del pittore Giovani Boldini. Il quadro, oggi perduto, e’ noto soltanto attraverso alcune riproduzioni. Sembra che sia stato rifatto da Boldini per ben due volte: a Ignazio Florio non piaceva l’aria lasciva che il pittore aveva attribuito a sua moglie, splendida e ammiratissima figlia del barone di San Giuliano. Bisogna ammettere pero’ che anche nella seconda versione Donna Franca appare in tutta la sua sensuale bellezza. Ha uno sguardo perso a immaginare chissa’ cosa, uno scollatissimo abito che pare decorato con inserti tratti da un repertorio di stoffe art-nouveau, e porta al collo il suo celeberrimo filo di perle lungo sette metri. La stessa collana che indossa in una foto scattata nel 1904 mentre riceve l’Imperatore Guglielmo II nel parco della sua casa, appena rinnovata, all’ Olivuzza.

Proprio nel Villino Florio, costruito soltanto quattro anni prima della visita del kaiser in Sicilia, sono presenti le caratteristiche essenziali dell’architettura di Ernesto Basile che del liberty palermitano e’ l’esponente principale. E in questo inventatissimo e scenografico edificio, tutto scale, torrette, archi e avancorpi, Basile mostra il suo amore per la cultura gotica e rinascimentale siciliana ma anche un sincero adeguamento alla corrente internazionale modernista. Gli interni, purtroppo distrutti nel 1962 da un incendio, avevano parati, mobili, lampade e scaloni disegnati da Basile e realizzati dalla ditta Golia-Ducrot, uno dei connubi piu’ proficui delle arti applicate del periodo. Tanto da rappresentare quanto di meglio potesse esprimere l’Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa di Torino del 1902. Oggi gli stabilimenti delle Officine Ducrot si chiamano Cantieri Culturali alla Zisa e ospitano, all’interno degli antichi capannoni restaurati, mostre di arte contemporanea, spettacoli di danza e teatro, convegni e manifestazioni culturali. Che i Florio, la piu’ importante famiglia di industriali della Palermo fin de sie’cle, amassero questo tipo di decorazione e’ evidente poi nella scelta di affidare a Rene’ Lalique, uno degli esponenti piu’ celebri dell’art-nouveau parigina, lo stemma per la I Corsa automobilistica Internazionale del Circuito di Sicilia, la gloriosa Targa Florio.
Schermata 2013-05-21 a 16.51.49L’avvio alla stagione liberty palermitana lo aveva comunque dato Giovan Battista Filippo Basile definito piu’ tardi da Ernesto “artista liberissimo e iniziatore di uno stile libero”- nel 1889 con il progetto di Villa Favaloro in Piazza Virgilio. Una linea curva e sinuosa che costruisce e decora nello stesso tempo, una grande varieta’ di soluzioni che non esclude una meditazione sull’arte del passato, l’armonia tra la struttura e l’ornamento che devono esaltarsi a vicenda: e’ questa l’eredita’ che Ernesto riceve dalla leggera e fresca bellezza di Villa Favaloro. La mette in pratica progettando, anni dopo, una torre che amplia la costruzione, coronata da una decorazione di foglie di viti e grappoli d’uva stilizzati. Siamo in pieno clima floreale. Ci si domanda poi quanta influenza abbiano avuto nello sviluppo del liberty palermitano gli studi di botanica di Giovan Battista Filippo, soprattutto avendo ben chiaro l’uso che viene fatto del mondo vegetale e di quello animale dal figlio e dai suoi epigoni, i quali attingono alla natura utilizzandola come un un ricchissimo repertorio di ispirazioni. La cancellata del giardino Garibaldi in Piazza Marina e’ modulata dalla sagoma di uccelli innaturalisticamente allungati. Teste di leoni dalle criniere stilizzate inquadrano le finestre del palazzo cinematografico Finocchiaro, quasi un epilogo della stagione. Sono soprattutto fiori e foglie a comporre gli inserti decorativi in vetro o in ceramica che arricchiscono gli edifici. A volte come in Casa Li Vigni, in via Juvaro, sul portone si intrecciano spighe oppure la decorazione floreale si esprime nel ferro battuto dei balconi come quello tutto ranuncoli di casa Gregorietti in Via Garzilli.
Schermata 2013-05-21 a 16.51.55Questa strada costeggia Via Liberta’, l’arteria ottocentesca tardo-ottocentesca dove secondo un cronista dell’epoca “dopo ogni pranzo, sia di estate o d’inverno, sfilano nei loro eleganti equipaggi le dame e le fanciulle delle due aristocrazie del blasone e del denaro”. E in questa zona, tra eleganti negozi e nuove palazzine, e’ possibile scovare alcune preziose sopravvivenze liberty. Sempre in Via Garzilli si incontrano il portone intagliato e il cornicione fiorito di Palazzo Paladino e il portone decorato da inserti in ferro battuto di casa di Pisa. Palazzo Dato, opera di Vincenzo Alagna, in Via XX Settembre colpisce per il suo cromatismo rosso e giallo, molto diverso dal bianco o dal grigio impiegato solitamente, mentre in Via XII Gennaio il prospetto di Palazzo Failla e’ tutto un fluire di linee intrecciate.
Schermata 2013-05-21 a 16.52.01A pochi metri, in Via Siracusa, si trova la casa che Basile junior costruì per sè e la sua famiglia: il villino Ida, oggi sede della Soprintendenza ai monumenti. E’ una costruzione molto semplice, arricchita da maioliche colorate in giallo e in blu – i timbri tipici di questa terra – e da ornamenti in ferro battuto.Caratteristica dell’arte nuova e’ quella di invadere ogni campo creativo. Dai mobili alle stoffe, dai gioielli ai vetri, dalla porcellana all’argento: tutto si sottomette alle esigenze del nuovo gusto. Così troviamo le vetrate realizzate da Pietro Bevilacqua nella torretta di Villa Caruso progettata da Filippo La Porta, oppure il mosaico che splende sulla tomba della famiglia Raccuglia nel cimitero di Sant’ Orsola, esempio modernista di arte funeraria. Ecco inoltre l’eleganza che si esprime in archi, volute, finte colonnine e capricciose coperture dei chioschi disseminati in città: incantano lo sguardo sia i due che incorniciano la facciata del teatro Massimo – oggi adibiti a tabaccherie – che quello in Piazza Castelnuovo.
3297445640_f7f6ef8cb4_oMa forse la sorpresa piu’ bella e’ quella che si prova girando tra le bancarelle del mercato del Capo davanti al pannello in mosaico di un panificio in Piazza Sant’ Anna, dove e’ una figura che sembra la risposta italiana alle immagini femminili dipinte da Klimt, o dagli esponenti della corrente inglese preraffaellita. Angelica, idealizzata, come sono sempre le donne liberty. Nel bene e, soprattutto, nel male.

E’ doveroso menzionare La Fondazione Thule Cultura di Palermo per la bellissima e ricca collezione d’ arte Liberty.

 

VILLINO FAVALORO

Schermata 2013-05-21 a 16.28.45Con il progetto di questa Villa, nel 1889, l’architetto Giovan Battista Filippo Basile, dà inizio alla stagione del Liberty palermitano. In seguito il figlio Ernesto la ampliò con una torre con decorazioni di foglie di viti e grappoli d’uva stilizzati.

VILLA FLORIO

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Costruita tra il 1899 e il 1900 è un capolavoro in stile Liberty dell’architetto Ernesto Basile.
In origine situata in un bellissimo parco che si estendeva da via Dante a corso Olivuzza, è stata la residenza della famiglia Florio, prestigiosa famiglia della borghesia palermitana d’inizio secolo.
Nel Villino Florio  sono presenti le caratteristiche essenziali dell’architettura di Ernesto Basile. In questo scenografico edificio, pieno di scale, torrette, archi, Basile mostra il suo amore per la cultura gotica e rinascimentale siciliana misto al nuovo stile Liberty. Gli interni, purtroppo distrutti nel 1962 da un incendio, avevano carte da parati, mobili, lampade e scaloni disegnati da Basile e realizzati dalla ditta Golia-Ducrot.
Oggi gli stabilimenti delle Officine Ducrot si chiamano Cantieri Culturali alla Zisa e ospitano, all’interno degli antichi capannoni restaurati, mostre di arte contemporanea, spettacoli di danza e teatro, convegni e manifestazioni culturali.

 

VILLA IGEA

619_001In origine casa di cura voluta dalla famiglia Florio, questa costruzione posta sulle pendici del Monte Pellegrino, fu trasformata su progetto di Ernesto Basile, da edificio neogotico a lussuosa residenza in stile Liberty. All’interno delle sale sono presenti affreschi di De Maria Bergler realizzati su disegni dello stesso Basile. Oggi è possibile ammirare i decori floreali e figurativi tipici della nuova arte nel Salone Basile.

CHIOSCO RIBAUDO

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Progettato da Ernesto Basile (1916) è un capolavoro del Liberty palermitano costruito sperimentando per la prima volta il cemento armato.

VILLINO IDA

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Costruito (1903-1904) e modificato (1912) da Ernesto Basile, questo edificio a tre livelli che prende il nome dalla moglie dell’architetto, è da considerare tra le opere più pregevoli del liberty italiano.


VILLA MALFITANO

Villa Malfitano fu edificata per la famiglia Whitaker tra il 1886 e il 1889, su progetto neorinascimentale dall’architetto Ignazio Greco. Interessante la sala denominata “Estate” che appare come un vero e proprio giardino realizzata da Ettore De Maria Bergler. Oggi è sede della Fondazione Whitaker. All’esterno è visitabile uno dei pochi giardini presenti nella città di Palermo.

CAPANNONI DUCROT O CANTIERI CULTURALI DELLA ZISA

Sede industriale della ditta Ducrot che produceva mobili in stile Liberty, oggi è sede dei Cantieri culturali della Zisa.

LO STABILIMENTO BALNEARE E I VILLINI LIBERTY DI MONDELLO

Mondello - Antico Stabilimento Balneare 01

È oggi il più importante centro balneare della città di Palermo e si estende nella baia compresa tra monte Pellegrino e Monte Gallo. La rinascita di questo borgo marinaro è legata all’accordo del 1909 tra la società italo belga “Les Tramvays de Palerme” e l’amministrazione comunale di Palermo che prevedeva la bonifica dell’area paludosa. Furono costruiti, in sei anni, oltre all’antico Stabilimento, unico tra quelli europei dell’epoca in cemento armato, quasi 300 villini in stile liberty (Villino Tasca, Villino d’Almerita, villino Sofia, villino Barresi, villino Lentini).

Schermata 2013-05-21 a 17.07.40

Siti da visitare per la provincia di Palermo:
www.palermotourism.com
www.palermo2000.com/turismo
www.aapit.pa.it
www.retesicilia.it/province/basile
www.palermomia.com
www.artnouveau-net.com
www.astropa.unipa.it
www.sicilyland.it/mondello
www.mondellolido.it

 

FONTI: http://www.artepervoi.eu/palermo_liberty.htmhttp://max46ma.altervista.org/palermo.html

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Itinerario Liberty a Catania
maggio 212013

Una Catania meno conosciuta è quella Liberty, che si scopre percorrendo via Umberto, Corso Italia e Viale XX Settembre. L’altra grande espressione artistica a Catania dopo il Settecento si ebbe, infatti con la stagione Liberty, che racchiuse diverse sensibilità artistiche tra fine Ottocento e primo Novecento (eccletismo, stile floreale, decò).
Antiaccademico, guardato con forte sospetto, si diffuse in Sicilia sopratutto a Palermo, promosso da una committenza proveniente dalla classe borghese e imprenditoriale.

Francesco Fichera (1881-1950), allievo del palermitano Ernesto Basile (1857-1932, anch’egli lavorò a Catania e dintorni, sopratutto per i principi Manganelli), Lanzerotti, Malerba, De Gregorio, tra i maggiori autori del nuovo stile.
Nella foto un particolare del Negozio Frigeri (via Manzoni 95, Catania) dietro la Collegiata realizzato da Malerba.

liberty

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE RAFFINERIE DI ZOLFO

Il Liberty in Italia e in Sicilia, benché legato sempre all’industria, si diffuse in una fase successiva rispetto a quella del movimento europeo. A Catania, seconda città d’Italia all’inizio del secolo, i primi edifici di stile industriale furono le raffinerie dello zolfo. Nella città tantissimi furono i decoratori e gli artigiani e il Liberty catanese fu influenzato dall’architetto Ernesto Basile.

PALAZZO MANGANELLI

Palazzo in stile Liberty progettato da Ernesto Basile in cui furono girate alcune scene del Gattopardo di Luchino Visconti.

TEATRO SANGIORGI

Schermata 2013-05-21 a 14.35.26Fu l’imprenditore Mario Sangiorgi a diffondere lo stile Liberty nella città di Catania realizzando un complesso costituito da un teatro, un café, un albergo e un ristorante. Alla realizzazione dell’edificio lavorarono l’arch. Giuffrida, il decoratore Florio e il pittore decoratore Salvatore De Gregorio.
Il Teatro Sangiorgi viene inaugurato il 7 luglio del 1900, con la Bohème di Puccini, direttore il maestro Filippo Tarallo, protagonista il soprano Bice Adami. È all’aperto, sarà ricoperto nel 1907, ristrutturato nel 1938. A cavallo fra Ottocento e Novecento Catania dispone di altre undici sale teatrali, nelle quali la fa da padrone il teatro di tradizione, con Grasso, Musco e Martoglio in grande attività, ma dove arrivano ogni tanto ospiti del calibro di Eleonora Duse o di Leopoldo Fregoli, persino Sarah Bernhardt.

decorazioni liberty teatro sangiorgi cataniaE appena dieci anni prima, nel 1890, s’è aperto l’atteso teatro lirico, il Massimo. La grande novità proposta da Mario Sangiorgi sta nel fatto che la struttura offre, con il teatro estivo dove si rappresentano opere, operette e spettacoli di prosa, un salone interno di caffè concerto, un ristorante, una sala da pattinaggio, vari spazi di ritrovo e di ristorazione (fra gli anni Quaranta e Cinquanta si doterà di altri servizi, tra cui un kursaal e un “diurno”, l’unico mai realizzato a Catania, per accogliere quanti arrivano dalle province vicine per acquisti e affari), e un albergo. Fin dal primo momento l’idea del cavaliere Sangiorgi si rivela vincente: un luogo posto nel centro della città, per giunta reso accogliente da architetture moderne, in uno stile Liberty al passo coi tempi – il progetto è dell’ingegnere Salvatore Giuffrida, gli stucchi e le decorazioni del pittore napoletano Salvatore Di Gregorio -, non può che essere la meta di tanti. Se poi la proposta artistica, pur adatta alle aspettative dei gaudenti in vena di emozioni proibite, non esclude “signore e signorine”, come puntualizza una pubblicità d’epoca, nè l’intero nucleo familiare che può passarvi un rilassante pomeriggio o una piacevole serata, fra uno spettacolo, una pattinata e un buon gelato, il gioco è fatto.

Schermata 2013-05-21 a 14.38.06E non sono escluse le sorprese: capita di assistere ad un avvenimento sportivo oppure a una proiezione cinematografica. La novella arte arriva al Sangiorgi nell’autunno del 1900 – vi si proietta Quadri dell’esposizione di Parigi -, esattamente dieci anni prima che a Catania si inauguri il primo cinema, l’Eliseo.
Fino al 1916, anno della sua prematura scomparsa, è lo stesso Mario Sangiorgi a curare gli interessi dei suoi Esercizi, con l’aiuto di impresari ed organizzatori. Poi la palla passerà al fratello Concetto, cui si affianca uno dei figli di Mario, Guglielmo Sangiorgi, che, dal 1938, assumerà in prima persona l’intera gestione, dandovi una personale impronta.

PALAZZO MORANO E ALTRI EDIFICI

Palazzo Morano, progettato dall’architetto Tommaso Malerba, è decorato nella facciatacon maschere femminili e motivi floreali. Dello stesso architetto: il Palazzo di Piazza Duca di Camastra, il Palazzotto di Via Carmelo Abate e il Negozio Filangeri. È invece di Carmelo Malerba Villa Ardizzone , sicuramente una delle costruzioni più belle del Liberty catanese. Da non dimenticare Palazzo Rosa, voluto dall’ingegner Fabio Maiorana, padre del fisico Ettore. Si caratterizza per il colore roseo della facciata esaltato dal sole in alcuni momenti della giornata.

OFFICINE ELETTRONICHE A CALTAGIRONE

Situato nell’area dell’antico monastero di Santa Chiara, questo edificio fu edificato nel 1907 su progetto di Ernesto Basile ed è uno degli esempi più interessanti del Liberty regionale.


PALAZZO MUNICIPALE E ALTRI EDIFICI A CALTAGIRONE

Il Palazzo Municipale è un edificio costruito nel XIX sec. L’esterno è a tre ordini e la parte posteriore è in stile Liberty. Sempre in stile Liberty il Palazzo Poste e telegrafi, Casa Amico,


PALAZZO MAGNOLIA E CASA QUATTRO STAGIONI DI S. FRAGAPANE

IMG_3037bisChiesa di S. Giuliano a Caltagirone
Di epoca normanna, distrutta dal terremoto del 1693 e ricostruita, presenta il prospetto, progettato dall’architetto Fragapane, in stile Liberty.
Casa Saleri, nota col nome “Palazzo della Magnolia”, è ubicata in via Luigi Sturzo, nel cuore del centro storico di Caltagirone. La posizione in cui si trova, costipata tra due anonimi edifici in una via piuttosto stretta, ne sacrifica notevolmente la visuale. Percorrendo la via Luigi Sturzo infatti, quasi non ci si accorge di questo esemplare edificio e risulta difficile apprezzarne pienamente l’intera facciata, se non di scorcio. La realizzazione della facciata in terracotta monumentale risale ai primi anni del ‘900 e costituisce un esempio emblematico in quanto gli stili liberty, neogotico e barocco qui si innestano felicemete dando origine allo stile eclettico noto localmente come “stile floreale”. Gli inserti in terracotta sono di manifattura della fabbrica di terrecotte Vella, realizzati in seguito ad un attento progetto eseguito appositamente per la casa Saleri dallo stesso artigiano e imprenditore locale Enrico Vella. Aspetto che rende unico questo edificio è l’importanza strutturale, oltre che ornamentale, della terracotta. Infatti non si tratta solamente di applicazioni puramente decorative, ma intere parti come le mensole, i balconi e i mattoni del piano terra contribuiscono, con giochi di forze, a dare sostegno alla struttura. L’incantevole intreccio di magnolie e fogliame, quasi a rendere la facciata un giardino verticale, si sviluppa esclusivamente in un unico prospetto, che chiaramente corrisponde a quello lasciato a vista dalla edificazione, suddiviso in quattro livelli.

LA MAPPA DEL LIBERTY

di Sergio Troisi

Da quando – era il 1971 – Leonardo Sciascia rievocò il suo ricordo di una Palermo «piccola capitale dell’ art nouveau» in una definizione tanto celebre quanto inflazionata, il liberty siciliano è stato oggetto di una rivalutazione storiografica e di una divulgazione talmente diffuse e capillari da poter diventare, esse stesse, tema per una indagine di sociologia del gusto. Aldilà dei fuorvianti toni celebrativi in chiave locale che ancora talvolta echeggiano (Palermo come Barcellona, Basile come Gaudì o Horta) il fenomeno ebbe tuttavia nell’ isola caratteri ampi ed estesi non soltanto ai centri maggiori (lo stesso Basile all’ apice della sua fama firmò d’ altronde progetti per Licata e Ispica), e la sua penetrazione in contesti sino a poco tempo prima identificati senz’ altro da una dimensione agricolae feudale- mentre il liberty era sigla dichiarata della modernità urbana – accompagna un processo di trasformazione della Sicilia evidente nei decenni posteriori all’ Unità. Una fase irta di contraddizioni anche stridenti, come dimostra la feroce repressione seguita alla costituzione dei Fasci che di quel processo di mutamenti era una componente fondamentale. Il merito principale di una pubblicazione come “Arte e architettura liberty in Sicilia” (a cura di Carla Quartarone, Ettore Sessa ed Eliana Mauro, Grafill, 614 pagine accompagnate da 14 fascicoli di itinerari di visita) è quello di avere adottato uno sguardo orizzontale: senza fare perno su nomi ed emergenze ampiamente indagate e pubblicizzate e ricostruendo attraverso una ricca serie di contributi che esplorano tutti gli aspetti della cultura isolana del tempo un contesto affollato di episodi architettonici e decorativi certamente minorie tuttavia indicativi di un clima e di un gusto.
4608028015_0d71ce7735_oVa da sé che il termine liberty in quest’ ottica è adoperato in chiave estensiva: sia cronologicamente, assorbendo cioè al suo interno da un latoi momenti della tradizione eclettica ottocentesca che ebbe un ruolo cruciale nella nascita del modernismo e dall’ altro la lunga fase epigonale e la successiva articolazione déco; sia qualitativamente, riconoscendo cioè come liberty edifici che del modernismo art nouveau presentano soltanto pochi stilemi (l’ arricciarsi di un elemento a nastro per una finestra o un balcone, l’ eleganza di una decorazione a stucco) sovrapposti a una concezione costruttiva saldamente tradizionale. In un simile contesto di indagine, questo conta tuttavia relativamente, perché l’ accento cade invece su altri fattori: la diffusione dei nuovi codici formali attraverso le riviste, la loro adozione da parte degli architetti, la committenza degli istituti bancari, l’ importanza degli edifici pubblici (uffici postali, scuole, municipi), le rinnovate tipologie abitative delle ville unifamiliari dei ceti emergenti della borghesia imprenditoriale o delle cariche amministrative, e ancora alberghi, stabilimenti balneari, stazioni ferroviarie, cinema, caffè e teatri, arredi urbani, monumenti commemorativi e funerari. Una geografia talmente fitta che è impossibile riassumere se non citando alla rinfusa oltre gli esempi più acclarati: gli edifici della Dogana progettati da Lo Cascio per la Messina del dopo terremoto nel 1914, i motivi floreali della abitazione progettata da Salvatore Battaglia a Vittoria del 1913, il prospetto dell’ Oreficeria Restivo a Enna (1926), le decorazioni di Casa Verderame a Licata affrescata da Salvatore Gregorietti nel 1903 con motivi alla Mucha simili a quelli adottati da De Maria Bergler per il salone di Villa Igiea, il Palazzo delle Poste di Catania, una delle architetture più rappresentative di Francesco Fichera (1919); e ancora il Teatro Sangiorgi sempre a Catania (1900, Giuffrida, Florio e De Gregorio) in particolare nella tesa linearità dell’ ambiente del foyer, le mensole in ferro battuto della pensilina delle stazione ferroviaria di Caltanissetta (1921) e, già con presentimenti di déco, la Galleria Vittorio Emanuele di Messina di Puglisi Allegra (1919) e la sala del cinema teatro Massimo di Palermo di Giovanbattista Santangelo (1921). Se non altro attraverso il littering di targhe e insegne, non c’ è quasi centro urbano della Sicilia che tra il 1890 e il 1930 non recepisca le sinuosità nervose e l’ eleganza stilizzata di matrice modernista, magari innestandole su una più antica pratica decorativa genericamente ottocentesca che talvolta – è il caso di molte cittadine della parte orientale – senza fratture rimodula motivi addirittura tardobarocchi. In questa ricezione del moderno, la Sicilia dello zolfo si intreccia con quella della grande aristocrazia e della mondanità internazionale, quella del vino con quella della piccola nobiltà di provincia, quella delle città in espansione con le terre d’ emigrazione. L’ epopea della modernizzazione nonostante tutto (nonostante l’ incompiutezza e la marginalizzazione economica evidente già allo scoccare del primo decennio del Novecento) ha insomma nella grammatica liberty il suo codice visivo anche in tempi sincroni e non ritardati rispetto alle altre esperienze europee ma prolungati anche quando, in tutta Europa, le tensioni storiche e sociali hanno da tempo altri e più appropriati interpreti. Questo tessuto connettivo di piccoli maestri e di maestranze artigiane – ebanisti, stuccatori, tipografi, intagliatori, scalpellini, mosaicisti – che rivedono il loro repertorio abituale sulla base delle indicazioni progettuali e del motivo della integrazione tra le arti che è l’ ideologia di fondo dell’ art nouveau, ma non di rado semplicemente attraverso le fonti di giornali e riviste, è probabilmente l’ aspetto più interessante del libro, e spiega indirettamente perché non poche opere di quei decenni ci siano giunte anonime a dispetto della loro flagranza modernista, come – altro esempio famoso – l’ insegna musiva del Panificio Morello al Capo (che peraltro, a dispetto della sua notorietà, continua a perdere tessere). Riletta attraverso questo filtro, quella stagione perde così il suo carattere di mitologia consolatoria per diventare un territorio di analisi che investe in primo luogo l’ ambito del gusto. Il fatto che quei formulari abbiano avuto nell’ isola una lunga coda spesso in traduzione vernacolare denuncia semmai la stagnazione economica in cui la società siciliana intorpidisce per gran parte del periodo tra le due guerre, affidando a quel che rimane del liberty la rappresentazione esteriore di una modernità frustrata.

Fonti: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/23/la-mappa-del-liberty.html

http://www.teatromassimobellini.it/storia.asp?id=21

Edifici Liberty a Catania

Corso Italia (Catania), Villa D’Ayala e Villino Simili Foto Anni ’30

Corso Italia (Catania), Villa D’Ayala e Villino Simili
Foto Anni ’30

Siti da visitare per la provincia di Catania:
www.turismo.catania.it
www.apt.catania.it
www.comune.caltagirone.ct.it
www.cormorano.net/catania/arte/liberty

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Itinarario Liberty a Sacromonte
maggio 202013

La funicolare e il Grand Hotel Campo dei Fiori sono il simbolo dell’agiata borghesia in vacanza d’inizio ’900. Al Palace Hotel di Colle Campigli Juve, Inter e Milan andavano in ritiro negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso e la Birreria Poretti a Induno Olona, costruita nel 1901, è oggi parte del gruppo danese Carlsberg. L’itinerario liberty in provincia di Varese è ricco di fascino e di storia. Il fiore all’occhiello fu l’importante presenza dell’architetto Giuseppe Sommaruga, considerato il principe del “nuovo stile”, autore dei progetti di un centinaio di ville e del Grand Hotel Campo dei Fiori, realizzato per la Società Grandi Alberghi. Era uno splendido luogo di soggiorno che rispecchiava l’amore per il lusso, le comodità e gli agi della classe più ricca.

Schermata 2013-05-20 a 23.40.27A Varese, all’alba del XX secolo, il rombo “modernista” dei motori degli aerei, delle auto e delle motociclette è di casa grazie ad aziende di gran nome come Aeronautica Macchi, Caproni Vizzola e Siai Marchetti…
In Valganna gli architetti Bihl e Wolz di Stoccarda, testimoni della cultura mitteleuropea, sono chiamati nel 1901 ad ammodernare gli impianti della storica Birreria Poretti, già attiva nell’Ottocento e pluripremiata nelle Fiere di mezza Europa. La pubblicità, con gli ammalianti manifesti di Dudovich, Metlicovitz e Mazza, lancia Varese Liberty con le promozioni di calzature e nei traboccanti calici di birra e invita i turisti a scoprire la frescura delle vallate, le amene pendici dei monti, le rasserenanti rive dei laghi.

7387833404_f3fcf818bb_oE’ un sistema turistico-alberghiero straordinariamente funzionale, che si serve delle funicolari, delle tramvie, dei ristoranti, delle trattorie e degli alberghi per vivere una raffinata vita altoborghese. Al Kursaal di Masnago (idistrutto dalle bombe nella seconda guerra mondiale) si tenta la fortuna al gioco d’azzardo, si tira al piattello, si vive nelle sontuose sale progettate dal Sommaruga nel complesso di Colle Campigli nel 1911. Sorgono ovunque ville Liberty alcune delle quali, come Villa Cesarina a Ganna, è oggi adibita a bed & breakfast. Nel Varesotto operano anche le altre grandi firme dello “stile floreale”. Ulisse Stacchini, autore del progetto della Stazione Centrale di Milano, costruisce a Induno Olona la Villa Magnani che domina la Birreria Poretti. Silvio Gambini, il “genius loci” di Busto Arsizio, disegna Villa Ferrario, villa Nicora e villa Leone. Insieme fanno crescere una sana emulazione tra architetti, ingegneri e capomastri. Questi si appropriano delle più felici soluzioni proposte dai maestri, le rendono appetibili, fregiano con la pietra artificiale prospetti di palazzi e di villette.

Il maestro del ferro battuto, Alessandro Mazzucotelli, insegna a “rilegare” con straordinarie trame disegnate, terrazze, giardini, parchi, finestre e porte, distribuendo su tutto il territorio dei sette laghi forme suggestive ed accattivanti. Al Grand Hotel Campo dei Fiori, l’atrio a valle appare come una misteriosa grotta artificiale. Sommaruga vi combina la pietra viva, recupero della tradizione degli scalpellini medievali, con la pietra artificiale, un’invenzione moderna. E Mazzucotelli studia la balconata che si affaccia ventosa sulla città. Sul versante orientale del Campo dei Fiori occhieggiano, tra le ville, la stazione della Funicolare e il ristorante Liberty.


GRAND HOTEL CAMPO DEI FIORI

Schermata 2013-05-20 a 23.40.13 Campo dei Fiori 1908-1912, arch. Giuseppe Sommaruga
Il progetto dell’architetto Giuseppe Sommaruga risale al 1908. I lavori vennero iniziati nel maggio del 1910 e terminati in un anno. La costruzione creò notevoli difficoltà: furono impiegate mine per scavare la roccia e furono necessarie ingegnose soluzioni costruttive ed impiantistiche. La copertura dell’albergo era inizialmente costituita da un tetto inclinato di 45 gradi e rivestito da lastre d’ardesia, ma negli anni ’40 un incendio distrusse i piani superiori, e l’ultimo piano fu sostituito dall’attuale mansarda. Pur ricalcando sistemi tipici dell’architettura settecentesca, Som-maruga realizzò una distribuzione spaziale moderna che, come ha affermato Daniele Riva: “non ha uguali, alla data del 1908-1911, nel panorama dell’architettura italiana, riecheggia spazialità barocche ma le ripropone secondo una sensibilità filtrata attraverso le istanze dell’Art Nouveau internazionale”.

STAZIONE D’ARRIVO DELLA FUNICOLARE

Schermata 2013-05-20 a 23.40.21Campo dei Fiori 1909-1911, arch. Giuseppe Sommaruga
Il progetto è dall’architetto Sommaruga. L’idea iniziale era di ospitare la stazione d’arrivo della funicolare all’interno dell’Hotel Tre Croci, ma venne abbandonata per l’eccessivo rumore che i macchinari avrebbero provocato. L’impianto fu invece posto a metà strada tra l’Hotel ed il ristorante. La stazione fu realizzata tra il 1909 ed il 1911, ed evidenzia le scelte artistiche inconfondibili del grande architetto milanese.

 

RISTORANTE CAMPO DEI FIORI

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arch. Giuseppe Sommaruga
Fu inaugurato pochi giorni dopo il completamento della funicolare. Attorno all’asse centrale si apre uno spazio costituito da un grande salone e, ai lati, dai vani delle due scalinate e dalle cucine. Sottostante il salone vi è un porticato, punto di partenza delle due scale. Il salone centrale è sorretto da due poderosi contrafforti, che conferiscono un forte slancio verticale alla facciata.

 

Fonte: http://www.sacromontevarese.net/index.php/itinerario-liberty/15-itinerario-liberty

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Itinerario Liberty al Mugello
maggio 182013

Bisogna risalire alla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso per ricostruire la genesi di un “Itinerario Liberty” nel Comune di Borgo San Lorenzo, promosso quando in Toscana si era ben lontani dall’aver compreso quanto fosse necessario collegare in un grande disegno unitario i luoghi che conservavano significative testimonianze di questa stagione artistica, per sfruttarne tutte le potenzialità, sia a livello turistico che educativo.

Un “Itinerario Liberty” nel cuore del Mugello

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Anche limitandosi alla produzione artistica del periodo borghigiano, vediamo come le fornaci dei Chini abbiano lasciato la loro impronta in molte città della nostra regione, anche se non nel modo eclatante di Viareggio e di Montecatini. Nel Mugello questa presenza ha assunto toni meno fastosi dei luoghi termali o balneari ma non si può negare che abbia connotato ancor più capillarmente l’estetica di case, ville, chiese, tabernacoli, locali pubblici e persino dei monumenti ai caduti della Grande Guerra. Proprio per questo si doveva scongiurare il rischio che le tracce di questa vicenda culturale e produttiva fossero definitivamente cancellate dal tempo e dall’incuria degli uomini.
Il successo dell’Itinerario Liberty, l’interesse suscitato da una mostra sulla produzione di Chini tenutasi a Borgo San Lorenzo nel 1993 e l’adesione entusiasta di tutti gli eredi di questa casata ha favorito il raggiungimento della meta finale del nostro progetto: la creazione di un museo dedicato alla Manifattura Chini.

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Per consentire la tutela e la conservazione di questo patrimonio c’era bisogno anzitutto di censirlo, fotografarlo e catalogarlo; una volta realizzata la schedatura completa dei lavori svolti dalla manifattura Chini in ambito comunale, si è delineato il percorso di visita a luoghi e opere d’arte che per troppo tempo erano divenute quasi invisibili (un esempio sono le targhe apposte in occasione del settimo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, particolarmente venerato a Borgo San Lorenzo). Nel contempo si è promossa la pubblicazione di un agile ma esauriente volume contenente tutte le informazioni storico-critiche delle emergenze segnalate. Il riconoscimento delle testimonianze chiniane è avvenuto con l’apposizione all’esterno degli edifici di una piastrella ceramica che riporta il logo dell’iniziativa rendendo riconoscibili le varie tappe anche a chi si muove senza una guida.

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IL MUSEO DIFFUSO DEL MUGELLO E DELLA VAL DI SIEVE

Il risultato più importante della costituzione dell’Itinerario Liberty, è quello di aver reso consapevole la popolazione locale del valore di questi beni e dall’altro quello di riportare alla luce l’individualità dei vari membri della famiglia Chini, sia quando erano direttamente coinvolti nell’attività della fabbrica sia quando agivano come singoli pittori o decoratori.
L’obiettivo si è finalmente realizzato nel dicembre 1999 con il varo di un sistema museale di zona (il Museo Diffuso del Mugello e della Val di Sieve) che mira a dar senso e mettere in rete i poli espositivi riguardanti le diverse realtà culturali e territoriali. Grazie ai contributi della Comunità Europea, della Regione Toscana e degli Enti locali si è infatti portato a termine il completo restauro di una villa appartenuta da secoli ai conti Pecori Giraldi e donata nel 1980 al Comune di Borgo San Lorenzo.

VILLA PECORI GIRALDI
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Si tratta di un edificio con pianta rettangolare e due corti interne, una delle quali con bel porticato racchiuso da colonne di pietra serena, che si sviluppa su due piani e presenta una bella facciata di gusto rinascimentale, dominata da una robusta torre merlata. L’allestimento degli spazi compresi nell’ala monumentale è stato curato da Carla Giuseppina Romby mentre Gilda Cefariello Grosso ha svolto la consulenza scientifica e la redazione dei testi del catalogo.

MANIFATTURA CHINI E IL MUSEO

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Per il nostro museo non vi poteva essere sede più appropriata, dato che proprio qui i Chini hanno lavorato a più riprese. Il primo fu Pietro Alessio alla metà del secolo XIX, seguito dal figlio Leto, che scrive di aver decorato nel 1902 la sala araldica (sono infatti riconoscibili i riferimenti di ispirazione medievale e rinascimentale eseguiti insieme col fratello Dario a Cafaggiolo 15 anni prima). Poi dopo il 1906 il generale Guglielmo Pecori Giraldi probabilmente commissiona a Galileo il completamento degli stemmi e delle imprese di nobili famiglie fiorentine imparentate con i Pecori Giraldi e il grande dipinto con San Giorgio che uccide il drago dagli echi chiaramente preraffaelliti.
Riferibile a Galileo e alle sue Fornaci è anche una maiolica su sfondo azzurro, posta sopra l’architrave della porta ovest, raffigurante in bassorilievo il volto di un Cristo coronato di spine. Verso ovest dalla sala araldica si accede a una stanza, con soffitto pitturato con disegni floreali riferibili al secolo XIX, dove si trova un bellissimo caminetto rivestito di piastrelle ceramiche figurate.

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Nell’ampia sala del pianterreno che guarda a est si trova un monumentale camino in terracotta dipinta con decorazioni a rilievo di ispirazione rinascimentale, anch’esso opera della manifattura. In alto, sulle pareti, si nota una fascia dipinta a monocromo, con motivi floreali stilizzati e grappoli d’uva, analoghi a quelli usati da Galileo in molte sue realizzazioni ceramiche.
Al primo piano si accede attraverso una scenografica scala elicoidale sormontata da una cornice dipinta ad archetti trilobati su fondo azzurro. Il soffitto è decorato a finti cassettoni con una ghirlanda che incornicia lo stemma triangolare dei conti Pecori Giraldi.

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Va precisato che il museo civico non è frutto di imponenti lasciti o donazioni di collezioni private ma è il risultato in gran parte della paziente ricerca e del notevole impegno finanziario del Comune di Borgo San Lorenzo che ha avuto la piena collaborazione di tutti gli eredi e delle persone legate in qualche modo ai Chini e alla loro manifattura.
Oggi il museo offre ai visitatori una completa rassegna della produzione dei Chini con l’esposizione di circa duecento opere, comprendendo disegni, decorazioni, pitture, vetrate, rivestimenti e oggetti ceramici.

di Federica Faraone. Con il prezioso contributo del dott. Adriano Gasparrini – direttore Museo Civico della Manifattura Chini

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MUSEO DELLA MANIFATTURA CHINI VILLA PECORI GIRALDI
Piazza Lavacchini, 1 – Borgo San Lorenzo
Informazioni e prenotazioni:
tel. 055 8456230 – 055 8457197 – 055 849661
info@villapecori.it
www.villapecori.it

 

 

 

 

 

 

 

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Itinerario Liberty a San Salvario
maggio 182013

Camminando per San Salvario ci si può imbattere in alcuni bei palazzi in stile floreale, realizzati da alcuni dei migliori architetti torinesi dell’ epoca. Il liberty, o stile floreale, ha caratterizzato fortemente la fine dell’ ottocento e l’ inizio del novecento, quel periodo chiamato Belle Epoque. A Torino spesso è difficile riconoscere il liberty perchè contaminato da reminescenze eclettiche o classiciste. San Salvario, nuovo borgo sede di fabbriche e officine, come di ville e palazzi per la ricca borghesia industriale, ha conservato qualche ottimo esempio dell’ influenza che lo stile floreale ha avuto su tutte le arti, in particolare quella architettonica.

 

CASA BLENGINI

Questa casa si trova all’ angolo tra via Pellico e via Ormea, quasi davanti all’ Ospedale Valdese. Il suo colore bianco-grigio e le ricche inferriate al piano terra la differenziano già dagli edifici adiacenti, ma sono il bellissimo cornicione a guscio rovescio ed il curioso portale in ferro battuto, entrambi con decorazioni floreali, che catalizzano la nostra attenzione. All’ interno molte stanze presentano volte affrescate dedicate ai fiori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CASA IN VIA LOMBROSO 8

Recentemente restaurata, sono ricomparse le stupende decorazioni floreali di facciata, accentuate ancor più dal cromatismo rosso-bianco. Reca sulla facciata l’ anno di costruzione, il 1902, anno dell’ Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna di Torino.

 

 

 

 

 

 

VIA BELFIORE

In via Belfiore, tra via Michelangelo e via Donizetti, ritroviamo due case una di fronte all’ altra, ognuna progettata da grandi architetti torinesi dell’ epoca.

 

 

 

La “casa gialla” è opera di Pietro Fenoglio, autore di alcuni capolavori del liberty torinese, come casa Le Fleur.

La “casa rossa”, purtroppo irrimediabilmente sfregiata da una sopraelevazione oscena, è opera di Giovanni Gribodo, altro maestro del liberty.
Si caratterizzano per i loro bellissimi balconi in ferro battuto e per i motivi sinuosi e floreali.

 

 

 

VIA ARGENTERO 4

In questa vietta, a lato di piazza Nizza, si nasconde un piccolo capolavoro.
Un bellissimo portale in ferro battuto illustra due alberi di melograno, ricchi di foglioline e frutti, in una cornice a coda di pavone. Il palazzo, ricordando alcune case spagnole, utilizza linguaggi liberty nelle maioliche e nell’ uso del ferro per sorreggere i balconi. Anche qui c’è lo zampino di Pietro Fenoglio, che progettò l’ edificio nel 1907.

 

 

 

 

 

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In questa vietta, a lato di piazza Nizza, si nasconde un piccolo capolavoro.
Un bellissimo portale in ferro battuto illustra due alberi di melograno, ricchi di foglioline e frutti, in una cornice a coda di pavone. Il palazzo, ricordando alcune case spagnole, utilizza linguaggi liberty nelle maioliche e nell’ uso del ferro per sorreggere i balconi. Anche qui c’è lo zampino di Pietro Fenoglio, che progettò l’ edificio nel 1907.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PALAZZINA MENZIO

Attualmente un albergo, questo ottimo esempio di liberty svetta solitario in via Donizetti 22. E’ stato costruito nel 1906 da Alfredo Premoli, poi sopraelevato nel 1913. Si ritrovano tutte le caratteristiche del liberty, con decorazioni floreali squadrate in litocemento. Le ritroveremo simili nelle fabbriche Fiat di corso Dante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CASA MARANGONI

Una delle prime costruzioni in cemento armato col metodo Hennebique, risale al 1904, realizzata dall’ ing. Daniele Donghi con Lorenzo Parrocchia. Si trova in via Nizza angolo via Tiziano. Ad oggi lo smog cittadino e l’ incuria lo ha reso un po’ triste. Molto particolare l’ esile struttura in cemento a vista dei balconi e del bovindo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FABBRICHE FIAT

Due fabbricati degni di nota occupano corso Dante, tra via Marocchetti e via Marenco.
Il primo ricorda le fabbriche inglesi o tedesche, con in più maioliche e belle inferriate. Il secondo caseggiato è un pregevole esempio di come il liberty si sia spesso affiancato a edifici industriali. E’ opera di Alfredo Premoli, progettista della Palazzina Menzio, ed infatti qui ritroviamo gli stessi fiori squadrati che incorniciano la scritta FIAT.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CORSO DANTE ANGOLO VIA TIEPOLO 

Oggi sede della Scuola Holden questo palazzo a due piani presenta ancora elementi eclettici, ma le parti superiori sono decorate da graziosi affreschi con motivi liberty.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fonte: http://sunsalvario.blogspot.it/2009/11/itinerario-nel-liberty2.html

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Itinerario Liberty a Riccione
maggio 162013

Le ville Liberty fine ’800 inizio ’900 a Riccione hanno caratterizzato grazie ai progettisti e artigiani dell’epoca il periodo felice della Belle Époque nella città marina.

www.riccioneinvilla.it

Questo breve itinerario presenta ai visitatori alcuni esempi di architetture balneari e dell’ambiente urbano di Riccione tra il XIX e XX secolo.
Il titolo Le ville di Riccione sta ad indicare, ancor più che una tipologia di edifici, uno stile di vita e di vacanza caratteristico della cittadina balneare al suo nascere.

 

sirena liberty riccioneL’itinerario proposto percorre le principali vie dell’area più prossima a viale Ceccarini quale nucleo originario della località turistica e cuore della vita balneare.

Riccione possiede ancor oggi un patrimonio storico e architettonico ben più vasto di quello presentato in questo breve itinerario. Si può approfondire maggiormente il tema visitando il sito web dedicato alle ville storiche: www.riccioneinvilla.it
Volte le spalle alla spiaggia e percorso un breve tratto del lungomare in direzione del porto canale incontriamo il giardino pubblico all’incrocio con via Giardini ed al suo interno un edificio che, nonostante la poca cura, ha le sembianze delle ville balneari costruite a Riccione fra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento:

 

HOTEL DE LA VILLE

HOTEL DE LA VILLE RICCIONE

 

Costruito nei primi anni del Novecento, l’edificio dall’elegante architettura ripropone il gusto dell’epoca inserendosi nel giardino dalle essenze non particolarmente pregiate ma delle quali si apprezza la sapiente composizione.
Inizialmente la struttura era adibita a residenza privata del conte Mancini Leo.
Notevoli gli ampliamenti dell’edificio originario ancor oggi però riconoscibile nella parte che si affaccia sul giardino e su via Spalato.

Percorrendo ancora pochi passi, giunti in viale Martinelli, ha inizio quell’area che fin dagli ultimi decenni del XIX seco­lo si popolò secondo i canoni dettati dal progetto redatto dal Conte Giacinto Martinelli Soleri, il quale volle dar luogo ad un piccolo insediamento di ville circondate da ampi giardini, disegnandone accuratamente la rete stradale ed abbellendola di platani, pioppi e ippocastani.
Giunti in prossimità del crocevia con viale Trento Trieste, Si notano alla propria sinistra, al n° 28 e al n° 26, due villini del primo decennio del ‘900 in seguito parzialmente modificati.

Proseguendo viale Trento Trieste ci conduce ad una delle principali vie tracciate del conte Martinelli Soleri: viale Cesare Battisti. All’incrocio fra quelle due vie possiamo notare alla nostra destra l’Hotel “Conte Rosso” che conserva i caratteri dell’originario villino e del giardino di allora, e, sul lato opposto, la Pensione Florence.

 

 

PENSIONE FLORENCE

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Il villino originario sorse negli anni ‘10 del ‘900, e divenne Pensione Florenza fin dal decennio successivo conservando però, nei tratti principali, l’aspetto del precedente edificio, Pregevoli i decori di facciata esempio di quella espressione del Liberty italiano che si diffuse particolarmente nelle città emiliane. Si noti inoltre ii delicato disegno del cancello in ferro.

A breve distanza, al n° 31 di viale Cesare Battisti, abbiamo l‘attuale sede dell’Istituto Maestre Pie ospitato nella villa costruita nei primi decenni del ‘900 ed appartenuta al tenore Bassi.

Proseguendo in viale Cesare Battisti in direzione della spiag­gia, possiamo ammirare alla nostra destra, ai numeri civici 29, 27, 25, 21 e 17, esempi importanti dell’insediamento di ville con ampi giardini che il conte Martinelli Soleri promosse alla fine dell’ ‘800.

Giunti in Viale Gramsci, incamminandoci in direzione sud, si notano alla nostra sinistra alcuni villini dalle tipologie rappresentative dell’edilizia balneare dei primi decenni del XX secolo. Fatti ancora alcuni passi, al crocevia di viale Gramsci con via Franceseo Baracca si nota a sinistra un’ampia villa con giardino che si estende per l’intero isolato fino a viale Milano e a viale Giordano Bruno, è villa Emilia.

 

 

VILLA EMILIA

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La villa fu progettata dall’Ing. Silvio Allegro Avondo e correttamente conservata negli eleganti toni cromatici e nei motivi che la ornano, risale con ogni probabilità agli anni ‘10 del 900.
Dal tono classicheggiante, diffuso nell’architettura della cittadina balneare, con torrini e attente simmetricità delle facciate, l’edificio è arricchito da cornici, capitelli, colonnine e balaustre.
La villa si affaccia su di un ampio giardino dall’impianto che ricorda i giardini signorili ottocenteschi delle principali città emiliane.
La dimora fu pubblicata nella copertina della rivista Turismo d’Italia con una illustrazione di Virgilio Retrosi.

Incamminandoci in viale Milano in direzione nord, si incontra il villino Antolini.
Dimora Liberty del 1923 progettata dall’architetto dalmata Mario Mirko Vucetich su commissione dei coniugi Dante Antolini e Egle Massei.

 

 

HOTEL DES BAINS

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Ampiamente ma correttamente ristrutturato, l’Hotel Des Bains fu costruito nel 1908 da Girolamo Fabbri ed inaugurato quale “Albergo dei Bagni”.
Irrimediabilmente danneggiato dal terremoto del 1916, fu ricostruito nella foggia ancor oggi leggibile ed assunse l’attuale nome.
Di sobrio aspetta, l’edificio propone nelle decorazioni l’uso frequente della classica foglia d’acanto accompagnata da motivi fitomorfi con accenni alle sinuosità liberty.

Ripreso il cammino e fatti pochi passi, notiamo una serie di edifici che rappresentano in modo ancor oggi fedele una parte storicamente importante della cittadina balneare: dopo maver notato alla nostra destra un piccolo edificiodai bei decori e modanature in facciata, percorriamo il fronte dell’area originariamente occupata dall’Ospizio Marino Amati-Martinelli, che oggi ospita il Grand Hotel e alcuni altri edifici tra i quali un bel edificio posto a sud dell’ingresso, e quel che resta della Villa Martinelli Soleri.

 

 

ABITAZIONI CIVILI AI n° 25/29

Di questo edificio si notino soprattutto le linee sinuose del ferro battuto delle ringhiere ed i begli encarpi Liberty che decorano le finestre. Sorto come molti altri all’inizio del secolo scorso, l’edificio documenta una tipologia diffusa nel centro della cittadina balneare là dove non sono le ville ed i villini ad insediarsi bensì edifici dal sapore più “urbano” collocati a margine delle strade e quasi completamente privi di giardino.

 

 

GRAND HOTEL
grand hotel riccione

Il Grand Hotel sorse nel 1929 là dove fin dal 1877 era l’Ospizio Amati Martinelli.
Costruito su progetto dell’architetto Ceccolini e dell’ingegnere Galeazzo Pullé, l’edificio dalla sobria forma architettonica, presenta decorazioni che ricordano, con volute, cornici, lesene, sfere e piramidi tronche, lo stile Coppedé fondendolo con i caratteri ormai affermatisi dell’architettura balneare di quei decenni.

 

 

VILLA MARTINELLI SOLERI

villa martinelli soleri riccione

 

A fianco dell’Ospizio Amati Martinelli, sorse negli ultimi decenni dell’800 la villa del conte Martinelli Soleri della quale, demolita nel secondo dopoguerra, oggi rimane, al n°15 di viale Gramsci, un piccolo corpo di fabbrica ampiamente alterato al piano terra, ma che conserva al piano superiore elementi originari quali la balaustra in terracotta e la moresca finestra a sesto acuto.

Volte le spalle a quel che resta della Villa Martinelli Soleri ci incamminiamo in via Martinelli, dove notiamo esempi di piccoli villini dalle fogge diverse e accattivanti.
Giunti in viale Gorizia, al n° 2, troviamo la Villa Franceschi che ospita la Pinacoteca di Riccione.

 

 

VILLA FRANCESCHI

villa franceschi riccione
La Villa Franceschi nei suoi tratti storici, è il risultato di numerosi interventi succedutisi nel corso dei primi due decenni del ‘900 quando l’edificio originario si arricchì di motivi e ornamenti in sintonia con il gusto dell’epoca.
Il piccolo giardino di pini, nel quale troviamo un sedile con leoni alati di gusto neorinascimentale, custodisce la villa decorata con motivi vegetali che ne scandiscono le facciate; la bella veranda, con ogni probabilità un’espansione dell’edificio originario, termina nella balaustra della terrazza soprastante che sostiene bei vasi neoclassici.
Oggi nella villa ha sede la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea inaugurata nel 2005 . Il villino, estremamente affascinante per la cura dei particolari e l’armonia dell’insieme, è sorto nel primo decennio del secolo scorso, sul modello di quell’eclettismo che stava allora trionfando in Europa e comportava disinvolte contaminazioni tra neogotico, neoclassico e Liberty.
La grande semplicità dell’impianto architettonico è impreziosita dalla sala semiesagonale con il terrazzo sovrastante che si protende sul giardino e dalla torretta con il belvedere finestrato. Di particolare pregio sono le decorazioni esterne e gli elementi di ferro e ghisa con accenni a decori liberty che conferiscono ritmo e fascino alla facciata.

 

L’ISOLA DEI PINI

Tornati a percorrere viale Martinelli fino all’incrocio con via Molari, ed incamminatici in direzione nord, si incontra viale Corridoniche , a conclusione di questa breve passeggiata, ci conduce al reperto più antico di Riccione, L’Isola dei Pini (n), breve tratto superstite a Riccione della duna costiera formata da depositi marini recenti (databili al primo millennio dell’era christiana) che fino alla alla formazione dell’insediamento balneare caratterizzava tutto il fonte costiero: questo piccolo tratto si presenta tuttora arricchito di begli esemplari di pini secolari.

 

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