Menu Navigazione

A Pesaro il Liberty raffiora in tante ville, oggi fortunatamente ancora esistenti come il villino Ruggeri, uno dei più straordinari esempi di architettura Liberty in Italia, eretto tra il 1902 e il 1907 da Oreste Ruggeri, dinamico industriale farmaceutico e della ceramica. Nato a Urbino, si trasferisce a Pesaro dopo il grande successo dei suoi prodotti, specialmente i ‘glomeruli’ contro l’anemia, presentati con un innovativo battage pubblicitario. La villa si trova il Piazzale della Libertà 1. Da qui inizia l’itinerario Art Nouveau pesarese. Per chi vuole partecipare a visite guidate singole o in gruppo a Pesaro può contattarci QUI.

Cartolina d'epoca di villa Ruggeri con la famiglia. (Archivio M. Ruggeri)

Cartolina d’epoca di villa Ruggeri con la famiglia. (Archivio M. Ruggeri)

Per raggiungere villa Ruggeri dalla stazione a piedi o macchina potete visionare il percorso seguente:

 

VILLA RUGGERI. La direzione dei lavori fu affidata all’architetto urbinate Giuseppe Brega. Il villino sorge in un ampio giardino che prima della guerra era arricchito da aiuole variopinte, una serra in vetro, un gazebo in ferro e un sedile maiolicato; oggi rimane la grande fontana circolare, decorata da grosse aragoste. Nonostante le gravissime perdite del periodo bellico, ciò che caratterizza ancora l’edificio è una ricchissima decorazione a rilievo in cemento idraulico, con soggetti marini e floreali che si ripetono su pareti, mensole e sottogronda. All’interno sopravvivono i mobili della sala da pranzo e la porta a vetri tra l’ingresso e il salotto. Al piano superiore, quello più conservato, fregi di foglie, frutti e fiori indicano il nome delle stanze. Questa fotogallery è più che esaudiente per conoscere anche gli interni del villino essendo di proprietà privata.

Dopo aver ammirato il villino Ruggeri e la struttura adiacente, l’HOTEL VITTORIA, dove ammirare il cancello in ferro battuto con decorazioni Liberty, ci incamminiamo verso altri esempi di architettura balnere di fine Ottocento e primi Novecento come VILLA ISIDE percorrendo via Cristofoto Colombo. Si trova al civico 4 e fu eretta per la figlia Iside (1896-1970).

 

A lato di villa Iside vi è un’altro edificio di dimensioni più grandi al civico 9 e prende il nome di Olga, moglie di Oreste Ruggeri. La dimora risale al 1907 ed è caratterizzata da linee sobrie rispetto alla villa di rappresentanza della famiglia. VILLA OLGA conserva ancora dei bassorilievi in cemento dalle decorazioni simili a quelle di villa Ruggeri in piazzale della Libertà. Oggi vi sono diversi appartamenti per i villeggianti. La dimora è rimasta di proprietà Ruggeri.

Proseguiamo la passeggiata raggiungendo villa Molaroni in viale Pola 9 secondo il tragitto prestabilito. Durante il cammino è possibile osservare alcuni edifici recanti decorazioni Liberty (vedi la fotogallery seguente) e villini di impronta razionalista e Art Dèco.

VILLA MOLARONI fu eretta per volere di Giuseppe Molaroni nel 1924. La villa era al centro di un grande parco di aceri, magnolie, abeti, cedri, cipressi e lecci in gran parte abbattuti tra gli anni ’50 e ’60 per far posto ai grandi condomini della zona; oggi il verde occupa una superficie di 8.000 metri circa. Il villino si articola su tre livelli ed è arricchita da colonne, archi, scalinate, ampi terrazzi e verande panoramiche. Sul tetto si staglia una terrazza belvedere, interamente a vetri, da cui lo sguardo corre diretto fino al mare. Sono pregevoli anche gli infissi di finestre e porte, tutti in legno di rovere proveniente dalla Slovenia dove la famiglia Molaroni possedeva numerosi terreni. Nel 1976 il Comune diviene proprietario della villa e dal 1987 vi ospita il Museo del Mare, rimasto in funzione fino a metà degli anni ‘90. Nel 2002, ormai in attesa di ristrutturazione, la villa viene chiusa. Nel 2003, il Comune e Renco sottoscrivono una convenzione in cui la società si impegna a ristrutturare l’immobile, a ripristinare il Museo del Mare e a gestire il complesso villa-parco-museo. Da parte sua, il Comune concede a Renco l’utilizzo della struttura come sede di rappresentanza. Il restauro della villa è stato presentato alla città nell’aprile 2007. Il piano terreno è sede di mostre e il giardino d’estate ospita incontri culturali. Tra le manifestazioni si segnala anche la mostra e relativo quaderno (n. 14 della collana “Rerum Maritimarum”)  ”Diletto e Armonia. Villeggiature marine Liberty”.

Dopo una visita a villa Molaroni e un momento di relax nel parco che la circonda, riprendiamo il cammino dirigendoci sul viale della Repubblica. Nel percorso passiamo per via Cesare Battisti soffermadoci su alcuni villini.

Ad angolo tra viale Cesare Battisti e viale Zara si può ammirare VILLA PAGANI, un villino Liberty appartenuto ai conti Pagani dei primi anni del Novecento. Di questo villino abbandonato vi è un progetto di restauro.
Di pregio i ferri battuti e le cimase in cemento Liberty, somiglianti a quelli che si ritrovano a villa Ruggeri. L’interno presenta un raro pavimento dove tra i motivi decorativi vi è riportato il simbolo della svastica. Una decorazione rara nel pesarese.

Dopo aver visitato questo singolare villino appartenuto a una nobile famiglia e fortunatamente in discreto stato di conservazione, raggiungiamo due villini all’incrocio tra viale della Repubblica e C. battisti.

Su viale della Repubblica arriviamo alla palla di Pomodoro, dirigendoci questa volta sul lungomare Nazario Sauro al civico 1, dove visitare VILLA ENRICA e altre ville lungo il percorso. Si tratta di villini realizzati nei primi del Novecento.

Su via Trieste, parallela al Lungomare si trovano altri villini.

Termina qui l’itinerario Liberty pesarese.

Bibliografia:
Federica Tesini, Pesaro. Itinerari di una città d’arte, Pesaro, Arti Grafiche Pesaresi Editore, 2009.
Andrea Speziali, Armonia del Liberty. villeggiature marine Liberty, Museo della Marineria W. P. Pesaro, 2015.

Più Informazioni»

Ci sembra doveroso dedicare alla Savona Liberty, dopo adeguata documentazione, uno spazio serio e approfondito. Infatti, Savona è, insieme a Torino, Milano, Viareggio e poche altre città, uno dei principali centri italiani in cui si è sviluppato lo stile liberty. Al contrario di quanto accade nelle località citate, l’architettura liberty savonese è però arte sovente dimenticata. Sull’argomento ci risultano esistere solo articoli su riviste locali, trascrizioni di conferenze, brevi commenti all’interno di testi a carattere più generale e due tesi di laurea incentrate ciascuna su un singolo edificio, per l’esattezza il Palazzo dei Pavoni e Villa Zanelli, gli unici reperibili pure su internet, a parte poche altre immagini fotografiche. Non ci risulta invece (ma saremmo lieti di essere smentiti) che sia mai stato pubblicato un volume dedicato per intero al Liberty cittadino. Avrà forse contribuito a questo oscuramento la cronica incapacità dell’ambiente politico e culturale locale a valorizzare le proprie ricchezze. È dunque nostra (e mia) ambizione rimediare a tale mancanza, sperando che faccia da stimolo per ulteriori ricerche.
Ci spingono poi due aspirazioni. In primo luogo far sì che i savonesi scoprano quanto di bello c’è a casa loro: spesso si ammirano opere d’arte di tutto il mondo e si cammina per le strade della propria città senza mai guardarsi intorno. In secondo luogo fungere da guida turistica a chi, villeggiante o crocerista, giunge per la prima volta a Savona e desidera visitarla. A tale scopo abbiamo suddiviso la visita in tre brevi percorsi ideali, forniti ciascuno di relativa mappa stradale e descritti in altrettante puntate settimanali. Per comodità espositiva abbiamo frazionato il cammino in modo da presentare 9 o 10 edifici per volta, con tragitti tra loro collegabili. Ciascun percorso partirà dalla darsena, dove approdano le navi da crociera Costa, e permetterà ai croceristi di trascorrere alcune delle ore di sosta svolgendo un interessante turismo d’arte che spazi oltre le vestigia medioevali presenti nei dintorni del porto. Precisazione d’obbligo: l’autore degli articoli non è né storico dell’arte né tanto meno architetto, è solo persona curiosa e attenta a quanto lo circonda.

Prima di approfondire l’argomento occorre però una spiegazione sul tema trattato. Cos’è dunque il cosiddetto stile Liberty (dal nome dei magazzini londinesi di Sir Arthur Liberty) o stile Floreale, noto in Spagna come Modernismo, in Francia come Art Nouveau, in Germania come Jugendstil e in Austria come Secessione? In base a quanto sostengono trattati specialistici di arte e architettura: nell’ambiente spersonalizzato e cupo della città industriale, esso si contrappone all’imitazione stilistica degli stili passati, privilegiando nuovi elementi figurativi come la linea curva e i motivi fitoformi. Lo stile liberty cerca di restituire una dignità estetica allo spazio urbano, una natura artificiale che si arrampica sugli edifici e smorza la piatta uniformità della muratura circostante.
Gli esterni e gli interni non hanno contorni rettilinei, le pareti risultano stondate e finestre e balconi hanno forme variegate, dando agli edifici un aspetto bizzarro e favoloso.

Foto 2

Le decorazioni si avvalgono di materiali e tecniche disparate, dal ferro battuto, al mosaico in ceramica, allo stucco scolpito. Gli assunti su cui questo stile si basa sono dunque il rifiuto degli elementi modulari prodotti in serie e l’uso di una linea libera e sinuosa, con forme floreali o animali e colori vivaci. Questo stile si è sviluppato all’incirca tra il 1890 e il 1914, data d’inizio della prima guerra mondiale, ma in alcuni luoghi, tra cui Savona, si è protratto anche negli anni successivi.

Iniziamo dunque il viaggio nel Liberty savonese con il primo percorso. Partendo dalla darsena attraverseremo parte del centro cittadino e ci dirigeremo verso Villapiana, il popolare quartiere settentrionale di Savona. Tempo stimato: 90 minuti circa cartina alla mano.

Foto 3

Partiamo dunque da Via Giuria, che si scorge in basso a destra sulla mappa stampata. Percorriamola attraversando Piazza Giulio II e sfociando in Via Luigi Corsi, che percorreremo a sua volta per 100 – 150 metri. Ebbene, qui sulla sinistra, al civico 5, all’angolo con via Guidobono troviamo uno dei più fascinosi e interessanti edifici liberty cittadini, il “Palazzo Viglienzoni”, detto “Casa dei Gatti”, opera di Alessandro Martinengo.

Casa dei Gatti

Casa dei Gatti

Palazzo Viglienzoni fu costruito nel 1910 dopo la demolizione di un edificio preesistente. Come spiega Giovanni Gallotti in un articolo pubblicato sulla rivista “A Campanassa” nel 2003:
<< Interessante è il trattamento del bovindo d’angolo. Dalle finestre rettangolari del primo piano, si sale con motivi sempre più elaborati fino alle foglie in alto, dalle quali sorge l’ultima finestra ricurva.>>
Fascinosi e appariscenti risultano i graffiti della facciata raffiguranti, in orizzontale all’altezza del primo piano, i noti felini domestici che danno il nome all’edificio e, su linee verticali e in orizzontale sotto il cornicione del tetto, più consueti motivi floreali. Purtroppo molti di tali graffiti sono in cattivo stato di conservazione e richiederebbero accurati restauri.

Casa dei Gatti.(Particolare)

Casa dei Gatti.(Particolare)

Li avete apprezzati i gatti? Beh, pare incredibile, ma qualsiasi savonese da noi interpellato finora in proposito, dopo essere rimasto ammirato ha ammesso di non essersi mai accorto prima della loro esistenza. Sarà anche il vostro caso? cittadini, guardate dove vivete!
Svoltando poi a destra sulla stessa via Guidobono e risalendola, si sfocia in Pz. Del Popolo e da lì in Piazza Mameli, interamente circondata da portici ottocenteschi, al cui centro sorge il monumento ai caduti che ogni giorno, alle 18 esatte, suona ventuno rintocchi in commemorazione dei caduti in guerra, evento che per antica tradizione porta il traffico pedonale e automobilistico a fermarsi in raccoglimento. Nella piazza merita almeno un’occhiata accurata, perché denota la presenza di alcuni elementi liberty, l’edificio all’angolo con Via Nazario Sauro che qui riproduciamo:

Palazzo Pz. Mameli con bovindi e guglie.

Palazzo Pz. Mameli con bovindi e guglie.

Da notare la facciata decorata (non ben conservata), i balconi tondeggianti del secondo e terzo piano e i bovindi culminanti con le guglie sul tetto.
Proseguendo lungo Via Boselli incontriamo il magnifico ed elegante “Palazzo Maffiotti”, eretto nel 1908 all’angolo tra Via Boselli e Via Dei Sormano, è però uno dei massimi trionfi cittadini del Liberty. Si tratta di un edificio in origine destinato, come altri consimili, alla ricca borghesia cittadina, l’unica che all’epoca poteva permettersi di assumere artefici di fama per seguire le mode correnti in architettura. L’autore dell’elegantissimo Palazzo Maffiotti è di nuovo Alessandro Martinengo, nome che ritroveremo spesso nel corso della nostra visita e su cui per motivi di spazio ci soffermeremo meglio la prossima settimana.

Palazzo Maffiotti di Martinengo.

Palazzo Maffiotti di Martinengo.

Interessanti il bovindo d’angolo curvilineo, i fregi aggettanti, le colonnine sotto il tetto, i balconi lavorati sia in muratura sia in ferro battuto, con motivi diversi nei tre piani in cui sono presenti.
Proseguiamo verso Piazza Saffi, dove gli elementi di chiara ispirazione liberty, non mancano

Palazzo angolo Piazza Saffi Via Brignoni

Palazzo angolo Piazza Saffi Via Brignoni

ed entriamo nel quartiere di Villapiana passando da Via Cavour. Villapiana era un quartiere popolare che non poteva permettersi la progettazione di edifici pregiati. Svolgendo tuttavia attenta ricerca, vi si possono trovare vari singoli elementi appartenenti al liberty. Ecco ad esempio apparirne alcuni nell’edificio sito all’angolo tra Via Cavour e Via (dei)Martinengo (non quel Martinengo e, considerata, come vedremo in seguito, la frequenza di suoi edifici in città, non se ne capisce il perché).

Palazzo di via Cavour.

Palazzo di via Cavour.

In effetti questo palazzo, se osservato con sguardo attento, offre numerose ornamenti della facciata. Si veda ad esempio, nella foto qui sopra, l’accurata lavorazione del balcone e la ghirlanda di frutta soprastante la finestra.
Si svolti a questo punto per Via Martinengo e si entri in via Piave, percorrendola verso Via Torino. Arriverete infine al civico 27, dove sorge quello che a personalissimo parere di chi scrive è l’edificio più spettacolare del quartiere e uno dei più notevoli di Savona, anche se qualcuno potrà forse giudicare pacchiana l’incredibile decorazione della facciata. In proposito le immagini probabilmente non rendono l’idea, perché le elaborate ghirlande di frutta(?) in altorilievo sui balconi non sono perfettamente distinguibili. Occorre davvero vedere di persona e allora non potrete che restare ammirati. “Una natura artificiale che si arrampica sugli edifici e smorza la piatta uniformità della muratura circostante”, si diceva nell’introduzione, e quale esempio migliore di questo potremmo mostrarvi?

Palazzo Via Piave civico 27.

Palazzo Via Piave civico 27.

Soffermatevi sul posto a contemplare il portone d’ingresso arabeggiante, gli spericolati balconi a balaustra, fitti di complessi motivi floreali aggettanti, gli alberi da frutta scolpiti (che come potete vedere qui sotto hanno convinto anche un piccione!),

Palazzo Via Piave civico 27, (particolare).

Palazzo Via Piave civico 27, (particolare).

le protomi in bassorilievo raffiguranti teste femminili e teste maschili inghirlandate di frutta … Quanti tra coloro che passano tutti i giorni da decenni davanti a questa o altre palazzine hanno mai alzato gli occhi accorgendosi della loro attraenza? Troppo pochi, si può scommettere. Oggi purtroppo questo edificio ci risulta disabitato e in stato di abbandono.
Ma andiamo avanti, perché tirando dritti lungo Via Torino, svoltando in Via Milano e proseguendo fino alla confluenza con Via Verdi, s’incontra un edificio recante sotto il tetto, lungo tutta la facciata, una serie di affreschi dedicati al grande musicista Giuseppe Verdi e realizzati nel 1913 in occasione del centenario della sua nascita. Qui potete ammirarne alcuni esempi:

D’accordo, a parte l’epoca di realizzazione, non sono forse collocabili appieno nello stil liberty, meritano però di essere visti, anche perché si trovano in pessimo stato di conservazione e rischiano di sparire per sempre. Il corrente articolo funga dunque anche da avviso all’amministrazione pubblica: si cerchi d’intervenire al più presto per restaurare questo e altri edifici (come La Casa dei Gatti) prima che sia troppo tardi. Gli splendidi affreschi qui presenti non forse saranno dei capolavori, tuttavia non meritano di finire nell’oblio. E poi una valida committenza statale è utile contro la crisi economica. Prima di proseguire ci pare opportuno precisare che girando per il quartiere si possono trovare numerose tracce minori del Floreale, ad esempio nella vicina Via San Lorenzo, di cui vi abbiamo presentato un’immagine due settimane fa nella succitata anteprima.
Stiamo giungendo alla fine di questo primo percorso. Per concluderlo c’è ancora da arrampicarsi lungo Via Firenze, partendo da Via Verdi e dalla vicina Piazza Brennero, passando per Via Istria e, all’incrocio con l’arteria in questione, salendo su. Potremo così trovare alcune ville, magari inferiori a quelle che presenteremo nella prossima puntata ma comunque meritevoli di segnalazione.
La prima che s’incontra, a metà di Via Firenze, massiccia e immersa nel verde, è la Palazzina Adami, peraltro realizzata in epoca già tarda, nel 1925.

Palazzina Adami. Via Firenze.

Palazzina Adami. Via Firenze.

Arrivando in cima alla strada s’incontrano invece Villa Delle Piane, purtroppo invisibile dalla strada, e Villa Luparia, realizzazioni del 1914 dell’onnipresente Martinengo.
Gli edifici riprendono la tipologia di costruzione con inserimento di una torretta, scelta tipica appunto delle estrose ville di epoca Liberty e assai frequente a Savona.

Villa Luparia di Martinengo.

Villa Luparia di Martinengo.

Iniziamo ora il secondo percorso del nostro viaggio architettonico nello stile Liberty o Floreale, dove incontreremo un’altra selezione dei più significativi edifici in tutto o in parte Liberty. Partenza sempre dalla darsena, da dove saliremo al quartiere de La Villetta per poi ridiscendere in centro e più precisamente in Piazza Diaz. Cartina alla mano in tutto l’escursione non dovrebbe richiedere più di una novantina di minuti, ma il dato è solo indicativo.

Foto 16

Partiamo dunque da Via Gramsci, che potete intravedere nella mappa riprodotta in basso al centro. Da lì risaliamo fino alla piazzetta Leon Pancaldo, riconoscibile per la presenza della medioevale torre omonima nota ai savonesi come la Torretta, simbolo cittadino e ultima vestigia delle mura che nel trecento circondavano la città. Orbene, proprio laddove sfocia l’elegante e porticata Via Paleocapa, strada iniziata a partire dall’estremo opposto nel 1882, con l’ambizione di farla diventare la principale arteria cittadina, e che doveva collegare la stazione ferroviaria, oggi trasferita, con la darsena, sorge un bell’edificio (terminato nel 1903 o nel 1894? Abbiamo trovato dati contrastanti), che mostriamo qui sotto.

Bovindo Liberty in piazza Leon Pancaldo.

Bovindo Liberty in piazza Leon Pancaldo.

Il suo caratteristico e fascinoso bovindo sormontato da una cupola denota evidenti connotati liberty, anche se il palazzo in sé stesso non appartiene al genere. Era del resto tipico di Savona sbizzarrirsi con i bovindi per spezzare la monotonia delle facciate tradizionali. Il gioco è stato infatti spesso ripetuto.
Entrando quindi nella Via Paleocapa, a fianco del citato fabbricato possiamo trovare uno dei più pregevoli e studiati edifici cittadini in puro stile Floreale. Stiamo parlando dell’enorme e magnifico “Palazzo dei Pavoni” riprodotto qui sotto.

Palazzo dei Pavoni di Martinengo.

Palazzo dei Pavoni di Martinengo.

Si tratta di un edificio ispirato a una delle correnti del Liberty, la cosiddetta “Secessione” viennese. In base alle informazioni ufficiali diponibili, il Palazzo dei Pavoni fu costruito nel 1912 (data peraltro contestata da G. Gallotti, il quale lo fa invece risalire al 1906, e in effetti pare strano che quel tratto sia rimasto vuoto per così tanti anni). È caratterizzato da una facciata quasi protorazionalista impostata su ben sei moduli scanditi da lesene, da cui sporgono i balconi a gruppi di quattro e inserti circolari (in maiolica?) posti sopra le numerose finestre. È inoltre contraddistinto dalla presenza di nove falsi camini, i quali s’innalzano sia lateralmente sia al di sopra delle lesene che suddividono la facciata, dall’estrosa alternanza di cornicioni diritti e ricurvi e, soprattutto, dalla presenza di magnifiche decorazioni ceramiche che dovrebbero essere state realizzate da una ditta fiorentina, la “Begucci Ferroni”. Nella fascia in basso, subito sopra il porticato, le ceramiche raffigurano cigni sull’acqua, cicogne, fenicotteri, piante fiorite e soprattutto i numerosi magnifici pavoni che danno il nome al palazzo. Nella fascia sotto il tetto raffigurano invece girasoli, alberi e altri motivi prettamente floreali.

Palazzo dei Pavoni.

Palazzo dei Pavoni.

In proposito riportiamo quanto ha scritto Giovanni Gallotti nello stesso articolo della rivista A Campanassa, datato 2003, di cui abbiamo già riportato un passo:
<<I savonesi nel 1906 protestarono con l’ingegner Martinengo. Stava costruendo un prolungamento di Via Paleocapa, tra Via Pia e la Torretta, il Palazzo dei Pavoni, colmando l’ultimo vuoto rimasto sulla strada porticata. Si “mugugnava” contro i cornicioni ricurvi che interrompevano la regolarità della via. I falsi camini che si allungavano oltre il tetto si sarebbero adattati più ad un castello che ad una casa della ricca borghesia.>>
Purtroppo i savonesi erano troppo tradizionalisti per lasciare del tutto mano libera ai creativi, per cui impedirono ad esempio che lo stile Liberty venisse messo in pratica anche all’interno degli edifici, come invece accadeva altrove, in particolare negli spettacolari palazzi catalani progettati da Gaudì.
Torniamo a questo punto in Piazza Pancaldo e prendiamo Via Santa Lucia, per poi confluire insieme ad essa in Via Famagosta e giungere a Salita (Via) degli Incisa, che prosegue poi come Via Beato Ottaviano. Proprio laddove Salita degli Incisa salita muta il proprio nome, troveremo una traversa, un vicoletto dall’apparenza insignificante, che si chiama Via Mattiauda e corre di fianco a un palazzone meritevole a sua volta di uno sguardo. Ebbene, il vicolo sfocia imprevedibilmente di fianco a una imponente residenza del tutto invisibile dalla strada (sporge peraltro sulla sottostante Via Famagosta, in un tratto che però mai nessuno percorre a piedi) e di cui la quasi totalità dei savonesi ignora perfino l’esistenza. Si tratta di “Casa Piccardo”, sorta nel 1911-1912 per mano di Alessandro Martinengo. È uno splendido edificio, caratterizzato dalla facciata con decorazioni a stucco fitoformi e due balconcini con ringhiere in muratura e ferro battuto. È caratterizzato inoltre dagli angoli smussati e curvilinei, su cui si appoggiano tre coppie di spaziosi ed eleganti balconi. Inoltre ciascuno dei due angoli è sovrastato, sul terrazzo del tetto lavorato lungo l’intero perimetro, da un’elegante struttura, presenza tipica peraltro dei suoi edifici, che ripropone in parte il disegno dei balconi e da cui si affaccia, con il muso e gli artigli, un grande animale fantastico. Si tratta di un edificio assai elegante che meriterebbe maggior notorietà. Chi avesse già visto le altre opere dell’artista non faticherà, crediamo, a riconoscerne la firma, nonostante l’eterogeneità dell’autore.

Casa Piccardo di Martinengo.

Casa Piccardo di Martinengo.

Come si può notare Martinengo appare di continuo nella nostra disamina. la “Casa dei Gatti”, “Palazzo Maffiotti”, “Villa Luparia”, il “Palazzo dei Pavoni” e “Casa Piccardo”, A cui aggiungeremo altri due edifici firmati da questo brillante artista, il “Palazzo delle Piane” e il “Palazzo dei fratelli Rosso” per un totale di 7 sue realizzazioni o progetti, a cui se ne potrebebro aggiungono altri, ad esempio l’ex “Hotel Miramare” sito in Via Famagosta nei pressi di Casa Piccardo, abbandonato però da decenni e ridotto ormai a un rudere poco fotografabile. Se non si interviene subito con energici restauri sarà irrecuperabile, ammesso che non sia già troppo tardi. Professionista assai attivo, si possono inoltre trovare sue opere anche altrove, ad esempio ad Altare, paese dell’entroterra a pochi chilometri da Savona. Ingegnere e architetto, Alessandro Martinengo, nato nel 1856 e morto nel 1933, per la sua estrosità e per la sua pregnante attività locale in ambito Liberty, a personalissimo parere di chi scrive può essere a buon diritto considerato il Gaudì savonese. Tuttavia egli, da autore assai eclettico, al contrario dell’artista spagnolo attivo a Barcellona, più che inventare uno stile tutto suo preferiva in genere ispirarsi a espressioni preesistenti. Sarebbe comunque a nostro parere interessante svolgere studi o tesi dedicate specificatamente alla sua opera.
Via Mattiauda si trova all’inizio del quartiere collinare della Villetta. Per continuare il percorso dobbiamo a questo punto salire verso la cima del quartiere stesso. Il modo migliore per farlo è inerpicarsi lungo Via Beato Ottaviano e poi svoltare per Via Della Tagliata, la quale sbuca in Via San Francesco, proprio davanti alla nostra prossima meta, il “Villino Margherita”, così chiamato per la presenza degli omonimi fiori scolpiti sulla torretta.

Villino Margherita in Via De Mari.

Villino Margherita in Via De Mari.

Villino Margherita è un edificio di piccole dimensioni e graziosissimo, all’incirca coevo delle due successive costruzioni che ci prepariamo a presentare e, secondo gli intenditori, ispirato alla “Secessione”. Ci sembrano tra l’altro magnifiche e particolarmente degne di nota le quattro sfere sovrastanti il cancello d’ingresso e il muro di cinta del giardino. Riccamente lavorate a tutto tondo in classici motivi floreali, raffigurano anch’esse delle margherite. Per permettervi di ammirarle meglio ne evidenziamo una qua sotto:

Villino Margherita. Particolare del cancello.

Villino Margherita. Particolare del cancello.

In effetti quassù, sulla sommità del colle, ci si viene a trovare nell’angolo cittadino forse più caratteristico per l’ambito di cui ci stiamo occupando, perché vi si trovano raggruppati ben quattro edifici riconducibili ad esso. Purtroppo ignoriamo come si chiamassero gli architetti che progettarono i quattro edifici e saremmo assai lieti se qualcuno fosse in grado di segnalarcene i nomi tramite e-mail.
Tant’è che, a pochi metri di distanza, sull’altro lato della strada, esattamente nel punto d’incrocio tra Via San Francesco, Via De Mari, Via Torteroli e Via Montegrappa, sorge una delle più belle ville Liberty savonesi del tipo tipico con torretta, di cui abbiamo già presentato anche un paio di esempi meno notevoli lo scorso numero e di cui mostreremo il capolavoro la settimana prossima. Stiamo parlando di “Villa Vigo Ciarlo Massa”, datata 1907. Si tratta di un fulgido edificio, suddiviso in due ali unite dalla sezione centrale, caratterizzata quest’ultima dalla presenza di splendidi balconi sorretti da colonne e sormontata appunto dall’elegantissima torretta. Il tutto è riccamente adornato da tipici motivi naturalistici, come margherite e valve di conchiglia.

Villa Vigo Ciarlo Massa, 1907.

Villa Vigo Ciarlo Massa, 1907.

Villa Vigo Ciarlo Massa è uno dei rarissimi, non più di quattro o cinque in tutto, edifici cittadini di cui abbiamo espressamente trovato citazione in ambito Liberty su testi d’arte regionali e per giunta con relativa raffigurazione. Si tratta di un indicazione che l’estensore di questo pezzo ovviamente abbraccia, non essendo egli, è doveroso precisarlo, un esperto in materia.
Andiamo avanti con la nostra disamina. Al di là della palazzina, sul medesimo lato ma oltre via Torteroli, saltando il moderno fabbricato di fianco, subito all’inizio della discesa di Via Montegrappa, incontriamo un altro stabile con connotati Liberty, la “Casa Gaibissi”, realizzata tra il 1907 e il 1908, dall’aspetto magari più popolaresco, soprattutto sul retro e sui lati, ma che presenta comunque una facciata principale riccamente decorata e balconi accuratamente elaborati.

Casa Gaibissi.

Casa Gaibissi.

Infine, di fianco alla casa precedente, dunque sempre nella discesa di Via Montegrappa, sorge “Palazzo Migliardi”, edificio dall’aspetto esteriore assai signorile, diciamo pure nobiliare, del 1910 – 1911. Esso, come scrive Gallotti (ibid.), “si raccorda arditamente con Via Ponzone”. Da notare il fronte dell’edificio, “curvilineo” come i sovrastanti ed eleganti balconi a balaustra che l’accompagnano. Meritevoli di menzione poi le decorazioni floreali, sia sul fronte sia sulle due facciate semi laterali, presenti in particolare con due fasce che corrono parallele all’altezza del secondo e del quarto piano, e i raffinati balconcini laterali aggettanti. Si tratta con ogni evidenza di un esempio tipico di Liberty.

Palazzo Migliardi, fronte.

Palazzo Migliardi, fronte.

Palazzo Migliardi

Palazzo Migliardi

Dopo aver visto quest’ultima costruzione si può iniziare a scendere, seguendo però Via De Mari, strada peraltro colma di ville e case eleganti di ogni genere, perché quella zona era tradizionalmente abitata dalla ricca borghesia cittadina. Giunti a metà scarsa della discesa, sulla destra, subito prima dell’incrocio con Via Formica e le sue eleganti palazzine in stile composito, troviamo un’altra costruzione con torre, stavolta laterale, che è Liberty in maniera abbastanza significativa, la sotto riprodotta Villa Magnano. In proposito occorre specificare che a Savona il L’Art Nouveau non si è esaurita con lo scoppio della prima guerra mondiale, come è il più delle volte accaduto altrove, ma è in qualche modo proseguita negli anni successivi. E, infatti, questa casa, pur rientrando nel gettonatissimo schema liberty di edifici con torretta, appartiene a un periodo assai tardo, risale, infatti, addirittura al 1930. Epoca protratta che, tra parentesi, può spiegare l’evidente eterogeneità della costruzione.

Villa Magnano

Villa Magnano

Da notare le eleganti trifore con colonnine corinzie e vetrate presenti sulla torretta e il bovindo centrale, entrambe con sottostanti drappeggi graziosi ma di carattere soprattutto geometrico e che invero ricordano, se permettete l’accostamento un tantino azzardato, la tipica tappezzeria da salotto. Sono presenti inoltre, poco visibili nella foto, più minute decorazioni a stucco, ad esempio racchiuse in riquadri sopra le finestre del bovindo.
Continuando quindi la discesa di Via De Mari fino all’ultima svolta verso sinistra, si sbuca alle spalle del neoclassico Teatro Gabriello Chiabrera, che si apre su Piazza Diaz, dove termina il nostro secondo percorso. (Se però sbagliate e scendete giù lungo Via Poggi, poco male, vi ritroverete in Via Dei Mille, da dove svoltando a sinistra si arriva comunque subito in Piazza Diaz). Qui troviamo due edifici che vorremmo farvi notare. L’uno, dando le spalle al teatro, sorge sull’angolo a destra, all’incrocio con Via dei Mille e, come molti altri edifici savonesi è costruzione eclettica con solo qualche connotato floreale. Si osservino in proposito nella foto sottostante i “festoni”, inquadrettati su misura sotto ciascuna finestra del bovindo. È a ogni modo palazzo tra i più eleganti del capoluogo.

Savona palazzo piazza Diaz. Particolare.

Savona palazzo piazza Diaz. Particolare.

In fondo, sul lato opposto della piazza rispetto al teatro, in bel raccordo tra Piazza Diaz, Via Pertinace e Corso Italia, sorge invece Palazzo Molinari, costruzione risalente agli anni ‘20, di assai notevoli dimensioni e, come si può costatare dall’immagine sottostante, con le sue ampie linee curve dall’aspetto decisamente Liberty, in effetti più della precedente.

Palazzo Molinari visto da Piazza Diaz.

Palazzo Molinari visto da Piazza Diaz.

Percorrendo l’edificio lateralmente lungo Via Elvio Pertinace e sbucando in Corso Italia, diventa più chiaramente visibile la spettacolare cupola del fabbricato, per dimensioni ampiamente la più grande tra gli edifici civili cittadini e non solo.

Palazzo Molinari. La cupola vista da Corso Italia.

Palazzo Molinari. La cupola vista da Corso Italia.

Da qui, tra parentesi, ci si può facilmente dirigere in Via Luigi Corsi da dove, con la “Casa dei Gatti” iniziammo il percorso nella prima puntata, collegandosi così ad esso.

Concludiamo infine la disamina del Liberty savonese con il terzo percorso, in cui ci proponiamo di farvi percorrere il lungomare cittadino dalla vecchia Darsena, punto fisso di partenza delle nostre passeggiate, fino alle porte di Zinola, quartiere dell’estrema periferia cittadina, dove sorge quello ritenuto da molti l’imperdibile massimo capolavoro Liberty dell’intera provincia e cioè Villa Zanelli. Tempo stimato 120 minuti circa, compreso il viaggio di ritorno in autobus. Ecco dunque la mappa del percorso che vi permetterà come sempre di seguire le nostre indicazioni con estrema facilità:

Foto 31

Cominciamo subito con uno dei pezzi forti del Liberty Savonese, in effetti uno dei suoi massimi vertici artistici, il prestigioso e pregevole Palazzo Delle Piane, di cui abbiamo già mostrato un particoalre in testa all’articolo. Partendo dalla darsena, per arrivarci vi basterà aggirare l’area della possente fortezza del Priamar. Lo troverete subito, all’inizio di Corso Mazzini angolo Corso Italia e, ne siamo certi, lo riconoscerete al volo.

Il fiabesco “Palazzo Delle Piane” è noto anche come “Palazzo delle Palle” per via delle sei grandi sfere di rame poste sul tetto e sostenute da una struttura a forma di braciere. È un altro capolavoro dell’ingegnere e architetto Alessandro Martinengo ed è stato realizzato, con la collaborazione di Adolfo Ravignetti, tra il 1910 e il 1911. Per l’occasione Martinengo s’ispirò a una corrente del Floreale diffusa a Milano dal caposcuola Somaruga. Per le spiegazione del caso ecco ancora una volta presentarsi a noi provvidenziale il commento del già citato specialista Giovanni Gallotti:

<<Le ricche decorazioni, sono trattate in modo sommario, come un non finito. I motivi bizzarri, quasi barocchi, accrescono l’unicità della costruzione. Tra questi le api con cellette, che segnano la fascia sopra i negozi, o le figure femminili del basamento>>

Resta da aggiungere che la fantasiosa e quasi organica decorazione plastica, tra cui in particolare la policroma presenza di maioliche raffiguranti anemoni in campo azzurro, è probabilmente debitrice per qualcosa anche alla Secessione viennese e all’opera dell’architetto torinese Pietro Fenoglio.
Prima di terminare questa imperdibile prima tappa, di cui offriamo anche la magnifica visione delle classicheggianti finte cariatidi che corrono lungo l’intero perimetro dell’edificio, vale la pena di rivolgere uno sguardo all’edificio addossato al Palazzo delle Palle dal lato di corso Italia, perché immeritatamente oscurato da cotanta presenza. Esso è, infatti, fabbricato pure assai elegante e che denota attributi Liberty.
Proseguiamo quindi il percorso scendendo in Corso Colombo. E a questo punto l’estensore dell’articolo non resiste alla tentazione di segnalare l’edificio posto verso la fine di Via Montenotte, civico 37, poco prima che la Via stessa sfoci appunto in Corso Colombo. La facciata in effetti pare per ispirata più al classicismo e all’epoca rinascimentale che al liberty, ma rientra d’altronde in un ideale di libertà ispirativa tipico di quei giorni. Interessanti i magnifici balconi del secondo piano, con quelle fiere teste di leone, alternati agli altri a balaustra e i numerosi fregi che ne arricchiscono la facciata, tra cui i musici e le altre figurine di gusto classicheggiante presenti al di sotto del cornicione.
Tiriamo ora dritto lungo Corso Colombo, ricco di testimonianze Liberty presenti anche in edifici non propriamente appartenenti al genere. In proposito di spunti interessanti se ne possono trovare vari. Giungiamo dunque all’incrocio successivo e soffermiamoci ad osservare l’edificio al civico 38 di Via Guidobono con cui esso fa angolo e il palazzo successivo e addossato all’altro e cioè il civico 10 di Corso Colombo. Ammiriamone allora gli attraenti bovindi e gli eleganti balconi, ora dalle ringhiere in stucco ora dalle ringhiere lavorate in ferro.

Palazzo C. Colombo angolo Guidobono.

Palazzo C. Colombo angolo Guidobono.

A proposito, nel caso vi sia sfuggito, si tratta di quella stessa Via Guidobono al cui incrocio con Via L.Corsi c’è la “Casa dei Gatti” e che si può dunque eventualmente seguire per collegare i percorsi della prima e della terza puntata.

Palazzo C. Colombo, civico 10.

Palazzo C. Colombo, civico 10.

Proseguendo il cammino si supera il ponte sul torrente e si entra in Corso Vittorio Veneto. Da un lato, dopo il primo isolato, in origine una centrale elettrica anch’essa costruita in stile Liberty ma oggi in fase di totale ristrutturazione, si aprono spiagge frequentate fin dall’inizio del XX secolo, tra cui alcune i cui ingressi si rifanno con evidenza al floreale, dall’altra scorre una lunga serie di edifici civili. Superiamo anche il primo incrocio sulla destra, con la via che corre sul lungo torrente (o lungo fiume, peccando d’immodestia), e cioè Corso Viglienzoni. L’incrocio successivo, con la brevissima Via Catalani, è quello che ci interessa. Qui, al civico 2, sorge un altro edificio, datato 1915, di cui purtroppo ignoriamo il nome del progettista, riconducibile allo stile oggetto della nostra ricerca, i cui elementi distintivi appaiono con evidenza. Esso è, infatti, caratterizzato dalla presenza di un bovindo che smussa l’angolo principale della facciata e si slancia verso l’alto per mezzo della piccola ma raffinata cupola, terminante a sua volta in un guglia che sfida il cielo. L’intera facciata è inoltre ricca di fregi, in basso e sul bovindo di stampo per lo più geometrico, mentre in alto, da ambo i lati sotto tutto il cornicione, prevalgono decorazioni di tipo squisitamente fitoforme.

Palazzo C. Vittorio Veneto angolo Catalani.

Palazzo C. Vittorio Veneto angolo Catalani.

Percorrendo il corso, lungo il lato destro dello stesso potrete osservare altri palazzi che denotano caratteri Liberty, tra cui l’edificio civico 12 di cui abbiamo mostrato il portone nella soprastante foto di presentazione allo stile Floreale. Continuando a camminare si raggiungerà infine l’incrocio con Via Doberti (civico 20), dove troviamo l’ennesimo fabbricato progettato da Martinengo, il “Palazzo dei fratelli Rosso”, con i suoi bei balconi a balaustra al secondo e terzo piano o dalle ringhiere in ferro al quarto e quinto e quelli graziosissimi e piccini, che ricordano un po’ un’ostrica, siti invece al primo piano. Si tratta di un edificio di assai vaste dimensioni, di cui per chiarezza espositiva abbiamo qui riprodotto solo una parte minore.

Palazzo in C.V. Veneto “Dei Fratelli Rosso”.

Palazzo in C.V. Veneto “Dei Fratelli Rosso”.

Realizzato tra il 1915 e il 1916, è caratterizzato, in omaggio al vicino mar Mediterraneo, da fastose decorazioni in stucco di ordine gigantesco raffiguranti conchiglie circondate da foglie e frutti,
Altri ornamenti di dimensione inferiore sono poi presenti sull’intera facciata. Spicca poi l’elegante ed elaborata struttura sopraelevata posta all’altezza del bovindo e culminante in una guglia svettante verso il cielo. Vale infine la pena di notare la presenza di un’autocitazione da parte di Martinengo. Ci riferiamo elle grandi sfere, bianche e dunque stavolta non di rame, presenti sul terrazzo sotto al tetto e che corrono lungo l’intero perimetro dell’edificio, di cui potete scorgere nella foto due esemplari. Sia questo edificio sia quello, descritto in precedenza con la sua elegante cupola, sito al civico 2, trovano una loro ispirazione nei coevi palazzi e alberghi della Riviera ligure e della non lontana Costa Azzurra, nati per la villeggiatura delle classi agiate, come l’Hotel Negresco di Nizza, situato sulla Promenade des Anglais o l’Hotel Carlton di Cannes.
Proseguendo ancora si giunge all’angolo con Via Saredo, dove sorge il “Palazzo delle Margherite”.

Palazzo delle Margherite.

Palazzo delle Margherite.

Esso è caratterizzato dagli appariscenti fiori, posti sopra una parte delle finestre, che gli danno il nome, dagli eleganti balconi “Secessione” Viennese, stile a Savona assai gettonato, e da due basse torrette laterali, una delle quali si può intravedere nella foto in alto a destra.
Con questo incrocio termina Corso Vittorio Veneto e inizia Via Nizza. L’ultima tappa del nostro viaggio è Villa Zanelli e si trova appunto lungo Via Nizza, a circa un chilometro e mezzo di distanza dal Palazzo delle Margherite. Il tratto è senz’altro percorribile a piedi, non è però necessario farlo, perché lungo la trafficatissima strada passano le corriere della linea no 6, le cui numerose fermate vi permetteranno di salire a bordo nei pressi del punto di partenza e di giungere esattamente di fronte alla vostra destinazione. E quest’ultima è una meta che non va assolutamente saltata perché si tratta, a detta di molti, del capolavoro assoluto del Liberty savonese, provincia compresa.

Villa Zanelli. Facciata principale.

Villa Zanelli. Facciata principale.

Circondata da un lussureggiante giardino, Villa Zanelli è una costruzione magnifica, riccamente decorata e con un incredibile aria da castello delle favole, ma purtroppo è abbandonata da oltre due decennii e versa in pessimo stato di conservazione. La sua situazione può essere ritenuta emblematica dell’inerzia burocratica in cui vivono le amministrazioni pubbliche. La Villa è vittima di polemiche sui diritti di proprietà che ne impediscono di fatto interventi conservativi. I danni sono ormai facilmente visibili anche a colpo d’occhio. Sarebbe dunque opportuno rinunciare a controversie e pretese e intervenire immediatamente per salvarla dalla rovina prima che sia troppo tardi, perché quello che andrebbe altrimenti perduto sarebbe un patrimonio dell’umanità di inestimabile valore.
Villa Zanelli, costruita nel 1907 – 1908, è attribuita a Gottardo Gussoni, allievo del torinese Pietro Fenoglio, uno dei più importanti architetti Liberty italiani. Essa sarebbe ispirata alla Villa Scott di Torino.
La Villa è caratterizzata da una spettacolare torre laterale, slanciata e possente a un tempo e dalla presenza sulla facciata di eleganti maioliche bianco azzurre (i colori tradizionali della ceramica savonese). Ci sono inoltre ricchi fregi, figure prospicienti di genere naturalistico, balconi, terrazzi e guglie a forma di conchiglia, distribuite con armonia e che le donano un aspetto davvero fiabesco. La villa meriterebbe di esser visitata anche al suo interno essendovi presenti notevoli affreschi.
Ribadiamo il concetto: Villa Zanelli è un capolavoro assoluto e va salvata con la massima urgenza!

Villa Zanelli

Villa Zanelli

Siamo qui giunti all’estremo ponentino della nostra visita, ad alcuni chilometro dal centro. Quanto al ritorno, segnalaimo che questo tratto di strada, compreso tra Corso Vittorio Veneto e Via Nizza e che altri non è poi che la Via Aurelia, è ben collegato al centro e al quartiere Villapiana dalla linea urbana di autobus no 6.
Con Villa Zanelli si chiude dunque in bellezza il nostro viaggio nel Liberty savonese, ultima stagione vitale per l’architettura non soltanto locale. Come chiunque può costatare, a parte rarissime eccezioni in seguito sono stati edificati solo stabili anonimi e privi di qualsivoglia valore artistico, figli della speculazione edilizia.
La nostra speranza è che abbiate gradito questo servizio e che possa costituire un incentivo ad effettuare il percorso di persona e non solo tramite navigazione virtuale. E allora: saluti a tutti da chi, Virgilio dell’occasione, con la sua immagine in testa al servizio e le sue spiegazioni e illustrazioni, vi ha virtualmente accompagnato lungo il percorso. Buona visita a Savona e alla sua Art Nouveau.

Testo e immagini di Massimo Bianco

 

Più Informazioni»

Sanremo, da tutti conosciuta come la città dei fiori, può vantare di essere una delle zone turistiche più famose d’Italia, nonché meta da sempre di gente famosa e benestante. Come avrebbe potuto una località così in voga e al centro delle mode non essere contaminata nel secolo scorso dallo stile Liberty? La città dei fiori e lo stile floreale, infatti, si sono più volte incontrati anche se mai in maniera prorompente come è successo per altre zone del bel paese.

A nostro parere, nel Sanremese, il miglior esempio rimasto di questa particolarissima corrente architettonica lo si può oggi ritrovare in una pregiatissima villa privata, parliamo di Villa Angerer. Il nostro itinerario vuole partire proprio da questa proprietà situata in Via Fratelli Asquasciati. Dal 1909, anno in cui la dimora venne completata, mette in mostra agli occhi incantati dei passanti tutta la sua magnificenza ed eleganza. Recentemente è stata restaurata nella parte esterna tornando all’antica freschezza con la quale la videro persone non più vive in quel lontano anno d’inizio ‘900, quando fu finita.

resize

La storia dell’edificio comincia nel 1882, sotto il nome di Villa Feraldi. Nel 1902 la proprietà passa in mano al signor Leopold Angerer, avvocato austriaco, che darà inizio ai lavori di ristrutturazione e ingrandimento dell’edificio che, da questo momento in poi, verrà contaminato da lussurreggianti e movimentati richiami liberty.

Lavoreranno nella proprietà alcuni dei più grandi esponenti dello stile floreale, tra tutti l’internazionalmente conosciuto Mazzucotelli, maestro indiscusso nella lavorazione del ferro battuto. Un’altra figura che ritroveremo più avanti in altri edifici è quella di Luca Casella, che qui ha lavorato occupandosi delle ceramiche e delle piastrelle che ornano l’esterno dell’edificio.

Sanremo-Craffonara

Courtesy Galleria L’IMAGE – Manifesti originali del xx secolo

Lasciamo villa Angerer e il suo fantastico parco per addentrarci tra le altre meraviglie liberty del Sanremese. A Piazza Stazione vale la pena fermarsi per ammirare altre particolarità in stile, la prima che salta all’occhio è sicuramente la fontana di marmo in stile Dèco, sovrastata da Palma e leoni, simboli della città. Di fronte si può notare quel che resta dell’ottocentesca stazione ferroviaria, ormai senza più ferrovia, incerto è ancora il futuro di questa struttura che, a nostro avviso, andrebbe comunque tutelata.

Poco lontano dalla vecchia stazione possiamo ammirare quelli che una volta furono due alberghi; gli edifici, uno attaccato all’altro, per quanto anch’essi in stato d’abbandono fanno ancora oggi bella mostra delle loro peculiarità Liberty. Il più piccolo dei due, quello dalla facciata color ocra, si chiamava Hotel Liberty, l’altro era invece conosciuto come Hotel Bononia. Quest’ultimo nel corso degli anni ha cambiato più volte nome, da Hotel de la Gare a Grand Hotel Sanremo per finire come Hotel Molinari. Si possono notare delle decorazioni molto fini che danno alla struttura un senso di ieraticità, preziosi medaglioni, uno per stagione, ornano la facciata nel primo piano in maniera speculare.

Proseguiamo, rinocoscendo, a sinistra, il retro del grande e ottocentesco Palazzo Capoduro. Qui ritroviamo la mano del maestro Luca Casella che ne realizzò gli stucchi. Nell’immagine sotto, datata 1898, possiamo notare la manovalanza che eseguì i lavori di costruzione. Al cantiere lavorò anche Achille Casella, giovane figlio del maestro; in una nota riportata dietro alla foto si può leggere: “Essendosi fatto castigare dalla professoressa di francesce Villany, era stato condotto dal padre sul cantiere a portare il bojolo. Alla sera aveva le piaghe sulle spalle e s’era deciso a continuare con determinazione gli studi”. Fuori dal divertente aneddoto è da notare il gran numero di ragazzi in giovanissima età impiegati nel duro lavoro; la sicurezza, del tutto assente, faceva si che gli incidenti sul cantiere fossero all’ordine del giorno.

Da Piazza Cesare Battisti, si dipartono Via Roma, lungo viale alberato voluto da Giovenale Gastaldi Senior, assessore ai lavori pubblici nel 1880, e Via Nino Bixio, d’epoca fascista, ottenuta tramite il parziale abbattimento di un gruppo d’abitazioni che si trovavano all’altezza di Piazza Bresca. A dividere le due strade troviamo un altro edificio liberty anch’esso nato con la concenzione di Hotel, il Metropole Terminus.

Pochi anni dopo la sua apertura l’hotel fu diviso in due, una parte prese il nome di Hotel Terminus, ancora oggi esistente con il nome di Bell’èpoque, l’altra parte invece divenne l’Hotel Cosmopolitan, trasformatosi poi in Hotel Plaza e oggi ristrutturato in appartamenti ad uso privato. L’avancorpo più basso, nato come ristorante ad uso dell’albergo, ospitò in seguito per molto tempo l’ufficio Imposte e Consumo di Sanremo.

All’ombra di un grande ficus, una volta imboccata Via Roma, possiamo scorgere l’Albergo Eletto, che si affaccia su Via Matteotti. Ex sede della Sottoprefettura di Sanremo; divenne negli anni l’Hotel Select, italianizzato, appunto, in Albergo Eletto durante il regime fascista. Come nota storica vale la pena ricordare che il Liberty era pura contaminazione, una sorta di prima Europa si stava concretizzando con l’espansione di questo stile eccentrico. Con la Prima Guerra Mondiale e poi dal 1922 con l’ascesa al potere tramite colpo di stato di Benito Mussolini la musica cambiò notevolmente. A tutti i costi andava ostentato solo ciò che rispecchiava l’italianità, furono così cancellate parole straniere dall’uso comune e inventate delle nuove per sostituirle. A questo lavorò ferventemente l’immaginifico, come lui stesso amava farsi chiamare, ovvero Gabriele D’Annunzio, forse l’esponente letterato per eccellenza del primo periodo della dittatura fascista.

Sanremo Liberty foto di Bernard BlancDi fronte all’albergo possiamo osservare la Chiesa Valdese con annessa casa parrocchiale, opera di Carlo Gastaldi (1862-1934) figlio del già citato Giovenale Senior. Gastaldi arricchì la città di molte opere architettoniche saltando mirabilmente da uno stile all’altro con grande maestria. In questo edificio vengono usati stilemi neoclassici con riusciti alleggerimenti dati dalla merlettatura delle balconate che corrono ai lati del frontone. Gastaldi aveva inoltre già progettato un edificio a scopo scolastico-religioso ma a causa dei difficili rapporti con le altre chiese e successivamente col fascismo la messa in atto del progetto fu bloccata; una scuola evangelica non era ben vista in territorio italiano.

Da Via Carli, una volta completamente attraversata, si arriva davanti alle Case Parodi decorate da bei fregi con testine femminili. La prima delle due case fu a lungo sede alberghiera con il nome di Hotel Centrale. Poco lontano si può notare un edificio basso, sormontato da un antico stemma raffigurante l’araldica del comune di Sanremo, non a caso un tempo la struttura era adibita a Sede Centrale delle Poste.

Prima di arrivare in Corso Mombello incontriamo sul nostro tragitto Casa Cassini, opera anch’essa del Gastaldi, gli stucchi e le decorazioni, anche in questa occasione, sono del maestro Casella. Giunti nel corso ci si trova di fronte al Basamento del Monumento ai Caduti per la Patria, opera di Vincenzo Pasquali. L’opera vera e propria non fu mai realizzata, quindi non ci resta che contemplarne il basamento con epigrade di Francesco Pastonchi.

È giusto citare la figura storica sanremese di Augusto Mombello, insegne garibaldino a cui è stato intitolato l’omonimo corso. Fu il primo sindaco socialista d’Italia, eletto nel 1896; durante la sua amministrazione si fece l’illuminazione pubblica e inoltre s’istituì la prima refezione scolastica d’Italia (del tutto gratuita per i non abbienti). Mombello venne comunque aspramente criticato per il suo orientamento politico, il tempo e la storia hanno comunque reso omaggio alla sua figura giusta e corretta, tant’è che il comune ha deciso di intitolargli una delle strade principali di Sanremo.

Risalendo il Corso dal lato opposto, notiamo l’eclettismo nello stile pieno e denso del Palazzo delle Cariatidi. Venne commissionato da un certo Picconi, originiario di Sanremo che emigrò a Marsiglia tornando dopo alcuni anni con una certa fortuna. Aveva sposato la figlia del Barone di Bazancourt, lasciandola però presto nella vedovanza. La nobildonna aveva preso in seconde nozze un uomo più giovane di lei un certo Vittorio Blane, trasferendosi in altra abitazione. I beni della nobile famiglia finirono ben presto sperperati dall’unico figlio della coppia, avvezzo al gioco d’azzardo.

Sempre nel medesimo luogo in una piccola aiuola dove una volta era posta una fontana si può ammirare la Statua dell’Ondina, sorella della celeberrima “Primavera”, altra opera del Pasquali.

L’incrocio che si va a formare tra Via Matteotti, Via Feraldi e Corso Mombello origina uno slargo soprannominato del “Rigolè”. Qui si trova il punto centrale della Via Matteotti, nata in epoca Napoleonica quale alternativa all’antica Strada Romana che passava per le attuali Via Palazzo e Via Corradi. La “Nuova Traversa” aveva un andamento stranamente onduoso, ben sette curve infatti caratterizzano questa strada, con gli anni e i vari espropri la via prese ben presto la conformazione attuale. Fu intitolata al neo eletto Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, tale nome rimase in auge fino alla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Oggi la via è intitolata a Giacomo Matteotti, senatore barbariamente ucciso dal fascismo dal momento che osò ostentare apertamente le sue idee contro l’appena instaurata dittatura Mussoliniana.

Qui vicino sorgeva in passato un torrente, nel 1866 venne coperto per “iniziativa e spese del signor Francesco Feraldi”. Non è un caso che sempre gli stessi nomi vengano a galla nel corso di questo nostro itinerario, questa infatti è pura consuetudine storica. Il signor Feraldi non era altro che il proprietario della omonima villa da cui siamo partiti in questo nostro racconto, la stessa villa che dal 1902 diventò villa Angerer.

Torniamo per un secondo ad approfondire la questione di questa piazza comunemente chiamata dai Sanremesi come “Rigolè”. Il Feraldi fece costruire due proprietà nel luogo dove una volta sorgeva l’antico torrente, i palazzi, tutt’ora esistenti, fanno da angolo con la “Nuova Traversa”. Al piano terra di uno dei due edifici si trovava il “Cafè Europèen” gestito all’epoca dal francese Monsieur Rigollet. Era il bar più frequentato della città; per tutto il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fu punto di ritrovo di importanti personalità politiche e mondane. Buffo pensare che proprio dallo storpiamento del cognome Rigollet nacque il nome popolare attribuito a questa piazza.

Tutto l’isolato ad ovest di Via Feraldi era proprietà dei banchieri fratelli Asquasciati, gli stessi a cui è intitolata la strada privata dov’è sorge villa Angerer. Il palazzo al civico 144 fu costruito da Pietro Agosti nell’anno 1902, come riportato con numeri romani nei medaglioni che impreziosiscono la facciata dell’edificio.

Nell’incrocio successivo, intitolato a Escoffier, Sindaco di Sanremo, troviamo il Palazzo dei Conti Roverizio, nobile famiglia proveniente da Ceriana. L’edificio ebbe i natali nel 1720, nella foto possiamo notare la facciata posteriore che si apriva, anticamente, su dei grandi giardini e sul torrente che nei secoli successivi fu atterrato. Nel 1842 i Conti Roverizio donarono i giardini al Comune che ne fece una piazza utilizzata anche per il mercato, la nobile casata si tenne però la servitù di passaggio per poter arrivare in carrozza fino all’entrata del palazzo. Tale passaggio, porticato, è l’unica cosa che è rimasta di quel periodo, giardino e piazza purtroppo non esistono più; i Sanremesi usano chiamare questo corridore come “U pòrtegu sgarbu” ovvero il portone forato.

foto_angerer_1-585xI conti di Roverizio avevano parentela con i Della Rovere di Savona, nobilissima famiglia che diede alla cristianità i papi Sisto IV, il quale nel 1477 fece ristrutturare la Cappella Sistina a Roma, affidandone i lavori a Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Pinturiccio, e Giulio II, che commissionò gli affreschi a Michelangelo. Forse per questa parentela o forse per il passaggio di Pio VII a Sanremo nel 1814 (di ritorno dal periodo di “cattività” in Francia per mano di Napoleone) venne edificato un Altaretto privilegiato, tutt’ora esistente nel palazzo. A cavallo tra Otto e Novecento il palazzo dei Conti di Roverizio fu venduto e smembrato in tanti appartamenti, anche il nobile casato da li a poco si estinse.

Un posto particolare in questo itinerario va riservato al Palazzo Borea D’Olmo. Appartenne alla nobile stirpe dei Borea, d’antica orgine bretone. Dal XII secolo la famiglia si spostò più volte, partendo da Venezia, passando per Imola e Lugo di Romagna per fermarsi a Sanremo nel 1440. I Borea avevano titolo di Marchesi nel periodo dei Savoia, diventando Baroni sotto Napoleone e duchi nel 1914 con regio decreto di Vittorio Emanuele III.

Il Palazzo Borea D’Olmo ha sempre goduto della stima generale di tutti, fu segnalato come: “La sola cosa che meritasse l’attenzione del forestiere quando i sanremesi si attendevano dal porto dell’olivo ogni loro prosperità”. Lo storico Girolamo Rossi lo definì: “Degno di decorare una città capitale”. Nei secoli ha avuto diverse ristrutturazioni e ingrandimenti. Dall’epoca Barocca ha avuto le sue ultime contaminazioni rimanendo poi pressochè invariato fino ai giorni nostri.

Il cinquecentesco Portale di San Giovanni si apre sulla facciata occidentale del palazzo che da su Via Cavour, Realizzato in marmo con portone originale in ferro e lamine borchiate. Venne realizzato da Fra Giovanni di Montorsoli (1507-1563) personaggio d’un certo lustro visto che fu aiutante “prediletto” addirittura di Michelangelo. Il portone principale, sempre opera del Montorsoli, si apre su un sontuoso atrio alla genovese; successivamente in questo posto è stata collocata una delle statue del Pasquali, che precedentemente ornava un giardino. I richiami al barocco sono notevoli, ma lo stile è quasi manierista, non è un barocco sfarzoso o ondeggiante come quello usato dal Bernini o dal Borromini, qui siamo decisamente su linee più classicheggianti a seguire l’ordine.

Lo scalone conduce ai piani superiori dove vi erano le abitazioni dei proprietari e due cappelle private. In una di queste camere dormì Papa Pio VII, il viaggio di ritorno di questo papa fu un occasione per mezza Italia di omaggiare una delle figure più ben volute dell’epoca. Curioso e simpatico fu uno degli episodi che ebbe vittima il pontefice in questo suo tortuoso tragitto, colpito infatti da dissenteria mentre attraversava la Toscana fu obbligato a fermare la carrozza papale in prossimità di una cascina di gente molto povera. Un funzionario intimò alla famiglia di prestare il proprio gabinetto al pontefice. Si dice che il papa non si fermò un secondo di più del necessario, una volta finiti i propri bisogni corporali ripartì in tutta furia, la famiglia fu comunque così onorata dall’evento da voler porre una lastra di marmo a ricordo. Oggi quella zona è da tutti conosciuta come Sosta del Papa .

Il palazzo ha ospitato una lunga serie di sovrani, principi e persone illusti, tra loro: la regina di Spagna Elisabetta Farenese (nel 1714), il Re di Sardegna Carlo Emanuele III con suo figlio Vittorio Amedeo (nel 1746), il già citato Pio VII (nel 1814) sino ad arrivare a Filippo d’Edimburgo (nel 1948). Il cornicione del palazzo ha un perimetro di 125 metri ed un altezza di 24 dal suolo.

Di fronte, all’angolo con Via Volturno, all’interno di due negozi, possiamo scorgere le volte di quello che fu l’ingresso della prima storica sala cinematografica della città: il Cinematografo Sanreseme. Il suo esordio fu come caffè-concerto, inaugurato nel maggio dell’anno 1906, divenne ben presto con l’avvento del cinema il “The American Cinematograph” e dopo un anno, acquistato dal genovese Carlo Vacchino prese il nome di Cinematografo Sanremese. Aveva 270 posti a sedere.

Carlo Vacchino, spinto dalla vocazione per lo spettacolo, assunse ben presto anche la gestione del Teatro Principe Amedeo che sorgeva in Piazza Borea D’Olmo (ne parleremo più avanti). Altro grande pioniere del cinematografo fu Aurelio Berardinelli, attratto dalla fama della città decise di prova a conquistare il business dello spettacolo nella cittadina sanremese. I tempi apparivano favoreli all’investimento, si potevano comprare immobili a prezzo vantaggioso causa la scomparsa della ricca clientela straniera. Fu così che, sulle rovine del Cinema Marconi, sorse un locale dalla scoinvolgente modernità: il Cinema-Teatro Centrale . Berardinelli affido il progetto a Guido Tirelli, capo ufficio tecnico di Salsomaggiore e chiamò a operarvi Francesco Mazzuccotelli, dalla sua bottega uscivano i migliori ferri battuti d’Italia. Altro personaggio di un certo livello che intervenne nel progetto fu Galileo Chini (1873-1956) per quanto non troppo riconosciuto è stato uno degli artisti più valenti del Liberty italiano. Toscano d’origine era un uomo estramemente poliedrico: era pittore, ceramista, scenografo, illustratore di libri e grafico. Fu lui ad occuparsi del grande affresco circolare sulla cupola del Cinema Teatro Centrale.

Al cinema si accedeva attraversando un vasto atrio che occupava il piano terra dell’edificio. Scesi pochi gradini ci si trovava di fronte alla platea, a sinistra c’era la scala per raggiungere i palchi ed i due ordini di gallerie. La parte destra affacciava sul cortile, dove c’erano delle avveniristiche uscite d’emergenza.

Affianco al locale cinematografico c’era e c’è tutt’ora un piccolo locale dove si assisteva a spettacoli di varietà, il posto veniva chiamato Tabarin dal nome di un attore comico francese vissuto nel 1600. Il locale è stato restaurato con grande professionalità, sinuose fanciulle in cartapesta dipinta, opera di Paolo Rusconi, circondano il boccascena. La geometrica scansione e la simmetria delle decorazioni mostrano un riuscito esempio del passaggio dallo stile Liberty al trionfante Dèco.

La fortuna di Berardinelli durò purtroppo poco, un’ispezione rivelando gravi irregolarità contabili procurò una fortissima multa che unita ai costi di costruzione non ancora ammortizzati ne decretò la prematura fine. Il maestoso Cinema Centrale fu presto venduto ad Aristide Vacchino, il quale fu anche l’ideatore del complesso Ariston, realizzato nel primo dopoguerra. Dal 1974 ospita la Rassegna Tenco della Canzone d’Autore (che in questa città si suicidò nel 1967) e dal 1977 ospita il Festival di Sanremo.

Percorrendo la stradina che costeggia Palazzo Borea ammiramiamo le ali ed il retro del teatro che sorgeva nella omonima Piazza Borea d’Olmo. L’edificiò patì le gravi sofferenze della guerra, venendo bombardato nel 1944 con danni irreparabili. Stiamo parlando del Teatro Principe Amedeo, utilizzato dal 1875 sino al giorno del bombardamento che lo distrusse.

Costruito da Giacomo Grasso l’edificio si estendeva su un’area che era adibita ad orto di limoni e ulivi dei Marchesi Borea. Venne inaugurato il 9 Dicembre dell’anno 1875 con un ballo in maschera. La facciata corrispondeva all’attuale ingresso della piazza.

Il principe Amedeo Duca d’Aosta, a cui era dedicato il teatro, fu uomo molto illustre nel suo periodo. Terzogenito del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II, fu chiamato dalle Cortes sul trono di Spagna, regnò nobilmente seppur per un breve periodo, dopo l’abdicazione soggiornò per alcuni inverni a Sanremo, dove si tentava di ristabilire la malferma salute della consorte, Maria Vittoria del Pozzo della Cisterna che mancherà nel 1876. Amedeo era anche fratello minore di Umberto I (dal 1878 al 1900 Re d’Italia), soprannominato “il Re buono” fu a suo malgrado protagonista della sanguinosa repressione dei moti popolari di Milano nel 1898. Umberto I muore di morte violenta per mano di Gaetano Bresci, giovane anarchico, mentre stava rientrando in carrozza alla Villa Reale di Monza. Interessante ricordare la posizione di Mussolini sul tragico evento, si dice che passando davanti al monumento in onore del Re caduto abbia affermato che quel monumento sarebbe stato meglio intitolato a Bresci.

I due principi Umberto e Amedeo ebbero l’occasione di trascorrere assieme in giovane età due giorni a Sanremo, ospiti dell’Hotel de la Palme, l’unico che all’epoca ci fosse. L’avvenimento insignificante originò circa cinquant’anni dopo una curiosa diatriba. Nel 1902 Angelo Nota scrisse un’epigrafe dai toni elogiativi per festeggiare i cinquant’anni dalla fondazione della Federazione Operaia Sanremese (della quale addirittura fu presidente onorario Giuseppe Garibaldi). Il sindaco Augusto Mombello, socialista, ne vietò l’affisione, a suo avviso quella targa di marmo non doveva essere esposta. Dopo lunghe discussioni, che proseguirono per altre faccende anche in seguito, la targa commemorativa in marmo venne esposta. È tutt’ora leggibile al numero 189 di Via Matteotti, poco prima di Piazza Colombo.

Da Piazza Colombo percorriamo il loggiato del Palazzo Minoia, che doveva essere il primo e rimase l’unico edificio dell’epoca ad avere i portici, ovunque segno caratteristico della dominazione Sabauda; qui si può notare una facciata curva sede odierna di una banca. L’ingegner Sghirla, sanremese, amante degli spettacoli, aveva costruito in Via Gioberti un teatro per gran parte di legno che andò quasi subito distrutto in un incendio. Non arrendendosi cominciò la costruzione di un nuovo teatro completamente in muratura dedicandolo a Giuseppe Verdi. L’edificio non fu mai inaugurato per l’improvvisa dipartita del proprietario.

Percorrendo Via Canessa, a sinistra vediamo le gradevoli facciate delle case che il geometra Giovanni Malgarini edificò nel 1906, per conto di Giovanni Canessa. La più interessante, quella riportata nelle nostre note è la numero 4. Graziosi disegni marcatamente Liberty ornano la facciata principale negli interspazi tra una finestra e l’altra, il cornicione è maestoso ma non ecclettico; i disegni sono speculari, al centro della facciata si può notare un volto di donna con fiori intrecciati nei capelli.

Nel Rondò Volta, (dialettalmente chiamato “Rondurin”) possiamo notare parecchi edifici interessanti, tra tutti nel nostro viaggio Liberty citiamo per prima la Casa Parigina con i suoi pregievoli stucchi di uno stile delicato e poco appariscente. Tra gli altri edifici che vale la pena citare in prossimità di questo luogo c’è un palazzo ottocentesco in stile eclettico e alcune case Medioevali.

Dal Rondò sbocca Via Giovanni Marsaglia; a monte, oltre l’incrocio continua come Via Zeffiro Massa, successivamente si arriva a Via Volta, qui possiamo notare il fastoso Palazzo Delle Scuole Elementari, ultima opera di Pietro Agosti, progettato nel 1928 l’edificio è rimasto incompiuto. Nel 1935 Giovenale Gastaldi Junior (figlio e nipote degli altri due Gastaldi che abbiamo già incontrato in passato) terminò il palazzo. Sul frontone il bassorilievo “Libro e Moschetto”, opera di Vincenzo Pasquali. Si possono notare lungo tutta la facciata alcuni stemmi più piccoli, ripetuti in maniera seriale, purtroppo sono quasi tutti gravemente danneggiati dall’incuria e dal tempo.

Avvicinandoci al Rondò Garibaldi possiamo notare sulla sinistra le Case Formaggini progettate dall’architetto Riccardo Winter nell’anno 1907. Qui vi si trovavano le abitazione e i laboratori degli Scultori Formaggini. Il più noto degli artisti fu senza ombra di dubbio Enrico, autore di numerose opere nel Cimitero Monumentale della Foce, lavorò anche sull’altare della Chiesa degli Angeli.

Le villette più basse che si affacciano sul Rondò, le cosidette Case Khanemann, hanno decorazioni floreali e nei giardinetti si trovano pianta tropicali, compresi banani con frutti che giungono a maturazione. L’edificio policromo dall’altra parte della strada con finestrature “à trompe l’oeil” era un tempo l’Hotel d’Angleterre, elogiato da Giovanni Ruffini.

Suggeriamo una tappa alla Galleria L’IMAGE di Alessandro Bellenda, dove ammirare manifesti originali del xx secolo.

Qui finisce il nostro viaggio nel Liberty sanremese.

 

 

Testo di  ALECCI LUCA DOMENICO

Più Informazioni»

Doveva essere bella Napoli all’inizio dello scorso secolo, prima che il ‘900 – con tutte le sue contraddizioni anche in architettura – sconvolgesse irrimediabilmente il territorio. Eppure, un importante indicatore della perduta bellezza della città è proprio la presenza di un quartiere, Chiaia, edificato quasi interamente nel novecento. Nelle sue strade, tra i suoi palazzi, è imprigionato il fossile del gusto, dell’eleganza, della modernità della Napoli inizio secolo: un fantasma bellissimo.

3.-mappa-CHIAIA-thumb-300x249

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa genesi urbanistica del quartiere Chaia è complessa e lunga. Il progetto iniziale fu redatto nel 1859 da un gruppo di architetti del tempo, ma la costruzione del primo lotto cominciò solo quindici anni dopo passando per offerte, gare, concorsi e un mare di intrighi legati agli ingenti capitali necessari per le opere. Molti progetti furono redatti per urbanizzare il quartiere: il più divertente – osservandolo dall’alto del contemporaneo assolutismo paesaggista – era quello di Giorgio Fiocca che ampliava enormemente l’area d’intervento disegnando un quartiere per 80 mila abitanti, edificando palazzi al posto della Villa Comunale e spingendosi con la costruzione qualche centinaia di metri verso il mare.

SONY DSCOggi è sempre più evidente che la città costruita agli inizi del secolo ventesimo era bella ed elegante così come doveva essere colta e moderna la società borghese napoletana di allora, al contrario della società odierna di Chiaia, forse altrettanto colta e altrettanto moderna, ma priva di potere economico e forza culturale in grado di rinnovare davvero la città. La società di allora volle un quartiere disegnato nello stile nuovo, l’Art Nouveau, che – pur se non libero, innovativo ed espressivo come il corrispondente parigino o viennese – è stato capace di generare un carattere e un decoro che ancora oggi permane, rendendo Chiaia tra i più rappresentativi rioni della città, certamente il più chic.
SONY DSCA Chiaia è dedicato il secondo appuntamento sulla città del novecento per riscoprire i quartieri moderni napoletani e per imparare a riconoscere, tra i tanti edifici “in cemento”, quelli che meritano maggior consapevolezza da parte dei cittadini. Il viaggio è reso possibile dalla pubblicazione di “Napoli Guida e dintorni, itinerari di architettura moderna” curato da Sergio Stenti con Vito Cappiello, ed edito da Clean, che suddivide la città in itinerario di architettura moderna da riscoprire (e che verrà presentato oggi alle ore 16.00 a Palazzo Reale).

SONY DSCA Chiaia sono 18 le opera che vale la pena conoscere, soprattutto Liberty. Proviamo a ricordarne solo alcune, come Palazzina Velardi (numero 14 sulla mappa), costruita nel 1906 da Francesco De Simone, i cui decori sono andati in parte perduti, ma che resta uno dei più caratteristici esempi napoletani di liberty soprattutto grazie alla torre visibile dalle Rampe Brancaccio, edificata nel tentativo di smuovere la compattezza del blocco principale dell’edificio.
Oppure la Palazzina Paradisiello (numero 2), completata nel 1909 da Giulio Ulisse Arata, che contiene raffinate citazioni barocche soprattutto nelle cornici e nelle lesene della facciata su Parco Margherita, anche se lo stile è già proteso verso l’Art Nouveau europeo con i suoi espliciti legami alla natura.
51416366Palazzo Mannajuolo (numero 15), completato da Arata nel 1911, che rappresenta uno degli esiti qualitativamente più alti del liberty cittadino, non solo per il suo corpo d’angolo, costituisce un elegante soluzione urbanistica fondale monumentale per via dei Mille mediante un complesso gioco di volumi, ma anche per la bella scala principale, ad andamento ellittico con esili gradini in marmo.
Da citare ancora l’Edificio Residenziale in via Carducci 18 (numero 9), completato da Paolo Platania nel 1939, che con coraggio abbandona definitivamente la strada liberty per lanciarsi verso il razionalismo moderno e verso innovazioni tipologiche come il prospetto sul Liceo Umberto aperto da bucature costituite da balconate coperte che lasciano intravedere il cortile interno.
11.-progetto-fiocca-thumb-300x222Infine l’Edificio Commerciale di via Filangieri 53 (numero 16), completato da Arata nel 1912, nel quale l’utilizzo del cemento armato nel prospetto, composto da sette eleganti campate, consente di ottenere una facciata dove i vuoti sono predominanti sui pieni.
“La novità del quartiere”, come ci racconta Sergio Stenti, “è rappresentata dalla presenza degli edifici commerciali: una nuova tipologia urbana di cui quello di Giulio Arata rappresenta una “moderna” soluzione architettonica, risolta con ridotte strutture murarie e grandi pareti vetrate, in linea con i migliori esempi di edifici commerciali europei”

Di Diego Lama
(Corriere della Sera)

Più Informazioni»

Dal portale del Comune di Trieste vi segnaliamo un itinerario Liberty da percorrere come desiderate. Il tour inizia dalla Banca di Praga situata in via Mazzini 20.
Il progetto della banca praghese (poi banca d’America, Banca d’Italia e dagli anni Novanta Deutsche Bank) di Josip Costaperaria e Osvald Polivka, è un chiaro esempio di razionalismo caratterizzato da volumi solidi e compatti. La zona inferiore, sede degli uffici della banca, presenta grandi finestroni con cornici metalliche a scacchiera; la superiore, adibita ad abitazioni, presenta serie di finestre rettangolari e centinate con cornice in pietra, erker appena pronunciati culminanti con terrazzino poligonale sormontati da balconcini, serie centrale di cinque finestre e decorazioni antropomorfe fortemente stilizzate all’ultimo piano. Infine, marmo bianco e pilastri sorreggono l’architrave ornata da motivi liberty in netto contrasto con le due figure bronzee dal realismo prorompente, poste ai lati (il Lavoro e l’Industria), che realizzano un monumentale ingresso principale.

Da via Mazzini proseguire per via Dante 6 dove si trova Casa Terni/Smolars.
L’edificio rappresenta una delle migliori prove moderniste di Romeo Depaoli, che reinterpreta il nuovo stile in modo autonomo. Il palazzo, percepito come un’unità, è in realtà composto da tre edifici distinti.
La parte centrale è leggermente rientrante rispetto alle laterali. Il continuo alternarsi di corpi rientranti e sporgenti, colonnine e terrazzini, lesene e paraste crea un gioco di chiaroscuri che anima la facciata.
La sovrabbondante ricchezza plastica dei motivi ornamentali caratterizza un esempio di liberty mosso e vibrante.
Il pianoterra e il mezzanino, caratterizzati dal tema wagneriano del pieno sul vuoto, mettono in evidenza la chiara derivazione da Max Fabiani, nella sistemazione dei mezzanini aperti in grandi vetrate per l’esposizione delle merci dei negozi del pianoterra. Le finestre del primo e del secondo piano sono coronate da archetti ribassati. A livello del primo piano due balconate angolari movimentano ulteriormente le facciate. Le finestre del terzo piano, con arco a tutto sesto, sono completate da poggioli con ringhiera in ferro battuto a motivi floreali. L’edificio culmina con un loggiato pensile perimetrale e con un cornicione sporgente.

Si prosegue fino al civico 5 di via San Giorgio per ammirare Casa Basevi. Il villino fu realizzato dall’architetto Eugenio Geiringer nel 1903, per conto del cavalier Giuseppe Basevi, noto esponente della classe imprenditoriale cittadina. L’edificio al piano terra aveva gli uffici della società di commissioni del committente e ai piani superiori era adibito a uso abitativo. Lo stabile, qualificato esempio del Liberty cittadino, presenta una facciata con un’articolata decorazione fatta da fregi fitomorfi e ghirlande floreali, medaglioni e lesene scanalate. I bow window angolari sono profilati da un intreccio di foglie di alloro, i balconi e il cancelletto d’ingresso presentano nei ferri un grafismo lineare come detta la tradizione modernista.

Da Casa Basevi si cammina fino a riva Nazario Sauro 1 per visitare l’ex Pescheria Centrale. Edificata nel 1913, è opera dell’architetto Giorgio Polli, che escogitò un tipo di costruzione funzionale ed esteticamente accettabile. Il Polli si trovava a dover rispettare da una parte i requisiti tecnici dettati dalla destinazione della costruzione (le caratteristiche igieniche, la funzionalità dell’aula di vendita, una certa differenziazione e specializzazione delle strutture) e dall’altra l’esigenza che doveva guidare la progettazione: l’inopportunità, cioè, di schermare la prospettiva neoclassica delle rive, quasi interamente libera da strutture portuali e quindi aperta sul mare, con la costruzione invadente di hangar o di grandi depositi.
La mediazione tra le due diverse esigenze sembrò potersi compiere nel modello basilicale, che si riconverte così alla sua profana funzione originale di mercato.
Le tre ampie navate consentivano tutto ciò che esigeva un esercizio commerciale di notevoli dimensioni, mentre le strutture in cemento armato permettevano di alleggerire i muri perimetrali e di interromperli con grandi finestroni.
Il pronao, per esempio, era destinato ad ospitare le aste del pesce, mentre il campanile mascherava il serbatoio dell’acqua marina che doveva essere “alzato” per servire ai banchi di vendita, mentre l’interno è un esempio di purismo funzionale. I pilastri in cemento armato sorreggono la copertura impiegando soluzioni simili a quelle usate nell’ingegneria dei ponti. Il ricorso ad alcuni strumenti di connotazione “palladiana” (la serliana del campanile, il binato del portico, i marcapiani, le finestre termali) consente alla Pescheria di non stonare, per chi guarda dal mare, contro il fronte dei palazzetti neoclassici e di marcare un punto nodale della struttura urbana.
L’operazione compiuta dal Polli è, a ben vedere, doppiamente ” eclettica”. Non vi è cioè, in questo caso, soltanto il libero ricorso a questo o a quel linguaggio storico per rivestire un edificio. Vi è di più: ossia l’utilizzazione di un’intera tipologia, dotata certo dei consueti segni dello stile rivisitato, ma completamente separata dalla funzione che tale tipologia in origine caratterizzava. L’operazione “sacrilega” di dare ad una pescheria la forma di una chiesa (non a caso a Trieste battezzata “Santa Maria del Guato “) non è però capricciosa, si tratta piuttosto della ricerca di una mediazione tra le implicazioni delle nuove tecniche costruttive e gli schemi visuali tradizionali destinati ad essere rotti da quelle tecniche.

La visita prosegue a Casa Bartoli sita in piazza della Borsa. L’edificio è assai noto per la decorazione esterna.
La casa Bartoli (costruita in piazza della Borsa dal 1906) ci mostra un Fabiani attento (forse per desiderio della commissione edilizia) agli effetti più decorativi del Liberty: effetti che tuttavia egli non ricerca in modo meccanico, ma risolve esteticamente ricorrendo alla bella ornamentazione a cascata di foglie fra finestra e finestra ed all’elegante sviluppo dei balconi in facciata. Questa, peraltro, è l’unica concessione al gusto decorativo del Liberty da lui fatta, perché nella calibratissima sistemazione dello spazio interno e nella disposizione del tipo a ” grandi magazzini” realizzata nei piani inferiori, rivela chiaramente che l’indirizzo da lui seguito è lo stesso, improntato a concetti funzionalistici, della casa Portois e Fix di Vienna. Oltre a ciò, nella singolare disposizione asimmetrica di porte e finestre al pianterreno e all’ammezzato della facciata postica, dimostra un interesse per le soluzioni proposte dall’architettura giapponese che è singolare riflesso delle più avanguardistiche teorie architettoniche del tempo.

Raggiungiamo Casa de Stabile in via Belpoggio 1. Il signor Ernesto de Stabile affida il progetto Max Fabiani per la realizzazione di uno stabile quattro piani, pianoterra e cantine solo in minima parte destinato ad abitazioni. Il proprietario si riserva l’ultimo piano come abitazione padronale, (di cui il Fabiani cura personalmente anche gli arredi interni in stile secessionista), e destina il piano terra a caffé viennese. Il de Stabile fa specifica richiesta all’architetto anche della realizzazione sulla facciata di erker che gli permettano di godere del panorama del mare ma soprattutto di vedere tranquillamente da casa il suo yacht ormeggiato allo Yacht Club Adriaco. La facciata quindi presenta sull’angolo fra riva Grumula e via Belpoggio un erker piuttosto aggettante che viene a formare un torretta cilindrica, il bugnato rinascimentale che copre il pianterreno e ad altezze diverse il primo piano, sopra le finestre del secondo e del terzo piano campiture rettangolari decorate a stucco con motivo di fogliame, dal tetto scendono pluviali intesi come elementi decorativi tutti elementi tipici dell’architettura di Max Fabiani.

Da Casa de Stabile proseguento per circa mezz’ora a piedi ci si dirige verso Casa Valdoni sita in via Commerciale 25.
Sintesi delle due anime dell’architetto Giorgio Zaninovich, in cui sono mutuati elementi secessionisti, rinascimentali e oriantaleggianti e quasi barocchi mantenendo comunque la razionalità e la funzionalità della sua formazione wagneriana.
Edificio a sei piani a pianta poligonale, la parte centrale aggettante completamente liscia presenta finestre lunghe e strette prive di decorazioni. Le ali laterali arretrate rispetto al corpo centrale sono invece caratterizzate a partire dal secondo piano, da balconi con balaustra in pietra dalle decorazioni molto elaborate, con monumentali capitelli rigonfi e scanalati triplice ordine degradanti su tozze colonnine ornate da figure antropomorfe. Il piano terra è caratterizzato da un rivestimento in bugnato rustico, mentre il primo piano due grandi mensole reggono un balcone con tre finestrelle ad arco decorato in pietra di ispirazione orientaleggiante come pure le decorazioni dei due balconi laterali con capitelli e foglie d’acanto.

 

 

Proseguiamo il viaggio raggiungendo Palazzo Vivanti-Giberti in viale XX Settembre 35. Inaugurato il giorno di Natale del 1907. Considerato subito come un’opera degna di ogni aspettativa per la modernità dell’impostazione generale nonché per l’eleganza e l’accuratezza dei particolari. Il palazzo ad opera degli architetti Viviani- Ghiberti nasce come teatro filodrammatico la grande sala era articolata con due gallerie, una platea e un ampio palcoscenico. L’aspetto maestoso dell’edificio è sottolineato dalle imponenti statue femminili poste sopra i pilastri dell’ingresso, realizzate dallo scultore Romeo Rathmann (in seguito realizzerà anche quelle della Casa Polacco in Corso Italia). Nella facciata pilastri e architravi in pietra decorati con motivi floreali scandiscono le aperture ora quadrate ora rettangolari delle finestre.

Il viaggio si conclude con la visita alla Stazione Campo Marzio in via Giulio Cesare 1. Nel tragitto da via XX Settembre a via G. Cesare vi suggeriamo di visitare anche alcuni palazzi Liberty di rara bellezza in piazza C. Romana 1 (Casa Bussi); via V. Colonna 2 (facciata di palazzo progettata da Michele Bussi); via G. Stampa 8 (palazzo liberty ad angolo progetato da bussi);

La prima stazione di Sant’Andrea costruita nel 1887, su progetto dell’architetto Seeling è un bellissimo esempio di stile Liberty applicato agli edifici pubblici o industriali. L’edificio, strutturalmente molto movimentato, si presenta con un corpo centrale in più livelli e più corpi collegati.
Le facciate tipicamente liberty, presentano ampie vetrate interrotte da una tettoia in ferro con ricche elaborazioni, la decorazione anche se austera presenta elementi floreali.
All’inizio del Novecento la stazione subì un vasto ampliamento in concomitanza con la costruzione della Transalpina e dell’attuale porto nuovo: tali opere richiesero importanti lavori di interramento nella zona grosso modo compresa tra la Lanterna e l’Arsenale del Lloyd. La nuova stazione venne dotata di un grande fascio di smistamento con 24 binari, di una tettoia viaggiatori con fabbricato di testa servito da quattro binari a scartamento ordinario ed uno a scartamento ridotto, di uno scalo merci con due vasti magazzini serviti da binari coperti. Tra il fabbricato viaggiatori ed i magazzini venne sistemato il piazzale a scartamento ridotto della Parenzana con le relative attrezzature. Fu anche realizzato un deposito locomotive con rimessa a rotonda a dieci binari, servita da una piattaforma girevole di 18 metri.
Nel 1906 la stazione diveniva così un capolinea di primaria importanza appartenente sin dall’origine alle Ferrovie statali come le linee che vi facevano capo. La sua denominazione ufficiale fu Triest Staatsbahnhof (Trieste Stazione dello Stato). Correva l’anno 1923 quando la denominazione divenne quella attuale di Trieste Campo Marzio. Nel primo dopoguerra, pur essendo uno scalo di notevole capacità e, per quei tempi, modernamente attrezzato (già nel 1906 vi era un impianto centralizzato per la manovra degli scambi), l’importanza di Trieste S. Andrea diminuì poiché i nuovi confini avevano mutato gli equilibri economici e le direttrici del traffico). Con la Seconda Guerra Mondiale i servizi viaggiatori a lungo percorso diminuirono sino a cessare del tutto, nel 1935 venne chiusa la Parenzana, dal 1945 cessava il servizio viaggiatori per la Transalpina e, con la chiusura della linea per Erpelle, nel 1959, la stazione perdeva il suo ultimo servizio passeggeri.
Si determinò così l’abbandono del fabbricato principale della stazione, già depauperato per ragioni belliche della caratteristica e monumentale tettoia (1942). Solo dopo l’apertura del museo ferroviario le Ferrovie dello Stato disporranno il restauro di tutte le opere murarie esterne, restituendo decoro alla pregevole opera architettonica che tuttavia rimane ancora priva della originaria copertura dei binari.

—-
Si comunica che ci sono altri contenuti interessanti realizzati dall’Associazione triestina Passeggiando in Liberty.

BROCHURE PERCCORSO interno | pieghevole_esterno3

www.triesteliberty.com

—-

Foto di copertina: Ph. Urbanwear (Flickr). Edificio sito in Via Dei Crociferi 5 M.Bussi 1904-06
FONTE: itinerari.comune.trieste.it/itinerario-liberty

 

Più Informazioni»
Montecatini Liberty
aprile 22015

Abbiamo scelto per voi un itinerario Liberty nella città di Montecatini. Il primo lancio della Passeggiata Montecatini Liberty è avvenuto a ottobre 2014, in occasione del 1° Instameet in Valdinievole curato da Giodò e Instagramers Pistoia che ha visto coinvolti circa 40 Igers delle community locali di Pistoia, Prato e Firenze. Un successo testimoniato dalle oltre 400 bellissime fotografie, e relativi post, scattate lungo l’itinerario e pubblicate sui vari social network, Instagram in primis ovviamente, indicizzate con l’hashtag creato apposta per l’evento: #montecatiniliberty.

locandina mctliberty

L’iniziativa, progettata e organizzata dalla Cooperativa Giodò, è stata quindi rimodulata per la nuova stagione termale di quest’anno, ed è importante per valorizzare la Città attraverso itinerari classici e nuovi, tra le bellezze a portata di naso e quelle nascoste, allo scopo di rendere più attrattiva Montecatini Terme dal punto di vista turistico-culturale. Un luogo invitante e fruibile in tutti i suoi aspetti, dove il turista possa tranquillamente trascorrere il suo tempo scegliendo l’itinerario più adatto, soffermandosi sulle ricchezze paesaggistiche, storico-artistico-culturali che il luogo offre, ma anche incidendo sull’economia locale tramite acquisti e/o soggiorni prolungati grazie all’ampliamento dell’offerta culturale.

Le sinergie messe in atto, al fine di rendere particolari le tappe della passeggiata, sono state con le Terme di Montecatini le quali mettono a disposizione gli stabilimenti termali Tamerici e Tettuccio per la visita guidata, il Comune di Montecatini per l’accesso al Palazzo Comunale, il Grand Hotel La Pace per l’accesso alla hall dell’albergo e al salone delle feste.

Gli itinerari proposti sono due per venire incontro alle diverse esigenze di tempo a disposizione dei gruppi di turisti o degli individuali: uno lungo, della durata di circa 2,5 ore, avrà come tappe speciali il Grand Hotel La Pace, i villini privati liberty e le Tamerici, mentre l’itinerario corto, di circa 1,5 ore, si snoderà lungo il Viale Verdi. Entrambi con partenza dal Palazzo Comunale e arrivo al Tettuccio, solo nei weekend da aprile a ottobre.

“Le prime prenotazioni sono arrivate tramite il semplice passaparola prima ancora che partisse la comunicazione – raccontano le ragazze della Giodò – tra aprile e maggio sono già 4 i gruppi che hanno prenotato, tra associazioni culturali della provincia e soci di fondazioni bancarie che propongono la passeggiata ai loro soci. Ci auguriamo di trovare presto riscontro anche tra gli hotel di Montecatini e le agenzie di incoming che da oggi hanno un’offerta culturale in più da proporre alla loro clientela. Oltre alla valorizzazione del nostro territorio – aggiungono poi – la passeggiata mira anche ad uno sviluppo del turismo sostenibile attivo, con particolare attenzione alla cultura dell’andare a piedi quale sistema per conoscere, amare e apprezzare il territorio, sia da parte di chi lo abita sia da parte di chi lo scopre per la prima volta. Una passeggiata ha il gusto del contatto lento con i luoghi e con la loro storia. E allora non resta che incamminarsi”.

 

(Foto di copertina ph. Mattia Camellini)

 

 

 

Più Informazioni»

La città di San Pellegrino Terme, in Valle Brembana, divenuta nel corso del XX sec. è una delle località turistiche predilette dall’alta società ma nota già nel medioevo per le sue acque curative, evoca tutt’ora i lussuosi scenari della Belle Époque. L’immagine di San Pellegrino è strettamente legata agli interventi operati realizzati dall’architetto Romolo Squadrelli, chiamato dal 1902 a cambiare il volto del centro brembano, per dotarlo di strutture ricettive e di intrattenimento degli ospiti. Uno tra i gioielli dell’architettura Liberty della città è il Grand Hotel che troneggia sulla riva del fiume con due lunghe ali simmetriche che si incontrano nel vasto blocco centrale, cupolato e decorato con motivi floreali.
Dall’altro lato del fiume, seguendo un bel viale alberato, si raggiungono l’estroso prospetto del Casinò Municipale, nobilitato all’interno da un monumentale scalone, e il Palazzo Termale, anch’esso stile Liberty, con sale riccamente decorate. Nella parte bassa del paese spicca invece per imponenza la bella Parrocchiale di San Pellegrino Vescovo e Martire, di gusto neoclassico. All’interno si ammira la splendida “Madonna del Carmine e Santi” dipinta da Carlo Ceresa. Interessante infine visitare la raccolta del Museo Brembano di Scienze Naturali.

Prenota la tua visita guidata qui: info@italialiberty.it

Scarica la mappa di San Pellegrino Terme Liberty

Più Informazioni»
Itinerario Liberty a Roma
febbraio 32015

Dieci luoghi, più o meno noti, da poter apprezzare anche solo di passaggio, abbassando il finestrino dell’auto. Un percorso inedito tra le vie e i quartieri di Roma alla scoperta delle epoche e degli stili architettonici, per capire quanto i manufatti dell’uomo abbiano tratto ispirazione e si siano confrontati con la natura in un contesto apparentemente artificiale come quello della città. L’architettura si veste di vegetazione nei palazzi in stile liberty, si ispira all’umanità durante il razionalismo, per poi ritrovare l’armonia con l’ambiente durante gli anni Settanta arrivando fino ai giorni nostri in cui si lascia costruire dalla natura.

villino-cagiati

VILLINO CAGIATI

Via Virginio Orsini, 25 (quartiere Prati).

Secondo le previsioni del Piano regolatore generale di Roma, il rione Prati fu scelto come area di espansione della città lungo la sponda destra del Tevere. Stretto tra la Città del Vaticano e il fiume, il quartiere ospita affascinati villini in stile liberty eretti nei primi venti anni del Novecento per il nascente ceto borghese. In quest’ottica, nel 1902 Giulio Cagiati commissiona all’architetto Garibaldi Burba una residenza per la propria famiglia. Il villino Cagiati è un esempio di stile Liberty (nonostante le successive soprelevazioni) per le maioliche colorate raffiguranti elementi vegetali e frutta, opera del noto artista Galileo Chini, gli affreschi floreali di Silvio Galimberti e i tralci di vite in ferro battuto di Alessandro Mazzuccotelli. La soluzione d’angolo, il tetto giardino e la facciata principale caratterizzano l’edificio per la ricercatezza dei motivi decorativi lapidei, ceramici e metallici in cui gli elementi floreali e le teste di animali si intrecciano a motti latini.

 

Casa delle Armi, Roma

CASA DELLE ARMI AL FORO ITALICO

Viale dei Gladiatori (Foro italico).

Inaugurata nel 1935 la Casa delle armi, oggi Accademia della Scherma, è un capolavoro dell’architettura razionalista firmato dall’architetto Luigi Moretti. La struttura è interamente rivestita di marmo bianco di Carrara, al meno di un mosaico raffigurante delle figure umane e animali. Nell’opera musiva di Angelo Canevari si perde la geometria razionalista a favore di forme morbide che celebrano la Vittoria Littoria, il Genio Italico, Icaro e i cavalli del Sole che guidano un gruppo di atleti rappresentati in tutta la loro prestanza fisica. La pietra e le forme squadrate ma non rigide dialogano con le pendici verdi di Monte Mario tanto da far sembrare l’opera all’interno di un parco. A seguito della damnatio memoriae che colpì Luigi Moretti, l’architetto del fascismo, la Casa delle armi cadde in abbandono. Dal 2013 proprietà del Coni, negli anni Settanta la Casa delle Armi venne ceduta dal demanio al ministero della Giustizia. Nel 1981 l’opera di Moretti diventa un’aula bunker del tribunale di Roma, subendo gravissime manomissioni all’impianto interno.

 

Palazzetto dello Sport

PALAZZETTO DELLO SPORT

Piazza Apollodoro, 10.

Ideato e progettato da Pier Luigi Nervi e Annibale Vitelloni, il Palazzetto dello Sport fu inaugurato nel 1960, in concomitanza dei giochi olimpici di Roma. Un intreccio di travi prefabbricate sostengono una cupola debordante dal perimetro, già del diametro di 60 metri. Le strutture portanti in cemento armato sono di particolare effetto. All’interno, grazie al cosiddetto sistema Nervi che unisce elementi prefabbricati al ferrocemento, la luce che entra dall’oculo centrale e illumina una maglia di nervature incrociate, ramificate lungo tutta la cupola. All’esterno 36 cavalletti a forma di Y sembrano 36 uomini che a braccia tese sostengono la copertura ondulata leggera come una membrana. Per il continuo studio della natura e delle leggi fisiche l’opera di Luigi Nervi si inserisce nel contesto dell’architettura organica, per la quale è fondamentale il rapporto tra uomo, natura e ambiente costruito.

 

Auditorium

AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

Viale Pietro De Coubertin, 30.

Tra le colline del quartiere Parioli e il Villaggio Olimpico spiccano gli scarabei dell’architetto Renzo Piano, l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Gli edifici ricordano la forma dell’insetto della famiglia dei coleotteri non solo per la forma armonica e curva, ma anche per il contesto naturale in cui l’impianto è immerso. Costruite nel 2002, le tre costruzioni che costituiscono l’Auditorium si dispongono radialmente intorno a una cavea semicolare, mentre alle loro spalle si apre uno dei rari esempi di campagna romana interna alla città. I doppi gusci rivestiti da lastre di rame, brillano sotto la luce del sole proprio come il carapace degli scarabei, mentre gli elementi in laterizio e legno sono il filo conduttore con le preesistenze archeologiche (una villa di epoca repubblicana) e la vegetazione circostante. La continuità tra il costruito e la natura si legge anche dall’esterno grazie a elementi vetrati e ai corridoi ottici che fanno da quinta a scorci verso il parco e la città.

 

via Bruxelles 77-79

PALAZZO VIA BRUXELLES, 77-79

Via Bruxelles, 77 – 79 (quartiere Parioli)

L’edificio meno conosciuto dell’itinerario. Quello per cui la letteratura ha scritto meno e spesso con notizie non vere. Le rare fonti sul web parlano di un edificio del 1930 firmato da Andrea Bistri Vici, nulla di più sbagliato. Questa palazzina all’angolo tra Via Bruxelles e Via Salaria è l’opera più fortunata di Venturino Ventura. Eretto nel 1968 nel luogo dove sorgeva il villino Vallino di Luigi Moretti, al quale Ventura si ispira per disegnare i prospetti. La soluzione d’angolo e i prospetti mossi da terrazze ondulate sono un richiamo alle forme armoniche della natura. Il rapporto con l’elemento naturale emerge nelle forme curvilinee, nella morbidezza delle pareti perimetrali e nell’ampia finestratura che mette in comunicazione lo spazio costruito con l’ambiente e la luce esterna. A sottolineate questa stretta relazione nell’angolo all’interno di una coppa un cipresso (non più esistente) passava oltre un foro del solaio al terzo piano. Per questa particolarità possiamo che la palazzina di Ventura è il primo esempio di boschetto verticale.

 

Quartiere Coppedè

QUARTIERE COPPEDÈ

Il quartiere Gino Coppedè, opera dell’omonimo architetto, gode di un nucleo centrale e di una serie di edifici che dipartono radialmente da piazza Mincio. Tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento, il quartiere conta 26 palazzine e 17 villini tutti costruiti tra il 1916 e il 1927. Progettato per un ceto medio, divenne presto un quartiere signorile. Sulle facciate degli edifici si leggono le influenze greche nei fregi, assiro-babilonese nei mascheroni, medioevali nei prospetti turriti e negli scenari onirici delle forme mostruose e fantastiche, fino ad arrivare ai più complessi riferimenti all’art nouveau (o liberty) nei richiami ai motivi floreali. Una stravagante esplosione di forme, geometrie e colori provenienti dal mondo fantastico e allegorico. Su piazza Mincio, la Fontana delle Rane è vero e proprio luogo miliare per i fans dei Beatles, i quali dopo un concerto alla discoteca Piper vi fecero un bagno vestiti. Il villino delle Fate, immerso in un giardino esotico, è una casa delle fiabe per le figure antropomorfe di putti tra ghirlande, falconieri con i loro falchi, monache e frati, oltre ad animali mitologici e zodiacali. Per la dimensione surreale e inquietante di alcuni scorci, questo quartiere ha ispirato più di una pellicola, tra cui quelle del regista horror Dario Argento che vi girò Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo.

 

Casa Papanice

CASA PAPANICE

Via Giuseppe Marchi, 3

Costruita tra il 1966 e il 1970 su progetto degli architetti Paolo Portoghesi e Vittorio Gregotti, Casa Papanice è un esempio di villino signorile degli anni Sessanta. L’articolazione delle pareti perimetrali determinano la commistione tra lo stile secessionista e il barocco romano. Quest’ultimo visibile soprattutto nelle forme concave e convesse dei muri esterni, che richiamano gli elementi naturali nella fasce verticali in maiolica e nelle canne metalliche d’organo montate sui parapetti. In Casa Papanice, il muro inflesso costituisce l’elemento chiave per un armonico passaggio dallo spazio interno allo spazio esterno, la cosiddetta finestra dialettica, ma anche il prodotto della ricerca di un compromesso fra l’ambiente naturale e il manufatto architettonico.

 

Casina delle civette

CASINA DELLE CIVETTE

Via Nomentana, 70

Nascosta da una collina artificiale, all’interno del parco di Villa Torlonia, la Casina delle Civette, nasce come una capanna svizzera, un luogo di evasione dei principi Torlonia. Nel 1840, Alessandro Torlonia commissiona a Giuseppe Jappelli un rustico, modificato nel 1908 con l’aggiunta di loggiati, decorazioni in maiolica e vetrate colorate, di cui quella raffigurante delle civette. Oggi, si può ammirare la Casina delle Civette nel suo apparato decorativo in stile Liberty. Nel 1917, l’architetto Vincenzo Fasolo introduce il movimento tra i volumi dell’edificio decorandoli, soprattutto con temi floreali, in una grande varietà di materiali. Le vetrate più di tutti gli altri elementi  in cotto, smalto e in lastre di lavagna, costituiscono il carattere unico di questo edificio. Dopo l’occupazione anglo-americana, il vandalismo e un incendio nel 1991, oggi la maggior parte delle strutture sono una ricostruzione da fonti documentarie delle originali.

 

Pensilina della Stazione Termini

PENSILINA DELLA STAZIONE TERMINI

Piazza dei Cinquecento

La Stazione Termini di Roma fu terminata nel 1950, passando sotto la penna di architetti come Angolo Mazzini, Eugenio Monutori e Annibale Vitellozzi. Contraddistinta da una sinuosa pensilina in cemento armato, popolarmente nota come il dinosauro per la forma delle travi che la sostengono, molto simile al dorso di questi animali della preistoria. Pochi sanno che in origine il progetto ricalcava il profilo delle antiche mura romane. Oggi, la bellezza del progetto è solo parzialmente apprezzabile a causa della completa chiusura dell’area d’accesso con numerosi negozi. Perciò il rapporto tra interno ed esterno viene tradito dalla mancanza di trasparenza. Nonostante questo, passando lungo via Marsala o via Giolitti è ancora possibile ammirare la morbida successione delle travi contrapposte al massiccio corpo della stazione.

 

Casa di paglia

CASA DI PAGLIA URBANA

Via Columella, 29 (quartiere Quadraro)

Per sfatare il mito che le abitazioni costruite con materiali non tradizionali sono adatte solo a contesti rurali è stata costruita a Roma, nel quartiere Quadraro, la prima casa di paglia urbana. I committenti e l’architetto Paolo Robazza hanno scelto la paglia compressa per tutte le tamponature perché è un materiale resistente al tempo e alle sollecitazioni sismiche, oltre ad avere costi più bassi e prestazioni energetiche tre volte superiori ai materiali comunemente utilizzati nell’edilizia. La traspirazione delle pareti favorisce l’isolamento termico  e igronometrico, aumentando la qualità della vita degli abitanti. Una casa, di quasi 200 metri quadrati, che usa materiali naturali e spesso a chilometro zero, del tutto uguale alle altre, con la differenza di essere a basso impatto ambientale.

 

di Ilaria D’Ambrosi

Fonte: http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/roma-tra-architettura-e-natura

 

Più Informazioni»

Grazie ad un gruppo di giovani architetti  usciti dal corso speciale di architettura del Regio Istituto di Belle Arti, agli inizi del Novecento anche nel panorama architettonico parmense si manifestò la fioritura del Liberty.

Forse non tutti sanno che nella nostra città ci sono ottimi esempi di questo stile, considerato rivoluzionario all’epoca e che pertanto, almeno sul nostro territorio,  fu sempre accostato al più   tradizionalista stile Neo-Gotico. A Parma è dunque possibile vedere buoni esempi di Liberty e Neo-Gotico fianco a fianco,  come le  finestre pseudo gotiche in strada al Duomo – angolo via Cavour –  e il decorativismo  del Palazzo delle Poste via Pisacane. Ma anche l’”insospettabile” Stadio Tardini riserva qualche “sorpresa”, così come le sedi di aziende quali Bormioli o il mobilificio Guastalla. P.

Durata 2 ore circa
Percorso:
V.le Toschi – v.le Bottego –v.le Mentana- via del Prato- p.le D’Acquisto –  p.le S.Francesco (sosta)- s.da S.Anna – p.za Duomo – s.da Duomo – via Pisacane (sosta) –s.da Garibaldi – p.za Steccata (sosta)-via Mazzini – s.da della Repubblica – p.le Vittorio Emanuele II – v.le Tanara – via dell’Arpa (sosta)- via Emilia Est- via Paganini –v.le Partigiani d’Italia –  Stadio Tardini (sosta) – via Pelacani –  v.le Rimembranze – via Passo Buole – s.ne Martiri della Libertà (sosta Palazzo Provincia) – v.le Berenini – v.le Basetti –v.le Toscanini – p.te di Mezzo – p.za Corridoni (sosta)-via dei Farnese –Parco Ducale

 

Fonte: http://www.infomobility.pr.it/index.php?page=default&id=1237

Più Informazioni»

Nel territorio comunali sono presenti numerose ville.

Villa Pirotta (via A. Pirotta): progettata nel 1902 dall’architetto comasco Federico Frigerio e realizzata subito dopo, considerata come una “piccola Versailles”. Oggi è abitata dai discendenti del chimico Alberto Bonacossa.

Villa Giuliani (via Roma): risalente al secondo periodo del liberty e di proprietà della famiglia fondatrice dell’omonima casa farmaceutica; oggi è sede della sezione locale dell’Associazione Nazionale Alpini e viene utilizzata per eventi di vario genere.

Villa Orlandi (via Pissarottino): sorta durante l’ultima stagione del liberty, presenta decorazioni e graffiti diversi per ogni lato.

Villa Marinoni (via Pissarottino): costruita alla fine degli Anni Dieci del XX secolo, è una villa sviluppata su tre piani.

Villa Farneti (via G. Scalini): edificata dopo la Prima Guerra Mondiale; presenta una torre panoramica quadrata.

 

Se mai è esistito un mezzo di trasporto in grado di portarvi in vacanza in 10 minuti, quella è la funicolare di Brunate. Mettiamo il caso che vi troviate nei paraggi della stazione Como Lago, con una sana voglia di primavera e di partire ma con poco tempo e pochi euro in tasca, vi basterebbe fare due passi verso Villa Geno per raggiungere inaspettatamente il vostro punto di imbarco. Senza troppa fatica, vedrete tra un ristorante e l’altro spuntare una casetta in legno e mattoni popolata da persone vestite da trekking e orientali armati di macchina fotografica, è la partenza della funicolare che conduce dal centro di Como al paesino Brunate, che – per iniziare a farci un’idea su quel che ci aspetta – è soprannominato balcone delle Alpi e giardino di Como.

Brunate_chalet

Se da piccoli eravate amanti di trenini, tunnel e montagne russe non potrete che apprezzare i sette minuti di viaggio all’interno di BRUco, la carrozza lilla, o bruCO, quella rossa, che fanno la spola dal lago alla montagna su una pendenza che a tratti supera il 50%. Quelli su cui viaggiamo oggi sono treni moderni, con gli interni in stile liberty e ampie vetrate per guardare il paesaggio, ma la prima funicolare andava a vapore ed è stata realizzata alla fine dell’800. La sua costruzione volle dire molto per la Brunate dell’epoca, che dopo anni e anni di semi-isolamento nel giro di trent’anni conobbe molti personaggi interessanti del calibro di Boccioni e Mascagni che insieme ad alcuni uomini facoltosi del tempo costruirono le proprie ville per le vacanze estive.

brunate-funicolare

Sommiamo la presenza di queste architetture fantastiche e senza tempo a una posizione a dir poco panoramica sul Lago di Como e avremo la ricetta finale che fa di Brunate un bacino di bellezza inesauribile. Fortuna vuole che questa meraviglia sia proprio a portata di mano, perciò appena scesi dalla funicolare ci basta fare due passi per imboccare via Roma e incominciare in pompa magna il nostro percorso con Villa Cantaluppi Giuliani e i suoi ricchissimi ornamenti in stile liberty e le eclettiche Villa Calderini e Villa Ghezzi.

Brunate_campari

La vista di tutta questa magnificenza ci fa brillare gli occhi ma c’è qualcosa che, complice il caldo e la naturale predisposizione per l’aperitivo, cattura in fretta la nostra attenzione: si tratta della fontana Campari. Anche la famiglia produttrice della famosa bevanda fu catturata, infatti, dal fascino di Brunate e giustamente fuori dalla propria villa decise di costruire un appropriato angolo di ristoro.

brunate-villa2

Sbollito l’entusiasmo, ci rimettiamo in marcia alla volta di via Pissarottino che oltre a farci conoscere i fasti passati ci condurrà ad un belvedere che più panoramico non si può. Il percorso è una coccola per i sensi, a parte la vista già ampiamente gratificata, possiamo sentire i primi profumi della primavera e un silenzio assoluto che da solo vale come vacanza. Attraversiamo giardini rigogliosi, ciliegi e peschi in fiore, pini profumati che lasciano passare il sole.

brunate-giardino

Due signore ci danno indicazioni in dialetto e finalmente raggiungiamo la piccola fonte del Pissarottino che ci introduce ad una delle viste più belle del Lago. Da qui si riescono ad ammirare la prima parte del Lario, Villa d’Este, Villa Erba e il Monte Rosa.

Brunate_belvedere

brunate-panorama

Questo posto è veramente rilassante, decidiamo di andarcene dopo più di un’ora e solo perché il Sole sta per tramontare. Per chiudere in bellezza prima di tornare alla funicolare passiamo da Villa Pirotta, un bel mix di barocco e liberty realizzato da alcuni tra i professionisti più illustri del primo ’900, che hanno saputo interpretare il gusto a dir poco lussuoso dei proprietari con un magnifico giardino, belle ringhiere e un ingresso scenografico.

brunate-villapirotta

Questa è l’ultima tappa della nostra vacanza a Brunate, è durata soltanto un pomeriggio ma qualcuno non diceva che il tempo è relativo?!

Sveva Colombo 14

 

Più Informazioni»
Itinerario Liberty a Novara
settembre 232014

La passeggiata del Fai tra gli edifici Liberty a Novara inizia dall’ISTITUTO MUSICALE BRERA (Viale verdi 2 – Ing. Alessio di Canosio – 1903-1906). E’ uno dei primi esempi di Floreale a Novara di chiara derivazione austriaca. A parte le belle fasce in altorilievo che alludono costantemente ai simboli musicali come garbato segno dei compiti assolti dall’Istituto, vanno osservate con attenzione le facciate ovest, nord e sud, di grande qualità compositiva. L’edificio ha particolari degni di nota fra i quali il fastigio bronzeo di facciata, le lampade che lo affiancano, le opere in ferro (ringhiere e inferriate) ed i serramenti di ingresso ed interni, oggi riportati alla loro espressione originaria.

 

1 – CASA FRANCIONI (Viale Verdi 8 – Arch. Angelo Crippa – 1924)
Edificio tipico delle aree di ampliamento di quell’epoca. Di limitato interesse planivolumetrico l’edificio presenta Interessanti i simpatici decori “Sezession” per altro mescolati ad altri di sapore più inglese. Da notare la stilizzata “Suonatrice di lira” di schietta ispirazione viennese.

1 - Casa Francioni

 

2 – VILLA ex CAPELBADINO (Via Rosmini angolo Via Scavini)
Ottimo esempio di come l’epoca lavorava le superfici. Specie nei lati della torretta i risalti, i rientri e gli incavi muovono i volumi con gran senso plastico e senza necessità di troppi decori speciali. E’ però meno puro dell’esempio precedente: persistono elementi romantici di un’epoca ormai superata. L’adesione al Liberty è più evidente nell’andante ricurvo dell’ingresso porticato.

2 - Villa ex Capelbadino

 

3 – CASA FIORENTINI (Via XX Settembre angolo Via Dante – Ing. Giuseppe Passerini 1907/10)
Splendido esempio di tendenza floreale – qui il progettista adotta l’ireos – studiata lungamente perfino con l’aiuto di un modellino in legno. Il gusto è sicuro tanto che il fiore è sempre lavorato con padronanza anche se con modi diversi: a “cesto” nei capitelli, a “bouquet” nelle ghiere delle arcate, “a correre” nei contorni delle porte, con una trattazione delicata e sapiente che rende lieve la materia cementizia. Una magnifica soluzione d’angolo, di spiccato gusto parigino, risolve felicemente le difficoltà dell’area e della strada in forte pendenza.

3- Casa Fiorentini

 

4 – CASA ROSINA (Baluardo Q. Sella – Ing. Mario Rosina – 1903/1907)
L’ing. Mario Rosina, parente di Otto Wagner, studiò a Bonn ed ebbe frequentazioni Viennesi. Qui accoglie anche suggestioni franco-belghe. Casa Rosina spicca per la grande finestra hortiana e il motivo delle rose (riproposti con maggiore ripetitività nella facciata su Via Santa Chiara), forse anche per una compiaciuta allusione al suo cognome. Anche negli interni il decoro liberty si estende dagli stucchi dei soffitti alla balaustra della scala in ferro battuto.

4 - Casa Rosina

 

5 – CASA OTTINA (Corso della Vittoria angolo Via Solferino)
Grande edificio che coniuga con maestria gran parte dell’alfabeto “Déco”. Che qui è asciutto, con flessuosità limitate ma graficamente perfette nelle sue parti geometriche in cemento che decantano molti vezzi del gusto precedente; dunque non più ringhiere metalliche lavoratissime, piastrelle, vetri colorati e quant’altro. Bensì dettagli graficamente eleganti, “lavorati” con assoluto nitore essenziale, che qua e là ricorda anche la particolare corposità della pittura dell’epoca.

5 - Casa Ottina

 

6 – CASA DELLA PIANA (Corso della Vittoria 14 – Ing. Mario Rosina)
Qui il progettista ricava, dal motivo della rosa, una diversa e particolare scioltezza decorativa nelle cordonature e nei tipici andamenti mistilinei degli steli sotto balcone.

6 - Casa Della Piana

 

7 – CASA ZEGNA (angolo delle ore – Ing. Giuseppe Bronzini)
Certamente il più “colto” esempio a Novara di quel periodo e di spiccata influenza “Jugendstil” e “Sezession”. Le sue ringhiere, decorative e funzionali, sono così convincenti da anticipare addirittura il Dèco ed il razionalismo. La facciata dialoga con sensibilità perfetta tra ghirlande, sporgenze e materiali per impaginare nel modo migliore gli affreschi sotto gronda (del Bonomi) e le grandi campiture verde-oliva. Un colore che, da solo, fa già “Belle Epoque”.

7 - Casa Zegna

 

8 – CINEMA VITTORIA (portici di Via Rosselli)
Purtroppo il garbo dei suoi interni è sparito. Rimangono soltanto i bassorilievi della facciata sottoportico.

8- Cinema Vittoria

 

 

(http://blog.fondoambiente.it/novara) SCARICA IL PERCORSO: percorso FAIMARATHON

Più Informazioni»

L’itinerario inizia da Porto San Giorgio, località costiera distante 28 km da San Benedetto del Tronto. Dalla stazione ferroviaria ci si immette verso nord lungo via Cavallotti, dove diversi edifici di fine Ottocento ricordano i primi eleganti sviluppi del turismo balneare. Il gusto floreale della belle époque si ritrova, in particolare, nelle ringhiere di ghisa e cemento dei balconi e in alcune cancellate. Svoltando a destra si incontra il vero e proprio quadrilatero del liberty sangiorgese: scanditi da pini marittimi e oleandri, tre viali paralleli al mare (via della Vittoria, via Quattro Novembre e Lungomare Gramsci) conservano decine di deliziosi villini dei primi del Novecento con alcuni tipici fregi architettonici e pittorici. Ritornati alla stazione, ci si dirige verso la strada statale 16 Adriatica: all’incrocio, l’occhio cade sulla facciata, decorata da maioliche con motivi floreali, della Premiata Fabbrica di Anisina Francesco Olivieri, bell’esempio di elementi liberty applicati a un edificio industriale.

Si lascia Porto San Giorgio proseguendo verso sud lungo la statale Adriatica. Su questa strada, percorsi 20 km, si arriva nell’abitato di Cupra Marittima e si scorge sulla destra la soprendente sagoma di Villa Cellini, singolare esempio di architettura neogotica di imponenti dimensioni, immersa nel verde. La struttura, oggi adibita a ospitare cerimonie e banchetti, dimostra come fosse ancora attuale a inizio Novecento l’eclettismo architettonico avviato nel secolo precedente, improntato al recupero libero e fantasioso di stilemi antichi.

Ancora 4 km verso sud e si giunge alle porte di Grottammare, dove si volta a sinistra verso la stazione ferroviaria. Da qui si compie un percorso ad anello che, dopo aver attraversato il centro cittadino, ritorna all’origine con una passeggiata sul lungomare. La “marina” di Grottammare è la più interessante tra quelle del Piceno per l’eleganza del suo patrimonio edilizio e per la bellezza di alcuni angoli prospicienti il mare.

MatricardiDi nuovo, è attorno alla stazione che si sviluppa il quartiere con le testimonianze Liberty più numerose. Adiacente alla linea ferroviaria, degradando dolcemente di livello verso il centro cittadino, si estende la pineta Luigi Ricciotti, intitolata all’amministratore locale che nell’ultimo quarto dell’Ottocento fu tra i principali artefici della trasformazione della cittadina in elegante e attrezzata destinazione turistica. Lungo viale Crucioli, che costeggia la pineta, Palazzo Talamonti e Palazzo Crucioli si caratterizzano per i decori floreali sulle balaustre in ghisa dei balconcini, secondo lo stile di inizio Novecento. Il viale sbuca su corso Mazzini, da cui si raggiunge piazza Fazzini, dove sorge il maestoso Palazzo Citeroni, degli anni Venti del XX secolo. Da qui si entra in via Marconi e quindi si gira nuovamente a sinistra, imboccando verso il mare viale Garibaldi. Entrambe queste vie sono caratterizzate da villini e da palazzi di fine Ottocento aggraziati da dettagli in stile hortiano alle finestre e ai balconi. Giunti sul lungomare della Repubblica, si può deviare verso sud per un centinaio di metri e poi, a ritroso, dirigersi nuovamente verso nord: è questo il modo migliore per ammirare un’importante serie di villini con ampio giardino, edificati in genere intorno agli anni Venti come residenze di villeggiatura di professionisti e imprenditori. La maggior parte è segnata dai tratti del tardo liberty: quasi tutti presentano la caratteristica torretta dalle forme plastiche, fregi floreali ai balconi e alle finestre, e talvolta ornamenti in maioliche policrome.

Torretta_Matricardi1Giunti alla rinnovata piazza Kursaal, suggestiva apertura in travertino sul mare con giochi d’acqua e di luce, si imbocca viale Colombo. Datato 1890 e sobriamente ristrutturato a fine Novecento, questo tratto di città è il più denso di testimonianze liberty grazie a splendidi esempi di residenze turistiche a ridosso dell’arenile, sorte tra il primo e il quarto decennio del secolo scorso. Le più antiche richiamano, in chiave esotica, lo stile delle baite di montagna, con i tetti spioventi (presenti anche in alcune ville sul lungomare della Repubblica), o rivisitano in modo altrettanto originale i castelli merlati rinascimentali (Villino Marucchi); qualche anno dopo si impongono maggiormente i tratti sofisticati dell’art nouveau nordeuropeo, evidenti nelle torrette (si notino ad esempio le due del Villino Ida), nei decori con maioliche o affreschi esterni, nei motivi floreali delle ringhiere e degli stucchi. Tra i migliori esempi del liberty in Italia va però ricordato il Villino Matricardi, fatto costruire dal principale produttore di maioliche ascolane dell’epoca, Giuseppe Maria Matricardi, che lo commissionò nel 1913 a Cesare Bazzani, già autore della Biblioteca Nazionale di Firenze e della Galleria d’Arte Moderna di Roma. Splendide le forme del torrino dal tetto aguzzo e dei balconcini in cemento, e intenso è il blu della maioliche dipinte con disegno di melograni dagli artisti Polci e Castelli.

Tornati alla vicina stazione tramite il sottopasso ferroviario, si riparte alla volta di San Benedetto del Tronto, la maggiore città costiera del Piceno. Percorso il lungomare di Grottammare per 5 km e superata una grande rotatoria, senza soluzioni di continuità ci si immette nell’elegante via Dari, sulla quale ville e palazzine di inizio Novecento accolgono, tra le palme e gli oleandri, il visitatore. Svoltando a destra nel viale che scende dalla stazione, si taglia il corso Moretti e si prosegue dritti in via Bassi, dove alcune residenze presentano piccole torrette e ringhiere decorate. Da qui, a piedi, si raggiunge con facilità l’inizio del lungomare, dove spiccano Villa Bozzoni e il Villino Sorge, che presentano alcuni dei consueti elementi decorativi del liberty.

Terminato il giro nel centro di San Benedetto, l’itinerario si conclude ad Ascoli Piceno, che si può raggiungere agevolmente, nonostante i 36 km di distanza, tramite la strada sopraelevata e quindi il raccordo autostradale. Nel cuore del capoluogo piceno, la meravigliosa piazza del Popolo, c’è il Caffè Meletti, fondato nel 1907 dall’omonimo produttore del celebre liquore all’anice. Vera e propria istituzione cittadina, il locale, elencato tra i caffè storici d’Italia, conserva ancora gli arredi d’epoca: le sedie in paglia di Vienna di tipo Thonet che circondano piccoli tavoli rotondi dal disco in marmo di Carrara, il bancone di legno intagliato e i divani rivestiti in velluto verde che si riflettono nelle ampie specchiere addossate alle pareti, il soffitto affrescato da Pio Nardini sorretto da colonne scure di ghisa con capitelli dalle forme di frutti. Non molto distante, in corso Mazzini, si trova il Palazzo della Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, realizzato nel 1914 in stile neo-rinascimentale su progetto di quell’architetto Bazzani che l’anno prima aveva disegnato il Villino Matricardi a Grottammare.

4298109096_52503d11ee_b

PERCORSO LOCALITÀ

KM

Da: Porto San Giorgio, stazione ferroviaria Porto San Giorgio

0

A: Ascoli Piceno, corso Mazzini Cupra Marittima

20

Lunghezza: km 65 Grottammare

4

San Benedetto del Tronto

5

Ascoli Piceno

36

Più Informazioni»

Itinerario n. 3 con inizio in piazza Maria Adelaide di Savoia
1.    via Eustachi 6
2.    via Maiocchi 14
3.    via Stoppani 11
4.    via Zambeletti 4
5.    via de Filippi angolo via Broggi 20
6.    via Broggi 17
7.    via Eustachi 31
8.    via Plinio 20
9.    via Plinio 12
10.    via Plinio 2
11.    via Ozanam 4
12.    P.le Bacone 6
13.    Viale Abruzzi 35
14.    Via Paracelso 2
15.    Corso Buenos Aires 66
16.    Via Piccinni 23
17.    Via Stradivari 1
18.    Via Stradivari 6/8/10
19.    Via Stradivari 7
20.    Viale Abruzzi 87
21.    Via Pecchio 6

l3

Via Eustachi 6, Casa Alberici, 1911, Ing. A. Ambrosini

Alla composta geometria e rigidità di tessuto della facciata fa riscontro una libertà compositiva di molti particolari costruttivi e decorativi: la simmetrica ma varia disposizione dei balconi, la diversità decorativa delle preziose balaustre del terzo piano, l’introduzione di elementi cromatici nella geometria costruttiva, con l’adozione di fasce di piastrelle colorate al primo e all’ultimo piano. Esemplare la libertà di disegno nei contorni delle finestre, varianti da piano a piano pur in una coerente simmetria di disposizione e di proporzioni. (AL)

 

Via Maiocchi 14

Esempio molto caratteristico nella casistica liberty milanese, nello stile corposo che ricerca effetti chiaroscurali facendo ricorso a un modellato altorilievo in cui è frequente l’uso di superfici curve.
L’edificio, che si articola con marcato ritmo verticale, vede l’alternarsi in successione serrata di tagli finestrati collegati da sagomature diverse e strette lesene fermate alle estremità da elementi scultorei che si intersecano a nastro in corrispondenza dei marcapiano: ne risulta una scansione anche orizzontale della facciata che incrocia il ritmo verticale in felice risultato compositivo e la suddivide in due ordini di campiture cui si aggiunge in basso l’alto basamento bugnato. Qui, forse più che altrove, è presente l’abilità tecnicistica che ricerca mezzi diversi di rappresentazione espressiva per legarli in un risiltato perfettamente coerente con la struttura. L’uso del cemento nei balconi, nelle cordonature, nei contorni, nelle fasce e nei mascheroni è veramente caratteristico nei suoi risultati. (AL)

 

Via Stoppani 11

Questa facciata si impone per la ricerca decorativa e compositiva esplicata, pur con povertà di mezzi espressivi, soprattutto tra i secondo e il terzo piano. Qui è infatti interessante osservare il ben congegnato rapporto architrave-balconcino tra le finestre sovrapposte che dà luogo a un originale dettaglio dove risultano perfettamente fuse invenzioni tecnico-compositive e decorative. Il motivo ricorrente del girasole, abilmente trattato e variamente composto nei lunettoni che si alternano tra le finestre, rivela la genialità di un’inventiva abile nel cimentarsi con le capacità espressive di un solo materiale, il cemento. Anche i coronamenti delle rimanenti finestre, come pure quelli dei negozi, si forgiano in forme bizzarre ma sempre perfettamente coerenti con lo stile adottato, offrendo, insieme a parapetti e balaustre, una riuscita casistica di elementi costruttivi e tecnologie architettoniche. (AL)

 

Via Zambeletti 4

Anche quest’edificio, pur improntato a un’edilizia a carattere popolare, sviluppa interessanti dettagli soprattutto nei balconi al primo piano e nei decori a motivi floreali dei cementi e dei ferri battuti. (AL)

 

Via de Filippi angolo via Broggi 20

Palazzo lineare rotto dalla sporgenza al pianoterra con terrazzo e piccoli inserti quadrati di ceramica ai lati superiori delle finestre. Chiusura alta con cotto. (ML)

 

Via Broggi 17, Casa Tavecchio, 1905

Grosso fabbricato che forma un isolato affacciandosi anche sulle vie Morgagni e De Filippi. Banale nelle linee compositive, sviluppa interessanti dettagli nelle balaustre in ferro battuto, negli sporti dei balconi e nelle cornici delle finestre. In particolare, alle finestre del primo piano si aggraffano curiosi motivi naturalistici che fissano il davanzale alla fascia sottostante. (AL)

 

Via Eustachi 31, Casa Way

Lo stabile rappresenta l’esempio più significativo della strada, malgrado i connotati rivelino tendenze novecentiste. Più autenticamente liberty risulta il portalino d’ingresso, graziosamente incorniciato a due figure muliebri a bassorilievo. (AL)

 

Via Plinio 20, Casa Turba, 1910

Edificio modesto, in cui il garbato coronamento di finestre e balconi raccorda in continuità ascensionale i tagli dei vari piani.(AL)

 

Via Plinio 12, Casa Maltagliati, 1908, Ing. L. Ferrari Moreni

Imponente fabbricato con sviluppo angolare su due strade. Qui la decorazione carica dei cementi insiste in lunghe fasce sulle piattabande dei negozi e sul marcapiano alla sommità dell’edificio, dove in particolare modo si fa più ricercata sia nel disegno floreale a inserti, sia nell’aggiunta delle testine Jugendstil in corrispondenza delle paraste. L’edificio è caratterizzato inoltre da una ricerca cromatica attuata mediante l’uso di materiali diversi, quali cotto, pietra, intonaco, che danno particolare risalto alla campitura centrale. (AL)

 

Via Plinio 2, Hotel Plinius

Caratteristico edificio d’angolo in cui la facciata corta presenta un esilissimo sviluppo. In tal modo il fabbricato assume un aspetto svettante cui si oppone l’accentuata sporgenza di gronda sottolineata e sorretta da un complicato sistema di mensole. La rigida geometria della facciata si accompagna a una decorazione lineare e contenuta, forse già uno stile umbertino, come incontreremo anche nella maggior parte degli edifici fronteggianti la stessa Via. Particolare interessante, la pensilina in ferro sopra l’ingresso. (AL)

 

Via Ozanam 4, Casa Frisia, 1908

L’originalità di questa facciata risiede nella differente accentuazione cromatica e compositiva impressa alla stretta campitura centrale. Essa si impreziosisce di elaborati elementi architettonici illegiadriti da una ricca quanto insistente decorazione floreale.(AL)

 

P.le Bacone 6, 1908, Arch. A. Fermini

La facciata si caratterizza per la ricca decorazione scultorea che si avvale eminentemente di figure, A tutto tondo sono infatti le cariatidi che, sedute al sommo delle paraste, sorreggono il cornicione, e a tutto tondo anche i putti ricavati nella balaustra in cemento, mentre a bassorilievo sono le eteree figure abbracciate (quasi un Paolo e Francesca tratti da una incisione di Dorè) che si insinuano nella tormentata decorazione dei parapetti delle finestre tripartite. Sia gli ornati che le sculture, come anche il disegno degli elementi costitutivi della facciata, denotano un tratto che si svincola dagli influssi art nouveau e Jugendstil affermandosi con una personalità nuova. (AL)

 

Viale Abruzzi 35, 1910

Uso civile abitazione. (ML)

 

Via Paracelso 2

La composizione simmetrica della facciata è stranamente bilanciata dall’elemento verticale di destra che prosegue oltre la copertura come una torretta. Qui anche il ritmo delle finestre subisce una modifica, componendosi secondo i differenti spazi e dando luogo a tipologie diverse di aperture. L’edificio rappresenta un tipico esempio di liberty nostrano: floreale nelle fasce stilizzate che diventano anche elemento costruttivo nei parapetti al primo piano, con reminiscenze orientali nella decorazione che si insinua nei timpani. (AL)

 

Corso Buenos Aires 66, Casa Centenara, 1905, Arch. G.B. Bossi

L’accuratissima esecuzione tecnica della costruzione, propria dell’architetto Bossi, e l’impostazione quasi classica del disegno compositivo della facciata sono valorizzate da molti elementi caratteristici dell’architettura liberty milanese, che ne impreziosiscono la composizione.

La sottolineatura del piano terra con l’evidenza di un solido bugnato e la fascia listata al primo piano sono stranamente divise fra loro da una serie di bugnature curvilinee di sicuro effetto plastico e architettonico. Questi motivi, così evidenti nel disegno della facciata e così determinanti per la sua composizione, sono purtroppo in parte scomparsi in sede esecutiva: il piano terreno è stato semplificato e inoltre è oggi incredibilmente deturpato da una serie di enormi inconsulti cartelli e insegne pubblicitarie.

Dopo la zona più sobria dei due piani intermedi l’ultimo piano riacquista peso e valore con il ricco motivo floreale e figurativo dei bassorilievi in cemento che contornano le finestre e con il geometrico elemento decorativo che quasi raccorda le finestre a quelle sottostanti. Tutti elementi sapientemente inseriti i quali personalizzano con caratteri tipici la costruzione che nel suo disegno compositivo avrebbe un rigido schema di sapore secessionista. Molto meno curato e riuscito che in altre soluzioni di Bossi risulta lo schema di pianta; qui la preoccupazione di un intenso utilizzo dell’area disponibile ha portato alla soluzione di due corpi(affacciati su due cortili interni) e di quattro corpi semplici e serviti da ben sei simmetriche scale: ma i locali risultano tutti simili in una monotona disposizione e in un indifferenziato dimensionamento che sembra lasciarli disponibili per le destinazioni più diverse. (AL)

 

Via Piccinni 23, 1910

Uso civile abitazione. (ML)

 

Via Stradivari 1, Casa Ingegnoli, 1915

Un corposo isolato che si staglia imponendo un carattere deciso, con blocchi squadrati alla base sormontati da un ricco rilievo che si ripete in maniera meno drammatica sui balconi in cemento. (ML)

 

Via Stradivari 6/8/10, Casa Pellini e Ronchetti, 1913

La strada è interessante in quanto raccoglie tipologie diverse di edifici improntati a un tardo liberty, quasi un momento di transizione in cui la decorazione si restringe entro precise campiture per lasciare maggior spazio a una impostazione architettonica sobria.

Al n. 1 la ricca decorazione a frutta si impone in maniera massiccia, arricchendo la facciata di valori chiaroscurali. Il grande edificio comprendente i numeri civici 6/8/10, articolato secondo tre campiture, vede l’alternanza di motivi a bassorilievo impostati su un impianto architettonico austero. (AL)

 

Via Stradivari 7, 1925

Alterne campate con cronicità contrastante e inserimento di due verticali bow-windows a forma di torre. Raccordo superiore con lungo terrazzo. (ML)

 

Viale Abruzzi 87

L’edificio si sviluppa armoniosamente su due fronti raccordati da un curioso elemento a torre che ben si incunea nell’elegante ritmo della facciate. L’abilità del disegno, nell’accostamento di tipologie diverse di finestre e di diversi elementi costruttivi, e un uso dosato della decorazione rivelano una personalità affermata. (AL)

 

Via Pecchio 6

Uso civile abitazione. (ML)

Più Informazioni»

Itinerazio con inizio in piazza Argentina

1.    via Pergolesi 16
2.    via Settembrini 43
3.    via Petrella 32
4.    via Petrella 14
5.    via Settala
6.    via Settembrini 40
7.    via Settembrini 38
8.    via Vitruvio 39
9.    via Settala 35
10.    via Settembrini 11

 

itinerario liberty a milano ''adelaide''

Via Pergolesi 16, Casa Ciapessoni, 1909, Arch. A. Speranza

L’originalità di questa facciata risiede essenzialmente nella fascia terminale, dove curiose finestrature circolari e tripartite si susseguono in capricciosa alternanza tra lesene, fregi e ghirlande in un tripudio liberty che rieccheggia il modello adottato nell’ex-Trianon. Questa esplosione di estro creativo è tanto più accentuata in quanto si manifesta quasi inaspettatamente al termine di una composizione che si svolge nobile e precisa nel disegno senza mai indulgere a svolazzi floreali o a eccessi decorativi. Parrebbe quasi di riconoscervi la mano del Cattaneo (autore appunto dell’ex-Albergo Trianon), oltre che per l’originale invenzione delle finestrature rotonde, anche per il taglio schiettamente secessionista impresso alla facciata. (AL)

 

Via Settembrini 43

L’edificio ricalca il modulo viennese austero e marcato in una prevalenza di vuoti sui pieni. (AL)

Via Petrella 32

Via Petrella 14, Casa Torniamenti, 1899 (Arch. A. Campanini)

Imponente caseggiato fronteggiante tre strade, nel quale il ricorso alle partiture verticali costituisce un efficace sistema di alleggerimento della massiccia volumetria. Le alte paraste si raccordano in una fascia continua sottogronda impreziosita da inserti in ceramica riproducenti vivacissimi iris. Le diverse campiture vedono l’alternanza di finestre e balconi in cui architravi e ringhiere sviluppano svariati disegni. Anche l’uso di materiali differenti aggiunge valore cromatico alla facciata: cotto e pietra si alternano in una composizione che vede il sapiente inserimento di piastrelle a motivi geometrici o floreali. (AL)

Via Settala

Via Settembrini 40, Casa Hahn, 1912

Esempio nobilissimo e accurato nei dettagli, in cui primeggiano elementi cari al liberty, come il pavone che sorregge con grazia il balconcino ricurvo che si imposta a mo’ di tribuna all’ultimo piano. (AL)

1255475_435941993191615_1900232150_n

Via Settembrini 38, Casa Hahn, 1903

Identica all’edificio di via Paracelso 2.

 

Via Vitruvio 39, Casa Macchi e Lanfranconi, 1906

Vivace esempio caratterizzato da un accentuato cromatismo realizzato mediante un ricco disegno di facciata. Tale disegno si avvale non solo di uno schema ricorrente che prevede l’accentuazione delle fasce terminali e della fascia d’angolo con campiture diverse di colore e maggior importanza di dettagli tecnici, ma anche dell’introduzione di lesene e piattabande accentuate variamente dall’uso del mattone e di una frastagliatissima decorazione che tormenta ogni spazio della facciata. (AL)

 

Via Settala 35, Casa Ponti-Cassarini, 1909, Ing. A. Mella (poi Bonfantini e Provasi)

Interessante facciata dal ritmo verticale scandito dal taglio elegante di finestre e balconi. Le fasce marginali si arricchiscono di pregevoli ornati a bassorilievo. (AL)

 

Via Settembrini 11, Casa Felisari, 1914, Arch. G.U. Arata su commissione della Pathé Cinemà

L’edificio presenta un’impostazione architettonico-strutturale e un impiego di materiali analoghi al più celebre edificio di via Cappuccini, dove però la ridondante decorazione scultorea contribuisce a personalizzare i tratti goticizzanti. Mancando qui tale decorazione, l’edificio si presenta come un curioso insieme di elementi gotici rielaborati secondo un gusto modernista cui la ben articolata struttura, ricca di complessi giochi volumetrici, conferisce particolare interesse architettonico. (AL)

I primi due piani ospitavano la Pathe Cinemà.

http://farm4.staticflickr.com/3376/3650359366_1a14c7d1f5_o.jpg

Più Informazioni»

Itinerario con inizio in piazza Oberdan

1. viale Piave 42 – Hotel Diana
2. via De Bernardi 1
3. viale Piave 11/13
4. via Pisacane 12
5. via Pisacane 16
6. via Pisacane 18/20
7. via Pisacane 22
8. via Pisacane 24
9. via Modena 2
10. via Menotti 16/19
11. via Menotti 1
12. via Menotti 4
13. via Castelmorrone 8
14. via Modena 20
15. via Castelmorrone 19
16. via Modena 27
17. via Modena 28
18. via Modena 30
19. via Modena 21/23
20. viale dei Mille 68
21. viale dei Mille 27
22. via Pisacane 53/55/57
23. via Frisi 2 – Palazzina Liberty
24. via Malpighi 12
25. via Malpighi 3

Itinerario Liberty a Milano con inizio in piazza Oberdan

 

Viale Piave 42, Hotel Diana, 1907, Arch. A. Manfredini

 

Via De Bernardi 1, Casa Alessio, 1905, Arch. G.B. Bossi

L’ampia fascia che si sviluppa ascensionalmente in corrispondenza dell’androne d’ingresso costituisce quasi una pausa al fitto susseguirsi di timpani e cornici di sapore classicheggiante. L’impronta secessionista, facilmente identificabile nella cadenza delle partiture, nel sapiente dosaggio della decorazione e nella trama della fascia centrale, è ancora riscontrabile nella parte alta della facciata. Qui la composizione si fa diversa, passando dall’aggraziato riquadro delle finestre del terzo piano, dove la linea ancora indulge a motivi floreali, alla più austera linearità delle finestre dell’ultimo piano, che sono collegate fra loro da una fascia decorativa continua di elementi geometrici e lineari alternati da grandi mensole sotto la gronda del tetto, cui corrispondono più in basso motivi a corona in forte rilievo. (AL)

 

Viale Piave 11/13, Casa Bossi, Arch. G.B. Bossi

In questo edificio Giovan Battista Bossi si cimenta in reminiscenze medievaliste e orientaleggianti con un risultato cupo nei bugnati, severo nei tagli e negli oggetti, curioso nei dettagli degli architravi e dei mensoloni. La composizione della facciata, dall’accentuato sviluppo orizzontale, è stata abilmente risolta caricando con una fitta sequenza di balconi variamente aggettanti e diversamente dimensionati. Questa soluzione, unitamente all’uso del bugnato a piano terra, all’articolata partitura dei vuoti sempre sormontati da caratteristici architravi e al fitto susseguirsi di teste leonine sottogronda, si risolve in uno spiccato effetto chiaroscurale che conferisce alla facciata un apsetto di particolare, pesante severità. Il cemento è usato con particolare abilità sia nei contorni e negli architravi delle finestre, sia negli elaborati motivi decorativi. (AL)

 

Via Pisacane 12, 1903, Arch. A. Campanini

Si snoda elegantemente riproponendo in tono pacato la linea nervosa di Horta e Guimard, che qui accarezza appena le finestre e si aggraffa ai balconi. Caratteristico della facciata è il dilatarsi della finestratura centrale in corrispondenza del portone d’ingresso, a formare una larga fascia tripartita secondo schemi diversi e un gusto prossimo ai modelli art nouveau. (AL)

Via Pisacane 16, 1902, Arch. A. Fermini

La decorazione fitomorfa si carica di un gusto churrigueresco nei pesanti calchi in cemento che inquadrano le finestre e delimitano i balconi e nei ferri battuti delle ringhiere che riprendono motivi arabeggianti. (AL)

 

Via Pisacane 18/20, Casa Cambiaghi, 1902, Arch. A. Fermini

Gli stessi arabeschi stilizzati troviamo in questa casa, dove le reminiscenze moresche più palesi nei motivi stellari ricorrenti nella decorazione e nelle archeggiature delle finestre, ora ribassate, ora curiosamente forgiate. Anche i balconcini stranamente sagomati che si alternano al penultimo piano e i pavoni che sovrastano in stretta successione le aperture del primo piano si inseriscono in questa particolare maniera liberty. Dai disegni risulta in particolare come nella composta facciata di questo stabile gli elementi decorativi di maggior pregio siano costituiti anzitutto dal prezioso e vario profilo delle balaustre dei balconi, con compositi motivi floreali stilizzati, da originali contorni di finestre che variano da piano a piano con elementi vegetali e animali ricchi di fantasia compositiva. La strano geometrico contorno dentellato delle finestre del secondo piano è sottolineato da un divertente seguito di rami e di foglie. (AL).

 

Via Pisacane 22, Casa Cambiaghi, 1903-04, Arch. U. Stacchini

Lo schema dell’architetto è riconoscibile dalla centratura delle balconate su cui si aprono finestre tripartite che si raccordano ai piani superiori con la parte mediana. L’effetto coloristico è ottenuto mediante una differente campitura: intonaco al centro, cotto ai lati. La decorazione floreale, che nei ferri battuti si avvale della maestria di Mazzucotelli, si rivela coerente anche nei disegni dei cementi che adornano le finestre. (AL)

 

Via Pisacane 24, 1903, Arch. U. Menni

La rigida composizione si basa su un efficace modulo della distanziatura dei vuoti.. Il motivo centrale delle tre finestre raggruppate è questa volta applicato evidenziando particolarmente l’aggetto di un solo balcone che, abilmente inserito, si staglia nel riquadro in cotto che caratterizza cromaticamente la facciata. (AL)

 

Via Modena 2

L’edificio si ricollega alla serie di via Pisacane; ne è anzi l’inizio, pur presentando un più ampio fronte su via Modena. Si articola mediante partiture che alternano in riuscito effetto cromatico campiture in pietra e in cotto. Misurata la decorazione in piattabande, buoni i ferri battuti che ne impreziosiscono l’insieme. (AL)

 

Via Menotti 16/19, Case Scagliotti e Croci, 1904, Arch. L. Croci

Le case, che si ripetono con identico schema, rappresentano un esempio di architettura popolare frequentemente ritrovabile nella zona Venezia. In realtà si tratta di manifestazioni ibride in cui elementi floreali si mescolano a elementi classicheggianti. (AL)

 

Via Menotti 1, Casa Bessani e Maroni, 1904

Il coloratissimo motivo floreale che si insinua negli architravi e tra le finestre è l’unico vivace accenno liberty in uno schema compositivo molto modesto. (AL)

 

Via Menotti 4, Casa Scagliotti, Croci e Regazzoni, 1912, Arch. G. Vanini

Caratteristico della facciata è il coronamento ad archeggiature scandite da teste di fauno. Anche qui il motivo delle lesene ripartisce la facciata. da paraste, (AL)

 

Via Castelmorrone 8, Casa Noel Winderling, 1907

L’edificio, seppur modesto, rivela una certa nobiltà compositiva nel rispetto dei moduli e spaziature e nella ricerca attenta sia di una trama di allineamenti sia di una originalità di disegno degli elementi costitutivi. Da notare a questo proposito l’aggraziata forma ricurva delle esili ringhiere al terzo piano. (AL)

 

Via Modena 20

Taglio geometrico sapiente aperture con decori non banali. Interessante balconata al sottotetto. Mostra un colore vivace (quasi arancio) con alternanza grigia (nella zoccolatura al piano terra e al primo piano). (ML)

 

Via Castelmorrone 19, Casa Frisia, 1908

Facciata modesta imperniata sullo stretto allineamento in verticale dei tagli finestrati; tale ritmo è reso esasperato dall’introduzione di paraste. Scarna la decorazione. (AL)

 

Via Modena 27

I mensoloni massicci del sottotetto corrono ininterrotti. L’angolatura è ancora risolta con la più fitta decorazione, anche se geometrica e scarna. Il colore rosa antico è identico a quello della casa di via Modena 35. (ML)

 

Via Modena 28, Casa Maggioni, 1909

Nobile facciata, ricca di dettagli originali e di preziosismi decorativi, che si imposta su uno schema centrale severo negli allineamenti dei tagli, fiancheggiato da due fasce terminali dove il disegno diventa più estroso. Qui la sequenza di larghe aperture si sbizzarrisce nella ricerca di tipologie diverse, riquadrate da inserti di piastrelle a motivi floreali e da ferri battuti graziosamente forgiati, fino a culminare nelle capricciose aperture dell’ultimo piano. Queste ultime si inseriscono abilmente nella cimasa dell’edificio in cui fanno spicco le campiture dorate delle ceramiche, sottolineate dal fregio floreale in cemento. Ancora in cemento si modellano i pesanti mensoloni che sovrastano le finestre dell’ultimo piano a sorreggere l’aggetto della gronda. (AL)

 

Via Modena 30, Casa Croci, 1909, Arch. L. Croci

L’edificio ricalca lo schema delle case all’angolo con via Ciro Menotti e delle case all’angolo con le vie Uberti e dei Mille, sempre dell’architetto Croci. Questo edificio risulta qualitativamente superiore per una maggiore cura dei dettagli. (AL)

 

Via Modena 21/23, Casa Sinigallia, 1910

Due palazzi che si allacciano attraverso l’interruzione centrale, con piccolo giardino. Caratteristica alta zoccolatura con motivo rigato e spaziature differenti. (ML)

 

Viale dei Mille 68

L’edificio appare forse alterato nelle pitture a medaglione dell’ultimo piano. Presenta comunque uno schema tipico dell’architettura del quartiere che si imposta su una banale concezione di facciata: essa acquista interesse con la caratterizzazione della fascia corrispondente all’ultimo piano. Qui infatti assume importanza la gronda, sottolineata da una serie di aquile in cemento abilmente inserite fra fregi e timpani; i balconi ricurvi in cemento si fanno ricercati nel disegno, mentre le pitture contribuiscono a porre in particolare evidenza la ricca composizione. (AL)

 

Viale dei Mille 27

L’edificio, evidentemente sopralzato, presenta nella parte inferiore una caratteristica partitura secessionista dalle ben ritmate cadenze compositive che si ricollegano nei due sensi, orizzontale e verticale, sempre secondo moduli e spaziature esattamente calibrati in un risultato egregiamente riuscito. Si noti come alla campata centrale, variamente articolata su uno schema orizzontale, suggerito dalle tre finestre allineate secondo pacati ritmi spaziali, faccia riscontro ai lati, la serrata successione in verticale delle finestre tripartite che, nella fusione dei tre tagli in uno,, suggerisce un più nervoso ritmo ascensionale. E’ ancora importante notare come elementi spuri, quali i timpani, non turbino il raggiunto equilibrio, quasi matematico, dei valori compositivi e spaziali; e come i dettagli decorativi poco o nulla aggiungano alla lettura di questo edificio che manifesta la sua adesione al movimento secessionista per la concezione compositiva. (AL)

 

Via Pisacane 53/55/57

Gli edifici sono in realtà un solo grande caseggiato dall’impianto severo, secessionista nel tagli ascensionale delle finestrature, nella decorazione contenuta e nel coronamento del frontone. (AL)

 

Via Frisi 2 – Palazzina Liberty, 1910, Arch. Tettamanzi e Mainetti

Via Malpighi 12, Casa Guazzoni, 1906, Arch. G.B. Bossi

Via Malpighi 3, Casa Galimberti, 1905, Arch. G.B. Bossi

Più Informazioni»

Montecatini vanta molti edifici risalenti al periodo Liberty e Art Dèco ben conservati, tanto che la città consiglia di seguire un percorso che parte da Piazza del Popolo per poter scoprire le bellezze nascoste ma davvero uniche che la cittadina offre agli amanti di tale stile architettonico: un interessante itinerario culturale alla scoperta del liberty. Lungo Viale Verdi è possibile visitare il Palazzo del Municipio terminato nel 1920 ad opera di Raffaello Brizzi e Luigi Righetti che accoglie all’interno decorazioni di Galileo Chini e Luigi Arcangeli. Proseguendo per il Viale troverete il Cinema Excelsior costruito nel 1922 da Ugo Giovannozzi che rappresenta forse la testimonianza più fedele ai dettami del Liberty europeo con la tettoia a gettante in ferro e vetro e l’interessante soluzione della facciata curvilinea porticata.

Sul lato opposto del Viale troviamo il Padiglione Tamerici progettato nel 1903 da Giulio Bernardini per la vendita dei Sali Tamerici e il negozio della manifattura “L’Arte della Ceramica” fondata nel 1896 da Galileo Chini e decorato da quattro pannelli in gres di Domenico Trentacoste, raffiguranti le altrettante fasi della lavorazione della ceramica.

Montecatini Terme.  Hotel Grande  Bretagne, stile "liberty",dettaglio.  Hotel Grande Bretagne ,"liberty style",details.

Continuando a risalire Viale Verdi sul lato opposto rispetto all’ultimo edificio segnalato si trova lo Stabilimento Excelsior, edificato nei primi anni del ‘900 per volontà dell’onorevole Pietro Baragiola. Era nato come Caffè Concerto e Casinò, ma quando venne ristrutturato nel 1915 dal Bernardini fu adibito a stabilimento termale. Il corpo moderno dell’edificio inaugurato nel 1968 si trova più vicino al parco, quest’ultimo ha un’ampiezza di circa 4500 mq. Poco oltre, si incontrano le settecentesche Terme Leopoldine quasi del tutto trasformate con l’intervento di Ugo Giovannozzi tra il 1922 e il 1926. Giunti in fondo a Viale Verdi ci troviamo di fronte all’imponente facciata dello Stabilimento Tettuccio anch’esso restaurato dal Giovannozi che ricompose la facciata originaria all’interno dello Stabilimento. Il Tettuccio rappresenta una vera città termale con parchi, caffè, concerto e negozi. Interessanti sono le decorazioni dei vari padiglioni che arricchiscono la sontuosità dello stabilimento, dalle ceramiche della Galleria delle Bibite di Basilio Cascella, agli affreschi di Giuseppe Moroni nella sala di scrittura e di Giulio Bargellini e Maria Biseo nel salone del Caffè, fino alle decorazioni di Ezio Giovannozzi nella cupola della tribuna dell’orchestra coperta con tegole a squame in maiolica della Manifattura Chini. A lato della Sorgente Tettuccio Giovannozzi ristrutturò lo Stabilimento Regina, di fronte a questo troviamo la fontana di Raffaello Romanelli del 1925 con il soggetto dell’airone e la rana, simbolo di Montecatini Terme.

Non lontano dallo Stabilimento Tettuccio sempre all’interno del parco cittadino è possibile visitare le Terme Tamerici, ristrutturate nel 1910 da Giulio Bernardini e Ugo Giusti oggi sede del “Circolo Culturale Tamerici”. Galileo Chini realizzò all’interno i pannelli, i banconi, le vetrate e i pavimenti della vecchia sala di mescita. La visita si può concludere con il “Grand Hotel & La Pace” costruito nella seconda metà dell’800 e più volte trasformato. Nel 1904 venne inaugurato il salone delle Feste affrescato dal Chini autore anche dei disegni per le vetrate della vecchia hall.

A Montecatini Terme si possono trovare anche splendidi esempi di stile Liberty fra edifici privati come Villa Agatina su viale Puccini, che possiede vetrate e decorazioni ceramiche della Manifattura Chini. Progettata nel 1919 dall’architetto Giustiniani, ha una struttura armoniosa con raffinati elementi decorativi. Un’altra villa in stile Liberty costruita intorno agli anni venti è il villino de “Il Rinfresco” in viale IV Novembre.

Più Informazioni»
Itinerario Liberty a Torino
dicembre 192013

Punto di partenza è piazza Castello. Percorriamo via Pietro Micca, che porta il nome dell’eroe della Battaglia di Torino del 1706 e unisce piazza Castello a piazza Solferino. È fiancheggiata da portici sul lato destro e quando fu progettata, alla fine dell’Ottocento, fu chiamata la Diagonale, perché era la prima strada del centro antico a interrompere l’impianto ortogonale dovuto alle origini romane della città. A destra possiamo vedere le viuzze del centro storico, con antichi palazzi e cortili, Casa Bellia di Carlo Ceppi, ornata da bovindi e da torrette e palazzi con decorazioni liberty ed eclettiche.

mappa torino liberty

A sinistra ci sono le vie XX Settembre e Arsenale, dove molte banche hanno la loro sede, la Chiesa di San Tommaso, fra le più antiche della città, che fu ridimensionata al momento della costruzione della Diagonale, affinché questa avesse un tracciato perfettamente diritto.

Ecco ora piazza Solferino, che porta il nome della battaglia vinta da Napoleone III durante la seconda guerra d’Indipendenza. Qui un tempo si teneva il mercato della legna. Vi si trovano la fontana delle quattro stagioni, detta anche l’Angelica, costruita da Giovanni Riva nel 1930, il Teatro Alfieri del Panizza, costruito nel 1857, usato all’inizio per spettacoli a cavallo, il monumento equestre del Balzico che rappresenta Ferdinando Duca di Genova, figlio di Carlo Alberto (1887). Il cavallo è rappresentato molto realisticamente mentre stramazza al suolo per la fatica, durante la battaglia della Bicocca presso Novara, al termine della prima, disastrosa guerra d’Indipendenza. In uno degli edifici che si affacciano sulla piazza fu fondato il quotidiano “La Stampa”.

Proseguiamo lungo via Cernaia, il cui nome ricorda un fiume della penisola di Crimea. A destra, nei Giardini Lamarmora c’è la statua del generale Lamarmora (Cassano, 1867), fondatore del Corpo dei Bersaglieri.

Poco dopo, a sinistra, ecco il Mastio della Cittadella. Dopo il suo arrivo a Torino Emanuele Filiberto fece costruire qui dall’ingegnere militare Francesco Paciotto da Urbino una grande fortezza a forma di stella, considerata un mirabile esempio di sistema difensivo in Europa, con chilometri di gallerie di mina sotterranee. La cittadella ebbe un ruolo importantissimo nella difesa della città. Oggi rimangono il Mastio, sede del Museo di Artiglieria e lunghi tratti di gallerie sotterranee (Museo Pietro Micca). Davanti alla Cittadella c’è un cannone, forse proveniente dalla battaglia di Lepanto e la statua di Pietro Micca, l’eroe che, durante l’assedio di Torino del 1706, impedì all’esercito francese del Re Sole di invadere la città passando per le gallerie sotterranee.

Dopo la Caserma Cernaia, sede della Scuola Allievi Carabinieri, raggiungiamo la stazione di Porta Susa, il cui nome ricorda quello della Porta Segusina, una porta romana che si trovava non lontano di qui, al termine del Decumanus Maximus. Sulla piazza antistante un piccolo monumento del Ceragioli e Biscarra ricorda Ascanio Sobrero, inventore della nitroglicerina.

Svoltiamo a destra in corso San Martino e raggiungiamo piazza Statuto, il cui nome ricorda la concessione dello Statuto da parte di Carlo Alberto il 4 marzo 1848; con esso il Piemonte ebbe, primo in Italia, un Parlamento. La progettò il Bollati, con portici su tre lati.

Il monumento al centro della piazza ricorda il traforo del tunnel ferroviario del Fréjus tra Francia e Italia, realizzato al tempo di Cavour e di Napoleone III. Fu eseguito con la collaborazione dagli allievi dell’Accademia Albertina; il Genio alato posto sulla cima è opera del Belli.

Un piccolo obelisco, seminascosto dagli alberi, indica un estremo della base geodetica per la misurazione della latitudine di Torino che il matematico Cesare Beccaria individuò in questo punto; a Rivoli sorge un obelisco che indica l’estremo opposto.

Da piazza Statuto inizia corso Francia, grande arteria che termina in Valle di Susa, progettata dal Garove per Vittorio Amedeo II nel 1711 per collegare Rivoli al Palazzo Reale, ma realizzata soltanto al tempo di Vittorio Emanuele II.

Nel primo tratto che attraversa il quartiere Cit Turin si trovano numerose case liberty, stile dominante all’inizio di questo secolo, epoca delle costruzioni di questa zona. Vi si trovano ville familiari e case “da reddito”.

Tra i più begli esempi di Liberty in corso Francia 8 c’è il Villino Raby, cosi chiamato dal nome dei proprietari, mentre all’angolo con via Principi d’Acaja sorge Casa La Fleur, che porta il nome della moglie di Piero Fenoglio, che l’aveva costruita per sé e per i suoi familiari.

In corso Francia 23 l’attenzione è attratta dal Palazzo della Vittoria, costruito dal Carrera nel 1925: lo caratterizza un grande portone goticheggiante, fiancheggiato da due draghi alati.

Molte altre case liberty si possono ammirare nelle strade adiacenti (in via Beaumont, via Piffetti, via Bagetti) nel quadrilatero via Bossi, via Le Chiuse, via Goffredo Casalis, via Cibrario, come pure in altre zone della città. All’inizio del secolo, infatti, Torino era considerata la “capitale del liberty”.

8759354504_799f897e44_o

Download librro ”Art Nouveau a Torino”: Art Nouveau a Torino

Fonte: http://www.comune.torino.it/canaleturismo/it/itiner6/pages/5_liberty.htm

Più Informazioni»

L’itinerario, si snoda tra il centro e vie limitrofe a Piazza Vittorio Emanuele e Via G. B. Fardella. Il Liberty (o Modernismo) trapanese si sviluppò intorno agli anni Venti del Novecento e ha lasciato tracce eleganti e visibili grazie all’opera di Francesco La Grassa, architetto trapanese attivo in tutta Italia.

Incontro presso l’ingresso della Casina delle Palme su Vico Pesce e visita dell’interno;
h. 10.30: Spostamento in Via Garibaldi presso la Cassa di Risparmio “Vittorio Emanuele” di Ernesto Basile;
h. 11.00: Visita al Palazzo delle Poste su Piazza Vittorio Veneto, di fronte al Palazzo D’Alì (Edificio comunale)
h. 11.30: Spostamento in Via XXX Gennaio e sosta illustrativa del Palazzo Montalto;
h. 12.00: Trasferimento nella vicina Via Osorio e sopralluogo a Casa La Barbera;
h. 12.30: Spostamento in Via Vespri per la visita di Casa Ferrante.
h. 13.00: Conclusione del percorso guidato.

Palazzo Ferrante
Palazzo Ferrante, costruito nel 1908, è un tipico esempio del Liberty trapanese. L’edificio presenta una facciata colorata di verde con aperture con balconi allineati al primo e secondo piano e con eleganti cornici alle finestre, complesse mensole, ferri battuti
nei balconi e preziose ceramiche policrome. Da vedere anche Palazzo Poste e telegrafi e Villa Laura.

Palazzo delle poste

palazzo delle poste
Iniziato nel 1922 su disegno dell’ingegnere Francesco La Grassa quale sede delle Poste, fu ultimato nel 1927. Il palazzo denota uno stile liberty provinciale, riscontrabile anche nella distribuzione interna dei vani e nell’arredamento. Lo spirito liberty dell’edificio è presente in ogni elemento, ancora integro, nei singoli oggetti d’arredo, nelle vetrate colorate, nelle decorazioni in ferro. E’ un edificio a tre elevazioni, con pronao rettangolare, intelaiato da una teoria d’archi incassati a sesto acuto, sostenuti da lesene, che partendo da terra, inquadrano le aperture.

Il Molino Excelsior a Valderice
Valderice_La_macchina_del_grano_del_Molino_Excelsior_01

Il Molino Excelsior, oggi testimonianza di archeologia industriale e sede di congressi ed eventi culturali, è stato costruito nel 1904 ed è un esempio degli edifici in stile liberty presenti a Valderice.

Favignana
In quest’isola, la Tonnara Florio, è un esempio dell’ archeologia industriale tipica dello stile Liberty.

Libreria a Trapani
Siti da visitare per la provincia di Trapani:
www.apt.trapani.it
www.comune.valderice.trapani.it
www.provincia.trapani.it
www.prolocovalderice.it/mulini
http://www.ufficioturistico.eu/sezione.php?id=8&sezform=8
http://www.castelvetranoselinunte.it/architettura-itinerary-trapanesi-del-liberty/18950/#ixzz2lhGM0CXm

Più Informazioni»

Anche a Licata l’affermarsi dello stile Liberty è associato alla classe borghese, cioè a famiglie ricche che vollero promuovere la costruzione di dimore e ville signorili. Da ricordare la villa Sapio (1902), Villa Urso (1907), la villa Verderame (oggi Bosa) del 1916 ma anche edifici cittadini come casa Re-Grillo, Palazzo di Roberto Verderame e Palazzo Vitello. L’architetto Basile fu incaricato di progettare la bella torre dell’orologio civico.

Villa Maria a Casteltermini
Villa Maria, in contrada Borgesi località Casteltermini , è una casa signorile, costruitaintorno al 1800 e circondata da un meraviglioso parco, che nel ‘900 ha acquisito un aspetto tipico dello stile Liberty. Alla sua progettazione ha lavorato anche l’architetto Ernesto Basile. Annessa alla villa, la cappella presenta anch’essa uno stile misto liberty e moresco.

A Sciacca è possibile visitare una proprietà privata Liberty in Via Roma e in Corso Vittorio Emanuele si può notare una palazzina bianca dove ha sede il bar Santangelo.

Mentre nella città di Canicattì si può visitare il Teatro Sociale progettato da Ernesto Basile nel 1899.


Siti da visitare per la provincia di Agrigento:
www.agrigentoweb.it/aapit
www.cooppenelope.it/castelterm

Più Informazioni»

Itinerario Liberty a Ragusa e dintorni

Palazzo Bruno di Belmonte ad Ispica
Palazzo in stile Liberty dalle dimensioni imponenti è oggi la sede del Municipio. Fu progettato e realizzato dall’architetto palermitano Ernesto Basile.

Anticamente nota con il nome di Spaccaforno, Ispica sorge su un altopiano calcareo a 170 m s.l.m.
La città è di origine antichissima e deriva il suo nome dalla parola greca ypsos (calce) a causa di una vicina cava di calce che vaniva sfruttata già durante il periodo greco. Il nucleo primitivo dell’agglomerato è di origine medievale e sorge alla base della rocca che accoglie i resti dell’antica fortezza. A seguito delle distruzioni del terremoto del 1693 la città è risorta in direzione dell’altopiano con la caratteristica maglia ortogonale di impianto settecentesco. La città ebbe un periodo molto vitale in epoca rinascimentale e appartenne sino al 1450 circa alla Contea di Modica e alla famiglia Chiaramonte. In seguito passò in mano alla famiglia Caruso di Noto e in ultimo agli Statella. Di grande interesse architettonico sono gli edifici liberty di inizio secolo, tra i quali il superbo palazzo Bruno di Belmonte, Progettato da Ernesto Basile nel 1906, che influenzerà fortemente l’architettura ispicese successiva.
A valle della città si trova il parco archeologico Forza. In una gola calcarea che si dipana fino a Modica, sullo sfondo di uno scenario naturale di aspra bellezza sorgono insediamenti di vari periodi, dall’età del bronzo al medioevo. Sul fondo della valle, ai piedi del parco sorge la chiesa rupestre di Santa Maria della Cava, di origine paleocristiana, che custodisce preziosi affreschi bizantini.
Nel 1935 Spaccaforno si riappropria dell’originario nome Ispica che aveva perduto in epoca medievale.

 

Palazzo Piazzese a Vittoria
Oggi grosso centro agricolo, questa città che ha pochi monumenti di importanza storica, presenta sia nelle facciate delle abitazioni signorili sia in quelle più modeste un diffuso stile Liberty. Da ricordare Palazzo Piazzese, con sculture in stile Liberty nella facciata.

Fondata nel 1607 da Vittoria Colonna figlia del vicerè Marcantonio Colonna e moglie di Luigi III Enriquez di Cabrera, conte di Modica, con il dichiarato scopo di riunire ed unificare tutti gli abitanti dei paesi vicini alla riva del fiume Ippari per avviare una produzione agricola che fornisse prodotti a tutta la conta di Modica, alla quale appartenne sino al 1812.
A differenza di tutti gli altri paesi della contea, Vittoria non subisce gravissimi danni dal terremoto del 1693, grazie anche alla modernità degli edifici. Purtroppo uno dei pochi edifici a lesionarsi è la chiesa Madre che viene ricostruita in zona più centrale.
Nell’800 la città comincia ad avere vocazione industriale, anche se in riferimento soprattutto ad industrie di conservazione e trasformazione dei prodotti agricoli prodotti. Si sviluppa in questi anni la piccola borghesia che darà in seguito grande impulso economico alla città.
Costruita con una peculiare pianta ortogonale a scacchiera è caratterizzata anche dalla presenza di interessanti edifici barocchi tra cui la chiesa della Madonna delle Grazie e quella di S. Giovanni. Lo stile che predomina in città è comunque senza dubbio il liberty, come può vedersi dalle decorazioni e i fregi di molti palazzi privati e pubblici. Merita una visita la centralissima Piazza del Popolo con il teatro comunale accanto alla Chiesa delle Grazie.
Di notevole rilevanza è il mercato ortofrutticolo, uno dei più importanti d’Italia, che raccoglie le primizie ottenute dalle coltivazioni in serre tipiche della zona, le quali costituiscono oggi il tipo di coltivazione predominante a fronte di quella dell’olivo o delle uve, e che assume importanza anche per essere stato un importante strumento che ha consentito ai piccoli braccianti agricoli di uscire dal latifondo.

 

Palazzo Musso a Pozzallo

Il Liberty di Pozzallo oltre ad essere una località turistica, presenta alcuni monumenti di interesse artistico. Da ricordare palazzo Musso, del 1926, con elementi in stile Liberty.

Pozzallo è uno dei più antichi borghi marinari della zona. Alcuni ritrovamenti archeologici testimoniano un insediamento già in epoca bizantina. Il geografo AI Idrisi ha documentato come durante la dominazione araba Pozzallo (Al Pusalli) fosse un importante scalo per i dromoni, le galee incendiarie arabe. Il nome probabilmente deriva dalla presenza lungo la costa di pozzi di acqua dolce che servivano per l’approvvigionamento delle navi di passaggio.
Durante la dominazione di Manfredi di Chiaramonte si da inizio alla costruzione di un importante “caricatore”, ovvero un complesso di magazzini adiacenti allo scalo per lo stoccaggio delle merci da imbarcare.
Nei primi anni del 400, sotto il dominio dei Cabrera, Il caricatore, divenuto importante per i fiorenti traffici con Malta, venne ingrandito ed ottenne il privilegio di riscuotere le gabelle. In questo periodo a causa dei pirati, che infestavano le coste della contea per depredare villaggi, Giovanni Bernardo Cabrera ottenne il permesso dal re Alfonso V d’Aragona di costruire una torre a difesa del caricatore di Pozzallo nel 1429.
Durante il terribile terremoto del 1693 la torre crollò, ma venne immediatamente ricostruita con l’aggiunta di una piattaforma merlata ed assunse l’aspetto odierno. Nel 1829 Pozzallo fu eretto a comune autonomo con decreto di Francesco I di Borbone, Re delle due Sicilie.
A partire da questi anni la città inizia ad avere una importante crescita urbana sviluppando la settecentesca maglia ortogonale, e abbellendosi nei primi anni del 900 con pregevoli esempi di liberty siciliano.
Pozzallo è oggi il più importante porto della provincia, vera e propria porta verso l’isola di Malta, a cui è collegato con un servizio di aliscafi.
La cittadina è inoltre nota per aver dato i natali a Giorgio La Pira.

 

 

Siti da visitare per la provincia di Ragusa:
www.ragusaturismo.it
www.sicilia.indettaglio.it/ita/comuni/rg
www.sicilyweb.com/pozzallo/
www.conteadimodica.com

Più Informazioni»

Il 3 aprile 2013 è stato celebrato il 150 ° anniversario della nascita di Henry Clemens Van de Velde. Nel 1910, quando aveva 47 anni, è stato invitato a partecipare ad un concorso di architettura per la creazione di una Chiesa parrocchiale di San Pietro e l’alloggio compreso a Riga.. A quel tempo Van de Velde, che all’epoca lavorava presso la scuola di Weimar, che in seguito divenne la rinomata Scuola Bauhaus di Architettura, stava vivendo uno swing nel suo approccio di architettura. Il progetto Riga sarebbe rimasto un evento minore, se non fosse spuntato due volte nel mito che circonda Van de Velde. Sono queste due istanze che hanno ispirato questa mostra.
La prima volta che appare il progetto Riga è in un più famosa foto che mostra il maestro al lavoro nel suo studio di Weimar, mentre lui sta progettando i piani della canonica.
foto-196Il secondo riferimento può essere trovato nei suoi Geschichte meines Lebens dove descrive i suoi viaggi a Riga come un tipico esempio di una esperienza di confronto culturale che non ha ancora perso la sua attualità. Le foto di Alnis Stakle visibile in questa mostra cerca di illustrare questa storia controversa della bellezza ‘onesta’, che Van de Velde appello a.

L’edificio è stato costruito nel 1912 sulla via Valnu 22 a Riga, durante la seconda guerra mondiale l’edificio fu di5029031951_f2ffedc2a6_ostrutto.
A pochissima pressione di questa mostra è stato realizzato il modello della costruzione.
In collaborazione con la H. M. Sig. Frank Arnauts – Ambasciatore del Regno del Belgio in Lettonia, il signor Koen Haverbeke, rappresentante del governo fiammingo, e Università di Gente, VG Kvadra Pak, Jaga, Deltalight, gruppo Vandersanden, Fiandre stradale, Istituto di Goethe in Lettonia, lo Stato Culture Capital Foundation, la Biblioteca Nazionale di Lettonia, della Biblioteca dell’Università di Lettonia, la mostra è stato creato da campionamento, curatore Manten Devriendt, fotografo Alnis Stakle, gruppo di lavoro: Liene Jākobsone, Kārlis Narkēvičs, Jonas Apers, Prof. dr . Maarten Van Den Driessche, Prof. dr. Dirk De Meyer, Riga Art Nouveau Centre.

 

Comunicato: H.Van de Velde & Riga

IL MUSEO

Il Museo di Riga, Art Nouveau è stato inaugurato il 23 aprile 2009. Si trova in un appartamento in cui le eccezionali architetto lettone Konstantin Pēkšēns (1859 – 1928) ha vissuto fino al 1907.
L’edificio è stato costruito nel 1903 come residenza privata K. Pēkšēns ‘. Il progetto è opera di se stesso K. Pēkšēns insieme Eižens Laube, allora studente di architettura. L’edificio si distingue per le dimensioni estremamente potenti e silhouette espressiva. I rilievi ornamentali, abilmente integrati nella forma architettonica, offrono motivi stilizzati dalla flora e la fauna locali – aghi di abete e pigne e scoiattoli. L’edificio dispone di una scala a chiocciola con dipinti sul soffitto ornamentali, molto probabilmente disegnato dal prominente dell’artista lettone Janis Rozentāls. Questa scala Art Nouveau è tra le più impressionanti non solo a Riga, ma anche l’intera Europa.
L’interno autentico del 1903 è stato ristrutturato nel museo. Indagine dei locali è stato avviato nel 2007, quando la decorazione interna originale è stato rivelato e registrato. I lavori di ristrutturazione sono stati fatti 2008-2009 sotto la guida del maestro restauratore Gunita Čakare.
La visualizzazione attuale del museo mostra gli arredi caratteristici di un appartamento di un abitante Riga all’inizio del 20 ° secolo. L’autore di questo progetto d’interni è l’architetto Liesma Markova.
Nel 2010 una mostra digitale verrà aperto in base piano dell’edificio.

 

 

Più Informazioni»

La mostra mette in mostra l’atmosfera letteraria, artistica e musicale del Gatto Nero, famoso cabaret di Montmartre La Belle Epoque di Parigi guidata dal suo proprietario grassetto Rodolphe Salis (1851-1897). Opere di Henri Toulouse-Lautrec, Edouard Vuillard, Théophile-Alexandre Steinlen, i Nabis e simbolisti vi immergerà nel mondo dello spettacolo e artistico bohemien di Parigi di fine secolo.

Apertura libera: 26.06 – 18:30> 09:00
Dal 26 giugno al 15 settembre 2013

 

 

Catalogo della mostra:

47517ff5-d4ff-4031-9e18-4cbd55e872a0Phillip Dennis Cate, Luce Abélès, Diana B. Schau, Michela Niccolai
Autour du Chat Noir. Arts et plaisirs à Montmartre. 1880-1910
Skira-Flammarion, 24x28cm, 200 illustrations couleurs, 25,50€.

 

 

 

Logo Musée MontmartreExposition organisée en collaboration avec le Musée de Montmartre, Paris.

 

LE CHAT NOIR

 

Théophile-Alexandre Steinlen, Tournée du Chat Noir Théâtre de Mons, 1896, coll Musée d'Ixelles © photo Mixed Media

Théophile-Alexandre Steinlen, Tournée du Chat Noir Théâtre de Mons, 1896, coll Musée d’Ixelles © photo Mixed Media

Mentre noi spesso indossa la fine fine qualificatore XIX del secolo, a causa della sua filosofia, in particolare decadente, descrive il primo decennio del XX Belle Epoque per il suo senso di ottimismo e di entusiasmo volontaria […] .

Il poeta Emile Goudeau, uomo altamente organizzato e fantasioso, che ha compiuto, la creazione del gruppo di poeti e scrittori Hydropathes piccole riunioni improvvisate in una scala di moda […].

Alla fine del 1881, i Hydropathes guidati da Goudeau, si stabilì a Montmartre e fatti il Gatto Nero, aperto di recente da Rodolphe Salis, il loro quartier generale. Montmartre divenne la spesa del Quartiere Latino, il teatro principale delle attività moderniste […].

 

 

Henri de Toulouse-Lautrec, Aristide Bruant dans son cabaret, 1893, coll. Musée d'Ixelles © photo Mixed Media

Henri de Toulouse-Lautrec, Aristide Bruant dans son cabaret, 1893, coll. Musée d’Ixelles © photo Mixed Media

Presentato al momento come uno stile del cabaret fondato da Luigi XII di un impostore, il primo Black Cat ha aperto nel novembre 1881 a 84 Boulevard Rochechouart, in luogo di un ex ufficio postale […].

Il cabaret era piuttosto piccola. Esso consisteva in due piccole stanze in fila, che riusciva a malapena a contenere una trentina di persone.

 

Théophile-Alexandre Steinlen, Étude pour la couverture du Mirliton du 26 mai 1893, 1893 © tous droits réservés

Théophile-Alexandre Steinlen, Étude pour la couverture du Mirliton du 26 mai 1893, 1893 © tous droits réservés

 

In un primo momento, la stanza sul retro, poco invitante e scarsamente illuminata, attirato pochi clienti. Salis ha risolto il problema con uno di questi giri parodia di humbug ispirazione che aveva un segreto: ha chiamato questa piccola stanza buia l’Istituto in riferimento alla famosa Accademia di Francia, che si trova sulla riva sinistra, e riservato , in esclusiva, artisti, scrittori e musicisti hanno usato la struttura.

Sotto la direzione di Salis, e grazie al talento di scrittori e artisti, Il gatto nero e il suo giornale sono stati ben presto un successo incredibile, sia popolare e finanziariamente.

 

Théophile-Alexandre Steinlen, Couverture du Mirliton du 9 juin 1893 avec la chanson Les Quat'pattes' d'Aristide Bruant, 1893 © tous droits réservés

Théophile-Alexandre Steinlen, Couverture du Mirliton du 9 juin 1893 avec la chanson Les Quat’pattes’ d’Aristide Bruant, 1893 © tous droits réservés

 

Nel giugno 1885, il Salis era in grado di trasferire la sua pensione in un bellissimo edificio di tre piani finemente arredato la Rue Victor Massé (ex rue Laval), situata a pochi passi dal centro del gatto nero, che era, nel frattempo , presa dal cantante Aristide Bruant e ribattezzato The Kazoo.

All’ingresso del secondo gatto nero era un segno giallo e nero che ha esortato il moderno modo di essere!

 

 

 

Più Informazioni»

Una raccolta di 70  pezzi del Grafische Sammlung dal Landesgalerie Linz, in Austria, dal titolo “Liriche Lines” sarà esposta nel Museo Drents dal 29 giugno fino al 22 settembre.
Pezzi di Klimt, Kokoschka, Schiele, Kubin, Brosch, Egger-Lienz, Faistauer e Wach verranno visualizzati al piano superiore della nostra sezione Art 1885-1935. La mostra ‘Linee Lyrical’ fornisce una ricca immagine di estremamente colorato e versatile carta di arte austriaca nei primi due decenni dopo il 1900.

lyrische-lijene

 

Felicità paradisiaca

Con le loro linee delicate ed eleganti, artisti come Schiele, Klimt e Kokoschka ci gettano indietro ai primi diciannove centinaia, in cui una grande varietà di nuove idee e impulsi freschi procedeva tra loro molto rapidamente. Nel 1897, un gruppo di artisti capeggiati da Gustav Klimt, si separarono dalla corrente principale movimento artistico di quel tempo. Si chiamavano la Secessione, il che significa la separazione. Il loro obiettivo era quello di rinnovare. Anche se questi artisti non avevano un programma stilistico insieme, un nuovo stile è nato, in cui gli elementi realistici e decorativi fuse ed intrecciate. Influenzato dal movimento simbolista, questi artisti sono concentrati sui sogni e fantasia, e si prefiggono di ritrarre nostalgia dell’uomo per la felicità paradisiaca, spesso nella forma di donne angeliche.
Ka___250_IIDieci anni dopo la Secessione, la prossima generazione è entrato in azione: espressionisti come Schiele e Kokoschka lasciato il paradiso Secessional e un passo indietro nella realtà. La loro attenzione si è spostata verso il tormentato, alla ricerca individuale con tutte le sue fobie e frustrazioni. Il sé interiore e il subconscio sempre fatto la loro strada nelle immagini.

Klimt, Schiele, Kokoschka e dei loro contemporanei non hanno funzionato in modo isolato. Erano circondati da scrittori come Arthur Schnitzler, compositori come Gustav Mahler e Richard Strauss e psichiatrici fondatore Sigmund Frued. Soprattutto Freud e Schnitzler hanno avuto una forte attenzione alla sessualità come una forza trainante per il comportamento umano. Donne seducenti svolgono un ruolo importante nel loro lavoro.
Grande varietà di opere

La selezione in mostra nel Museo Drentsch avvolge vari temi: nudi e studi di figure, ritratti, paesaggi, animali e di guerra. Le funzioni delle opere esposte variano da studi per dipinti, bozzetti di posture e tipi, per i disegni autonomi, acquerelli e illustrazioni. La varietà di tecniche è altrettanto grande: vi mostriamo gouaches, disegni, litografie, acquerelli e acqueforti.

 

DM-Flyer

DM-NL

DRENTS MUSEUM

169

Il Museo Drents si trova ad Assen, in Olanda. E ‘stata fondata nel 1854 come Museo Provinciale di Drents Antichità. Dopo lavori di ristrutturazione e l’aggiunta di una nuova ala espositiva progettata dall’architetto Erick van Egeraat, il museo ha riaperto il 16 novembre 2011.
Il museo ha una vasta collezione di reperti preistorici della provincia di Drenthe. Questo include ad esempio bog organismi quali la ragazza Yde, reperti della cultura Funnelbeaker, e la più antica canoa recuperata nel mondo, la canoa Pesse (che risale tra il 8200 e il 7600 aC).
Una dependance contiene camere d’epoca che dimostrano lo stile di vita di ben-to-do le famiglie Drenthe da vari periodi di tempo.
213The museo ospita una collezione di arte realistica contemporanea con artisti come Henk Helmantel e Matthijs Röling.
C’è anche una collezione di arte olandese e Arte Applicata 1885-1935 con il lavoro di Vincent van Gogh, Jan Eisenloeffel, Chris Lebeau, Jan Toorop e Jan Sluijters.

Ruolo nel progetto Partage Più: Il Museo Drents è partner del progetto di digitalizzazione 1500 opere grafiche, quali disegni in stile Art Nouveau e le stampe. Inoltre, il museo offrirà circa 500 immagini tridimensionali di mobili in stile Art Nouveau, vetro, argenteria, gres, ceramica e tessile.

 

 

Più Informazioni»

ART NOUVEAU. La rivoluzione decorativa

Alla Pinacoteca di Parigi, dal 18 aprile 2013 al 8 settembre 2013

Le due mostre visualizzati contemporaneamente in entrambi gli spazi della Pinacoteca de Paris consentono ai visitatori di scoprire la prima retrospettiva di Art Nouveau francese e la sua evoluzione verso Art Déco, attraverso una delle sue icone, Tamara de Lempicka.

Come reazione al classicismo, Art Nouveau non impone alcun obbligo per l’artista. Considerata come l’arte della libertà, si tolse le convenzioni che fino ad allora avevano creatività trattenuto. Le forme codificate, caratteristici di accademismo volato a parte, come se a fare di Art Nouveau una forma d’arte trasgressiva nel cui nucleo erotismo è diventato un ingrediente inevitabile.

Progettato come una forma d’arte totale, in stile Art Nouveau era ovunque. E ‘coperto ogni aspetto della vita. Doveva essere una musica, un suono, un gioco, si è potuto anche coprire la pittura, così come arredi, gioielli, architettura e vetrerie, un riferimento alla natura, alle donne, alle piante: la compenetrazione di tutto in ogni cosa, a condizione che cacciato via austerità e regole.

I nomi più noti in stile Liberty sono tra i più famosi a cavallo del 19 ° al 20 ° secolo. Sono Gallé, Daum, Mucha, Majorelle, Horta, Van de Velde, Gaudí, Guimard, Lalique, Grasset, Steinlein, Ruskin, Klimt o Bugatti. Hanno rovesciato i modelli di vita e trasformano la sua estetica per renderlo più gradevole e decorativo.

RTEmagicC_PetiteCouvCatalogue-TDL_13.jpgArt Nouveau era al suo apice tra il 1890 e il 1905. Divenne rapidamente la base per una produzione abbondante che ha trionfato dopo l’Esposizione Universale nel 1900 e che divenne la base di una denuncia da gli “inventori” del movimento. Sprezzantemente qualificazione Art Nouveau come “spaghetti” o stile “tenia”, i suoi avversari hanno suggerito una nozione di mollezza nelle immagini rigorosamente ornamentali e decorativi che desiderava imporre.

Poco prima guerra mondiale, queste critiche hanno infine condotto ad una evoluzione di stile Liberty verso uno stile decisamente meno sofisticata. Si è indebolito al punto di diventare più geometrica e finalmente ha ceduto il posto in stile Art Deco, che ha assunto dal 1920 in poi. Totalmente denigrato per più di dieci anni, è stato finalmente i surrealisti hanno lavorato verso una riabilitazione di Art Nouveau nel corso del 1930.

RTEmagicC_PetiteCouvCatalogue-AN_12.jpgLa mostra che stiamo mettendo a oggi è la prima retrospettiva francese Art Nouveau a Parigi dal 1960. Un vero e proprio evento, mostra oltre duecento oggetti che, in tutti i settori della vita e delle arti, sopraffatto l’estetica e la cultura mentale del pianeta, che fino ad allora aveva vissuto nei canoni della classicità e l’accademismo per oltre tre secoli. Questa mostra si è concentrata su i fondatori di quel movimento e sui suoi principali creatori, convocando in maniera molto esauriente il meglio della loro produzione, tranne che per l’architettura.

Bache-AN-TDL_01Grazie a Paul Greenhalgh, famoso specialista di Art Nouveau e direttore del Sainsbury Centre for Visual Arts presso la University of East Anglia, Norwich, che ha accettato di portare tutta la sua esperienza per questo progetto come curatore. Grazie anche alla signora Gretha Arwas, moglie del signor Victor Arwas, grande collezionista e autore specializzato in Art Nouveau, così come per il signor e la signora Robert Zehil Mucha, che, grazie alla loro generosa partecipazione hanno reso possibile questa mostra.

 

 

Schermata 2013-07-12 a 00.46.24

 

 


Più Informazioni»
Itinerario Liberty “Sicher” Lido di Venezia
maggio 292013

L’itinerario riproduce fedelmente la scelta attuata da Giovanni Sicher – un architetto attivo durante la fase di urbanizzazione d’inizio secolo dell’isola – in una antologia fotografica pubblicata negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Grande Guerra: l’elenco che ne consegue compone una preziosa testimonianza – in presa diretta, per così dire – della prima urbanizzazione del Lido, quella ancora tutta incentrata sulla destinazione turistica dell’isola. Non a caso l’itinerario si caratterizza per una particolare concentrazione nella zona del ponte delle Quattro Fontane, lungo il canale di accesso alla ex sede estiva del Casinò, nelle immediate vicinanze dell’Hotel Excelsior. Proprio attorno a questo albergo infatti – inaugurato agli albori del secolo scorso – doveva organizzarsi il centro dell’isola, una sorta di nuova area marciana, alla quale la presenza delle procuratie (dette in quegli anni Procuratie del Lido) era un inequivocabile rimando. Ancora una caratteristica che accresce il pregio documentario di questa raccolta: l’antologia fotografica di Giovanni Sicher consente un immediato raffronto a quasi un secolo di distanza tra l’assetto originario e le attuali condizioni di conservazione di queste ville, mostrando – nel caso – quali e quante modifiche e superfetazioni siano nel frattempo intervenute; e, nei casi di demolizione dei manufatti, essa rappresenta una preziosa e rara testimonianza di quel tipo di edilizia e degli esempi perduti.

sicher

 

1. Villa Quarti

2. Villa Krebser-Beltrami

3. Villa Perez

4. Villino Fanna

5. Villa Fanna

6. Villa Trento

7. Villa Romanelli

8. Villa Terapia

9. Villino Viale

10. Villino Erinna

11. Villa Giuliani

12. Villino Corti

13. Villino Sicher

14. Villino del Vo

15. Villino Mazzoli

16. Villa Candia

17. Villa Church-Pedrazzoli

18. Villa Donatelli

19. Villa Romanelli

20. Villa Ortes

21. Villino Adele

 

 

Fonte:
http://www2.comune.venezia.it/lidoliberty/ricerche/itinerari/sicher.htm

  • Municipalità di Lido Pellestrina – Comune di Venezia
  • Quest’opera non può essere usata per fini commerciali.
  • Quest’opera non può essere alterata o trasformata , nè usata per crearne un’altra.
  • In ogni caso, si possono concordare col titolare dei diritti d’autore gli utilizzi di quest’opera non consentiti da questa licenza.

 

Più Informazioni»

Fra i tanti percorsi possibili, suggeriti dalle numerose emergenze storiche e artistiche sparse sul territorio del Lido, questo itinerario ripercorre la splendida stagione del Liberty e del Decò, proponendo una passeggiata fra ville, viali e grandi alberghi per tentare una lettura di alcune fra le più significative presenze architettoniche e urbanistiche dell’isola.

Questo percorso è stato elaborato dall’Istituto Statale per il Turismo “F. Algarotti” di Venezia in collaborazione con l’Assessorato al Turismo della Provincia di Venezia.

Il Lido è un’isola un po’ speciale, diversa dalle altre che formano Venezia; qui la vita è dinamica e moderna, non solo perché è ammessa la circolazione di auto, biciclette e moto, ma per un’ aria frizzante e salmastra che ci accoglie appena sbarcati, è la presenza del mare che si avverte subito: l’Adriatico è li a pochi metri con il suo “immenso”.

Vivere al Lido è una “vocazione”; dunque i suoi abitanti, moltissimi i giovani, si sentono un po’speciali e hanno ragione! La sua storia muove dagli antichi splendori della Serenissima per arrivare all’elettrizzante Mostra del Cinema, che ogni settembre fa concorrere le più importanti produzioni cinematografiche e le stars del mondo per la conquista del Leone d’oro.

È facile arrivare al Lido: ogni dieci minuti da S. Marco parte un “battello” e ne bastano altrettanti per giungere a destinazione. Non ci si può sbagliare, è l’ultima fermata.

Sbarcando al Lido, ci troviamo in Piazzale S. Maria Elisabetta; di fronte ci accoglie un lungo viale alberato chiamato trionfalmente Gran Viale che conduce alle spiagge. Percorrendolo si stenta a credere che fino alla metà dell’Ottocento qui non ci fossero che dune sabbiose e desolate, interrotte da pochi campi coltivati ad ortaglie e vigne. La trasformazione urbana e architettonica è stata rapida: iniziata infatti solo negli ultimi due decenni del XIX secolo, giunge all’apice del suo sviluppo intorno agli anni 1910-1920, “epoca d’oro” del Lido, quando l’isola poteva definirsi la più elegante stazione balneare d’Europa.

Si era raggiunto il risultato voluto e perseguito con audacia da alcuni imprenditori veneziani, poi sostituiti da società alberghiere, che avevano compreso e investito sulle grandi potenzialità del luogo.

Percorrendo a ritroso la sua storia, anche attraverso la cartografia storica, si riesce a capire quali altri ruoli aveva assunto nell’epopea della Serenissima. Dal punto di vista strategico il Lido aveva sempre occupato un posto di rilievo per la salvaguardia di Venezia: la sua conformazione allungata, quasi una catena protettiva contro il mare e i nemici, fu sfruttata dalla Repubblica come avamposto difensivo naturale sin dai primordi della sua storia.

Non a caso i più importanti “ingressi” di Venezia dal mare si trovano proprio alle due estremità dell’isola. Il primo a nord est con il porto “de li do castelli”, è il sistema difensivo più antico, costituito dalle fortezze di S.Andrea (sull’omonima isola) e di S. Nicolò, che fronteggiandosi sbarravano l’ingresso in laguna a qualsiasi imbarcazione nemica.

Il secondo a sud comprende il porto di Malamocco – Alberoni, difeso dal forte omonimo, consolidato nel corso del XVII secolo e ora distrutto .

Sembra esistessero, ab antiquo, anche le fortificazioni intermedie situate in località Quattro Fontane e Cà Bianca, rinforzate e ampliate notevolmente durante la dominazione austriaca tra il 1840 e il 1860. In questo periodo l’isola fu utilizzata quasi esclusivamente come postazione militare, bloccando di fatto qualsiasi sviluppo edilizio. Infatti le servitù militari, alle quali erano soggetti molti terreni, vietavano costruzioni private in muratura e vincolavano quelle di altro genere alle decisioni del presidio, che aveva la facoltà di demolirle senza corrispondere alcun indennizzo ai proprietari. La situazione cambiò radicalmente con la definitiva partenza degli austriaci nel 1866, ma già le prime avvisaglie di un nuovo clima si erano fatte sentire nel 1857 quando un imprenditore di Pellestrina, Giovanni Busetto detto “Fisola” aveva fatto costruire, su progetto di Ludovico Cadorin, il primo Grande Stabilimento Balneareal Lido, intuendo le potenzialità di quest’isola dotata di uno straordinario affaccio al mare e di un’altrettanta straordinaria vicinanza a Venezia.

Sbarcando a S. Maria Elisabetta si ha un’idea di quelle che già le mappe del XVI secolo evidenziavano come le direttive viarie principali. A destra, l’attuale via Sandro Gallo era un viottolo militare che congiungeva la località di S. Maria Elisabetta ai forti dei Quattro Cantoni (poi Quattro Fontane) e degli Alberoni, mentre l’attuale Gran Viale, era all’epoca un sentiero largo appena due metri che metteva in comunicazione l’approdo lagunare con l’arenile. Questa pista, inoltrandosi fra ortaglie disordinate e fossi da pesca, a tre quarti del suo percorso si inerpicava su un’altissima duna sabbiosa e, ancora nell’Ottocento, i primi frequentatori dello stabilimento bagni dovevano affidarsi a un servizio di somarelli addobbati con sonagli e campanelli per valicarla.

Solo qualche anno più tardi la duna fu spianata e la strada allargata per consentire il passaggio di carri e carrozze e nel 1905 anche del tram elettrico a due corsie.

Si è già accennato allo stabilimento balneare del “Fisola”, in realtà poco più di una enorme baracca in legno con loggetta esterna balaustrata e ricco padiglione con sedili e tavolini, inaugurato il 4 luglio del 1857. Ebbene, proprio a causa delle leggi sulle servitù militari, questo fabbricato fu abbattuto a due anni dalla sua costruzione, ma ormai i servizi che erano stati garantiti dal Comune di Venezia (anche se il Lido continuò a far parte del poverissimo Comune di Malamocco fino al 1883) continuarono ad essere erogati. Il Lido, così, poteva disporre di un regolare servizio di traghetto da S. Maria Elisabetta a Riva degli Schiavoni, realizzato dapprima con imbarcazioni a quattro rematori in grado di trasportare fino a 16 passeggeri all’ora, in seguito con una vaporiera militare (l’Alnoch), affittata dall’Ammiragliato. La nuova “Società Bagni Lido” che nel 1872 aveva rilevato a poco prezzo quella del “Fisola”, acquistando anche un’estesa rete di terreni fra il cimitero israelitico e il Forte delle Quattro fontane, iniziò un vasto programma di interventi edilizi continuato poi dalla CIGA, (Compagnia Italiana Grandi Alberghi) che subentrò a questa pochi anni dopo.

Sotto la direzione di un uomo straordinario, il cav. Nicolò Spada, che decise di inventare ex novo, su un terreno praticamente vergine, la più elegante cittadina balneare d’Europa, furono tracciate strade sinuose, secondo i dettami del nuovo stile liberty e spaziosi viali alberati; furono disegnati giardini e aiuole, interrati fossi insalubri e scavati profondi canali per permettere alle imbarcazioni da turismo di raggiungere ville e alberghi che stavano sorgendo in prossimità dei posti più suggestivi. Tutto quello che il tessuto architettonico di Venezia, cosi legato ai moduli storicistici non consentiva, fu sperimentato al Lido, dove gli stessi architetti che nel centro storico si attenevano a un rigoroso stile neo-gotico o neo-bizantino, qui aggiornavano il loro linguaggio inserendo quelle movenze liberty e secessioniste che ormai erano diffuse nel resto d’Italia.

turismo

1. Grande Albergo Ausonia Hungaria

2. Villa Fanna

3. Villino Monplaisir

4. Villino Thea

5. Villa Romanelli

6. Villa dei Padri Armeni

7. Villa Otello

8. Villa delle Palme

9. Villino Trento

10. Villa Giannina

11. Villa Gemma

12. Casa Predelli

13. Hotel des Bains

14. Excelsior Palace Hotel

15. Villa Gelsomini

16. Villa Rossi

17. Casa del Farmacista

18. Villa Tonello

 

Fonte: http://www.turismo.provincia.venezia.it/turismoambientale/cd_1/itinerari/lido/lido.html#piantina

Più Informazioni»

La Sovrintendenza di Venezia ha ritenuto di assoggettare al vincolo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali alcuni edifici, di particolare valore, che costituiscono pertanto un itinerario particolare, quello caratterizzato dalle priorità riconosciute. Tale elenco è però destinato ad accrescersi, man mano che proseguono gli studi e gli approfondimenti che la Sovrintendenza sta compiendo.

vincolate

 

  1. Villa Quarti
  2. Villino Maffei
  3. Villa Asta
  4. Villino Mon Plaisir
  5. Villa Eva
  6. Villa Annamaria
  7. Hotel Des Bains
  8. Villa Lisa
  9. Villa Giannina
  10. Villa Calzavara
  11. Casa Campese
  12. Villa Romanelli
  13. Palazzo del Cinema
  14. Grande Albergo Ausonia Hungaria
  15. Ex sede della Cassa di Risparmio di Venezia
  16. Villino Fanna
  17. Villa Donatelli
  18. Albergo “Quattro Fontane”
  19. Ex Casinò Municipale

 

  • Municipalità di Lido Pellestrina – Comune di Venezia
  • Quest’opera non può essere usata per fini commerciali.
  • Quest’opera non può essere alterata o trasformata , nè usata per crearne un’altra.
  • In ogni caso, si possono concordare col titolare dei diritti d’autore gli utilizzi di quest’opera non consentiti da questa licenza.
Più Informazioni»
Itinerario Liberty a Milano
maggio 212013

Conoscere e scoprire una città vuol dire andare alla ricerca della sua identità più autentica e profonda. Un’identità che si racconta anche attraverso le linee sinuose e complesse dei palazzi di fine ’800. Dimore imponenti e suggestive ornate da stucchi, mascheroni in pietra e ferri battuti che traggono ispirazione dalle forme più ardite e complesse della natura. Case vestite con i colori sgargianti delle maioliche o dai mille riflessi di delicate vetrate, questo è il fascino immutato del Liberty a Milano: palazzi, strade e monumenti che meritano di essere raccontati e riscoperti.

Una città diversa vissuta attraverso l’estro e la creatività degli architetti e degli artisti-artigiani che per primi seppero delineare una precisa evoluzione stilistica e architettonica traducendo in forme, volumi e decori i cambiamenti sociali ed economici della Milano dei primi del ’900. Tra i tanti artefici di questo cambiamento spiccano i nomi di Giuseppe Sommaruga e Alessandro Mazzucotelli, che grazie all’utilizzo di materiali innovativi per l’epoca come il ferro, il cemento armato e il vetro tratteggiarono una nuova dimensione della/ città in equilibrio tra modernità e innovazione, tratti che da lì a poco sarebbero diventati l’essenza di Milano. Partendo da questo presupposto, sono molto orgoglioso di proporvi un percorso, fuori e dentro l’antica cerchia dei Bastioni che passando da Casa Galimberti, superbo esempio di utilizzo della maiolica decorativa, giunge all’ex Kursaal Diana oggi Hotel Diana Majestic o all’imponente e unico Palazzo Castiglioni conosciuto anche dai milanesi come la “Ca’ di ciapp” per le sculture che un tempo ornavano la facciata, per proseguire lungo le belle architetture di Via Mozart e Via Cappuccini tra cui scorgere le famose case Berri Meregalli veri e propri prototipi architettonici di inizio secolo, per proseguire poi sino all’Acquario Civico o al Cimitero Monumentale vero museo all’aria aperta. Questi sono solo alcuni suggerimenti del Liberty a Milano, a voi scoprire il resto alzando semplicemente lo sguardo mentre passeggiate in città.

La Milano del Liberty è un itinerario capace di offrire una visione insolita per chiunque abbia voglia e tempo di uscire e ricercare queste curiosità. Un viaggio per confrontarsi in maniera nuova e curiosa con la storia, la letteratura e la memoria di Milano, apprezzando l’identità, l’arte e l’architettura attraverso la conoscenza dei luoghi e delle loro origini per comprendere al meglio chi siamo e da dove veniamo.

LA SCULTURA LIBERTY: CIMITERO MONUMENTALE
Piazzale Cimitero Monumentale

SONY DSCIl Cimitero Monumentale, realizzato da Carlo Maciachini a partire dal 1863, può essere annoverato tra le strutture della città moderna e quando, nel 1895, viene riservato alle sepolture perpetue, i ricchi borghesi desiderosi di consolidare il proprio prestigio non possono che dare una spinta notevole alla produzione degli arredi funebri e incrementarne lo sviluppo. Le scuole d’arte e di architettura d’altro canto sono preparate, l’arte funeraria costituisce in quegli anni materia frequente di esercitazione. Forse è azzardato definire Liberty il prodotto di questo fervore, meglio parlare di simbolismo o verismo scapigliato, tuttavia le connessioni tra architettura e decoro, alcune soluzioni plastiche e scelte iconografiche, possono essere ricondotte direttamente all’esperienza del nuovo stile.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERATra tutte, l’edicola Giudici, progettata da Paolo Mezzanotte e realizzata nel 1905, è un vero paradigma del Liberty a Milano. La struttura non è particolarmente innovativa: un parallelepipedo ingentilito dalla sporgenza dello zoccolo e dell’attico nella parte alta, mentre la decorazione è esuberante; rose e rami appassiti si intrecciano come la vita e la morte nella lunetta centrale a mosaico e abbondanti rami di alloro in bronzo si propagano sui lati.
Il contrasto cromatico, enfatizzato anche dai marmi policromi lucidi e opachi, è l’elemento chiave della composizione, tra le più citate nelle pubblicazioni d’inizio secolo dedicate all’ architettura.
6299389827_a933551632_oEspressione di un Liberty più fantasioso ed evocativo è l’edicola Origgi, del 1909, risultato del lavoro comune dell’architetto Boni e dello scultore Grossoni; un monumento pesante che termina a cupola, rinserrato dall’incrociarsi sui lati delle linee rette e curve. Gli elementi scultorei sembrano incastonati nella griglia architettonica e raffigurano foglie di palma e semi di papavero, che raccontano la morte come sogno. Sulla porta bronzea una figura femminile accede all’interno della sepoltura tra foglie di alloro e corolle di girasoli simbolo di gloria e luce divina. Va citata infine l’edicola Toscanini, realizzata dallo scultore Bistolfi nel 1911, che propone una versione ancora differente dello stile.
La struttura, costituita da un semplice parallelepipedo in marmo bianco era destinata ad accogliere le spoglie del figlio del direttore d’orchestra, morto a soli 4 anni. Il decoro, che si limita ad un bassorilievo piatto e stilizzato, racconta le fasi della breve vita del bimbo: la nascita, i giochi dell’infanzia, il dolore e il viaggio.
Schermata 2013-05-22 a 14.05.20Il risultato è fortemente evocativo e i temi simbolisti si legano ai modi stilizzati e astratti della decorazione levigata di questo Liberty, derivato direttamente dalla Secessione Viennese. Una passeggiata per i viali del Cimitero Monumentale permette di scoprire molto di più e di cogliere tutte le contaminazioni che, in vario modo, intrecciano il modernismo con le altre espressioni artistiche contemporanee, a volte con risultati al limite della bizzarria; un esempio? La sepoltura Pierd’Houy, del 1901, in cui architettura e scultura si intersecano nel modo più fantasioso tra volute fuori scala, angeli di bronzo, echi assiro-babilonesi e draghi dalle fauci spalancate…Liberty? Anche.

 

RESTAURARE IL LIBERTY
Largo Marinai d’Italia

Schermata 2013-05-22 a 14.13.08La modernità che avanza e la rapidissima crescita demografica a Milano comportano la definizione di leggi sanitarie a tutela delle condizioni di vita comunitaria. Non sono necessarie solo le abitazioni popolari, ma anche nuove infrastrutture, spazi pubblici e di servizio. In quest’ottica il vecchio Verziere, attivo dal 1780 nella zona dell’attuale via Larga, viene sostituito da un moderno mercato ortofrutticolo. Siamo nel 1911 e la zona prescelta è quella di Porta Vittoria. Il nuovo mercato occupa 70.000 metri quadrati. La struttura è a ferro di cavallo ed è dotata di tettoie, pavimentata e asfaltata; viene pulita e disinfettata quotidianamente e nelle vicinanze si trovano posta, telegrafo, pesa e ambulanza: insomma, tutto quello che alla modernità si può domandare. Non manca un caffè ristorante: non un locale di lusso, semplicemente il luogo di ritrovo dei grossisti che funziona anche da borsa merci. Proprio questo ristorante, che oggi chiamiamo Palazzina Liberty, è l’unica sopravvivenza dell’intero mercato, chiuso nel 1965 e abbattuto per far posto al parco che tutt’oggi la circonda. È una struttura semplice, di pianta rettangolare, le cui estremità sui lati corti hanno forma semicircolare. Ha un aspetto leggero e arioso, dovuto alle vetrate che quasi sostituiscono il muro, correndo lungo tutto il perimetro dell’edificio, ritmate da pilastri in cemento. Progettista fu l’allora architetto comunale Migliorini, che sperimentò per l’occasione le nuove tecniche della prefabbricazione. Certamente Liberty è la scelta della ceramica per il fregio decorativo che fa da coronamento nella parte alta dell’edificio. Vi sono raffigurate figure femminili e frutta; tuttavia il disegno si ispira poco alle silhouette curvilinee dell’Art Nouveau e risulta invece più classicheggiante, così come le decorazioni in cemento dei pilastri e delle modanature in genere. Circondata dal verde curato dei giardini pubblici, oggi la Palazzina appare in splendida forma ed è difficile immaginare che abbia invece alle spalle una storia complicata di abbandono e incuria dovuta alla mancata ridestinazione dell’edificio dopo la chiusura del mercato. Un restauro faticoso cominciato nel 1989 è stato portato a termine dall’impresa Fantin nel 1991. La struttura è stata consolidata in tutte le sue parti, sono stati rifatti i serramenti e le inferiate in ferro battuto. L’architetto Piero De Amicis ha inoltre ricavato spazi per l’adeguamento tecnologico dell’edificio negli interrati, un ascensore e due vani scale. Oggi è spazio per iniziative culturali e sede stabile della Civica Orchestra di Fiati.

L’EDILIZIA POPOLARE: QUARTIERE UMANITARIA
Via Solari, 40

Schermata 2013-05-22 a 14.14.21L’Acquario Civico non è la sola struttura rimasta a ricordo dell’Esposizione Universale del 1906. In contemporanea con l’Expo viene inaugurato anche il quartiere operaio Umanitaria in via Solari 40, primo e incontrastato esperimento di housing sociale milanese e vera dimostrazione dello sforzo modernizzatore compiuto dalla città. Il luogo scelto è già caratterizzato dalla presenza di edifici industriali, sorti in seguito alla realizzazione della Stazione di Porta Genova nel 1865. Il progetto è dell’architetto Giovanni Broglio e, per quanto concentrato sulle necessità pratiche, non trascura quelle estetiche, lasciando una testimonianza interessante dell’edilizia popolare legata ai modi liberty. Accanto agli eleganti progetti per le abitazioni private, espressione del potere e del gusto della borghesia industriale e commerciale, il modernismo mostra infatti risvolti sorprendentemente interessanti nelle rare occasioni in cui è applicato alle costruzioni di servizio, fabbriche, uffici, case popolari. In quest’ambito non gli si può rimproverare l’assenza di ricerca strutturale che spesso si riscontra nell’edilizia colta. Il quartiere di via Solari è realizzato in un anno e conta 11 edifici di 4 piani suddivisi in 240 appartamenti e alcuni spazi sociali. Tutti gli appartamenti sono dotati di latrina privata, condotto per le immondizie, acquaio e acqua potabile. Sotto il davanzale delle finestre una bocca d’aria regolabile, che trovava corrispondenza in un’analoga apertura nella parete opposta, favoriva il ricambio d’aria evitando inutile dispersione di calore. Decisamente in linea con i propositi modernisti, il progetto è pensato come un’insieme coerente di architettura, arredo e decorazione. Per il mobilio viene indetto un concorso il cui bando invita all’abbandono dell’imitazione stilistica (storicista) e richiede semplicità, qualità e funzionalità: è la genesi del concetto moderno di design. L’artigiano del ferro battuto Mazzucotelli, l’ebanista Quarti, l’architetto Moretti fanno parte della giuria e il bilocale arredato premiato dal concorso viene riprodotto ed esposto all’Expo nel padiglione dell’Umanitaria dove riscuote elogi, mentre per i visitatori dell’Esposizione vengono organizzate numerose visite guidate in via Solari. Il quartiere Umanitaria non è isolato, l’intera via Solari può essere definita liberty. Si tratta tuttavia di un Liberty minore, dove gli architetti lavorano con budget e finalità differenti rispetto alle dimore più centrali. I prospetti sono piuttosto omogenei, li distingue la scelta delle decorazioni applicate alle facciate, prodotte in serie grazie all’uso di calchi. Oltre alle case d’abitazione, i tratti dello stile si ritrovano anche negli edifici industriali sopravvissuti e trasformati e convivono in armonia con l’attuale vocazione della zona, convertita al design e alla moda.

 

L’EXPO E IL LIBERTY: ACQUARIO CIVICO
Viale Gadio, 2

0116_Acq_BrunettiLe grandi Esposizioni Internazionali sono, dalla metà dell’Ottocento, un momento importante di confronto tra i Paesi; un’occasione per rendere visibile il proprio progresso, oltre che un’opportunità di aggiornamento sul gusto, l’arte e l’artigianato. Ecco perché non si può parlare di Liberty senza citare il ruolo delle Esposizioni Internazionali, a cominciare da quella londinese del 1851 in cui compaiono per la prima volta in architettura ferro e vetro combinati insieme: due materiali che diventeranno fondamentali per il nuovo stile. Le esposizioni parigine che seguono propongono attrazioni sempre più spettacolari: giardini esotici, acquari, spettacoli con animali selvaggi e non per ultima, nel 1889, la Tour Eiffel. Per il nostro Paese costituisce l’opportunità di una presa di coscienza soprattutto l’Esposizione del 1900, che ci scopre arretrati e poco propositivi sul fronte artistico rispetto alle altre nazioni. Con grande sforzo, nel 1902, con l’Esposizione torinese delle arti decorative dimostriamo di esserci aggiornati grazie agli allestimenti riuscitissimi dell’architetto Guido d’Aronco e possiamo sancire ufficialmente la nascita del Liberty nel nostro Paese. Nel 1906 è la volta di Milano che si prepara con cura e con un grande impiego di mezzi, decisa a dimostrare la sua modernità. L’architetto che se ne aggiudica la progettazione è Sebastiano Locati (per quanto sia incredibile che, dato il suo prestigio, non sia Sommaruga ad occuparsene) che ne diviene direttore artistico. L’Esposizione ha come tema quello dei trasporti e celebra l’apertura del Traforo del Sempione. I tanti padiglioni che vengono eretti nel centro della città, tra il Castello Sforzesco e il parco Sempione, sono ormai perfettamente aggiornati sui modi del Liberty, che non è più considerato la scelta stravagante di architetti in cerca di novità, bensì è accettato come uno dei possibili linguaggi dell’architettura ufficiale e comincia anzi a presentare i primi segni di involuzione. Lo stesso architetto Locati è considerato piuttosto indifferente alle reali problematiche dello stile e più legato all’eclettismo, tuttavia è lui a progettare il padiglione più riuscito, nonché l’unico sopravvissuto allo smantellamento: quello dedicato alla piscicoltura, oggi Acquario Civico milanese. Le ragioni di un acquario all’Expo erano almeno due, la prima era l’interesse verso il mondo sottomarino, all’apice dopo l’uscita de “L’origine delle specie” di Charles Darwin nel 1859 e del romanzo di Verne “Ventimila leghe sotto i mari” nel 1870; la seconda era il richiamo per il pubblico costituito da un’attrazione scientifica innovativa: l’acquario milanese è infatti uno dei primi al mondo. Per quanto riguarda l’architettura, il mondo marino, fluido e colorato, si presta particolarmente bene ad un’interpretazione liberty. Sono infatti bellissimi i fregi in ceramica che corrono attorno all’edificio, così come gli inserti in cemento a rilievo della ditta Chini che raffigurano animali acquatici. I decori costituiscono la componente più interessante e riuscita della struttura, il cui impianto architettonico è forse un po’ rigido, e concorrono, con le sculture a tutto tondo, a rendere l’insieme vivace e grazioso. Non manca poi qualche dettaglio particolarmente estroso, per esempio l’esotica testa d’ippopotamo della fontana al centro della facciata che contribuiva ad attrarre pubblico curioso di novità e che conferma allo stesso tempo l’apertura dell’Art Nouveau verso tutti gli elementi naturali, senza esclusione.


L’ORNAMENTO: CASA MONETA

Via Ausonio, 3

0937_ 003L’Art Nouveau nasce come stile “ornamentale”, ciò significa che sottintende, come suo scopo, l’essere testimonianza di benessere, perché i termini “ornamentale” e “decorativo” indicano la ricerca del gusto e dell’eleganza al di là dell’utilizzo e ciò è possibile solo in assenza di ostacoli pratici, quindi prevalentemente per le classi agiate. L’aggettivo ornamentale significa però anche contrapposizione e superamento del naturalismo. L’elemento naturale che è spesso alla base delle creazioni liberty è infatti sempre un punto di partenza, mai di arrivo. Foglie, fiori e animali subiscono un’elaborazione che ne sintetizza le forme in silhouette attraverso un uso sapiente della linea. La natura si trasforma in decorazione subendo insomma un processo di astrazione. In via Ausonio 3, la casa voluta e progettata dall’ingegner Moneta nel 1904, piuttosto semplice nell’insieme, offre un esempio di grande effetto delle potenzialità dell’ornamento: il magnifico cancello in ferro battuto dell’ingresso detto “delle farfalle”. Tra i soggetti offerti dal mondo animale i più interessanti agli occhi dei modernisti sono spesso gli insetti, o i rettili, non per tutti gradevoli in natura, ma irresistibilmente eleganti nelle stilizzazioni liberty.
milano liberty casa monetaIn questo caso le farfalle costituiscono lo spunto creativo per Alessandro Mazzucotelli, il più talentuoso artigiano del ferro battuto in Italia che riesce a tradurre nella pesantezza del metallo la leggerezza delle loro ali. Il cancello delle Farfalle è uno degli episodi più felici del Liberty milanese, non sempre così coerente con i suoi propositi teorici. L’equilibrio tra natura, architettura e decorazione è fragile ed è facile scadere nella stucchevolezza o appesantire i prospetti degli edifici con decori inutili, talora privi di sintonia con le superfici che sono chiamati a decorare. È il caso di Casa Frisia, in via Guido d’Arezzo 5, esempio bizzarro ma piacevole di giustapposizione ingiustificata degli inserti ornamentali in facciata. L’edificio, un po’ cupo e caratterizzato dallo slancio verticale dei bow-window triangolari e poligonali, già curiosi di per sé, è decorato da buffi inserti a rilievo che raffigurano gamberoni e conchiglie. Tuttavia va detto che, costruita nel 1920, questa palazzina non può essere considerata un esempio precipuo della ricerca modernista, quanto una testimonianza della penetrazione e della resistenza del formulario liberty ben oltre i suoi limiti estremi.

 

LA VOCAZIONE COMMERCIALE: CASA LAUGIER
Corso Magenta, 96

Casa_laugier-_milano-_20-09-2011L’Art Nouveau non è un movimento stilisticamente uniforme, ogni Paese lo declina in modi diversi e utilizza termini differenti per definirlo. Per indicarne gli sviluppi in Italia oggi si preferisce il termine Modernismo, che ne mette da subito in luce una caratteristica fondamentale: la spinta al superamento dello storicismo e dell’accademismo che tanto avevano influito sull’architettura e sul gusto in genere dalla metà dell’Ottocento. Il termine Liberty rimane tuttavia quello più diffuso e forse più simpatico. È curioso che le definizioni Art Nouveau e Liberty derivino entrambe dai nomi di due negozi, il primo parigino, “L’Art Nouveau Bing” specializzato in arte e arredi orientali, il secondo inglese, ancora una volta di tessuti e arredi, aperto nel 1875 a Londra e poi anche a Milano in Galleria Vittorio Emanuele II, cui si deve il merito di aver contribuito ad aggiornarci sulle novità internazionali. La vocazione commerciale del Liberty si esprime nell’architettura e nell’arredo. Molti edifici in stile prevedono negozi al piano terreno e nasce l’idea dell’insegna come nuovo elemento decorativo. Un esempio straordinariamente conservato di negozio liberty è la Farmacia S. Teresa, all’angolo tra corso Magenta e via Boccaccia, i cui arredi originali, disegnati e prodotti dalla ditta specializzata Bottigelli all’inizio del Novecento, sono ancora in uso. Si tratta di arredi in legno in cui il motivo vegetale è stilizzato e tradotto in un decoro sinuoso di forte grafismo. Lo stesso gusto per la grafica si riscontra nel prospetto della palazzina che ospita la farmacia: casa Laugier, costruita dall’architetto Antonio Tagliaferri per una famiglia di origini valdostane. Casa Laugier, del 1905, risolve le facciate esterne nel contrasto cromatico tra il mattone rosso, i cementi decorativi dei fratelli Chini e le ceramiche dipinte a motivi floreali della ditta Bertoni. La plasticità è relegata al gioco di intrecci dei ferri battuti dei balconi e alle teste leonine in cemento poste lungo la fascia marcapiano, che enfatizzano dall’esterno il piano nobile dell’abitazione. La linearità dell’estetica è conseguenza dell’influenza dei modi dell’Art Nouveau viennese a Milano, che recuperano l’importanza del segno grafico e della simmetria. Interessante è anche come l’architetto evidenzia lo spigolo tra le facciate, rinserrato nella successione verticale delle finestre binate; le nuove soluzioni urbanistiche con tagli in diagonale spesso fanno sì che l’attenzione degli architetti modernisti si concentri sull’angolo, perno attorno al quale focalizzare le soluzioni decorative. Casa Laugier, misurata nel decoro e costruita con materiali di qualità, rappresenta bene la penetrazione dello stile in quest’area della città, elegante e signorile, dove i ricchi committenti borghesi restano legati al gusto classico e i modi liberty figurano spesso più che altro come inserti ornamentali.

 

CASA CAMPANINI
Via Bellini, 11

Foto di Roberto Conte - Milano LibertyA Milano la linea plastica e decorativa di Palazzo Castiglioni prevale sui cromatismi bidimensionali di casa Galimberti e l’architetto Alfredo Campanini, normalmente più interessato all’eclettismo storicista che alla modernità del nuovo stile, ne resta sedotto; per questo, quando nel 1906 progetta un’abitazione per sé, crea un piccolo capolavoro liberty tutto milanese. Casa Campanini combina vetri policromi, fasce affrescate, ferri battuti e cementi modellati, creando un insieme morbido e equilibrato in cui tutti i materiali cari al modernismo concorrono senza prevaricazioni e le arti applicate giocano con la struttura architettonica alla ricerca di quella sintesi tra ruoli che è il più alto proposito dell’Art Nouveau.
Foto di Roberto Conte - Milano Liberty - casa campanini milanoLa monumentalità di Palazzo Castiglioni qui è assente, sia per le dimensioni più contenute che per la scelta della rilassante tonalità verdina dell’intonaco, ma il forte risalto chiaroscurale delle decorazioni e la plasticità dell’insieme lo richiamano nettamente. Le due figure femminili che giganteggiano ai lati dell’ingresso sono un chiaro omaggio al Sommaruga; tuttavia, rispetto alle sculture di Bazzaro per il portale di Palazzo Castiglioni, queste sono meno sensuali e più vaporose, e non fanno scandalo.
Le realizza lo scultore Michele Vedani e costituiscono una vera e propria lezione sull’uso decorativo del cemento, di per sé poco prezioso, ma molto amato dal Liberty italiano. Il suo utilizzo rappresenta allo stesso tempo una continuazione con la tradizione dello stucco, una delle eccellenze del nostro Paese, e la volontà di modernizzazione: diversamente dalle sculture in pietra, le decorazioni in cemento possono infatti essere prodotte in serie.
Foto di Roberto Conte - Milano LibertyIl gioco di pieni e vuoti delle pareti sulle quali sono applicati inserti floreali in cemento conferisce ritmo all’insieme, mentre i ferri battuti di Mazzucotelli, che intrecciano grosse foglie piatte in un disegno in cui prevale la linearità, smorzano l’intensa plasticità dei cementi modellati dei balconi e alleggeriscono la composizione. Campanini qui progetta per sé e non tralascia alcun particolare; il tempo però ha fatto danni: dalla fine degli anni Trenta manca la cancellata in ferro che svoltava su via Livorno e, nel 1943, uno spezzone incendiario manda in fumo la copertura del vano scala e gli arredamenti originali in legno. Restano però la decorazione a stucco e i ferri battuti dell’ingresso e delle scale, semplicemente bellissimi.

IL COLORE E LA LINEA: CASA GALIMBERTI
Via Malpighi, 3

3516133454_4fc323468c_oL’area di Porta Venezia, non lontana da Palazzo Castiglioni, è quella più intensamente Liberty della città. Tra le vie Malpighi, Sirtori e Frisi, fino a viale Piave e poco oltre, brulicano ferri intrecciati, fregi floreali, decorazioni a nastro e maioliche colorate. L’angolo più suggestivo è sicuramente quello occupato da Casa Galimberti, costruita in via Malpighi 3 tra il 1902 e il 1905, capolavoro dell’architetto Giovan Battista Bossi. Dei tanti mezzi espressivi che l’Art Nouveau utilizza per definire la propria estetica, per casa Galimberti propone i ferri battuti intrecciati e bellissimi dell’artigiano Mazzucotelli, ma soprattutto la maiolica: il risultato è un edificio in cui il colore e il segno grafico sono i tratti più significativi. La superficie esterna della costruzione è rivestita quasi interamente di piastrelle dipinte che, come in un mosaico, tratteggiano figure femminili e maschili in un intreccio di piante rampicanti e rigogliose. Lo scopo delle piastrelle, tutto moderno e pratico, è quello di collaborare al mantenimento della pulizia della facciata, come negli edifici di Lavirotte e Klein a Parigi; il massimo ideale dell’Art Nouveau è proprio quello di ottenere che la funzione si risolva nella decorazione e viceversa. Ma si può sostenere che sia proprio ciò che avviene in questo caso? Probabilmente no: le maioliche di casa Galimberti costituiscono allo stesso tempo il pregio e il limite dell’edificio in cui l’apparato decorativo è superlativo, ma non altrettanto originale è la struttura. L’abbondanza di spunti vegetali, sia nei decori delle maioliche che nei ferri battuti e nei cementi modellati, risponde, in linea teorica, all’idea che la libertà della natura possa guidare la composizione liberandola dall’accademismo, ma nella pratica, se si osservare la disposizione regolare e ritmata delle finestre, tutte uguali, allineate sui due lati della facciata, si intuisce che l’impianto strutturale è banale, l’innovazione non c’è.
Schermata 2013-05-21 a 19.14.52Va detto però che la costruzione nasceva come casa “da reddito”, ovvero edificio di appartamenti da affittare: la praticità era quindi requisito fondamentale. Sempre tradizionale nella struttura, ma completamente diversa dal punto di vista decorativo, è casa Guazzoni, costruita anch’essa dal Bossi solo pochi metri più in là, al civico 12, che tralascia completamente il colore e punta sulla plasticità, sostituendo alle maioliche un ricco apparato di cementi modellati in forme di putti, teste femminili e racemi vegetali, dimostrando così la versatilità dell’architetto e, per estensione, dello stile stesso. L’ex Cinema Dumont, in via Frisi 2, chiude e completa la prospettiva di via Malpighi offrendoci un esempio ancora diverso di architettura e decorazione. Del poco che sopravvive dell’enorme struttura nata nel 1905 per ospitare una sala cinematografica da 500 posti, possiamo ancora godere la raffinata facciata. Qui mancano i colori di casa Galimberti e gli alti rilievi di casa Guazzoni, ma i decori eleganti e quasi piatti che la disegnano con delicatezza sono altrettanto riusciti.

 


IL LIBERTY MILANESE: PALAZZO CASTIGLIONI

Corso Venezia 47/49

Foto di Roberto Conte - Milano LibertyAlla fine dell’Ottocento Milano è una città in crescita demografica ed economica. È abitata da una borghesia ricca che ha l’esigenza di potersi affermare socialmente e allo stesso tempo di alimentare il suo già acquisito benessere con fabbriche e stabilimenti industriali al passo con il progresso. I contadini arrivano in città trasformati in operai e le infrastrutture devono adeguarsi all’aumento di popolazione. I binari ferroviari accorciano i tempi del commercio con il resto del Paese e, soprattutto, con la più progredita Europa. Il nuovo piano regolatore dell’ingegner Beruto, approvato nel 1889, indica gli spazi per costruire il nuovo. Committenti agiati, necessità di rinnovamento e voglia di modernità: alla nascita del Liberty, Milano si fa trovare pronta. Tutta la città è toccata dal passaggio del nuovo stile, in particolare l’area tra corso Venezia e corso Monforte, quella tra corso Magenta e il parco Sempione, gli anelli periferici (allora) tra Corso XXII Marzo e il Ticinese e naturalmente qualche ritaglio del centro storico. 8538236409_6d335bc371_oPalazzo Castiglioni, progettato da Giuseppe Sommaruga e inaugurato nel maggio del 1903 è il primo edificio propriamente liberty in città anche se, curiosamente o forse per provocazione, sorge proprio nel bel mezzo di corso Venezia, via della nobiltà già nel Settecento, connotata dalle sobrie linee del Neoclassicismo: l’effetto è quindi dirompente, per più di una ragione. Dimensioni monumentali, facciata severa e un ammiccamento a nostalgie michelangiolesche nell’uso del bugnato e nella profusione di putti ad alto rilievo ne costituiscono i tratti più evidenti, ma anche più superficiali.
Più interessante è la massa nel suo complesso, dove ogni materiale concorre a dare senso del movimento e un’impressione generale di potenza, soprattutto negli originali oblò del piano terreno caratterizzati dall’intreccio libero dei ferri battuti disegnati dallo stesso architetto. 8482025347_0a7a6e9362_oInnovative anche alcune scelte compositive, in realtà criticate dai contemporanei, come le finestre strette e alte la cui tradizionale cornice è sostituita da putti reggi cartigli e l’asimmetria della facciata, che ha un unico balcone in alto, sul lato destro. Interessante è anche l’organizzazione interna degli spazi la cui leggibilità, dopo i restauri degli anni Settanta, è purtroppo compromessa; resta tuttavia il meraviglioso scalone intrecciato dai nastri metallici di una ringhiera floreale e affiancato dalle lucide, e un po’ funeree, colonne nere di labradorite.
Alle spalle di Palazzo Castiglioni, su via Marina, si affaccia un elegante prospetto in mattoni rossi, con molte finestre disposte regolarmente, grandi logge vetrate, ringhiere gentili in ferro battuto: si tratta della facciata posteriore del palazzo stesso, dove Sommaruga dimentica la monumentalità a favore della misura e della leggerezza. Palazzo Castiglioni è il simbolo vero del Liberty milanese, con